Archivi del mese: novembre 2009

diffondi la gioia dei Muppets

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Cosa succede a Wikipedia? Il futuro della famosissima enciclopedia online potrebbe essere in pericolo, ha perso quasi 50.000 collaboratori nel solo 2009. Lo racconta una ricerca di Felipe Ortega dell’università Re Juan Carlos di Madrid, ripreso dal Wall Street Journal. Altre considerazioni anche  sulle Venice Sessions.

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Nella messe di blog indiani, ecco un racconto da Mumbai di Kanupriya:

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Era soltanto domenica scorsa che ammiravo le immagini del “Wall Project,Phase -II” condivise su facebook e twitter dai miei amici di Mumbai; nel giro di un giorno mi trovo a leggere che quei muri stupendi sono stati vandalizzati! I murales erano un’inizitiva congiunta della BMC e dei cittadini di Mumbai – un certo numero di persone si erano ritrovate per dipingere e abbellire il muro che corre lungo la Tulsi Pipe Road, fra i quartieri cittadini di Mahim e Matunga. Il progetto del muro come concept è decisamente cresciuto rispetto a quello che era in origine; era partito come l’idea di un pugno di entusiasti che volevano fare qualcosa per i muri di cinta di Bandra, ed è diventato adeso un progetto di abbellimento della città su vasta scala. Non solo si tratta di un modo interessante per trasformare i muri della città, è anche un sistema innovativo per impedire che essi diventino una sputacchiera o una discarica. Ho visto personalmente questo progetto sui muri di Lalbaug, a Bangalore , ed è semplicemente da togliere il fiato. Sono molti mesi che viaggio come pendolare sulla stessa tratta, ma dopo che sono stati realizzati questi dipinti tutta la zona ha una vitalità completamente diversa. nell’ambito di questa iniziativa, la BMC ha dato il via alla seconda parte del progetto lo scorso weekend, quando una massa di cittadini di Mumbai hanno dipinto una quantità di immagini bellissime  e colorate, alcune basate sugli alfabeti, e altre con alcuni messaggi interessanti. Ma nel giro di un solo giorno,  tutto il duro lavoro e lo sforzo di questi cittadini sono stati rovinati dai promotori di tre film, Aladin, Gair e London Dreams. Non ci hanno pensato due volte prima di incollare i manifesti dei film su questi muri decorati!! Se guardate le immagini prima e dopo, non potete trattenervi dal provare un senso di disgusto e di orrore per questo insensibile sabotaggio. I cittadini sono arrabbiati, e hanno ragione, per questo gesto dei promotori cinematografici e i social network hanno visto un’insurrezione del’opinione pubblica. Molti hanno deciso di boicottare al cinema i film in questione.  Viste le ripercussioni, alcuni attori e professionisti del cinema si sono scusati per l’episodio e hanno chiesto la rimozione dei manifesti, ma questo basterò a risolvere il problema? La colla non lascerà dei segni sui dipinti? E quello che è successo cosa ci dice dell’atteggiamento generale verso il paesaggio urbano? da una parte abbiamo un nutrito gruppo di entusiasti che passano il fine settimana ad arricchire con  gusto le loro città, e dall’altra una banda insensibile che non ci pensa due volte prima di rovinarlo. E no, io non credo che sia stato un errore dei poveretti che i manifesti li devono attacchinare, si sono limitati a eseguire le istruzioni che hanno ricevuto; si è trattato senza dubbio di un errore sugli spazi urbani di coloro che la campagna di manifesti l’hanno pianificata. Pensandoci bene, in una città come Mumbai dominata dalla politica dello spettacolo, c’è veramente bisogno di rovinare un muro, dipinto o meno, per promuovere i film? Ci sono sicuramente dei sistemi più interessanti per promuovere i film che non rovinare la bellezza della nostra città”

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Da tre giorni circola su YouTube un video fenomenale, la cui diffusione virale si sta moltiplicando sui blog di tutto il mondo. I fan dei Queen non saranno entusiasti, ma i Muppets del celeberrimo Muppets Show hanno rifatto a modo loro Bohemian Rhapsody. In un episodio del popolare show, che ha 22 anni, i pupazzi di Jim Henson facevano un’imitazione di questo brano dei Queen, ma qui si tratta di un video completamente nuovo, visto anche lo spettacolare lavoro di montaggio. In piena coerenza con il proliferare in rete delle parodie dei video musicali degli anni Ottanta, la casa di produzione MuppetStudios ha deciso di lanciare una piccola serie di videoparodie firmate Muppets, chiamate “virmups”, che è partita con il primo video a giugno dell’anno scorso, e fra gli episodi che seguiranno ci sarà anche la loro versione di “Stand by me”. Qui, il ranocchio Kermit non si vede fino alla fine, quando salta fuori che tutta la canzone è frutto di una videoconferenza sfuggita di mano. Ecco il video.

