Albania

Cari barcaioli, ultima puntata. sono sul traghetto che mi riporta a milano. il nostro viaggio si conclude col maltempo, diretti a venezia. a bordo, cosi come nel porto di Igoumenitsa, la simpatia non e di casa. che nervoso. pazienza pero. in queste due settimane abbiamo fatto una tale scorta di esperienze positive che la scortesia degli ultimi due giorni non scalfisce. siamo frastornati, dobbiamo far sedimentare le sensazioni per un po, e allora tutti i ricordi di questo girovagare per i balcani verranno a galla…

Albania. alla frontiera ci accolgono un gregge di pecore, un paio di asini con le selle sorrette da un sistema di legni incrociati (seguiti a vista da due anziani signori in giacca e berretto), qualche bunker (il “compagno” Hoxa ne ha fatti costruire migliaia, ovunque… sono il segno tangibile della follia di un regime che ha soffocato il paese per decenni) e un gruppo di mercedes parcheggiate sul pendio di una collina con relativi conducenti seduti di fianco in attesa (parentesi: l albania e piena di mercedes, soprattutto quelle con lo stemmino sul cofano -che i miei compagni delle medie usavano strappare come prova di coraggio). la strada scende tra montagne brulle, in pianura si scorgono fazzoletti di campagna coltivata. per un lungo tratto incrociamo persone che lavano le auto con le canne dell acqua sempre aperta rivolte all insu (altra parentesi, in albania, perfino nella zone piu remote, puoi trovare un “lavazho speziale”!). alcune donne portano foulard a fantasie colorate in testa legati dietro al collo con un nodo, diversi da quelli visti in macedonia. e ora di pranzo, passiamo davanti ad un apio di scuole, sono casermoni essenziali di colore rossastro circondati da terra battuta.  dietro di noi il cielo e minaccioso e intorno la terra e rosso ruggine. compaiono furgono adibiti a taxi collettivi che fanno la spola tra le cittadine, ne incontreremo molti in questi giorni. come incontreremo moltissimi chioschi a bordo strada, gazebi, banchetti, baracche, negozi improvvisati, garage. si vende di tutto dappertutto. e una zona poco abitata, lo scuolabus ogni tanto si ferma, scende qualche studente: ci sono gruppetti di mamme, fratelli e sorelle, che li aspettano, nonni che riaccompagnano per mano i nipoti, bimbi che si incamminano da soli per km. sfioriamo la citta di ELBASAN. passiamo attraverso palazzoni fatiscenti, alcuni fatti solo di mattoni, altri con l intonaco scrostato e ferri che escono, gli infissi rotti. strutture tristri e pesantemente danneggiate dal passare del tempo, con parabole arrugginite e balconi coperti da inferriate. file e file di panni stesi. e un incontro che lascia il segno. ne vedremo altri e altri ancora, uno addosso all altro, le parti cosiddette ‘moderne’ delle cittadine che visitiamo sono tutte cosi. degradate. in nessun modo metto in discussione la dignita di chi vive in queste condizioni ma non sopporto di constatare un simile stato di abbandono. ho lavorato in periferia a milano, sono entrata nelle case, ho ascoltato le persone. non e questione di estetica. abitare in un quartiere messo cosi male non piace a nessuno e soprattutto e ingiusto. comunque, proseguiamo. in periferia fabbriche metallurgiche abbandonate, cattedrali nel deserto. il clima e opprimente, caldo e umido, nell aria una polvere costante. poverta urbana, desolazione, precarieta. e uno scenario difficile da digerire, per la prima volta siamo profondamente turbati. ci fermiamo a comprare dell ottimo pane appena sfornat, accanto il negozietto di un simpatico barbiere pelato coi baffoni. scesi dalla macchina, camminando, le cose fanno un effetto migliore. ripresa la marcia ci accorgiamo delle tante lapidi che spuntano dalla asfalto, piene di fiori e di attenzioni. gli incidenti sono purtroppo numerosi, le strade sono malandate e lo stile di guida locale non aiuta. anche qui moltissime case incompiute, altrettante lasciate a se stesse, involucri di cemento vuoti con inquietanti peluches appesi ed esposti alle intemperie. penzolano, sembrano impiccati. e un usanza diffusa e immagino che sia un segno benaugurante, a me pero pare parecchio macabro (ci sono anche fantocci dalle sembiaze umane -tipo spaventapasseri). una strada a tratti sassosa e strerrata, con buche con la “b” maiuscola, ci porta a BERAT. la “citta dalle mille finestre” e costituita da vecchie case di due o tre piani, intonacate di bianco, con in effetti un numero eccezionale di finestroni di legno marrone scuro. le viuzze in salita che la percorrono sono fatte da una miriade di pietre bianche piu o meno squadrate, lisce e scivolosissime. lampioncini bianche e arancioni la illuminano di notte facendola sembrare un magico presepe. gatti che frugano nei cassonetti di metallo come nei film newyorkesi. lungo il viale pedonale venditrici di snacks e pannocchie abbrustolite ad ogni angolo, macchinine elettriche a nolo per i piu piccoli, ragazzini rom che vendono ricariche per profumatori d ambiente e un po di struscio serale, ma molto meno fighetto che altrove (niente bar con musica soft, niente divanetti, niente cocktails, grazie al cielo un centro citta non omologato ai nostri). una costruizione nuova di zecca, con tanto di cupolone e colonne, bandiere nazionali e luci dal basso, svetta. e il grandioso edificio dell universita. peccato che a un metro di distanza di sia un campo di calcio spelacchiato e buoi dove due squadre giocano a pallone… cena in un ottimo ristorante a base di gustosi piatti locali vegetariani, 12 euro in due. nanna nella camera di una casa, con una bellissima terrazza che domina la citta (il gusto per l arredamento pero fa a pugni col mio: dalle piatrelle alle pesanti coperte di pile, dai tappeti alle tende, dal telefono a forma di cane alla tappezzeria passando per i centrini e i soprammobili non c e una cosa che salvo!).

Il giorno successivo ci dirigiamo al mare! ape car “ingrassati” blu, pullman vecchia maniera (coi bordi smussati, i finisterini alti, la vernice panna, verde scuro e bordeaux), carretti trainati da asini dolcissimi e cavalli striminziti, tricicli al contrario col cassone davanti e camion stracarici di mais secco ci fanno compagnia. ogni tanto odiosi cartelloni pubblicitari enormi spuntano in mezzo al niente. ci sono tante pattuglie di polizia che presidiano le strade e fermano le auto. capita piu volte anche a noi. una volta una presunta multa per mancate cinture di sicurezza allacciate (ma nessun altro le ha) che avremmo pagato si trasforma in un tentato episodio di corruzione (tipo “se mi dai i soldi ti faccio andare”). noi non abbiamo ceduto che il poliziotto si e stufato ma e stato piacevole vivere un (seppur piccolo) abuso di potere. VALONA. moderna, commerciale. si vede che c e il porto dalla quantita di prodotti italiani di marca che espongono i negozi. e sempre ora di pranzo, i viali sono invasi da studenti, molti in divisa (jeans, camicia bianca o azzurra, iniziali sul petto). al mercato usano le bilance di una volta e usano pesini di metallo come fossero pedine. tutto costa almeno la meta che in italia e ha il doppio del sapore. la strada che da Valona raggiunge la costa e spettaoclare. montagna (vera montanga) e sotto a strapiombo mare turchese. il serpentone sale sale e poi scende a zig zag regalano scorci fantastici. questa parte dell albania mozza il fiato. il mare e trasparente, oppure azzurro come certi detersivi. sabbia, sassolini, rocce. ahime spazzatura ovunque e strutture turistiche (bar, ristorantini etc) abbandonate, diroccate. e davvero un peccato. l abusivismo piu o meno legalizzato e la questione rifiuti sono una piaga in questo paese. discariche a cielo aperto, immondizia gettata nelle scarpate, bruciata, in stato di disgregazione, che rotola o vola in giro, animali che ci mangiano dentro, persone che la schivano come se non esistesse. incuria. che viene dall alto certo, ma e alimentata purtroppo dal basso. il rispetto per l ambiente pare non far parte della mentalita comune qui. ci sono evidenti ragioni legate al passato storico-politico di questa terra che generano una simile incuranza ma credo anche che le responsabilita individuali non vadano negate. spiace davvero vederla cosi rovinata, l albania. ci sistemiamo in un campeggio tra gli ulivi, i grillli e le rane.

