Les Grimpeures

Les Grimpeures a Ceuse.
 
 
E’ strano pensare che un posto ritenuto mitico e irrinunciabile per un manipolo di persone  sia in realtà a molti del tutto sconosciuto. Questo accade a Ceuse, una località  nell’alta provenza  che ai più non dice nulla, ma che per gli arrampicatori è il sogno di una vita, una vera e propria mecca. Qui nei mesi estivi si ritrovano giovani da tutto il mondo, giapponesi, russi, americani, polacchi, australiani, attratti da un interesse comune: salire alcune delle linee d’arrampicata più belle e più difficili al mondo.
Piazzata la nostra tenda in quella babele linguistica che è il campeggio Les Guerins, iniziamo quello che è lo spauracchio di molti…l’avvicinamento alla parete! Un  lungo sentiero abbastanza ripido che con 700 metri di dislivello porta alla base della falesia: è faticoso, soprattutto sotto il sole di agosto, ma la fatica è presto ripagata, la parete è fantastica, una barra di calcare lunga 5 km con centinaia di vie magnifiche. L’imponenza della struttura è tale che pare si veda anche dal satellite, proprio come la muraglia cinese!
Quando si arriva si resta col fiato sospeso: il sentiero porta proprio sotto Biographie, la via d’arrampicata più famosa al mondo, tra le più difficili, bellissima: pensate che l’hanno percorsa solo 5 persone al mondo, e proprio mentre eravamo noi lì a ferragosto, un ragazzino 16enne ha concluso la 6 ripetizione, che emozione!
Da qualche anno ci divertiamo a raccogliere le emozioni di chi arriva per la prima volta: sfiniti dalla camminata ma entusiasti, i ragazzi forniscono un campionario a volte esilarante di reazioni: alcuni si buttano impazienti sui tiri, altri  attendono con timore reverenziale, altri ancora rimangono ore con il naso all’insù ad osservare i climber più forti e sembra quasi non abbiano la minima intenzione di infilarsi le scarpette..Stiamo pensando di realizzare un video con queste prime impressioni e brevi interviste “First Time in Ceuse”!

ELILO E LA ZIA primo rapporto

 
Cari tutti dalla Barca,
siamo a MARSA ALAM, sulla costa meridionale dell`Egitto, da 4 giorni. Il viaggio dall`Italia dura circa 10 ore: autostrada da Milano a Orio al Serio, volo (in ritardo come quasi tutti i charter) di 4 ore, un po` di formalita` all`arrivo in Egitto, pullmann per 90 km e infine – nel cuore della notte – siamo giunti al villaggio. Un pensiero al povero motociclista della A 4 che ci ha fatto temere di perdere il volo: ce l`avra` fatta? Speriamo!
In viaggio Elia e Lorenzo sono stati bravi, un po` di noia verso la fine del volo, tanto che Lorenzo (1a elementare) e` riuscito a contare fino a 800 per passare il tempo (povera zia).
Il nostro villaggio ha davanti una “laguna” di mar: la barriera corallina dista circa 500 metri (per questo si spende meno) dalla spiaggia. All`interno della laguna ci sono alcuni pinnacoli – piccoli scogli di coralli sommersi -: qui avvengono le nostre snorkellate quotidiane. Elia e Lorenzo sono bravissimi nuotatori, Elia e` un appassionato naturalista (infatti la mattina di lunedi` la prima cosa che ha visto, felicissimo, e` stato un nido con una piccola colomba sulla bounganvillea accanto al terrazzino della nostra stanza). E individua tutti i pesci di cui sa anche i nomi. Quello che ci ha piu` impressionato e` stato un trigone gigante, una sorta di manta della sabbia: sara` stato lungo, compresa la coda, almeno 2 metri. La sera di lunedi` Elia si e` tolto un dentino che dondolava – un canino – e, siccome anche l`altro in questo momento non c`e`, ora sembra un castorino. La notte, a portare i soldini, e` venuto uno scarabeo – insetto sacro agli antichi egizi – e ha lasciato un biglietto con dei geroglifici in cui si capisce che qui e` lo scarabeo che funge da topolino dei dentini…
to be continued
Un saluto a tutti voi in italia, in particolare a papa’ davide, ai nonni Adriana, Maria, Emilio e allo zio Bruno con Fiorella. BACI!!!

