Archivi del mese: ottobre 2009

il coniglio, l’orto e le torte fatte in casa

abby pumpkin patch

Questa foto viene dallo stupendo blog di Abby!

Oggi si parte da Londra: Fabio Barbieri riporta sul suo blog la scoperta di un nuovo museo delizioso, il Museum of Everything, dedicato alla “outsider art”, discendente dell’art brut. In realtà è una casa diventata studio di registrazione e poi museo, ma ci trovate ancora le torte fatte in casa. Per leggere integralmente il post di Fabio, andate sul suo post del 26 ottobre. Alaska l’ha chiamato in diretta per farsi raccontare meglio, e potete sentirlo nel podcast della puntata qui sotto.

Come potete sentire, un appassionato di art brut è Nick Cave. Vi ho raccontato qualche puntata fa quello che si trova sui blog a proposito del suo nuovo romanzo La morte di Bunny Munro, e oggi vi propongo un estratto dell’intervista che  gli ho fatto qualche giorno fa, in occasione del suo passaggio a Milano con un buffo e intenso reading-concerto al Teatro dal Verme. Anche l’intervista potete ritrovarla nel podcast qui sotto.

In tempo di vendemmia, raccolta delle castagne, delle olive e delle zucche, mentre noi topi di città ci muoviamo ignari di quel che si pianta e si semina, potrebbe piacervi il blog di Sarah Raven. Insegnante inglese appassionata di orticultura, Sarah cura una rubrica per il Telegraph e una trasmissione sulla BBC – la sua agenda sembra decisamente sincronizzata con quella delle stagioni e delle raccolte. Con la sua guida, forse, un davanzale decente di odori riusciremo a metterlo insieme.

Gli ultimi aggiornamenti del suo diario recitano: “settembre – è stato un mese molto pieno qui da noi a Perch Hill. In questo periodo dell’anno progettiamo le coltivazioni dell’inverno e della primavera. L’orto si riempie di insalate e lattughe da raccogliere durante i mesi più freddi. Non c’è ragione di smettere di mangiare l’insalata insieme a una buona ciotola di zuppa calda. Stiamo anche seminando gli ultimi annuali per i fiori perenni dell’anno prossimo, che quest’anno sono cresciuti prima e sono molto più resistenti se riescono ad attecchire prima di primavera, per questo voglio approfittare di questa finestra d’autunno. Sono anche molto contenta dei nostri bulbi e della zona dedicata agli odori che abbiamo annesso al giardino per i fiori da recidere.” Nel blog di Sarah Raven, potete viaggiare tra sedute di fotografia per ritrarre le piantine per le bustine di semi che vedete dal giardiniere, viaggi di studio in Olanda a caccia di dalie giganti, incontri con strani edifici e persone interessanti, e anche ricette legate alla vita dell’orto.

Buon fine settimana a tutti, Halloween compreso!

Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “The rider song” di Nick Cave & Warren Ellis

Ecco la puntata di oggi:

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diario a fumetti

101309

Da questo mese c’è un nuovo personaggio su American Elf, il diario a fumetti di James Kochalka; è un gatt0, e le sue prime avventure in famiglia fanno veramente ridere. Prodigio del romanzo a fumetti, pittore e anche musicista con il gruppo rock James Kochalka Superstar, Kochalka ha fatto una strana scelta dieci anni fa, diventando il primo fumettista a tenere un diario della propria vita sotto forma di strisce a fumetti. Nella maggior parte dei casi si tratta di tre o quattro riquadri in sequenza, che catturano, quasi come una breve poesia o un haiku per immagini, quello che Kochalka considera il momento essenziale o più simbolico della sua giornata. In questo modo oggi la raccolta degli Sketchbook diaries ritrae i dubbi esistenziali dell’autore, il rapporto con la moglie, la famiglia che cresce, gli amici, ma anche momenti qualunque della routine personale a cui di solito non facciamo caso. Memorabile la vignetta del giorno della vittoria di Obama. Lo stesso Schultz si era molto appassionato a questo progetto di Kochalka. Col tempo James ha cominciato a pubblicare le strisce anche a colori; ci si può anche abbonare al suo sito web, e il progetto della casa editrice Fernandel, che ha cominciato a pubblicare tre anni fa il primo anno della striscia completamente tradotta per i lettori italiani, è di pubblicare man mano anche gli anni seguenti. Vi ho proposto un frammento di conversazione con James, che ci racconta com’è tenere un blog per vignette, potete riascoltarlo in fondo al post insieme alla puntata.

Mumford and sons, un gruppo di ventenni inglesi, autonominatisi “gentiluomini della strada”, un solo disco all’attivo, sono carichi di una saggezza da ottuagenari, di una capacità di costruire canzoni, arrangiarle e riempirle di pathos che mi appare abbastanza miracolosa oltre che assolutamente anacronistica. Anche loro, guardacaso, tengono un blog.  Ernesto Assante, sul suo blog di Repubblica, posta alcuni video molto interessanti delle Bookshop sessions del gruppo in una libreria, un’altra splendida dimostrazione che “piccolo è bello”. C’è l’omino che accorda il pianoforte… e il gruppo con chitarra acustica, banjo e contrabbasso che suona fra gli scaffali carichi di libri. Un po’ topi di biblioteca sono, questi Mumford and sons, visto che si sono spartiti i compiti, i loro ultimi post raccontano di una passeggiata fotografica di Ted a Bristol, Ben si occuperà di sopravvivenza alimentare in tournée, Marcus racconta dell’ultimo libro che ha letto, mentre si accinge a cominciare Cavalli selvaggi di Cormac MacCarthy. E’ il primo post del neonato club del libro di Mumford and sons.