il giorno dopo passeggiata tra rocce e calette da sogno, con il mare agitatissimo e il vento che allontana i nuvoloni grigi verso le montagne. siamo in una zona popolata da molti greci, come testimonia il comparire delle chiesette ortodosse in giro. due chiacchiere di politica e di vita ai tempi della crisi con il propietario del campeggio e via. acquisitiamo un miele profumatissimo a bordo strada e arriviamo a himara. piove e dunque proseguiamo senza esoplorare le molte baie con relative spiagge di qeusta zona. a himara prendiamo una stanza. temporale pazzesco in atto, conseguente blackout. ”cose che succedono in albania” dice il proprietario del locale dove ci siamo rifugiati, un mix di sala scommesse, sala giochi e bar, fumoso e chiassoso con almeno dieci televisori accesi contemporaneamente e sintonizzati su news, film, partite. l elettricita manca per tutta la notte e la mattina successiva. non ho mai desiderato cosi tanto che arrivasse l alba!

ultimo giorno: piove a dirotto. dobbiamo modificare itinerario perche la strada che pensavamo di fare e inagibile. il tragitto da saranda a girocastro regala un paesaggio magnifico di montagne dorate, ulivi e mare dall alto. cani fradici dagli sguardi umani e speculazione edilizia, paesini arroccati. le nuvole sono basse, coprono tutto, le strade pessime. uno va dritto ad una curva, invade la nostra corsia, ci schiva e si ferma ad un centimetro dallo strapiombo. che fifa. che elettricita nei muscoli… arriverderci albania, e stato bello.

cipollino

Au revoir!

Museo Magritte

Museo Magritte a Bruxelles

Salut a tous les bateliers!

Eccoci giunti alla fine di questa strana estate di cambiamenti.
Finalmente dopo mesi ricominciamo ad avere una vita di famiglia, piano piano cominciamo a riprendere vecchie abitudini e altre nuove si insinuano nella nostra quotidianità.

Bisogna riabituarsi a fare la spesa, trovare dove cosa meno, dove le cose sono più buone, abituarsi ad una gamma di prodotti fondamentalmente identica (W la globalizzazione), ma non del tutto. Ad esempio nel banco frigo stare bene attenti a prendere il cartone di lait frais e non quello di lait battu, oppure rassegnarsi a dei pomodori acquosi (sì, molto peggio che a Rozzano dove l’alta densità di napoletani esigeva buoni pomodori) e invece provare ad assaggiare verdure mai utilizzate perchè in Italia costavano troppo rispetto alle altre, qui invece costano decisamente meno (cavoli di vari tipi, porri, sedano rapa…). Insomma, riadattare la cucina all’offerta.

Bisogna ricreare una rete di conoscenze e di servizi, e ancora siamo indietro, ancora conosco pochissima gente e non ho nemmeno cominciato a cercare un medico di base (però almeno ci siamo iscritti alla mutualité). Bisogna completare tutte le questioni burocratiche, e quando c’è da mettere d’accordo due burocrazie di due paesi la cosa diventa difficile, per fortuna che siamo in UE.

Bisogna riorganizzarsi con le attività extrascolastiche dei figli: domani portiamo il piccolo a rugby (speriamo gli piaccia) e domenica iniziamo con gli scout. Rimane da vedere se ci sarà posto in piscina per il grande, e poi su quel fronte per quest’anno dovremmo essere a posto.

Devo trovarmi un lavoro. Ho già un appuntamento alla Maison de l’Emploi per il prossimo mercoledì, vedremo se veramente qui è più facile trovare un lavoro che in Italia, soprattutto per laureati in materie tecnicho-scientifiche.

E poi c’è da finire di sistemare la casa, ancora ci sono scatoloni in giro e c’è da trovare un posto per ogni cosa, però ha già assunto una forma familiare, rassicurante, accogliente.

Ma intanto siamo qua assieme. Figlio 2 torna da scuola con le prime schede e come se niente fosse legge e scrive le sue prime parole, in francese.

Figlio 1 ha già avuto modo di sfoggiare la sua cultura, con grande ammirazione dell’insegnante, pur non sapendo la lingua. E già ha trovato i primi errori nei libri, tipo che sull’atlante che hanno a scuola c’è come temperatura estiva di Milano 20-25°C O_O

Anche le gatte ormai sono a loro agio. La grande è più una gatta da divano, ma si avventura fuori, mangia l’erba, va a trovare la vicina; la piccola si arrampica sull’albero, fa la lotta coi gatti che arrivano a curiosare e ha addirittura socializzato, attraverso la rete, col cagnone dei vicini, il quale si è messo pure a scavare per cercare di raggiungerla.

Per dirvi cosa è meglio e cosa è peggio rispetto all’Italia dovrò aspettare ancora un po’, per ora ho alcune impressioni, alcune brutte sorprese (tipo la biblioteca a pagamento…), altre più belle (tipo che mandare i figli a scuola mi costa decisamente meno), ma per valutare globalmente ci vuole tempo.