petra in marocco – tra i profumi del rientro

tra i profumi del rientro

Quello che mi piace del ritorno a casa nella mia famiglia, è il rituale del "mercatino". Quando si apre la valigia e si spargono sul grande tavolo del soggiorno tutti i tesori raccolti durante il viaggio, si racconta qualche storia, si consegnano i regalini e davanti agli occhi compare una specie di riassunto del vagabondare appena concluso, ripercorrendolo attraverso gli oggetti: la borsa gialla che probabilmente puzzerà per sempre di cammello e la cui versione "brown" verrà regalata alla sister di Steven, il guantino dell'hammam con cui sono stata grattuggiata a Essaouira, i cappelli di lana di Chefchaouen, le spezie di Marrakesh, la sciarpa di Fes (posso considerarla un regalo dello spagnolo? mentre cercava per qualcuno della sua famiglia, dopo avermene fatte provare un po', ha scelto questa per me, sostenendo sia il colore che mi sta meglio, ha pagato lui.. e poi non mi ha più chiesto i soldi… mah. oddio, spero non mi abbia fatto lo stesso regalo di sua mamma!! doppio mah.), il kajal di Tangeri, la collana con le spirali Berber, la pallina di indaco per tingere i vestiti, le babuche azzurre con i pallini prese in aeroporto per finire gli ultimi dirham, le zollette di ambra che avevo capito fossero per il corpo ma ora sono così dure che mi viene qualche dubbio, però hanno un profumo inebriante davvero… A guardare le cose che ho portato con me, mi sembra di poter dire che il Marocco davvero invita al piacere del cibo e della cura del corpo :) chiamali scemi.
Ecco, soprattutto restano intorno a me i profumi, il "ras el hanout" le 35 spezie per il tajine, la miscela che si chiama "colombo" (non potevo non comprarla – poi mi han detto che è afrodisiaca! ;-) ), la tisana "speziale" con tea verde, cannella, cardamomo, pepe, fiori… la pelle, la lana, l'arnica della miscela per i massaggi, l'ambra… E' bello scrivervi immersa in questa nuvoletta di odori che parlano del Marocco, anche Pandora sembra apprezzarli e si lancia tra i sacchetti, si strofina ovunque :) e mi guarda sorniona intanto che scarico i 3 giga di foto (!) e mi accingo a sistemarle tutte (sarà un lungo lavoro! ma mi piace anche questo, perché è come rivivere un po' tutto il viaggio). Come vi ho "tuittato" ieri, ho visto che alcuni post purtroppo non vi sono arrivati, provvederò a rispedirli, e poi mi piacerebbe mandarvi anche qualche foto e qualche altra riflessione pescando dal diario di viaggio. Ho deciso che l'ordine cronologico non importa, del resto nei souk è impossibile orientarsi, come vi scrivevo da Marrakesh, bisogna accettare il mistero, cogliere le suggestioni e non preoccuparsi troppo del tempo. Inshallah si risolverà, si racconterà tutto.
quindi a presto,
petra

joe disagio 20. Eu quero o Galego (parte III)