E come possiamo parlare di club del libro e non andare a vedere come si è concluso ieri l’esperimento di Nina Sankovitch, un libro al giorno per 365 giorni? L’ultima recensione che ha postato è di un libro di Pete Dexter, ed è’ abbastanza commovente il messaggio che trovate oggi sulla homepage del suo blog: “CE L’HO FATTA! 365 LIBRI! CHE ANNO MERAVIGLIOSO E’ STATO!” Non posso fare a meno di chiedermi cosa farà adesso, se si prenderà un po’ di vacanza, se perderà l’allenamento come un’atleta a riposo, o se se scoprirà di non poter più smettere. Nel frattempo vi propongo un estratto della sua ultima recensione.

Spooner di Pete Dexter è stato assolutamente il libro perfetto da leggere da ultimo in questo mio progetto. Spooner parla di tutto ciò che ha importanza nella vita. Parla di connessioni umane, di comprensione, di resistenza, e – l’aspetto forse più importante  della vita – di narrazione. Come raccontiamo la nostra storia è come comprendiamo noi stessi nell’universo: la verità si manifesta nel modo in cui la nostra storia si dipana. Spooner sfoglia strati su strati di famiglia e tempo e ostacoli della vita, consumati o meno. Me l’ha raccomandato un’amica che è entrata nella mia vita per via del mio progetto di lettura e scrittura, e anche questo è stato perfetto: ho ricevuto tanti doni quest’anno, doni di saggezza, di umorismo, di conforto, e di amicizia, e Spooner parla di questo e di più in una prosa che è intelligente, genuina, precisa e molto spesso assai divertente.

Con un romanzo voluminoso (469 pagine), Dexter ha creato una famiglia che vivrà per sempre nella mia mente, collocata in un mondo che riconosco fin troppo bene, e l’ha lasciata ad affondare, nuotare o librarsi in aria. Dexter è il Dickens dei nostri tempi, che si tuffa nelle questioni del nostro tempo (istruzione, sessualità, giornalismo, assistenza sanitaria, conflitto di classe, sport e terapia). Parla delle grandi questioni su come si può vivere una vita etica, su come resistere davanti ai fallimenti, come superare i complessi di abbandono del passato e forgiare rapporti genuini.”

le musiche di oggi erano “Little lion man” di Mumford and sons e “Take my heart” di Chris Isaak

Ecco la puntata di oggi:

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web vintage

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Due giorni fa è arrivata la notizia della chiusura di Geocities. Yahoo ha comunicato la sua decisione, che segna decisamente l’esistenza del mondo dell’obsoleto anche nel web. Negli anni Novanta Geocities era il terzo dominio più visitato del web, ma a quindici anni dalla sua nascita, questo servizio di hosting ha dovuto cedere il passo a piattaforme sempre più interattive. Yahoo aveva acquistato Geocities nel 1998 per 4 miliardi di dollari, ma già da prima dell’estate si vociferava di una sua chiusura. Sembra fra l’altro che non sia previsto un salvataggio o una forma di archiviazione dei dati già esistenti. La questione è che per valutare gli indirizzi e i contenuti “meritevoli”, come starebbe cercando di fare la Wayback Machine, ci vogliono degli appositi esperti. Vi propongo il nostalgico saluto a Geocities di Andrea Chirichelli su Paoblog.

A proposito invece di quella cosetta inquietante su come le ambasciate e gli istituti di cultura italiana all’estero avrebbero mandato di controllare le notizie che arrivano alla stampa estera, la trovate confermata fra l’altro da un paio di giornalisti di testate estere a La Banda.

Quanto all’isteria per l’influenza H1N1, dopo che il governo degli Stati Uniti l’ha dichiarata emergenza nazionale siamo ufficialmente al panico planetario; ma siamo ancora liberi di non crederci, e magari di farci sopra qualche bella riflessione; vi propongo tradotta in italiano qualche riflessione da un articolo di Lee Siegel uscito ieri sui blog di Daily Beast:

“Quando il presidente Obama ha dichiarato emergenza nazionale l’epidemia di influenza suina, ha aperto il rubinetto dell’antica e onorata tendenza dell’America a darsi al panico. Contenetevi. Nonostante la dichiarazione di questa settimana, nonostante le lunghe code di persone in attesa di essere vaccinate, nonostante la stupefacente carenza di vaccino, stupefacente tanto quanto la rapidità con cui lo stanno producendo—a dispetto insomma di tutto questo clima di crisi, ora certificato per decreto presidenziale, l’influenza suina non è la Spagnola che uccise dieci milioni di persone nel 1918.

Piuttosto, i media ne hanno distorto il racconto. Il governo ha pasticciato con la gestione della cosa. E stiamo tutti reagendo in modo decisamente eccessivo. Eppure, data la natura della nostra democrazia, la risposta al Grande Panico da H1N1 del 2009 è esattamente quello che doveva essere: isterica.  Le dittature sono isteria che viene dall’alto; la democrazia è isteria che viene dal basso. I tiranni vedono e temono complotti dappertutto, e così tengono il loro popolo all’oscuro di tutto, comprese le minacce alla salute collettiva. Eppure, più rendono segreta la società, e più cresce la paranoia. Nel 2003, il governo comunista cinese proibì alla stampa nazionale, e perfino alla gente, di pronunciare una parola sulla SARS, perfino mentre la letale malattia respiratoria si spostava dalla Cina al resto del mondo. Gli scienziati dicono che se i cinesi li avessero avvisati prima, la diffusione della malattia si sarebbe potuta evitare. Il panico di routine, invece, è il marchio di una società aperta. Più democratici e aperti siamo storicamente, e più vulnerabili ci sentiamo.