Un abbraccio a tutti e alla prossima

Nadia per Cadonicicosta

www.cadonicicosta.it

IL VIAGGIO – PARTE PRIMA

Ho corso mercoledì, ho corso ieri. Quindici chilometri a meno di una settimana dal mio “giro” e tutti abbondantemente sotto i 4’ al chilometro. Sono contento ma chissenefrega.
Mi sarebbe piaciuto trovare la sintesi del percorso che ho fatto e postarla qui ma non è possibile. Non è possibile perché ci devo pensare ancora un po’, non è possibile perché so che sarà una sintesi poco sintetica. Posso, però, lasciare, in questo ultimo giorno, qualcuna delle cose che ho trovato lungo la strada.
Sono partito con l’intenzione di raccogliere l’esperienza e le emozioni che mi servivano per scrivere di ultra trail, di corse lunghe, fuoristrada e la mia esperienza di sportivo mi permetteva solo di sapere che non ne sapevo niente. Ho pensato che fare una lunga corsa in montagna mi avrebbe dato un po’ di quelle sensazioni indispensabili per scrivere onestamente di questa cosa. Uno spettacolo di teatro di narrazione che dicendo di corsa dica anche di altre cose, come già faccio.
L’intenzione era buona ma sono stato un po’ poco attento al percorso, mi sono fato guidare dalla voglia di avventura, dalla voglia di scavalcare muri, da nomi che disegnavano un impresa (per me) e ho un po’ toppato. Dove sono stato, non c’era molto spazio per correre. Per il tipo si sentiero, quando c’era il sentiero, per la pendenza, sicuramente per la mia inesperienza.
Ho corso, quindi, poco, ho camminato veloce molto e mi sono anche arrampicato parecchio.
La partenza è stata regolamentare. 6.40, dalla stazione di Lecco, zainetto in spalla e le gambe che si mettono sul “Go”. Qualche chilometro di corsa e, appena fuori dall’asfalto, sbaglio strada. Ma alla grande, che mi devo arrampicare mani e piedi. Poi si può ricominciare a correre, quindi corro. Imboccato il sentiero sotto la stazione di funivia per i Piani d’Erna si sviluppa uno dei temi principali della giornata: ”ma dove cazzo è che voglio correre?” fondo sconnesso e soprattutto pendenza. Se consideriamo che dalla Stazione di Lecco alla cima del Resegone mi sono mosso per undici chilometri in avanti e per milleseicento metri in alto e facile ricavare la pendenza media…
Scendendo dal Resegone non va meglio, sto su un budello strettissimo di sassi che scappano da sotto i piedi, in alcuni punti devo usare le catene fissate alla roccia nella montagna per scendere e salire sulla via.
“ma dove cazzo è che volevo correre?”
Poi inizia il bosco e, da sole, le gambe si mettono a correre. Sorrido e non ci credo. Ero sicuro che tutto quello scendere mi avesse imballato le gambe.
Corro ma sono convinto di avere sbagliato strada e mi deprimo un po’. Si profila il fallimento del viaggio così, con un po’ di malinconia, medito su come salvare la giornata. Mi fermo un po’ di volte a controllare la cartina e la mia convinzione si consolida. Cheppalle!
Di corsa mangio dei tratti di sentiero che, sulla carta, sembrano lunghissimi. Sbuco davanti al cartello di Morterone, prima della galleria che va verso la Valle e il paese. Due ciclisti mi guardano come se fossi ET. Li saluto e loro rispondono con il saluto vulcaniano con le mani: “lunga vita e prosperità”. Li capisco. Una volta sono salito qui anche io in bici e il mio “ciclismo” ha vacillato…
Mi siedo e, incredibilmente, sono esattamente dove dovrei essere, a poche decine di metri dall’inizio del sentiero per il Culmine di San Pietro: che culo!
Lo imbocco e sbaglio al primo bivio, dopo dieci metri. Cammino setto-otto minuti, facendomi largo tra la vegetazione che ha invaso il sentiero fino a sotto una casa che ha uno spaventapasseri/fantasma al balcone.
Deluso, torno sui miei passi ma prendo inavvertitamente una scorciatoia che passa attraverso una coltivazione intensiva di ortiche antropofaghe. Ahia!!!
Sul sentiero giusto faccio una fatica della madonna. Si vede che non è affatto battuto: è strettissimo, ingombro della vegetazione che gli sta a fianco e sale. Ma quanto sale? Perché sale così?
Inizia a fare caldo e io ho paura di non avere abbastanza liquidi nello zainetto idrico da cui prendo un paio di sorsate di Sali con regolarità.
Salgo. Ma tanto. Anche l’altimetro non è d’accordo con la cartina.
Sto proprio camminando in montagna!
Sul camminare mi permetto una digressione. Io non cammino mai! “passeggiata”, nel mio vocabolario, vuole dire muoversi nella natura con una frequenza cardiaca attorno alle 150 pulsazioni al minuto e picchi di 170 se si sale molto. Io cammino in questa maniera. È un disturbo compulsivo del comportamento: se faccio dell’attività fisica, di qualsiasi tipo devo sentire la fatica e sudare.
Ad un certo punto mi preoccupo un po’, la cartina non è realistica e mi chiedo un po’ dove sono veramente.
Sete, caldo, sete. Mi siedo per fare il punto e recuperare. Magio la seconda banana e do due sorsi potenti di Sali. Devo trovare una fontana.
Quando la trovo mi auto organizzo una festa. Una libidine che non vi dico. Bevo come un cammello, mi lavo mi bagno e poi mi accorgo, che una volta ancora, non so dove cazzo andare. Ma perché sono così impedito?
Controllo sulla carta. Bho.
Scendo un po’ e trovo un cartello segnavie. Dice il nome della località e la quota. Non dovrei essere qui e nemmeno a questa altezza. Sento il rumore di una strada un po’ sotto di me. Potrebbe essere quella che porta al Culmine. Io non voglio fare asfalto e ho abbastanza tempo per perdermi quanto voglio. Cosi vado nella direzione opposta che, non so perché, mi sembra sia quella giusta. La strada è larga non troppo “sassosa” e corra. Ancora?
Mentre corro, penso che una strada come questa, in bici, sarebbe da prendere con molta circospezione. Strada larga, battuta, ti fa venire voglia di spingere e, se spingi troppo può essere che prendi il sasso sbagliato e vai di sotto o, peggio, che entri a manetta in una curva cieca, immaginando come andrà a finire e finisce che la tua sconsiderata velocità di ingresso ti porta sempre più vicino al ciglio. Toccare i freni non serve e, ad un certo punto, la strada sotto le ruote non c’è più e tu vai di sotto uguale.
Mentre penso a come sarebbe “pericoloso” in bici, la punta dl mio piede destro prende un sasso e vado di sotto.
Rotolo tra i sassi e mi rialzo. Controllo. Mano destra 1 cmq di pelle in meno. Sangue dal ginocchio destro, sangue dal ginocchio sinistro. Fossi stato in bici avrei controllato che il cambio fosse allineato e sarei ripartito.
Ma sono a piedi. Mi sento più “scoperto” e, poi, mi sono preso il disturbo di portarmi il kit del pronto soccorso e mi fa brutto non usarlo. Corro fino a sotto l’ombra di un grosso albero e tiro fuori le mie salviettine disinfettanti. Non sono molto convinto della gravità del mio stato perché ne uso una sola per tutto e, con, le ultime passate, probabilmente, contraggo la rabbia del pota-giaguaro.
Corro per qualche chilometro e arrivo a Ponte San Pietro.
Sono in autosufficienza alimentare ma mi sono un po’ rotto di carboidrati liquidi e barrette.
Panino con la coppa e coca.
- Sei Venuto in bici?
- ? No, a piedi.
- Da lì’?
- No, sono partito dalla stazione di Lecco e ho fatto il Resegone “dal 10” (il sentiero n° 10 ndr) e sono sceso a Morterone per prendere il sentiero che porta qui.
Ammirazione orobica a secchiate.
Gongolo tra coppa e coca cola.
Poi, in uno slancio socializzatore chiedo informazioni sulla strada da fare per arrivare a d Artavaggio. Non ci sono mai stato ma so tutto perché tra internet e cartina è quasi come se il sentiero l’avessi tracciato io.
I nativi si prodigano in spiegazioni e io mi vergogno molto quando sento la mia testa che commenta sprezzante: “ma che cazzo dici?”
- Scendi un chilometro e mezzo e trovi la sbarra a sinistra…
…………..
CONTINUA

Sassi Aguzzi

Nuovi occhi

 
 
Buongiorno a tutti!!
Un saluto dagli alberi del bosco! Dopo essere tornati dal viaggio in Valle d’Aosta ci siamo un po’ ammutoliti, ma con attenzione e cura abbiamo seguito le avventure vostre e degli altri barcaioli e nel frattempo siamo tornati ad un ritmo diverso da quello delle vacanze, ma con nuova energia, la Valturnenche ci ha ricaricato!
Facciamo un po’ nostra una frase di Proust che indica la sensazione che si prova dopo un viaggio con le nuove esperienze, le nuove persone conosciute, le novità:
 
Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Marcel Proust – Alla ricerca del tempo perduto
 
 Prima di ritornare al lavoro ci siamo concessi anche due giorni di mare tranquilli sulla costa ligure (a Loano) e devo dire che tra corse in bici, relax e sole ci siamo proprio divertiti. Un consiglio: non indossare bikini per chi come Betulla vuole esibirsi in salti in mare con tentativi di tuffi con doppio avvitamento per evitare di emergere dall’acqua disperdendendo in mare triangolini di stoffa…
E ora arrivano i ringraziamenti per i compagni virtuali di viaggio, per voi Paola, Matteo e Giulia per la vostra energia, la vostra carica, la vostra musica e soprattutto l’ospitalità su Futura!!!
Alla prossima!
Acero & Betulla (e la Marmotta)
 
 

Miranda, diciotto giorni a zappare la terra

Annie e Sean sono due tipi riservati. Ogni sera ceniamo insieme nella loro casa dai muri di paglia e fango, piena di quadri d'arte contemporanea, di libri e di CD. Finita la cena, preso il tè, si congedano gentilmente e se ne vanno a guardare il loro programma preferito in televisione, lasciandoci soli. Danno confidenza un poco alla volta, non elargiscono troppi sorrisi gratuiti e non fanno troppe cerimonie. Se da una parte questo mi piace, dall’altra, dopo otto mesi passati in America Latina a volte è difficile adattarsi, e mi vien da pensare: “Senti, se ti sto sulle scatole dillo!” Ma non gli sto antipatico, loro sono fatti così e, nel bene e nel male, qui non siamo in America Latina. E poi oggi, oggi che è il nostro ultimo giorno di lavoro nella loro fattoria, hanno deciso di fare un'eccezione. Ci hanno voluti premiare per il nostro impegno e ci hanno portati alle Hot Springs, le piscine d'acqua termale che rendono famosa questa località sperduta. E mentre me ne sto qui, immerso in acqua fino agli occhi, ripenso ai diciotto giorni appena trascorsi. Trascorsi a raccogliere e pulire frutti, a strappare pannelli di cartongesso da una vecchia casa, a rivoltare zolle di terra. E poi a scavare buchi, riempire sacchi, svuotare secchi, trasportare rami, strappare erbacce, lavare vasetti, preparare compost, passeggiare cani…
Sono volati questi giorni, quasi tutti coi piedi nel fango: non ci sembra vero, ma tra poco è un mese che siamo qui in Nuova Zelanda. E se da una parte è tutto nuovo, tutto all'inizio di un capitolo che speriamo sarà memorabile, dall'altra è quasi un anno che manchiamo dall'Italia e ogni tanto bussa alla porta la voglia di tornare a casa. Ma non lo faremo, almeno per ora. Domani partiamo per Auckland, dove ci fermeremo due giorni a fare shopping, immersi in una città immensa dopo tre settimane di bucolico isolamento. Cose da mettere nel carrello: una mappa dettagliata del paese, due paia di guanti da lavoro, un'automobile. Fatto questo, partiremo per Waiheke, un'isola che promette di essere meravigliosa. Lì ci aspetta Michelle, e con lei altre due settimane di lavoro in fattoria.
andreiaway