Radio Disagio: Lendakaris muertos – ETA, deja alguna discoteca

Un’altra cosa degna di nota – parlando sempre dell’arruffato tema della lingua – è la divisione suscitata dalla normativa linguistica. Il galego – a differenza ad esempio del catalano – fino al 1982 non ha avuto una normativa ufficiale, che però viene contestata da una parte della società civile che rivendica un’ortografia, un lessico e una grammatica più vicini al portoghese. Questa rivendicazione si chiama “reintegrazionismo”, e si associa facilmente a posizioni politiche indipendentiste, in virtù di una malcelata antipatia verso la “Spagna”. In poche parole, i reintegrazionisti sostengono che il galego non è una lingua autonoma, ma è una delle tante varianti del sistema linguistico galego-luso-africano-brasileiro. Una variante del portoghese, insomma. E accusano la normativa ufficiale di contaminare il galego con il castellano. Posto che il reintegrazionismo ha alla base degli studi filologici, appare evidente una cosa: si tratta di un esercizio intellettuale, patrimonio di una minoranza fortemente ideologizzata e totalmente scollegato dalla pratica linguistica quotidiana dei galegofalantes. L’idea alla base del reintegrazionismo è – praticamente – far finta che i secoli non siano passati rispetto a quando, nel medioevo, galego e portoghese erano la stessa lingua. Come se una lingua non fosse qualcosa che si evolve e si contamina anche – perché negarlo – in seguito a secoli di dominio politico. Cioè, per dire: ma vi immaginate il mio professore di Teorie alternative di sviluppo economico che parla in reintegrato con una vecchietta di un villaggio sperduto nella Terra Chá (zona scarsamente popolata nell’interno della provincia di Lugo)? Nella Galicia profonda lo prenderebbero per portoghese, e probabilmente lo inseguirebbero col forcone. Battute a parte, è anche divertente vedere come normativisti e reintegrazionisti si punzecchiano a vicenda. I primi chiamano i secondi lusistas, i secondi contrattaccano chiamando i primi isolacionistas. E poi dicono che Isto non é España (in normativo; in reintegrato invece si scrive: Isto nom é Espanha)!
Tuttavia, anche la normativa suscita un sacco di dibattiti. Fondamentalmente, nel 1982 una serie di professoroni della Real Academia Galega e dell’Instituto da Lingua Galega si sedettero attorno ad un tavolo è – mescolando le differenti varianti del galego – cucinarono una normativa-frankenstein, con cui la gente nata e cresciuta col proprio galego locale non aveva nessuna familiarità. Oggi, grazie all’insegnamento nelle scuole e alla televisione, il galego normativo è diffuso, ma – per chi l’ha imparato in strada e non tra i banchi – è e resterà un galego “decaffeinato”. Per non parlare poi delle periodiche modifiche della normativa, che secondo alcuni allontana la lingua parlata dal xunteiro, ossia la lingua della Xunta, intendendo con questo termine l’establishment politico-culturale.