Questo spiegherebbe il nostro sinistro attaccamento ai film catastrofici che presentano lo spettacolo della civiltà americana inondata, bruciata, bombardata, vaporizzata, terremotata o ustionata dalla lava fino a non esistere più. Nessuna società nella storia dell’umanità si è mai divertita guardando un ritratto della propria estinzione violenta. Ma anche la nostra apertura come società è senza precedenti. Così forse questi film sono come allegorie catartiche  della nostra apertura trasformata in vulnerabilità. Essi calmano la nostra inesplicabile ansia democratica semplicemente spiegando qual’è la radice di quell’ansia. In una società positivamente aperta come la nostra agli “stranieri” e agli “alieni”, lo spettro di un virus che minaccia la salute nostra e della nostra famiglia è particolarmente potente. perciò non è una gran sorpresa che negli ultimi dieci anni o giù di lì, abbiamo abbracciato un’immagine completamente nuova del virus. Invece che un infiltrato invisibile che diffonde malattia e morte, adesso è un simpatico piccolo imprenditore la cui visita vi renderà ricchi – un bravo buon virus americano. Da quando Malcom Gladwell nel 2000 ha popolarizzato come marketing e profitto il concetto di diffusione virale, alla nostra solare maniera americana abbiamo trasformato la causa letterale della malattia in un bel concept che significa felicità e benessere. Non c’è da meravigliarsi se una volta che il virus torna ad essere la cosa vera, il nostro solare stato di negazione va in frantumi e torniamo all’emozione primordiale americana, l’isteria.

Ciò che tiene in vita la democrazia è la contemplazione di quale potrebbe essere lo scenario peggiore. E questo significa che continueremo ad andare a vedere film catastrofici, a diventare pazzi per qualunque scandalo, minaccia o presunto pericolo, e che continueremo a chiedere di farci avere la vaccinazione contro la H1N1 il prima possibile – perfino quando ci sentiamo manipolati dai media allarmisti e ci preoccupa che correre a fare la vaccinazione troppo presto possa essere pericoloso. Panico è soltanto un altro nome di una libertà troppo preziosa perché si possa perderla.”

Infine. A volte, come ci è già capitato di notare, un blog è anche un modo per sublimare in forma poetica una sofferenza quotidiana – prendiamo quella del lavoro, della mobilità, degli effetti della recessione. Lo splendido Bandini, sul suo Blogghino, zona deumanizzata, ci fa capire quanto siamo vicini alla fantascienza. Leggetelo qui.

Le musiche di oggi erano “Baby boomer” dei Monsters of Folk e “Worried shoes” di Karen O and the Kids

Ecco la puntata di oggi:

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dal minuscolo al gigante

simen johan until the kingdom comes

Ancora animali, ma stavolta del sogno e della psiche. Questa è una delle foto del 35enne norvegese Simen Johan, che da cinque anni sta lavorando su grandi ritratti di animali in pellicola, trasformati grazie al digitale in proiezioni del mondo onirico. Il pelo e le piume, il bufalo e il cervo albino, si possono vedere nella sua mostra Until the kingdom comes fino al 31 ottobre alla galleria Yossimilo di New York, cogliendo lo stimolo di Johan a riflettere sulla nostra prepotente antropomorfizzazione del mondo.  Qui potete vedere delle altre fotografie, e qui leggere un’intervista con Simen Johan, che si dichiara più pittore che fotografo; ecco cosa si dice del suo lavoro dalle parti del blog di Bloodmilk, artista visiva che parla delle sue ispirazioni e descrive così un precedente lavoro di Simen Johan sui bambini:

“E’ uno di quei fotografi che riesce nello stesso momento a farmi senso e a ipnotizzarmi. Mi interessa molto l’idea dell’oscurità/stranezza a contrasto con l’innocenza e la stranezza del passaggio dall’infanzia all’età adulta, e credo che lui riesca a catturare e bilanciare benissimo queste idee. Ho scritto la tesi su di lui, perché amavo le immagini della sua serie “evidence from things unseen”.

Pur con tutto l’interesse che mi suscita il lavoro di Johan, non posso fare a meno di pensare che un certo tipo di fotografia nasca puramente dalle possibilità dei mezzi con cui viene realizzata; “se posso allargarmi lo faccio”, insomma. E quanto più le stampe sono spettacolari e giganti, più aumenta il tripudio delle gallerie d’arte che hanno così qualcosa da mettere in mostra, e soprattutto pezzi da vendere. E’ un’annosa questione, che divide i fotografi già dagli anni Ottanta, sulla scorta dell’esplosione della grande fotografia di moda, ma che mi sembra rilevante in tempi di recessione.

Ma c’è ancora qualcuno che lavora sui piccoli formati e l’estetica del quotidiano, e che concepisce la fotografia soprattutto nella cornice dei libri. Gregg Evans nel suo blog ha un momento di nostalgia davanti a una foto che gli ricorda un pezzo della straordinaria Moyra Davey che ha visto qualche mese fa. Moyra Davey, una carriera piuttosto oscura di fotografa e documentarista, ha da poco pubblicato un piccolo libro-catalogo, Long life cool white, in cui propone sotto forma di annotazioni intime una sorta di collage delle sue letture sulla fotografia, da Walter Benjamin a Roland Barthes a Susan Sontag, alla ricerca della definizione di foto “vernacolare”. Incastonata nel mondo della fotografia spettacolare come un’isola di resistenza, occupata a chiedersi se non dovrebbe riciclare le proprie stesse foto invece di continuare a scattarne delle altre, Moyra Davey sembra adottare con naturalezza un’estetica della recessione. Vi propongo un frammento di recensione della sua mostra più recente dal blog Carefullyaimeddarts (freccettemirate), anonimo e ficcante:

“Long life cool white sembra il titolo di album di Miles Davis, almeno finché non capisci che si riferisce ai due tubi al neon in copertina sul catalogo. Moyra Davey riconosce di essere anacronistica. Dopotutto, fotografa la polvere, gli scaffali dei libri, le bottiglie di whisky e i centesimi di dollaro, usa ancora la pellicola e stampa di solito dei 50 x 60 centimetri. Le sue foto sono forme intime di poesia domestica, che comunicano una reverenza per il mondo materiale, e la traduzione magica in immagine. Moyra Davey redime ciò che è usato e consumato, esalta l’analogico e il malinconico. “

Questo è James Cameron che spiega che la macchina pubblicitaria per il suo nuovo film, Avatar, sta partendo solo adesso, anticipata da un interesse virtuale sulla rete con cui la produzione del film non ha niente a che fare.