Stone Pigeon – legami identità intenzioni e autoscatti

giuro che non scriverò un altro post strappalacrime stracciacuore (tipo quelli che vedo qui intorno).
avrei voluto, oh se avrei voluto… il meraviglioso calore della Barca, gli incontri, le affinità elettive, gli abbracci… ma poi a casa mia c’è stato un pigiama party allegro e trash e… chi se la ricorda la tristezza?!
non sta finendo nulla, la famiglia non va in letargo e, come diceva mio cugino il gabbiano “nessun luogo è lontano”, soprattutto i luoghi fatti di persone e di fili invisibili che le uniscono.

non scriverò neppure tutto quello che, ora che sono nel mio nido, mi rendo conto che non ho raccontato di questi miei mesi di vagabondaggi… non ho dato nessuna informazione utile! non ho descritto nessun cibo! … ma che vi aspettavate da un Piccione? una certa Petra sarebbe stata precisina e ordinata, ma giocare con le identità è, anche questo, in fondo, un po’ viaggiare: ci permette di allontanarci dalle nostre abitudini, di sperimentare nuovi spazi di libertà, cavalcare l’onda poetica delle sensazioni. Be’, è stato divertente farlo, grazie (tra le altre millemila cose!) per avermene dato la possibilità.

non posterò neppure foto indimenticabili di luoghi bellissimi (che pure ho visto!),  ho optato per un po’ di egocentrismo volatile…  quindi potete vedermi, più sotto, dopo il prossimo paragrafo…

tra le altre cose che non farò, prometto, c’è anche il “farsi troppe domande”, di quelle del genere: ma perchè? perchè proprio un piccione? (forse l’idea arriva da qui?) chi sono? dove andiamo? quando stiamo facendo su questa terra? c’è una vita dopo la Barca?

è tutto molto più semplice, senti l’onda, naviga leggero, respira.

Il mio nome è Stone, Pigeon Stone.
Sono un piccione viaggiatore.  A volte mi sento, o vorrei essere, struzzo, altre criceto, altre bradipo, altre gatto… ma in fondo sono un piccione.
Sbatto le ali, in un abbraccio che è uno spiccare il volo, e dico a tutti
a presto

Stone Pigeon – il cuore in Barca

 

 

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ecco, qui sono a London (dove mi vogliono a dieta! :P)  e in Salento, che riposo sulla pietra lecce (lecce’s Stone?)

qui invece sono in Sicilia, ah, la Sicilia…

e, last but not least, la mia amata amica Cocca (in sordina quest’anno, ma c’è sempre!)

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“Partire é la più bella e coraggiosa di tutte le azioni.
Una gioia egoistica forse, ma una gioia, per colui che sa dare valore alla libertà. Essere soli, senza bisogni, sconosciuti, stranieri e tuttavia sentirsi a casa ovunque, e partire alla conquista del mondo.”
Isabelle Eberhardt

Approdo

Eccoci qui, l’estate è terminata, la scuola è cominciata, due giorni a Chamonix di passeggiate nel Bois du Bouchet e avanti e indietro da nord a sud hanno forse assottigliato il girovita (e svuotato il portafoglio) e hanno dato la misura della crisi.  I nostri cugini d’oltralpe cercano di nascondere la polvere sotto il tappeto, ma i prezzi crescono e la qualità delle cose che fanno “turismo” cala sempre di più (per citare qualcosa, hotel a quattro stelle senza lo shampoo nel contenitore e hamburger freddi al ristorante: magari gli americani non ci fanno troppo caso – c’erano solo loro, e gli spagnoli…)  Per tornare a Monaco, dove il 22 agosto faceva un caldo che pareva di essere a Roma, e infatti la gente si buttava nelle fontane, non abbiamo visto neanche un’utilitaria, non dico italiana (dirlo a Marchionne, se fai auto brutte non le compra nessuno nemmeno se le fai in Cina), ma proprio utilitaria: l’auto più piccola che vedevi in giro era il suv Mercedes. I Bavaresi non sono proprio come gli altri tedeschi, oltre all’ostentare il loro spread, riuscivano a ingurgitare pintoni di weisse anche con quaranta gradi.
Quanto ai  sentimenti, siamo sempre lì, io e la mia palla al piede nonché il gatto. Sospetto fortemente che la mia dolce metà, come molti uomini nati “femministi” da giovani diventino bisognosi di famiglia da mulino bianco da maturi (orari, puntualità, calzini puliti e lasciatemi dormire davanti alla tv – non se hai gente a cena, potendo. ) Se manca il mulino bianco, mi prende a male parole. E io lo sopporto perché so che in realtà la sua violenza è solo verbale e perché forse ho paura a dare un taglio netto alla mia vita.Finisco con qualche foto (dei protagonisti di questa estate). Passatevela bene e che l’inverno sia leggero, da Alpslover.

 

Gatta Figlia, che ama nascondersi nei posti più strani (qui, il contatore)

 

 

 

 

Francesco e il cugino Itt (è quello con i capelli bianchi)

 

 

 

 

Alpslover al concerto di Chick Corea

“arrivederci amore ciao” (cit.)

Ciao barcaioli,

e così anche quest’anno arrivano l’approdo e la saudade. Intanto un grande grazie. Anche se sono riuscito ad ascoltare e a leggere e a scrivere in modo variabilmente dipendente dagli scleri-da-laboratorio, avete tenuto compagnia e portato sorrisi alla mia estate di tesi. Grazie perché i barcaioli sono delle persone straordinarie! (e rinnovo agli altri blogger l’offerta “museistica” che ho fatto alla festa, per festeggiare il passaggio da “maturato” ad “allorato”… voglio la carica dei 101 per la testa di Scarpa eh!).

Detto questo… non ci credo neanche io, ma tutto sta diventando reale. Chi era alla festa sabato mi ha visto con le occhiaie e lo sclero a diecimila, ma gli allarmi sono rientrati, l’introduzione della tesi è stata riscritta, il tutto sistemato e… insomma, oggi ho stampato la prima copia e l’ho fatta firmare alLa Prof. Domani porto tutto in segreteria. Sempre oggi è uscito il calendario ufficiale. Martedì 25, ore 9:30, sono il secondo, aiuto, è vero, sta per succedere. Millemila parenti da avvisare (sarà divertente quando scopriranno che ho una dolcemetà e che è un po’ diversa da come se la aspettano), amiche che arriveranno un po’ da ogni dove per questo lieto evento – e soprattutto per la festa che ne seguirà. I manifesti imbarazzanti per tappezzare Paviacity credo li abbiano già pronti. Insomma, ci siamo davvero. Sabato, in tutto questo, sarà il mio compleanno, e stavolta ho deciso di festeggiarlo come si deve tornando nella ridente Diano Marina. Compagne di viaggio ancora le mie amiche, con tanta voglia di “sdrammatizzare” un po’ e ricaricarsi – ovviamente, però, dovrò portarmi dietro il computer e lavorare alla presentazione, sennò non sarei un vero tesista delLa Prof!