visita al CERN parte seconda

Cara Barca,
eccoci qui alla parte seconda della nostra visita al CERN, il resoconto vero e proprio della nostra giornata lì. Flashback al giorno precedente: alluvione in campeggio. Abbiamo cercato di mettere al meglio i nostri vestiti, pigiati da una settimana di zaino e inumiditi, ma insomma, eravamo discretamente sgualciti. Il Pizzo ha indossato la sua maglietta dell’ONU, Cinzia una maglietta di lino, perché se non puoi nascondere lo stropicciamento, tanto vale enfatizzarlo, così non sembri troppo vittima delle circostanze. Partenza dal campeggio verso le 9,00, quando abbiamo deciso di avere un aspetto adeguato. Ora per chi non lo ricordasse, eravamo dotati di mappa per arrivare al CERN. Date un’occhiata alla mappa nei post precedenti e capirete perché ci siamo persi. In più c’erano molti lavori lungo strada. Frecce gialle segnavano le deviazioni, ma solo all’inizio, poi ti ritrovavi in un dedalo di strade senza alcuna indicazione supplementare. Dopo due ore finalmente abbiamo trovato il CERN. Abbiamo iniziato la nostra visita dalle due splendide esposizioni permanenti, aperte a tutti senza prenotazione. La prima è ospitata in un enorme geode di legno. E’ stata sponsorizzata dalla Rolex e si vede: spettacolare. Quando si entra ci si può accomodare sulle poltrone a uovo disegnate da thor-larsen, sparse qui e là per la stanza tra le teche sferiche, realizzate nella medesima resina bianca. Le teche contengono parte della strumentazione utilizzata dall’LHC. Quasi a 360° uno schermo proietta immagini della creazione dell’universo a partire dal big bang. Al centro, su una pedana circolare leggermente inclinata posta sul pavimento, si vedono le immagini reali delle collisioni delle particelle all’interno di hadron. Schermi sferici touch sparsi qui e là consentono di accedere a viste interattive delle zone più significative dell’acceleratore. Spiegazioni disponibili per adulti e per ragazzi. Si gira al buio, le uniche luci sono quelle delle particelle proiettate e quelle provenienti dalle pedane di poltrone e teche che cambiano colore accordandosi a quello delle immagini proiettate, passando dal grigio al verdino, dal blu al violetto. La secondo mostra è più didattica, spiega sia i fondamenti della fisica delle particelle, sia come è fatto l’acceleratore e cosa si ricerca al CERN. Alcuni computer permettono anche di accedere alla nuova piattaforma GRID di cui vi abbiamo già parlato. Alcuni dati sulla struttura: l’acceleratore vero e proprio ha 27 km di circonferenza e si trova a ca. 100 m di profondità. Lungo il percorso sono state scavate delle caverne che ospitano le strutture enormi per gli esperimenti: rilevatori alti come un palazzo di 6 piani che pesano oltre 7000 tonnellate, assemblati con la precisione di micron da laboratori sparsi in tutto il mondo e poi calati all’interno dei pozzi. Abbiamo potuto vedere un filmato su come sono state eseguite queste operazioni e vi assicuriamo che ben si adatta la metafora utilizzata al CERN: come costruire una nave all’interno di una bottiglia, ma il tutto in dimensioni gigantesche. Queste enormi strutture, da un punto di vista strettamente estetico, possono sicuramente rivaleggiare per imponenza e bellezza con le più grandi opere architettoniche. Non ci credete? Solo per fare un esempio, i rilevatori sono fatti di cristallo di tungstato di piombo che, pur essendo una sostanza densissima, è incredibilmente trasparente. Ora immaginate 80.000 prismi trapezoidali di cristallo, lunghi ca. 23 cm ciascuno, posti all’interno di un enorme struttura cilindrica: anche se non amate particolarmente il tungstato di piombo, è un gran colpo d’occhio.
Da quando l’acceleratore è in funzione, tuttavia, non si può più accedere al tunnel sotterraneo: il criostato che assicura la superconduttività del sistema funziona infatti a elio liquido (-271°C), quindi se ci fosse una fuga si morirebbe congelati nel giro di pochi secondi. Peccato, ci saremmo fatti volentieri un giro in bici nel tunnel con le mitiche biciclette del CERN. La nostra superguida, di cui vi narreremo a breve, ci ha rivelato in esclusiva che inizialmente erano stati predisposi dei veicoli elettrici, tipo macchinine, per spostarsi all’interno dei 27 km del tunnel. Poi siccome i fisici sono essenzialmente dei bambinoni cresciuti che si divertono con enormi giocattoloni e visto il numero di incidenti che accadeva a causa delle gare che si svolgevano lì sotto, il direttore ha deciso di sequestrare tutte le macchinine e dare ai ragazzi le bici. Alle 15.00 inizia la visita vera e propria a un laboratorio con anche proiezione di filmato in 3D. Ci aspettavamo di vedere particelle schizzare fuori dallo schermo, invece il filmato mostra una serie di interviste agli scienziati del CERN: molto interessante, ma forse sarebbe bastato anche un tradizionale 2D. Il nostro gruppo è piuttosto eterogeneo, siamo circa una quindicina. Merita una descrizione una mitica signora svizzera, molto vicina ai 90 anni, tutta vestita di rosa confetto e inamidata (la nostra nemesi insomma), con il capello biondo tinto fresco di messa in piega, alta non più di 1,50 m. Ci ha spiegato che abita lì vicino e che periodicamente viene a fare la visita all’acceleratore. Prima che entrasse in funzione due anni fa si è anche calata in uno dei pozzi a -100 metri. Ci ha detto che, anche se non ci capisce proprio niente, lo strumentone l’affascina molto, quindi quando può viene a vederlo. Effettivamente, come ha brillantemente detto il Pizzo, da fuori sembra un po’ la fabbrica di Willie Wonka e dentro sembra di vedere anche gli Umpa Lumpa. Ad un certo punto la nostra superguida, un vecchio ingegnere da 40 anni al CERN, guarda tutti e fa il domandone: “ma voi sapete come si fanno i protoni che spariamo negli acceleratori?” Silenzio tra la folla. Solo due persone potevano sapere la risposta e l’hanno data, salvando il resto del gruppo! La guida insospettita ci ha guardato negli occhi e ha ci ha chiesto “ma voi nella vita che fate?” “Contiamo fotoni”. “Anch’io!”. Va da sé che è nato l’amore. Tanto che al termine della visita classica, ci ha fatto fare in esclusiva un giro di oltre 2 ore e mezza al resto dei laboratori del CERN normalmente non aperti al pubblico. Se cercava due entusiasti, ovviamente li aveva trovati, tanto che ci ha anche mostrato la bacheca con le offerte di lavoro casomai volessimo trasferirci lì in pianta stabile. Dopo averci regalato un sacco di pubblicazioni del CERN, la superguida ci ha anche offerto il caffè alla caffetteria interna. Intorno gente di tutte le nazioni, conversazioni in un sacco di lingue. Ed ecco, davanti a una vetrata, a un certo punto LO vediamo: è LUI, ma proprio LUI, così vero che sembra finto. La nostra guida ci dice che sono vecchi amici e ci vuole presentare e noi panico nero. Frazioni di secondo per trovare nelle nostre menti qualcosa di intelligente da dirgli, ma come si fa?! Come si fa a trovare qualcosa di intelligente da dire a CARLO RUBBIA? Ecco, la nostra guida ci presenta, tutti stropicciati come siamo, gli stringiamo la mano e il Pizzo è così emozionato che non riesce nemmeno a dire il suo nome. Cinzia non riesce ancora a ricordare a distanza di giorni cosa gli ha detto. Va beh, non verrà annoverata negli annali come una conversazione epocale, ma insomma, è stata la fine incredibile di una giornata perfetta, tanto che anche adesso, a scriverlo, ci emozioniamo ancora.
Perdonateci la lunghezza, ma condividere questo ricordo, che avremo sempre dentro di noi , con voi della barca ci fa assaporare ancora di più quel giorno.
Un abbraccio dai vostri desperados (W l’amore, W i bosoni etc…)