Uscirà infatti a dicembre in America e in Italia a gennaio il suo nuovo kolossal. Il regista di Alien 2, TerminatorAbyss e Titanic, però, è ancora alle prese con gli effetti speciali, le sue creature azzurre altre tre metri e un set sul quale, se non altro, sta realizzando il sogno del cineasta che voleva emulare, Stanley Kubrick: quello di essere il Dio incontrasto del suo universo. A novembre il terreno verrà preparato anche in Italia dall’uscita di un libro su Avatar, la traduzione del saggio di Lisa Fitzpatrick sul dietro le quinte di quella che si annuncia come la più ambiziosa impresa digitale della storia del cinema. Se siete fan del minimalismo, farete un po’ fatica ad apprezzare, ma l’intelligenza creativa di Cameron è sempre da tenere d’occhio. E così ci immergiamo nel monumentale reportage di Dana Goodyear, che si è recato più volte sul set. Lo trovate per intero sui blog del New Yorker:

“James Cameron ha 55 anni, hai i capelli bianchi come carta e occhi di un torbido verdeazzurro../.. I suoi film, come Terminator 2 e Titanic, sono fra i più costosi mai realizzati, ma la vittoria è sempre più dolce dopo aver sfiorato la sconfitta../.. Sono passati dodici anni dal suo ultimo film, e quando sarà finito, Avatar sarà costato più di duecentotrenta milioni di dollari. Ci lavora da quattro anni e sarà il primo kolossal in 3-D. Cameron l’ha girato con telecamere che ha messo a punto lui stesso, e gli elementi digitali saranno indistinguibili dagli attori veri. ‘In questo film si integra tutto quello che so fare, è la cosa più complicata che sia mai stata fatta al cinema’, dice../.. Secondo Spielberg, nonostante la sua reputazione da nerd tecnologico, Cameron in realtà è un narratore molto emotivo../.. Qui gli umani hanno trasformato la terra in una gigantesca discarica. Jake si innamora di una principessa Na’vi, Neytiri../.. la sua lingua è mutuata in parte dal Maori, che Cameron ha ascoltato in Nuova Zelanda, dove sono girati gli esterni del film, ma come ogni dettaglio del suo lavoro, è interamente inventata da lui. Come in tanti altri suoi film, alla fine le figure femminili sono la vera forza vitale di Avatar“.

Per avere un’idea del film e delle creature azzurre, ecco il trailer!

Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat B.Springsteen e “Winter winds” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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She loves you

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Qualche puntata fa, parlando del blog del NoImpactMan, abbiamo raccontato che riceve commenti che vanno dall’ecologismo sfrenato al più assoluto scetticismo. Mi è rimasto impresso il commento di un uomo che diceva che tutta la questione della sofferenza degli orsi polari sarebbe, in sostanza, una grossa balla, inventata probabilmente per non farci pensare a cose più importanti. Oggi mi arriva da Esteri una notizia che una trasmissione che si chiama Alaska non può esimersi dal citare: Il dipartimento Pesca, parchi e fauna degli Affari Interni di Washington ha annunciato che intende riservare un’area di 520 mila chilometri dell’Alaska, una zona più vasta dell’Italia, all’habitat degli orsi polari. Per Tom Strickland degli Affari Interni, questa scelta intende anche marcare il riconoscimento che il cambiamento climatico sta effettivamente minacciando i ghiacci dell’Artico, e con essi anche gli orsi. Questa decisione sembra confermare quella tesi del New Yorker secondo cui il vero ruolo nel tempo dell’amministrazione Obama sarebbe quello del ripristino culturale. Mi sembra che segni in modo chiaro, se non altro, una “preferenza energetica”: non è che George W. Bush non fosse al corrente di come stavano le cose, ma per la sua amministrazione era più importante non contrastare la prospezione petrolifera in Alaska. Qualche zona di estrazione di gas e petrolio si trova ancora anche nell’area designata, quindi vedremo come se la caveranno gli orsi.

Su Wittgenstein, il noto blog di Luca Sofri, c’è una piccola storia da non perdere. Viene dal resoconto della prigionia di David Rhodes, giornalista del New York Times che è stato ostaggio dei Talebani in Afghanistan per sette mesi. Il frammento riportato da Wittgenstein riguarda l’esperienze di Rhodes con le canzoni, e io ve lo traduco:

“Cercavano dei sistemi per spezzare la monotonia. Dopo cena, in molte sere d’inverno, le mie guardie cantavano per ore canzoni Pashtun. La mia voce e la mia pronuncia Pashtun erano terribili, ma le nostre guardie mi incoraggiavano a cantare con loro. Le ballate variavano. Qualche sera mi sono trovato a cantare, riluttante, canzoni talebane che dichiaravano che ‘voi avete le bombe atomiche, ma noi abbiamo gli attentatori suicidi’.

In altre sere, incoraggiato dalle mie guardie, passavo alle canzoni americane. Con voce agghiacciante e stonata cantavo la versione di “New York New York” di Frank Sinatra e la descrivevo come la storia di un paesano che cerca di avere successo in città e di mantenere la famiglia. Ho cantato “Born to run” di Bruce Springsteen e l’ho descritta come un ritratto delle lotte dell’americano medio.

Mi rendevo reso conto che anche le mie guardie avevano bisogno di una pausa dalla nostra triste esistenza. Ma quando mi dicevano di cantare per i comandanti che passavano in visita, mi sentivo come una scimmia ammaestrata. Sapevo che volevano solo ridere di me.
Evitavo intenzionalmente le canzoni d’amore americane, cercando di sfatare la loro convinzione che tutti gli americani fossero edonisti. Nonostante i miei sforzi, le canzoni romantiche – in qualunque lingua – erano le preferite delle guardie. La canzone dei Beatles “She loves you”, che mi è venuta in mente subito dopo aver ricevuto la lettera di mia moglie dalla Croce Rossa, era la più popolare. Per ragioni che mi lasciavano perplesso, alle guardie piaceva cantarla con me. Cominciavo io dalla prima strofa. Le mie tre guardie talebane, insieme a Tahir e ad Asad, si univano a me nel ritornello. “She loves you yeah yeah yeah”, cantavamo, con i Kalashnikov posati sul pavimento tutt’intorno a noi”.