Insomma, ci sono tante cose che vorrei raccontare, ma la faccio troppo lunga. Solo un abbraccione gigante a Mammakinder, ai CIBO’s, a Petra, ai furono-Desperados e a tutte le persone meravigliose grazie alle quali uno spaurito maturando alle prese con i concorsi dei collegi (vedi festa della Barca 2009) è arrivato (quasi) al pezzo di carta. E un bacio anche a Paola, Matteo e Giulia per averci capitanato, regalandoci ancora una volta racconti stupendi. Arrivederci al 2013!

Marco alias “alloroall’afa”

Grecia addio

cari barcaioli, rieccomi di fronte a un pc, a himara, sulla costa meridionale dell albania, uno spettacolo di mari e monti che ve lo raccomando!

eravamo rimasti alla zona di confine, i laghi prespa… strano posto, “conteso” da grecia, macedonia e albania. ah, se siete in grecia state attenti a dire “macedonia”, perche si rischia grosso. c e infatti in ballo una lontana e spinosa questione a proposito del nome che la ex repubblica yugoslava ha scelto di darsi, ovvero macedonia, che corrisponde al nome della regione nord orientale della grecia. la paura della grecia e che dal nome poi si passi a rivendicazioni territoriali… sembra una scemata a dirla cosi, ma i due stati ci litigano dai primi anni novanta… comunque: la strada da florina ai laghi e uno spettacolo difficile da descrivere. le montange sono rigogliose e verdi, brillano, ci sono cartelli gialli che indicano progressivamente l attraversamento di mucche, daini e orsi, l aria e fredda e pulita. si sale fino ad una psso, d inverno zona sciistica, poi si scende tra colline morbide e brulle, fino alla cmapgna coltivata a fagiolini verdi. la vista sui laghi azzurri,  da lontano, con una leggera foschia e le montagne pelate che li circondano e un miraggio. Psarades e un minuscolo villaggio sul lago piu grande (i Prespa sono due), affacciato su una baia chiusa, per lo piu in rovina purtroppo, fatta eccezione per alcune taverne aperte per i turisti stranieri e quelli della domenica che vengono a mangiarsi le carpe. le magrissime mucche autoctone se la passsegiano in liberta, le casette tradizionali in legno sono molto belle ma diroccate, ci vivono solo anziani e il tutto, nonostante i tipici giardini fiorniti che ormai sono un must a cui sono affezionatissima, e desolato. ritornando indietro ammiriamo di nuovo i laghi dall alto e la striscia sottile che li divide. con il binocolo riusciamo ad ammirare uno stormo di pellicani in volo, una specie che nidifica solo qui. c e l atmosfera tipica dei non-luoghi, dei posti difficili da incasellare. forse e la faccenda dei tre confini che ci condiziona, il fatto che basta fare un giro su se stessi e si possono nominare gli orizzonti di tre diverse nazioni. ci siamo messi intesta che sto lago lo vogliamo vedere da vicino, cosi alla cieca imbocchiamo stradine strerrate di campagna, falciando al nostro passaggio canneti e piante bizzarre che crescono nel terreno arido, emettendo una protuberanza altissima e dura tipo pannocchione che fa dei deliziosi fiorellini gialli. emme e deciso, esse lo segue, io vado un po in ansia, ma alla fine arriviamo a riva. incontriamo un pastore con suo gregge di pecore e capre, era andato a cercare quella smarrita e ci ha indicato la via. scenario da favola. c e pure una pozza con delle rane bellissime che fanno un po di scene ma poi si fanno fotografare. ci dirigiamo dalla parte opposta, a visitare l altro paesino segnato sulle cartine, agios germanos. ne vale la pena. un gruppetto di case di pietra, ben tenute finalmente, un bel connubio di vecchio e nuovo. le case non sono abbandonate ma vissute, ci sono balconi in legno, fiori, stanze in affitto, una taverna, gatti e cani che si rilassano al sole. intorno montagne di velluto marrone, o dorato. felci. due furgoncini di rom col megafono pieni rasi di suppellettili per la casa, dai secchi in plastica ai piumoni. c e una panetteria essenzialissima, forno, grossi stampi neri tipo plum cake impilati, vetrina con grossi pani lunghi e squadrati. vecchi cafe. i caffe qui sono uno piu bello dell altro, specie quelli casalinghi, lunghi e stretti, con la cucina in legno massello in fondo, luci al neon, nessun fronzolo, solo qualche tavolo di formica o legno che sostiene i vecchi che giocano a backgammon o a scacchi e guardano i passanti passare. che qualcosa in questo posto che mi trasmette quiete, che mi fa sentire a casa. ci voleva, dopo giorni di viaggio in cui ti senti sempre straniero. troviamo alloggio in un hotel con vista laghi al tramonto. la sera dopo cena ci fermiamo al buio. il cielo e nero nero, le stelle sembrano diamanti. ne vediamo una cadente, lascia una scia nettissima, sembra una cometa d argento. wow. sul piu bello il cagotto mi fa piegare in due, niente piu stelle, di corsa a casa…

Macedonia, again. abbiamo deciso che ci facciamo tutto il giro di questa zona, a costo di sconfinare altre tre volte. dall italia via sms arrivano traduzioni multilingue che ci permettono di comprare i farmaci adatti a fermare il cagotto. troviamo l imoduim ma la mia spasmodica ricerca di fermenti lattici e un fallimento (anzi, una farmacista mi rifila un secondo antidiarroico spacciandolo per fermenti e mi suggerisce una dieta a base di uova sode, coca cola e formaggio… odio). facciamo tappa a bitola per pranzo, in un aprco pieno di ragazzini all uscita da scuola e scoiattoli. un cavallo, solo, mangia da un cestino della spazzatura. il capitolo spazzatura e inquietante. ma lo affrontero quando parleremo dell albania. sulla strada vecchie case decorate, vecchie auto tipo scatoletta di sardine, vecchi camion cicciosi stile disney. montagne morbidose e coltivazioni di meli. camion carichi di legname. e bello che ogni luogo coltivi qualcosa di diverso. incrociamo la “pizzeria campionato” in un paesino in mezzo al nulla. si contende il primo premio di miglior nome italianizzato del viaggio, insieme al ristorante “gesu cristo” di valona. la faccenda “dio calcio” ci perseguita. ovunque andiamo, dopo “italiani?”, segue immancabile “milan o inter???”. e occhio a sbagliare la risposta… Ohrid e una cittadinia grande e moderna, prepotentemente turistica. viale dello struscio, passeggiata sul lungolago, negozi di souvernirs, rovine romane e chiese ortodosse. mi avventuro nella citta vecchia fino al castello, lasciandomi alle spalle il via vai del centro. il panorama sui monti circostanti e bellissimo. una simpatica vecchina con un sorrisone mi aiuta a non sbalgiar strada. il cielo incendiato del tramonto ci fa dimenticare i pop corn gusto cioccolato menta e fragola visti poco prima. troviamo una camera sulla sponda orientale del lago, e gia buio. una signora che parla solo macedone ci fa entrare, ci intendiamo a gesti ma lei seguita a parlare per mezzora come se la capissi. top ten dei posti piu assurdi dove abbiamo cucinato riso e patate lesse home made: sul balcone dell hotel di florina, all ombra di una stazione di servizio abbandonata prima e nel piatto doccia della stanza di agios germanos poi, in un parco pubblico a bitola e nella cucina comune della casa della tipa di ohrid (e anche nei pressi di una cava di marmo in albania). i crampi intestinali aguzzano l ingegno!

ora siamo in albania, il paese dove ho visto e vissuto i contrasti piu forti. l albania e bellissima e povera. l albania fa arrabbiare, e forse per questo ti rimane piu dentro.

spero di riuscire a raccontarvela, ma qui e ancora piu raro trovare pc e connessione.

domani e l ultimo giorno di trasmissione, percio vi saluto tutti. e stato emozionante condividere con voi questa esperienza. un caloroso abbraccio,

cipollino

Ammutinamento (pacifico e un po sciallato)

Ola Barcaderi da Giori e Neda

Non non volevamo arrivare a tanto, ma le circostanze ci hanno costretto!
Il tempo stringe e venerdì 14 è drammaticamente vicino
Pertanto:
Neda (che in realtà è Jolanda la figlia del Corsaro Nero) e Giori (che e il il figlio del Corsaro Rosso) pensano che non sia possibile l'attracco alla terra ferma.
La compagnia è troppo piacevole (100 blogger così dove li ritroviamo) e la conduzione di Paola e Matteo…irrinunciabile! E la musica poi…
Lamicia si è affezionata a Giulia (mantiene sempre una certa distanza – perché non si sa mai).
Dunque abbiamo deciso di correggere la rotta di futura.
Una una calamita sotto la bussola e carte nautiche capovolte faranno al nostro scopo! (poi ci potremmo aiutare con una damigiana di rosso toscano per i conduttori)
Insomma se si girasse a destra verso Gibilterra e poi si andasse tutti verso Cuba a iscriversi le Scuole Nazionali d'Arte?
Che ne dite?

ciao a tutti da Giori e Neda

Stone Pigeon, cuor di piccione

ehi, non ce la faccio a scrivere l’ultimo post… mi si commuovono le piume, di fronte a tanta bellezza…

 

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Criseide canto XII – Ode della porta di servizio.