a dieci giornate di carovana

E’ stato proprio cosi’: abbiamo passato il deserto e ne siamo usciti. siamo entrati in bukhara con una sete pazzesca. Il deserto turkmeno, anche se attraversato in macchina, ci aveva stancati e disidratati. Tutti i giorni prima avevano segnato il passo, ci avevano misurato con persone e usanze inaspettate. Poi l’oasi, da sempre: Bukhara. I bambini che odorano il pane fresco e lo portano a casa saltellando. La musica. Il vino. Le donne vestite colorate. Le donne che cantano, ballano, inscenano spettacoli di marionette. Bere quando hai sete. Fermarti in una moschea a lungo, per dipingerla. Osservare gli studenti di una scuola coranica, e trovarli allegri e muscolosi.Perdersi nei vicoli, e non avere paura di nulla. Sorridere agli uomini, solo perche’ ti va. E poi la bellezza (ma questa non e’ mai mancata lungo il nostro cammino) del minareto e della moschea kalon, dei suzani e delle madrase. “non e’ poi cosi’ lontana samarcanda”…percepisci che samarcanda e’ solo un luogo della mente, la ragione di andare. Perche’, altrimenti, non ci sarebbe motivo alcuno per uscire da Bukhara. D’altronde, deve aver pensato cosi’ anche il mio compagno di viaggio e di vita, visto che ha pensato bene di crollare proprio ieri sera… l’inossidabile cindino e’ a letto…febbre, vomito e diarrea…stanotte piagnucolava di un certo mausoleo che non puo’ non vedere prima di ripartire da qua. Io non so se si tratti di delirio o realta’, il fatto e’ che ha organizzato tutto lui, ma non abbiamo ancora recuperato il mezzo per andare a samarcanda domani, e se lui sta cosi’ direi che caricarsi su un marutska (pulimino) non e’ proprio ideale. ah, e poi nel delirio notturnosi lamentava : “ho partorito un programma perfetto…ho dimenticato di calcolare l’imprevisto e pensare che potevo ammalarmi”…si’, certo, e visto che il mio marco polo della bassa non si ammala mai… vabbeh, ora da brava mogliettina vado al mercato a comprare qualche patata, che pare che in albergo me le lascino bollire. lafra (senza cindo)

The BIG EASY

Goodmorning sailors!