Infine, stanno fioccano sui blog italiani e internazionali i post di addio all’artista Nancy Spero, che è mancata la settimana scorsa. E’ una buona occasione per ricordarla o per cominciare a conoscere il suo lavoro. Susanna Legrenzi la ricorda su Big Ben e non può fare a meno di collegare il suo impegno femminista alla tetra situazione italiana di questo periodo. Su The F word (contemporary UK feminism) citano il ricordo di Adrian Searle del Guardian. La giovane studentessa d’arte Jen la ricorda su safercampus. Tyler Green contribuisce con un sacco di link interessanti alla conoscenza del suo lavoro. Qui trovate anche un piccolo video in cui Nancy ricorda la sua nascita come artista.

Le musiche di oggi erano “She loves you” dei Beatles e “Spoiled” di Conor Oberst

Ecco la puntata di oggi:

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Rieducascional

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Ci prendono in giro. E’ quello che sostiene Barbara “linguatagliente” Ehrenreich nel suo nuovo libro, nato dall’imperversare dei corsi, dei testi e dei guru del Pensiero Positivo. Si chiama Bright-sided (sottotitolo: “come l’incessante promozione del pensiero positivo ha minato l’America”) ed è l’ultima fatica della giornalista, femminista storica e co-presidente dei Socialisti Americani. Megan Hustad l’ha intervistata, e Barbara Ehrenreich ha picchiato duro sull’ingenuo ottimismo dei suoi connazionali. Per prima cosa, dice,  gli americani sono quelli più fissati col pensiero positivo, ma risultano sempre meno felici di altri popoli. Il pensiero positivo viene loro imposto a scuola e sul luogo di lavoro; la negazione del pessimismo è tale che  arriva all’estremo di emarginare chiunque mostri scetticismo sul fatto che le cose siano meno che perfette, o si azzardi a fare un’obiezione – tipo “non è che abbiamo qualche problemino con i nostri subprime?”

L’indagine più interessante del libro della Ehrenreich riguarda le grandi aziende che comprano tonnellate di libri di self-help sul pensiero positivo da regalare ai loro dipendenti e organizzano per loro seminari motivazionali.  Quando nel ’98 uscì Chi ha spostato il mio formaggio?, un libro che discuteva di come perdere il lavoro potesse trasformarsi in un’opportunità, guardacaso stava cominciando l’era dei licenziamenti di massa.  ”Quello che le aziende vogliono”, dice la giornalista, “è che i dipendenti non si lamentino, e accettino invece le burrasche senza protestare”. Tutti i libri sull’auto-motivazione e l’uso della forza del pensiero per attirare il successo, racconta, finiscono per scontrarsi con l’evidenza delle grandi crisi sociali; quelli che uscirono già negli anni Trenta vennero subito sbugiardati dall’abbattersi della Grande Depressione.

Naturalmente, Barbara Ehrenreich non può fare a meno di fare le pulci alla Legge di Attrazione, tradotta nel film del 2006 The secret, e al versante cristiano del pensiero positivo, quello che sostiene che Dio vuole che tu abbia tutto, che tu sia felice, che tu ottenga quello che vuoi; racconta dell’esilarante pastore Joel Osteen, e del potere della mente con cui egli sostiene di riuscire sempre a trovare parcheggio. La credulità di massa che i libri sul Pensiero Positivo cavalcano decennio dopo decennio è esattamente la stessa che ha bendato gli occhi a molti sulla propria situazione debitoria fin quando non sono esplosi gli scandali di Wall Street. La Ehrenreich, che ha affrontato le cure per un  tumore, tuona anche contro la concezione del pensiero positivo come influsso sulla guarigione, e protesta che le ricerche che dimostrano che l’atteggiamento è indifferente rispetto al decorso della malattia non trovano mai spazio sui media.

Per tutta la sua comprensibile veemenza contro la new age, resta il dubbio che il “pensiero positivo” sia però, in realtà, un mito fondativo americano.

Ogni tanto vado a dare un’occhiata a Dissapore.com. Oltre a una serie di notizie curiose sul mondo della ristorazione, delle ricette, del vino e della pappa in generale, si sta allungando a dismisura la coda dei commenti al post di metà ottobre di Massimo Bernardi che lanciava il tema dei maleducati al ristorante. Raccolgono la provocazione decine e decine di ristoratori scatenati. Io vi ho dato conto di un po’ di commenti, voi potete andarvi a vedere gli altri qui.

Capirete anche voi che dai commenti dei ristoratori al blog di una cameriera, il passo è breve. Ho sempre desiderato leggerne uno. C’è! Camerieraincrisi, 22 anni, da quattro cameriera in un ristorante per pagarsi gli studi, potrebbe ipnotizzarvi, sempre che siate pronti a mettervi le mani nei capelli, leggendo dei suoi incontri con pargoli pestiferi, genitori stressati, invitati acrobatici, e gente che cambia idea.  Quando si dice che il blog ha anche una valenza terapeutica…

le musiche di oggi erano “Woman like a man” di Damien Rice e “Just breathe” dei Pearl Jam

Ecco la puntata di oggi:

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impatto zero

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Ancora esperimenti. Oggi voglio raccontarvi di Colin Beavan e di quello che trovate sul suo blog. Nel 2007, Colin ha lanciato online il suo esperimento: un anno di graduale eliminazione dei consumi superflui, della spazzatura, degli inquinanti, degli involucri, perfino dell’uso della tv, dell’ascensore, delle scale mobili – per se stesso, sua moglie Michelle, la loro bambina di quattro anni e il loro cane. Tutto questo, a New York, una città che è già diventata estremamente razionale nel consumi energetici e nella condivisione degli spazi comuni, ma che continua a rappresentare, ci racconta Colin,  una “bomba ecologica”, come molte città del pianeta.