La porta di servizio è quel passaggio immaginario tra il mondo dorato dei film e la cruda realtà.

È lo stretto andito che conduce dal palcoscenico alle quinte.

È il passaggio magico che trasforma un’attrice in una ragazza, quel corridoio ingombro di cavi e cavetti che porta in un mondo formicolante, vivo e caotico che è tutto il contrario di quello ordinato del teatro.

È la finestra che fa entrare il caldo tepore delle persone per strada.

È il retro di una chiesa dove l’officiante smette di essere prete e ritorna quello che è veramente, un uomo.

Dalla porta di servizio passano i camerieri che ti hanno servito un delizioso pasto in quel ristorante in cui hai mangiato ieri, il tecnico che ti ha sistemato l’antenna, il comico che hai visto in televisione.

Hai presente quella commessa tanto carina che ieri ti ha porto con gentilezza quel numero in meno di scarpe, soddisfando i tuoi desideri? Beh anche lei, finito di lavorare, è uscita dalla porta di servizio. E anche quell’altra, quella che ha guardato i tuoi acquisti con una certa sufficienza.

Il cuoco, anche se rimani lì tutta la notte non lo vedrai mai. E se chiederai di lui ti risponderanno, guarda è appena andato a casa! e da dove è uscito secondo te?

Pensate a James Bond e a tutti i suoi figli: quante volte una porta di servizio gli ha salvato la vita? Quante volte è entrato in un bar ed è uscito dal retro? Gli sceneggiatori senza porte di servizio sarebbero impazziti.

Già me li vedo, affollare il reparto psichiatria dell’ospedale, che camminano senza darsi pace avanti e indietro, e il mormorio sarebbe incessante: – se solo ci fosse una porta di servizio avrei salvato il mio personaggio. Ma adesso come faccio?

E pensate a quei poveri medici che dovrebbero sopportarli.

Tra l’altro da dove pensate che escano i medici quando finiscono il turno?

Anch’io ho varcato la porta di servizio della mia anima. Ed è da quella che abbandono “Futura” e voi barcaioli tutti. La crisi è finita, e la tempesta si sta calmando. Ora è tempo di uscire fuori e godersi il sole.

Afferro il pomello e mi attardo un secondo a guardare indietro.

Controllo che tutto sia in ordine e come Orfeo rischio di rimanere di sale nel vedervi tutti lì, e rischio di non poter uscire mai di qui. Ma due buoni compagni di viaggio sanno sempre una cosa: che prima o poi arriva il momento del commiato.

E quindi giro il pomo.

Ed uscimmo a vederne delle belle.

Un certain regard…

Le guglie di Notre Dame? Il traffico degli Champs Elisées?

Quella forma un po’ equivoca della Tour Eiffel? Ecco, adesso dimentichiamole.

Sfido voi barcaioli a vedere Parigi da un’altra prospettiva.

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Gabri Stile Geometrico 4

Arrivo a casa, baci e abbracci alle gatte, pulitura delle cassette di sabbia e accendo il computer per sapere dove c’è la festa. Ho giusto il tempo di farmi una doccia, prendere un paio di bottiglie e 2 vaschette di feta e correre lì, da voi, alla nostra Festa.
Facce nuove e facce viste l’anno scorso, bloggers ormai mitologici come Orf, Mamma Kinder, Indianagigi, il Botanico Solitario con la sua aria da mago buono, la famiglia Cibo’s con le prelibatezze di Iaia.  Gli Happyromeos, Petra e i Desperados, Mojo…… persone si salutano, si cercano per farsi regali personalizzati, ormai si è vecchi amici, Gruppetti si formano e si sciolgono, si assaggia di tutto, si passa dai cevapcici alla mousse di cioccolato alla menta, dal pesce secco scandinavo alle polpette di melanzane mediterranee.

Pao e Matteo si rilassano un po’ lontani per un attimo dalla diretta, Giulia fa il gatto da taverna, con discreto successo direi, nessuno resiste al suo musone dolce.

Dopo il Sapone di Aleppo una persona mi avvicina e dice che mi vuole ringraziare per quello che ho scritto gli anni scorsi….. ringraziare me! Io che non so scrivere, che mi sento così goffa nel raccontare i miei piccoli limitati viaggi, e che ammiro in maniera totale altri ben più interessanti e ricchi viaggi e capacità narrativa e cultura di tanti altri bloggers.

Eppure questa bella persona ha trovato qualcosa di utile nella mia storia, mi emoziono e mi salgono le lacrime agli occhi.

E’ la magia di Tre Uomini in Barca, ognuno racconta come sa, come può, il grande e il piccolo viaggio, con penna artistica o scarabocchio, luoghi lontani o intorno al proprio cuore, e tutti sono belli e importanti perchè sono veri, perchè sono donati agli altri.

Siamo un equipaggio straordinario e la  nostra barca è proprio Futura.

Che bel ritorno.
Grazie a tutti.

E alla Pao un augurio di buone vacanze, a guardare le onde lontano dall’ “in onda”

Gabri stile geometrico

Gabri Stile Geometrico 3

Arriva l’ultimo giorno, tempo di salutare questa bella isola dalla luce magica, tempo di distribuire gli ultimi croccantini ai gatti e cercare di nutrire l’ultima volta Nestore, un vecchio malandato gattone bianco e nero arrivato ai suoi ultimi giorni. Respira a fatica, non riesce a masticare cibo solido, occupa ancora il suo posto tra i tavolini del bar ma poi si mette sotto le auto a cercare riparo, ormai è tutto sporco di olio motore e arruffato, ma è ancora capace di fare le fusa e stusciarsi debolmente contro la mia gamba quando gli metto davanti la ciotola con il sugo dei bocconcini, e se la lecca pian piano, con fatica.

Ci fa tanta tenerezza, e a me in particolare che ho perso di recente la mia gatta, la Regina che ha condiviso con me 19 anni. Anche lei non mangiava più, aveva i reni compromessi ed era stanca. Ho cercato di curarla ma poi ho capito che non era giusto tormentarla, dovevamo accettare la cosa e lasciare fare alla natura, non ho voluto farle l’eutanasia, le sono stata accanto fino alla fine e lei era contenta così, mi guardava negli occhi  e appoggiava la testa sulla mia mano.

Si è sdraiata sotto la rosa sul balcone ed è andata via come ha voluto lei.

Valige (ansia da).

Ma bisogna anche pensare a fare le valige del ritorno, con l’incubo dei 20 kg. Di abiti e accessori non mi preoccupo, non mi son portata granchè, ma come sempre ho esagerato in libri, e i miei non sono romanzetti da abbandonare in albergo, ho comprato 3 tessuti cretesi da regalare, frutta secca e ouzo, e le ceramiche… oltre alla mia bella ragazza in azzurro mi porto via una ciotola grande e un vaso, una scodellina coi colori del mare e una stella marina. Faccio varie prove e alla fine trovo la soluzione:

stoffe, ouzo e frutta secca in valigia, scarpe e roba varia nel bagaglio a mano(8kg giusti), ceramiche tutte nello zainetto (borsetta!) e i libri nelle tasche del giubbino di jeans anche lui esente da pesatura al chek in. Tiè.

All’aeroporto va tutto liscio, i greci mica hanno  voglia di questionare per qualche kilo in più, e poi hanno altro a cui pensare visto che si è impallato il tabellone delle partenze e devono annunciare tutto a voce.