Finalmente ho trovato un internet point qui a New Orleans. Ho lasciato Boogie alla ricerca di una vecchia stampa del luogo ed eccomi qui ostiando con la tastiera e col buio pesto di questo locale.
New Orleans e` bellissima, decadente e affascinante ma e` molto meno di quanto mi aspettassi, forse e` solo perche` le emozioni vissute fino a questo momento superano di gran lunga quelle sperimentate qui. Non c`e` moltissima gente in giro e vivere Bourbon Street con musica di merda che esce a tutto volume dai locali semivuoti mette tristezza. La gente gira col suo “drink to go” sperando che la sbronza possa provocare la scintilla del divertimento d’obbligo a New Orleans. Comunque del buon dixieland siamo riuscite a sentirlo alla Preservation Hall tra Bourbon e St. Peter, ti metti in coda, paghi un ingresso di $12 e ti godi davvero un bello spettacolo. (Appunto per la Lonely Planet: i nonni del Jazz tanto decantati che scoperchiano ogni sera il tetto della Preservaton Hall non ci sono piu` … saranno morti? Spero di no. Sono stati degnamente sostituiti da elementi decisamente piu` giovani). 45 minuti di puro spettacolo e se hai delle richieste le paghi. 
Sapevatelo! Se volete sentire “When the saints go marching in” dovete sborsare la bellezza di $10, per i traditional 2 e per “others” 5. Comunque si puo` rimanere per la seconda parte dello spettacolo … decisamente molto molto bello. Siamo uscite dalla Preservation Hall sperando di poter mangiare qualcosa … tutto chiuso, vendevano solo da bere per il motivo di cui sopra. Riusciamo a trovare un posto nelle vicinaze di Jackson square, siamo le uniche clienti. Dopo un po` si avvicina un tizio e attacchiamo bottone. Ci dice che in estate le migliori bands prendono il volo verso l`europa … NON CI POSSO CREDERE!! che vi dicevo prima di partire (dopo il concerto della dirty dozen brass band)! Ho davvero il terrore di trovarmi faccia a faccia con eros ramazzotti.
anyway …
Nel French Quarter non si avverte il passaggio di Katrina, ma avventurandosi nel Faubourg Marigny / Bywater la ricostruzione e la poverta` e` palpabile. In questo quartiere c`e` un villaggio costruito per i musicisti che, nonostante sia molto grazioso con casette in stile paperopoli, si trova nel bel mezzo della desolazione del post Katrina, l’idea che abbiamo avuto e` quella del ghetto.
Mi sa che sto polemizzando troppo, sara` che l’ansia del rientro sta iniziando a farsi sentire. Purtroppo sabato abbiamo il volo.
Ma oggi ci aspetta il difficile quartiere Treme con la sua storica Congo square dove era permesso agli schiavi di ritrovarsi ogni domenica per stare insieme e poter in questo modo continuare le loro tradizioni. e poi l’oasi di pace del Garden District.
Speriamo di riuscire a postare ancora prima della partenza per commentare dal vivo. qui gli orari di apertura dei negozi e` un’incognita.
Boogie sta scrivendo un bellissimo diario di viaggio e quando torneremo lo postera` tutto in modo che possa essere utile ad altri viaggatori.

Stay tuned

The Mojo & Boogie

dal deserto alle gole del Todra

Cari barcaioli, mi rincuora il fatto che non sono la sola a raccontare il viaggio a viaggio terminato.
Siamo allora al 15 agosto. Sveglia all’alba per assistere al tromanto dalle dune di sabbia. Niente da fare. La levataccia alle 5.30 è stata del tutto inutile percè c’è foschia. Alle 6.30 lasciamo le tende berbere (più che berbere, dei berberi), ciascuno sale in groppa allo stesso dromedario e riparte la carovana. Ancora un’ora e mezza a dorso di cammello. Dopo il divertimento del giorno precedente, oggi è quasi un incubo perchè abbiamo tutti le gambe doloranti. Arrivati in albergo ci aspetta la solita colazione fatta di caffè annacquato, pane, marmellata e succo. Ci rilassiamo a bordo piscina, qualcuno fa anche il bagno. Ripartiamo con calma e facciamo tappa a Rissani a visitare il museo del deserto ( 1€ il biglietto di ngresso). Il museo del deserto presenta oggetti ed attrezzi usati dai popoli nomadi del deserto. Dopo il museo, tappa obbligata al negozio di fossili. Tra i tanti oggetti kitch esposti fanno bella mostra due bottiglie di cocale scolpite in materiale fossile!
Hassan, la nostra guida per il deserto, ogni tanto racconta delle barzellette, fa il mattacchione, ma la sua presenza non è per niente necessaria! Per seguire il nostro itinerario bastano il nostro bravissimo autista e la Lonely Planet o la Routard.
Ci fermiamo ad un ristorantino lungo la strada che però è affollatissimo. E’ appena terminato di piovera, cosa insolita anche per le persone del posto. Pur essendo un ristorante “alla buona” i prezzi non sono bassissimi, evidentemente occorre dare le commissioni a tutti quelli che ci portano i turisti! Abbiamo il sospetto che Hassan (la guida del deserto) non rispetti il ramadam e qualcuno nel gruppo l’ha rinominato “ramagnam”.
Riprendiamo la nostra strada verso le gole del Todra. Ci fermiamo ogni tanto nei punti panoramici. Il paesaggio naturale davvero strepitoso. Arriviamo al Todra verso le 17. Piove mentre arriviamo. Anche se subito dopo semtte, non ci sono le condizione per fare il bagno nel Todra. Alloggiamo nello stesso albergo dove avevo alloggiato circa 15 anni fa. Alllora faceva un caldo atroce e la notte dormimmo sotto il tendone-ristorante. Andiamo a fare una breve camminata lungo il Todra. Beviamo qualcosa (analcolico, naturalmente) dulla terrazza con vista sul canyon. Il nostro albergo si trova proprio sul fonde del canyon (ce solo un’altro albergo accanto). Il silenzio è totale.
Si cena sotto il tendone-ristornate. Solite cose: zuppa (buonissima, ma non per i miei compagni di viaggio) e tajine. Dopo cena ci intrattengono con il suono delle percussioni Hassan e il nostro autista, Hamid. A mezzanotte staccano la corrente. Salutiamo Hassan e ci godiamo una notte stranamente fresca.
Antonia