L’idea di Colin, e in modo più recalcitrante di sua moglie Michelle, era quella di andare a scoprire in cosa esattamente una singola, normale famiglia urbana “dipendente dal take-away”, nella città delle comodità per eccellenza, potesse ridurre o compensare nel proprio impatto sull’ambiente, senza predicare l’ascetismo o l’anoressia ecologica.

Oggi la storia dell’anno di Colin, il NoImpactman, è diventata un libro e un film, mentre la riflessione sul suo esperimento prosegue sul blog.  Il libro, tutto stampato su carta riciclata da altri libri al 100 per 100,  si chiama L’uomo a impatto zero, le avventure di un liberal col senso di colpa che tenta di salvare il pianeta e le scoperte che fa nel frattempo su se stesso e il nostro stile di vita. Il film, No Impact Man, è un documentario, a sua volta accompagnato da un sito, che segue la famiglia di Colin negli alti e bassi delle sue scoperte.

Prima di entrare nel dettaglio dell’esperimento, potete andare a vedere quali altri esempi di sostenibilità creativa vengono segnalati a Colin da ogni parte del mondo.  Un buon esempio è quello delle scale pedonali della fermata della metropolitana di Odenplan, a Stoccolma. Mentre la maggior parte dei viaggiatori di solito sceglie di salire in superficie con le scale mobili, i creativi di FunTheory hanno allestito sulle scale pedonali una superficie concepita come un pianoforte:  gradini quasi del tutto bianchi, con alcune fasce nere a rappresentare i tasti neri; al di sotto della superficie, un sistema sonoro a basso consumo che fa risuonare ogni gradino al passaggio di chi sale. Da quando la scala-pianoforte è stata allestita, il 60% in più per cento dei passeggeri di Odenplan ha preferito le scale pedonali a quelle mobili, facendo anche esercizio nel frattempo, e facendo “suonare” i gradini.

Ma torniamo al NoImpactMan. A parte la quantità di preparazione che il suo anno a impatto zero ha richiesto, benché Colin e Michelle abbiano affrontato tutti i cambiamenti e le rinunce per gradi, lo scetticismo lo ha circondato sia prima che dopo: “una cosa del genere a New York è impossibile”, è la prima cosa che gli ha detto un amico liberal che è stato anche portavoce di un deputato. A esperimento concluso, libro pubblicato e film in uscita, il conduttore televisivo Stephen Colbert lo ha invitato in tv per buttarla in burla: cosa accadrebbe alla grande economia se tutti facessero come te, riducendo all’osso i consumi? Hai veramente fatto nove piani di scale a New York per un anno? La tua bambina come fa a sapere chi è Scooby Doo se non le fai vedere la televisione? Ecco un frammento della trasmissione.

Colin Beavan è stato al gioco ma è riuscito a far passare un messaggio, il più interessante di tutti: il risultato complessivo del suo esperimento è che meno consumi vuol dire più contatti umani. Una teoria non proprio nuova, visto che già vent’anni fa Lewis Hyde spiegava che il capitalismo ha come mira quella di soddisfare a tal punto i bisogni dei singoli da fare in modo che essi non abbiano più bisogno uno dell’altro, ma almeno Colin l’ha sperimentata nella vita reale, nella metropoli per eccellenza. Meno consumi = più creatività, semplicità, felicità?

Detta così, può sembrare una teoria semplicistica. Ma sul blog di Colin Beavan, in attesa che il suo documentario a impatto zero arrivi anche da noi, potete leggere per esteso della natura complessa e informata del progetto, dei passi dettagliati nella vita quotidiana, del tentativo di aggiungere al minore impatto ambientale anche un maggiore impegno in prima persona, per esempio nella riforestazione. Un buon contributo alla riflessione sullo stile di vita che dovremo inventarci per il futuro, animata anche da una gran quantità di commenti ai post, dal più polemico al più solidale. Colin Beavan sostiene che stiamo delegando le alternative nello stile di vita a chi vive in campagna, ma che sarà quello delle città a cambiare il mondo. Proprio in questio giorni, più di mille lettori del suo blog stanno conducendo il suo stesso esperimento per una sola settimana. Buona lettura.

Infine, proprio mentre Terry Gilliam passa da Milano per presentare il suo ultimo film, i Monthy Python festeggiano il quarantesimo anniversario della loro fondazione. John Cleese, lo stesso Gilliam, Eric Idle, Terry Jones, Michael Palin e il compianto Graham Chapman sono così protagonisti di una rievocazione a tutto campo del loro stile inconfondibile. Loro stessi hanno postato su YouTube una quantità dei loro sketch da rivedere, e domani sera parteciperanno a uno show in diretta dallo Ziegfield Theatre di New York, lanciando nel frattempo il loro documentario Almost the truth, “quasi la verità”. Ecco il trailer.

Le musiche di oggi erano  ”Dream” dei REM e “Six weeks” di Fink

Ecco la puntata di oggi:

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Il libro e la sorpresa

san francisco panorama

L’illustratrice e guerilla artist Keri Smith, canadese, ha appena pubblicato il suo nuovo libro interattivo, This is not a book, e non smette di riflettere, sul suo celebre blog, sul rapporto fra conoscenza e tecnologia, e sull’importanza dell’errore, dell’improvvisazione, della sorpresa. Il suo post di due giorni fa recita così:

“Una delle cose a cui sto pensando ultimamente è come Internet mi stia spingendo a correre molti meno rischi nella mia vita. Mi ritrovo a fare decisamente troppe ricerche su troppe cose (e dio sa quanto mi piace fare ricerche). ma è poi necessario farlo proprio con tutto? Con ogni acquisto, con ogni domanda, con ogni argomento? Il mio acquisto di libri è drammaticamente cambiato, visto che adesso sono capace di filtrare decine di recensioni nel tentativo di determinare quali siano più vicine al mio pensiero e alle mie inclinazioni intellettuali. Invece di formarmi un giudizio basandomi sulla descrizione dell’editore, mi ritrovo a giudicare all’infinito i recensori individuali, persone di cui non so nulla e con cui probabilmente non ho niente in comune. Se ci pensiamo bene, è una cosa molto strana. Se io entrassi adesso in un’aula con dentro cento persone, darei per scontato che soltanto l’1% abbia una personalità simile alla mia (magari è poco, ma io sono decisamente all’estremità dello spettro). Mi farei dare un consiglio su cosa leggere da tutti gli altri? Decisamente no. E allora com’è che valuto un libro da quante stellette ha ricevuto?