Comunque la prossima volta mi porto la bilancia da pescatore , che occupa pochissimo posto, no perchè a casa ho scoperto che avevo ancora un bel 3 kili da sfruttare, avrei potuto prendere altre due stoffe, magari il libro sulle orchidee cretesi, o del formaggio….. insomma non vorremo mica regalare dei kili di ricordi alle compagnie aeree.

Gabri donna geometrica e testarda

Gabri Stile Geometrico 2

 

Ho riconquistato la guida. Ho sempre girato da sola, con le mie macchinine scassatelle, non amo la velocità ma l’indipendenza sì, avere l’auto era un modo per andare dove mi serviva. Però si sa che se c’è un maschietto vorrà guidare lui, e alla fine perdi l’abitudine. Io poi negli ultimi anni non vedevo praticamente più, riuscivo a spostarmi solo su percorsi famigliari, problema che ho risolto con una operazione agli occhi. Ma mi sono trovata con la paura, bloccata, guidavo sì ma con una tensione addosso, un pensiero fisso di non farcela. Stupido no? eppure è così. Ho considerato una vittoria essere andata da sola all’ikea in un giorno di nebbia, poi andata e ritorno a Biella in autostrada!! opsss….. mi superavano anche le roulotte…..

A Creta mi sono buttata, mi son messa al volante e via, su e giù dai monti, in mezzo ai paesi nei grovigli di auto, pedoni motorini, camion parcheggiati in tripla fila, bancarelle, sulle stradine con buche, rattoppi, strettoie, schivando pezzi di legno caduti da carretti, con curve a gomito non segnalate. Bellissimo. Grazie Kreta

Artigianato cretese.    C’è un piccolo negozio a Matala, tra i tanti pieni di paccottiglia, che vende ceramiche fatte a mano. La signora  Papadaki col suo bel sorriso vi inviterà a visitare il laboratorio del marito a Vori, pochi kilometri da lì, e siccome il vento impedisce i bagni in mare ci andiamo.

Il paese è piccolo, tranquillo e carino, ha un bel museo etnografico molto curato e la piazzetta dove gli anziani passano il tempo a giocare a tavli.

Ghiorgo Papadaki ci accoglie nel suo laboratorio e ci offre il caffè, poi ci lascia libere di curiosare. E’ l’antro di un artista, c’è il tornio, i due forni, bottigliette e bicchieri di colori, pezzi ancora in lavorazione, un lungo tavolo ingombro di sgorbie, libri d’arte, quaderni di schizzi, grumi di argilla, un vecchio telefono nero, statuine che ricordano quelle dei tempi di Minosse…. alle pareti e su scaffali  vasi, ciotole, piastrelle dipinte, pannelli raffiguranti sirene o navi, figure di donna o colombe.

Ma in una cassetta della frutta messa in un angolo scorgo un pannello azzurro che subito mi calamita. E’ un volto di donna dai grandi occhi, capelli sciolti sulle spalle e orecchini  tondi con una stella al centro. Ha un’aria grave ma serena, un vago sorriso, emana forza e grazia.

La smaltatura non è riuscita bene, il colore si è distaccato su tutta una guancia e sulla bocca, ma è proprio questo che ne aumenta la bellezza e ne fa un pezzo unico, sorprendente.

La sollevo e immediatamente sento che è mia, che è LEI e insieme sono IO, che mi rappresenta, con le mie ferite ma con lo sguardo aperto al mondo, con il dolore che non si può cancellare ma che diventa parte di te e punto di forza. Papadaki si scandalizza, mi propone altre figure simili ma perfette. No, io voglio proprio quella e me la incarto con cura e la terrò vicina per tutto il viaggio di ritorno per paura che si rompa. A casa la giro e vedo la scritta incisa nella creta “ Dimitra, tea mitrotitas” Demetra, dea della maternità. Dea del raccolto, che ha conosciuto il dolore e la perdita, ma che non smette di donare frutti.

Sento che mi proteggerà e mi porterà i suoi doni.

un saluto, la Gabri, un po’ sbrecciata ma serena

Scuole nazionali d’arte a l’Avana

Ola Barcaderi da Giori e Neda
Altro che “Blogger stanziali”
(va bene siamo stati a Roma ma … eravamo in missione per sconfiggere Caligola)
Qualche sera fa siamo stati a Cuba!
Per più di 50 anni!
E abbiamo avuto il privilegio di vedere un libro e un film sulle “Scuole nazionali d’arte a l’Avana”, edifici iniziati nel ’61 ed ancora in costruzione; un po’ come una “Sagrada famiglia” della rivoluzione.

Ma iniziamo dal principio.
Prendi due “Barbudos”
Chiamiamoli … Fidel ed … Ernesto.
Metti che dopo aver fatto la rivoluzione vanno al “Golf Country Club dell’Avana” una specie di “Bilionaire” di 50 anni fa, ma molto più esclusivo – razzista – fastidioso.
“Bel prato Raul”
“Si, e quanto spazio, Fidel”
“E dove le troviamo le mazze da golf per far giocare tutto il popolo!”
“E le palline? C’è l`embargo – El bloqeo -”
“E allora?”
“E allora mambo! E allora danza, scultura pittura, musica”.
“Da tempio esclusivo della ricchezza facciamolo diventare scuola d’arte per tutti i popoli dell’america latina”.

Cosi’ dal 1961 inizia la costruzione delle “Scuole nazionali d’arte” plastica-musicale-teatrale.
Insomma quello che diventerà la cosa più bella e meno conosciuta dell’Avana.
Forme rivoluzionarie, come le persone che le hanno disegnate e le idee che hanno sostenuto.
Per quella cultura che non si mangia, ma che tanto ci sazia e ci appaga.
Cupole come seni e corridoi come arabeschi.
Colonnati come templi, saloni come cattedrali.
È l’architettura organica. Nasce dalle forme naturali. Ci si confonde e se ne nutre.

Un progetto iniziato con l’entusiasmo dei Barbudos della sierra – ucciso dal realismo socialista dei prefabbricati sovietici – rinato oggi con l’inserimento nel World Monument Found dell’UNESCO fra i cento monumenti da salvare nel mondo (insieme alla grande muraglia cinese e a Cuzco).
E all’origine di questo (oltre ai due Barbudos) ci sono i tre architetti (il primo cubano e gli alti due italiani): Porro e Gottardi e poi Garatti, che dovrebbe essere li a Milano con i suoi 80 e passa anni di entusiasmo a lavorare alla sua scuola di arte musicale.
Insomma – oltre a migliaia di ballerini, musicisti e scultori che hanno formato – quella delle scuole è anche una storia emblematica e bellissima.

E per raccontarcela, dopo tanto tempo, arriva il mio amico Claudio, che ci fa un libro fantastico e Francesco Apolloni che ci fa un film eccezionale (se prendete il libro vi danno pure il film).
E poi arriviamo noi che vediamo il film e vorremmo trasmettervi la meraviglia di questa idea in poche parole. Ma ci vorrebbe un poeta, un grande scrittore…non un povero blogger semi-stanziale.

Ciao barcaioli.
Comprale il libro, guardate il film, andate all’Avana.
Invece di intuire lo stupore – ne potrete godere appieno.
Che la meraviglia sia con voi.

questo è un link al libro
www.arcicarreteracentral.net/tag/scuole-nazionali-darte/
Questo è il film “Un sueno a mitad” di Francesco Apolloni
http://www.francescoapolloni.com/news.swf

Genova day two: trofie in ritardo

Dopo una notte in apnea per via dei 73° di umidità, a colazione ci aspetta un banchetto pantagruelico, come direbbe Dario Fo: formaggi, uova, pancetta, frutta, dolci di ogni tipo. Scatta l’istinto animale in noi, e riempiamo 3 piatti a testa, per consumare quella che in seguito abbiamo ribattezzato come “una colazione che ti fa dire: aaah”.

La vista è stupenda: siamo su un ascensore panoramico, che ci mostra le colline, diverse chiese, il porto sottostante e la baia, fino al mare aperto. Scorgiamo anche un veliero pirata, che poi scopriamo essere parte della scenografia usata da un famoso regista.