Amici della Cena 4 – In cima

Martedi 24 agosto, oggi GITA VERA! Proprio dritto sopra Clusone, a sud, c’ è una montagna con una grande croce in cima, il Pizzo Formìco (con l’accento sulla i) la vediamo bene dalle nostre finestre. Quella è la nostra meta. Fino al Rifugio San Lucio si sale in macchina, la strada è sterrata, stretta e con diversi tornanti, il puilmino scricchiola e cigola lamentandosi. Il Rifugio è in una posizione panoramica da cui si vedono tutte le Orobie, o meglio, si dovrebbero vedere, perchè in realtà grosse nuvole di ovatta nascondono quasi tutto, compresa la nostra cima…speriamo che si alzino col passare delle ore…

Un caffè e si parte in salita, siamo in 7, come ormai mi succede sempre più spesso sono la più vecchia e anche l’unica donna, con l’alibi di non perdere nessuno chiudo la fila, così posso anche stare indietro un po’ senza essere di ostacolo.

Sandro si è armato di un grande bastone, alto com’è sembra Mosè, ci guida sul sentiero tra prati, boschi di abeti, poi di faggi col sottobosco disseminato di ciclamini.

Dopo un’oretta io sarei pronta a fare una pausa, ma i miei compagni non demordono e finchè non arriviamo alla sella a mezz’ora dalla cima non mollano, lì facciamo una pausa, il paesaggio è scozzese, pascoli avvolti dalla nebbia, fa freddo e siamo sudati. Nunzio non si è portato la maglietta di ricambio e se ne sta a torso nudo mentre io mi metto la felpa: beata gioventù!

Ripartiamo e conquistiamo la cima insiema a un nutrito gruppo di bergamaschi dai 10 ai 70 anni. C’è una enorme croce di ferro, è sempre bello arrivare in cima, ma c’è una puzza!!! La base di cemento della croce e tutta la zona circostante è letteralmente coperta di inconfondibili palline marroni…anche alle capre piace l’ebbrezza della conquista!

Sono le 11,30, le nuvole vagano sopra e sotto di noi esattamente come due ore fa, le cime sono nascoste, ogni tanto vediamo scorci del fondovalle. Faccio qualche foto più o meno suggestiva, certo non panoranica come mi aspettavo.

Mangiamo i nostri panini, confezionati dallo psicologo, un artista, ci ha messo anche l’insalata, e si torna. Incontriamo un branco di cavalli al pascolo, prendiamo un caffè al rifugio e rientriamo alla base, ci meritiamo una bell pennichella. Ciao Barcaioli!

Per oggi è tutto

Carla e gli Amici della Cena

rooftop bar

roof top bar e’ semplicemente un bar. un bar sul tetto si un palazzo. sul tetto di un palazzo da cui si ha una vista bellissima della citta’ circostante, ma non solo. infatti funge anche da cinema all’aperto d’estate. e’ piccolo ed efficente. e’ una meraviglia. come mi ha detto la mia amica melbourniana: potresti stare qui un giorno intero soltanto a guardarti intorno bevendo qualcosa. e’ vero. in pochi sanno dell’esistenza di questo posto, proprio perche’ e’ un tantino in alto e non si vede dalla strada. pavimento in legno ed erba finta e di fianco al bancone del bar c’e’ uno scaffale tutto pieno di coperte. per il cinema, se viene su l’arietta…Non ci sono parole per discerivere quanto sono stata bene lassu’! fra-melbourne