Non intendo essere dura con me stessa su questo punto. Se devo spendere del denaro, mi piace sapere che sto facendo una buona scelta basata su tutte le informazioni che posso ottenere. Mi piace quando le perosne mi consigliano un libro, anche quando sono dei completi estranei. Ma sto cominciando a riflettere su cosa comporta un mondo in cui il rischio è ridotto a zero.

Ancora più importante, che diavolo è successo all’occhiata che si dava al retro di copertina, accettando di correre il rischio? Che ne è di quel tipo di apprendimento che nasce dall’aver fatto un errore e doverci convivere? E cosa dire della quantità di tempo che ci porta via fare ricerche su qualunque cosa? Come viene alterata la nostra psicologia dal tentativo continuo di assicurarci che una cosa sia perfetta? Come cambieremo se non rischiamo più niente? Cosa succederà se non compiremo più errori?

Penso che farò un esperimento. Mi vieterò qualunque tipo di ricerca per un mese. Semplicemente un salto nell’ignoto ad ogni gesto che farò. Prometto di comprare libri basandomi soltanto sulla copertina.”

Mentre Keri Smith inizia il suo mese di sperimentazione, si sta concludendo l’esperimento di Nina Sankovitch, che con il 28 di ottobre completerà un anno intero in cui ha letto un libro al giorno, 365 in tutto. Nina,46 anni,  quattro figli, aveva bisogno di qualcosa che la aiutasse a governare il dolore profondo causato dalla morte della sorella. Un anno dopo, anche se ancora in lutto, può dire di aver letto più di libri di quanti l’italiano medio leggerà in tutta la vita, e ha scoperto il piacere di scrivere. Il suo blog è un inno alla bibliofilia onnivora, e alla gioia dei collegamenti che ogni libro scatena con l’altro. Oggi, per esempio, posta la recensione di un romanzo di James Lee Burke, e lo recensisce mentre ne sta, ovviamente, leggendo un altro entro domani. Nonostante la vastità dei libri letti, gli argomenti preferiti da Nina sono chiari, tanto che ha diviso le recensioni per tipo di libro, dalla tristezza al tennis. Esplorate il suo blog e ditemi se avete mai praticato un esperimento in qualche modo simile al suo.

In chiusura, due segnalazioni: la prima è che apre sulla blogosfera italiana il nuovo letteraturarinnovabile.com, all’insegna del concetto che anche la letteratura si può rileggere, rifare, riciclare, come materiale sano, ecologico e rinnovabile. Sul sito cominciate a trovare i primi spunti, dal BookJockey Day che si svolgerà a novembre, al minimanifesto di Letteratura Rinnovabile, che ci provoca sull’idea di plagio e di cover letteraria.

Nel frattempo, giunge a compimento la promessa nuova follia editoriale del trimestrale McSweeeneys, che festeggia il suo 33esimo numero. Lo scrittore Dave Eggers, che citavamo qualche puntata fa a proposito della sceneggiatura del nuovo film di Spike Jonze, e che è anche editore e direttore di McSweeney’s nonché factotum delle varie sedi della scuola di scrittura e assistenza per ragazzi 826, conferma che la redazione della rivista, – 12 persone fisse + 100 fra autori e illustratori – sta lavorando a San Francisco Panorama, il quotidiano cartaceo di McSeeeneys’ che uscirà soltanto una volta, in un solo numero, al prezzo di 55 dollari. La cosa strabiliante è che come un vero quotidiano, porterà le notizie, anche locali, del giorno in cui uscirà – quindi se una gran parte del lavoro di ricerca grafica, le vignette di Art Spiegelman, Daniel Clowes e Chris Ware, i cruciverba, le mappe, un diario dall’Antartide, gli editoriali, e i testi di fiction – tutto ciò che si conviene al domenicale che il giornale vuole essere – possono essere assemblati prima, gran parte del lavoro per San Francisco Panorama si chiuderà la notte prima della sua uscita, che cadrà un bel giorno di novembre. Il giornale verrà venduto nelle strade di San Francisco, ma sarà disponibile anche per gli abbonati e per chi lo prenota. Mentre la stampa cartacea sembra annaspare alla ricerca di aria fresca, dall’assaggio che si può vedere sul sito è chiara l’intenzione di dimostrare che è ancora possibile pubblicare su carta con tutte le pirotecniche varianti creative del formato-giornale.

Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat. Bruce Springsteen e “Breaking dawn” di Brother Ali

Ecco la puntata di oggi:

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buoi dei paesi tuoi

campanella

Con l’aria che tira, mi sembra carino cominciare il diario di oggi con una piccola citazione da Blogghino:

“Non vedo l’ora che si arrivi alla frutta. A me la frutta piace, e poi fa bene.”

Ieri cadeva il Blog Action Day. Il tema di quest’anno era l’ambiente, naturalmente qualcuno ha aderito e qualcuno no, ma trovate comunque centinaia di post che hanno raccolto l’idea del tema. Fra gli italiani ho scelto Soloparolesparse, che ha postato, con tanto di trailer in lingua originale a proposito di un film sudcoreano che arriverà presto anche da noi – Old partner, che uscirà in italiano come Il suono della campanella. Un esempio di collaborazione fraterna fra uomo e animale.