Il cartello di un chiosco indica che vendono “Mici con patatine fritte”… sottotitolato da “spiedini di maiale e vitello”. Sperando sia veramente così, ci instradiamo alla volta dell’ultima tappa: il sottomarino Nazario Sauro.

Una guardia ci blocca e dice che, se vogliamo salire a bordo, dobbiamo prima vedere il museo.

Poco male, dovremmo starci coi tempi. Entriamo, e ci perdiamo fra caravelle, miniature e navi a grandezza naturale, il tutto inframezzato da scarpinate su 5 piani.

In uno scorcio di finta giungla, un giaguaro di plastica fa un ruggito più che reale, così forte da farci saltare.

Dopo averlo mandato al suo paese di origine, ci addentriamo in una fedele riproduzione di una nave da crociera vista dall’interno, con tutta la mobilia espropriata ad una del tempo che fu.

Ma, un attimo.. il treno, il treno! Troppo tardi, ci tocca il prossimo, ma quantomeno riusciamo a salire sull’agognato sottomarino: tra valvole e schermi, spunta un siluro di 5 metri, ricco di tritolo e, secondo me, abbastanza instabile sul suo appoggio.

Bello, ma io andrei!

Ci fermiamo a pranzo su una nave attraccata, che ospita un ristorantino con piatti tipici molto pittoresco. Per Sonia frittura mista, io trofie al pesto; elogio alla ripetizione, il pesto qui è diverso, tre tacche sopra a tutti quelli che abbia provato prima.

L’ultimo pasto in Liguria è terminato, ma ci soffermiamo ancora un istante ad ammirare il porto, cullato da una brezza leggera che, al respiro, evoca antiche poesie che il mare porta con sè.

Quest’attimo di romanticismo dura un po’ più del previsto, perchè l’orologio mi sussurra che sta per partire anche l’altro treno.

Il conto, pagare, e viaaa che perdiamo anche questo!

Arrivati in stazione, sudati più per l’ansia che per la corsa, ci attende una sorpresa poco gradita.

Il treno è in ritardo di 5 minuti, che diventano 10 e poi 30.

Mandando Trenitalia al paese del giaguaro, ci accoccoliamo su delle panchine, accanto a dei viaggiatori brasiliani che chiacchierano animatamente.

Arriva il mezzo, l’ennesimo di questa toccata e fuga, e appena inizia la sequenza di gallerie, si spengono le luci.

Avranno pagato la bolletta? Nel buio di questo tunnel dell’amore, i nostri eroi si fanno cullare dal sonno dei giusti.

Totale mezzi di trasporto in due giorni: 12.

 

Anche in vacanza, Pendolo.

Genova day one: genovese o giapponese?

L’ultimo segnale da Milano si consuma nelle mie orecchie come una candela: abbiamo lasciato la Lombardia, e il mio telefono non vuole più sentire RadioPop, ciao Barca!

Dieci gallerie più in là arriviamo a Genova e, sistemata la faccenda albergo, ci incamminiamo verso l’acquario.

Ho perso il conto delle volte che l’ho visitato (per Sonia, invece, è la prima), ma non sono mai abbastanza da placare la nostalgia quando ne sono lontano, e la meraviglia di quando ci torno.

Purtroppo la vasca che amavo da bambino non c’è più, e con lei la magnifica tartaruga Ariel; la osservavo talmente a lungo che più di una volta papà mi ha portato via di peso, per non rischiare di perderci il resto della visita prima della chiusura.

Un piccolo neo che non ha però rovinato la piacevole visita, tra squali, delfine, e per la prima volta lamantini (lontani parenti dei trichechi, per me molto simili a delle mucche-sirene).

Mi sono sempre chiesto cosa pensino dall’altra parte del vetro: per chi di loro si accorge della nostra presenza, forse siamo noi l’attrazione. O forse invidiano il fatto che noi possiamo andarcene quando vogliamo. Magari invece, stanno bene e basta.

Rimaniamo incantati davanti alla vasca delle foche: una ragazza con accento “british” ne fa divertire una dondolando la mano vicino al vetro; lei la segue col muso, curiosa come un gatto, fermandosi solo ogni tanto per salire a respirare, e poi tornare al suo gioco. Un giro della morte, poi un altro, bellissima.

Coralli, granchi, un pesce Goblin, la vasca dove si possono toccare le razze, ed una sala con farfalle e Colibrì a portata di naso.

Il giro del mondo marino è finito, e lasciato il blu, ci aspetta il verde.

Entriamo in una grossa sfera di vetro, che come un uovo contiene vita al suo interno: c’è un piccolo giardino con piante tropicali, animali ed un clima tutto suo. In un laghetto a pochi palmi da noi ci sono dei temibili Piranha, che a dirla tutta mi sembrano un po’ annoiati. Dei curiosi uccellini rosa col becco ricurvo becchettano gamberetti, e si scostano il tanto che basta per non farsi toccare, per nulla impauriti, e una MataMata, una tartaruga-foglia, prende il sole sott’acqua. Salutiamo farfalle e colibrì e usciamo; il sole scende, la fame sale, dove si va?

Dopo un breve tour fra i ristorantini locali, ci fermiamo in un sushi-bar, anche se non sono troppo convinto che tonno e salmone siano specialità del porto di Genova.

Siamo pieni, ma un poco insoddisfatti: in fondo, non abbiamo ancora gustato nulla di tipico, e non possiamo di certo farcelo mancare.

Passeggiando lungo il molo vediamo una fila infinita di gente che parte da un piccolo chiosco, la cui insegna ci dice che vendono le famosissime focaccette di Crevari, “le originali”; è la nostra occasione.

Dopo un’ora esatta di coda, sfiniti, finalmente le abbiamo, io al pesto, lei al salame.

Morso.

Ecco spiegato il perchè della fila kilometrica: sono troppo buone! Un pesto che batte quelli di marca 10 a zero.

Finalmente appagati, ci dirigiamo alla metro, che in 2 fermate ci riporta all’albergo.

Anzi, ci porterebbe, se non fosse già chiusa!

Appiedati, ci trasciniamo fino a destinazione, esausti, anche se sono appena le 9.

La vista non è il massimo, la finestra dà sulla tangenziale, ma la stanza tutto sommato merita.

I cuscini sembrano sushi, e sono invitanti in tutti i sensi.

Oggi è andata, ma siamo solo a metà.

 

Pendolo

 

Psicologia Felina vs Psicologia Umana

Uffa, uffa e ancora uffa. Quest’anno per la Barca ho scritto davvero troppo poco… davvero non c’è stata gara, gli altri barcaioli hanno fatto viaggi così interessanti e sono tutti così bravi a scrivere, che ho preferito lasciare a loro il compito di veleggiare. Io invece qui a smadonn… ehm, a litigare con i miei algoritmi e codici incomprensibili! Per farmi perdonare, ho preparato un post dedicato alle mie due Muse: Nina e King.

Nina

 

King

 

Trattasi delle mie due gatte: due sorelle inseparabili, ubbidienti, a loro modo affettuose, assolutamente imperscrutabili. Ho imparato più cose sulla natura umana da loro che interagendo con altre persone. Chi ha una “bestia” sa di cosa parlo…

Facciamo qualche esempio, dunque.

Punto primo: il gatto, come gli umani, mal sopporta le imposizioni dall’alto. Quando è ora di rientrare, invece che uscire urlando “Dove diavolo siete finiteeeeee!”, la tecnica migliore è invitarle – con la massima naturalezza – a visitare la bellissima cucina fornita di ciotole piene di croccantini. Non è questo puro marketing?

Punto secondo, il gatto si accorge se volete fregarlo. Si impara di più in tre settimane di gattismo che in un anno di recitazione!

Punto terzo: il gatto (ma anche il cane) è come un ospite che non parla la vostra lingua. Sta tutto nello stabilire un “codice”, che diventerà il vostro idioma intimo e personale grazie al quale solo voi riuscirete a dare un significato ad uno sguardo misterioso, una coda in una certa posizione, un mugolìo sommesso o di una carezza inaspettata.

Applicate tutto ciò alla vita di tutti i giorni, e capirete che i veri “animali incomprensibili” alle volte siamo proprio noi umani.