Il 1° ottobre in Cina cadeva il sessantesimo anniversario della Rivoluzione, con tutte le sue implicazioni. La nostra Giada Messetti posta da Pechino cercando di restituirne l’atmosfera e le implicazioni. Mentre noi possiamo vedere il suo blog, lei non può vedere Alaska. Oggi ci siamo collegati in diretta con lei per saperne di più, e anche per farci raccontare dell’oscuramento dei social network in questi giorni particolari. Potete riascoltare il suo racconto nel podcast qui sotto.

Senza maniiii! Con la Fiera del Libro di Francoforte in pieno svolgimento, si rianima il fitto chiacchiericcio sui nuovi formati di lettura. Dopo l’e book arriva il T-book. Lo produce un italiano, Fausto Pasotti, ma per ora esistono solo 6 testi. Non so se il T Book entrerà mai nelle nostre vite, anche se di sicuro il signor Pasotti ci spera. Se chiedete a me, il T book  è un incrocio fra un blocchetto verticale da reporter e una cartella colore delle vernici, è scritto piccolo piccolo, in Tahoma, con due anelli laterali in cui infilare un dito per sostenerlo anziché tenerlo nel palmo della mano. Qui la descrizione, con sapidi commenti in fondo al post, e il video illustrativo dell’inventore.

Le musiche di oggi erano “Take my heart” di Chris Isaak e “Emily’s heart” di Jamie T

Ecco la puntata di oggi:

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gustose frivolezze

strawberries

Oggi cibo, cinema, televisione, e in genere qualche idea su come si possano sprecare grosse somme di denaro:

Si dice che a vedere il kolossal leghista Barbarossa non ci sia andato praticamente nessuno, un flop al botteghino. Ma Le Malvestite, che fra l’altro ha appena preso il premio annuale per i blogger di Riva del Garda, si è sottoposta a questo strazio anche per il nostro bene. Qui la sua eroica recensione.

Conseguenze della recessione: fra le tantissime riviste che stanno chiudendo, in Italia e nel mondo, c’è anche la rinomata Gourmet americana, 68 anni di storia, una delle innumerevoli testate Condé Nast, che a causa del crollo negli investimenti pubblcitari chiuderà, sappiatelo, anche Sposa Moderna e Sposa Elegante (a proposito di appetiti, Playboy invece resiste). Ho trovato la notizia su Gourmet qualche giorno fa sul blog di Mav, che sta nel Vermont ed è costernata, visto che il suo blog è un inno al cibo, e che come molti anglosassoni delle ultime generazioni, anche lei ha scoperto la venerazione per il cibo grazie a Jamie Oliver e a Gourmet. Mentre su twitter si scatena la campagna Savegourmet, a Route 66 del Corriere ecco cosa scrive Alessandra Farkas. Su dissapore.com, invece, in coda al post di Massimo Bernardi, i lettori commentano raccontando di quali riviste non potrebbero fare a meno. Invece su World of Mouth, il bog culinario del Guardian, il racconto di qualcuno che la sa lunga perché a Gourmet ci ha lavorato:

“Il fatto che la Condé Nast abbia deciso che economicamente non ci fosse più ragione di continuare Gourmet, per noi che ci abbiamo scritto è stato un fatto sconvolgente. Lavorare per Gourmet era come sorvolare l’Atlantico in prima classe. Ti rovinava tutte le altre riviste gastronomiche. Non era soltanto una questione di compenso, che comunque poteva toccare diversi dollari a parola. Era anche la perizia delle manovre, che incutevano soggezione: il modo in cui le sedute fotografiche del cibo venivano organizzate come se fossero dei set hollywoodiani, con tanto di chiamate del casting e catering sul posto; le attenzioni dei molti redattori; l’inseguimento da parte dei famosi controllori dei fatti – un episodio famoso è quello della controllora che chiamò un autore, che in un pezzo per Gourmet faceva riferimento a Colazione da Tiffany, chiedendogli il numero di telefono di Miss Holly Golightly in modo che potesse verificare cosa si diceva di lei nell’articolo…
Gourmet era anche celebre per le rigorose verifiche delle ricette. Mi ricordo di una volta che ho fatto un giro negli uffici; mi mostrarono le leggendarie cucine presso il quartier generale della Condé Nast a Times Square. Occupavano metà dell’edificio, con i soffitti a doppia altezza così da ottenere una vista perfetta di Manhattan. Quel giorno sembrava che ci fossero decine di squadre al lavoro, lì a cucinare ogni ricetta da capo più e più volte. Per il lettore britannico il risultato era un po’ difficile da digerire. Sulle pagine di
Gourmet tutto era sempre solare e leggero e morbido e piacevole. Era una glassa burrosa con doppia panna e ciliegie. La rivista si era specializzata in fotografie di pranzi, cene, feste in barca o in spiaggia – piene di gente dai denti luccicanti che si divertiva come non mai. Quando assunse la direzione della rivista, Ruth Reichl, che era stata il critico gastronomico del New York Times, dichiarò di volerla far diventare il New Yorker del cibo. Cosa che molti di noi interpretarono come l’intenzione di riempirla di pezzi chilometrici, approfondimenti e meravigliosi capricci. In realtà, ella ha realizzato quell’ambizione soltanto una volta, quando pubblicò un pezzo monumentale del defunto scrittore David Foster Wallace, “Considera l’aragosta”. Lo aveva mandato alla fiera dell’aragosta nel Maine e lui aveva scritto un trattato sul fatto che le aragoste potessero provare dolore, completo delle sue famose note a pié di pagina. Migliaia di lettori di Gourmet scrissero per protestare. Non era per quello che compravano la rivista. Volevano ricette a prova di bomba per fare la torta di zucca, complete di fotografie pornografiche del cibo”.

Se non avete mai letto il favoloso saggio di David Foster Wallace qui citato, lo trovate nella raccolta Considera l’aragosta.

E infine, visto che ieri era la serata di RaiDue monopolizzata da X Factor, ecco un estratto dalla recensione del giorno dopo dell’ineffabile Diegozilla.

Le musiche di oggi erano “Beato me” di Dente e “Baby Boomer” dei Monsters of Folk

Ecco la puntata di oggi:

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