Le musiche di oggi erano “Adesso è facile” di Mina e Afterhours e “Bohemian Rhapsody” dei Muppets

Ecco la puntata di oggi:

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the end of the world as we know it?

Le Malvestite dicono la loro, scostumate come sempre, nel merito di uno degli Ambrogini appena conferiti dal Comune di Milano a personalità di spicco. Particolarmente gustoso il loro ritratto di Marina Berlusconi.

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Mentre va in scena il forum di Viterbo, e con i ritardi sulle misure da decidere al vertice sull’ambiente di Copenhagen affiorati dal recente incontro fra Obama e Hu Jintao in Cina, oggi arriva l’annuncio che il presidente americano ha deciso di essere presente al vertice di Copenaghen, che è di strada per andare a ritirare il Nobel per la pace a Oslo. Il quotidiano britannico Guardian fa un eccellente lavoro online per avvicinarsi al summit danese: ha una sezione dedicata del sito, un orologio con il countdown all’inizio degli incontri del 7 dicembre, un riassunto delle principali questioni in campo e una valutazione realistica di cosa potrebbe scaturirne (aggiornata al recente incontro fra Obama e Hu Jintao), le notizie aggiornate sul clima raggruppate per temi, le notizie brevi in tempo reale via Twitter, e un aggregatore dei contenuti in tema dei suoi blog. Il summit durerà due settimane, e dopo Kyoto avrebbe dovuto essere l’ultima spiaggia per raggiungere un accordo internazionale sul riscaldamento globale; gli scienziati sono convinti che dobbiamo tagliare le nostre emissioni di gas del 25/40 % rispetto quelle del 1990, e questo se lo facciamo subito, per arrivare a – 80/95% per il 2050. Naturalmente, non è chiaro come dovrebbero distribuirsi i costi immediati di questi cambiamenti, a cominciare da quello dello stop alla deforestazione; è chiaro che a emettere più anidride carbonica sono i paesi più industrializzati, ma è anche vero che fra quelli che inquinano di più ci sono le nuove economie rampanti, come India e Cina, che hanno però centinaia di milioni di abitanti che non hanno nemmeno l’energia elettrica. Nei recenti incontri di Barcellona il quadro di Copenaghen si è delineato come poco promettente, e il post sul blog di Paul Kinsworth ci incita a prendere in considerazione l’ipotesi che non esista un modo sostenibile per mantenere il sistema economico a cui siamo abituati:

“Per un po’ è sembrato che le cose potessero tornare alla normalità. La strada fuori da casa mia, che era diventata un torrente, è tornata di asfalto. Le acque che scorrevano nelle case vicine si stanno ritirando. Le strade sono ancora chiuse, e i ponti sono ancora inagibili, i campi sono ancora dei laghi, ma sembrava che il peggio fosse passato. Solo che adesso in Cumbria sta piovendo di nuovo, e tutti aspettano di vedere quando smetterà e cosa si lascerà dietro. Non ho idea se questo tempo estremo che infuria dietro la mia finestra abbia qualcosa a che fare con i cambiamenti climatici, ma so che descriverlo come tempo estremo non è molto convincente. L’ultima alluvione qui è di solo quattro anni fa. Alcuni persone si erano appena riprese quando sono arrivate le nuove pioggie. E mi chiedo quante altre persone dovranno essere tratte in soccorso dalle loro case con gli elicotteri dell’esercito e quante altre strade principali crolleranno nei torrenti sottostanti, e quante altre case da tè sotto tutela del National Trust verrano sommerse da metri d’acqua prima che noi si afferri che il futuro non si sta comportando come avrebbe dovuto. per un ambientalista come me c’è una reazione standard a questa situazione: ed è quella di dire che questi diluvi sono un’avvisaglia di quello che accadrà se non riduciamo subito le emissioni globali, di dire che la conferenza di Copenaghen del mese prossimo è un punto di svolta, e che abbiamo urgentemente bisogno di trovare un accordo per fermare i cambiamenti climatici. Ma scopro che non riesco più a dire queste cose. Non perché ho smesso di credere ai cambiamenti climatici, ma perché ho smesso di credere che possiamo farci qualcosa. Mentre i politici si preparano a volare a Copenaghen, non posso fare a meno di pensare al viaggio che Chamberlain fece a Monaco nel 1938. A quel tempo vedevano tutti cos’aveva in serbo il futuro: era lì nei discorsi di Hitler e nella feroce aggressione che emanava dalla Germania. Eppure Chamberlain sperò per il meglio. Tornò a casa con un accordo che non valeva niente e tutti lo applaudirono. Ci dimentichiamo quanto l’opinione pubblica fosse contenta di Monaco. Volevano tutti disperatamente credere che la pace fosse possibile, precisamente perché era così ovvio che non lo fosse. Forse quando Copenaghen fallirà, ci aiuterà ad accettare che le nostre visioni del futuro sono inquinate da una falsa speranza. Quello che si racconta di solito sui cambiamenti climatici decreta che dobbiamo raggiungere urgentemente degli accordi e produrre turbine e auto elettriche abbastanza in fretta per poter “stabilizzare il cima” e andare avanti come prima. E’ un racconto costruito sulla fede superata nelle nostre possibilità e nella nostra tecnologia, e si sta scontrando con la realtà ecologica. Abbiamo fatto arretrare le foreste, denudato gli oceani, esaurito le risorse del suolo, spinto altre specie all’estinzione, espanso la nostra popolazione al punto che riusciamo a malapena a nutrirla. e abbiamo cambiato la composizione chimica dell’atmosfera. Per questo non esiste una soluzione rapida, e forse non esiste una soluzione e basta. Il nostro sistema è progettato per questo. Un’economia basata sulla crescita costante non può essere il motore di un cambiamento che ci chiede con urgenza di crescere di meno. Le democrazie fondate sull’idea di dare ai cittadini consumatori quello che vogliono, non sono in grado di dir loro quello che non possono avere. E la psicologia di una cultura che reagisce con orrore a qualunque buca nella strada verso l’utopia non è nella posizione di intraprendere un percorso differente. Il che non significa che la Fine sia arrivata. un altro dei problemi del discorso sui cambiamenti climatici è che offre soltanto due tipi di futuro: Salvare il Mondo oppure Apocalypse Now. Probabilmente non avremo nessuno dei due. Più realisticamente, sperimenteremo quello che altre società umane hanno già sperimentato: un doloroso declino dopo un periodo di eccessiva espansione. Sentiamo parlare molto dell’anno 2050: è una data comoda sulla quale appuntare le nostre speranze di una “società sostenibile”, che ha assunto il significato di fare affari come prima ma senza l’anidride carbonica. Sembra molto più probabile che ora del 2050 andremo a scavare nelle nostre discariche a caccia di metalli e che lotteremo per mantenere l’energia elettrica, mentre sogniamo le barriere coralline che un tempo fiorivano nei nostri oceani che si stavano svuotando. Mi sembra che abbia avuto inizio una discesa. Fisica, dalla cima delle nostre riserve petrolifere e del nostro sperpero di risorse, ma anche psicologica, dalla cima delle nostre comode illusioni. Il mondo non sarà come una volta credevamo che sarebbe stato, e se il fallimento a Copenaghen avvicinerà questa realtà, allora sarà stato utile. Potrebbe aiutarci a capire che le fattorie eoliche e il consumismo verde non sono strumenti di un “futuro sostenibile”, ma gli ultimi ansiti di una bestia ferita. Adesso abbiamo meno possibilità di mandare avanti questo spettacolo di quante ne abbiamo in Cumbria di fermare la pioggia. In entrambi i casi, dovremo imparare a convivere con quello che arriva dal cielo.”

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Dopo aver vinto un mese fa una causa multimilionaria contro il re dello spam, Sanford Wallace, stavolta Facebook è dalla parte dell’accusato. E’ di ieri la notizia del Financial Times secondo cui contro il social network è stata lanciata una class action, una causa collettiva da parte di rappresentanti dei consumatori. Migliaia di utenti lamentano di essersi visti addebitare sulle loro carte di credito spese non autorizzate per l’utilizzo di alcuni giochi online utilizzabili tramite Facebook. Il tutto mentre si moltiplicano le iniziative contro nuove pratiche di marketing online sospette, su cui indaga anche il Senato americano, che spesso danno luogo ad annunci civetta che celano trappole: un click sbagliato, dice il Financial Times, e ti ritrovi a pagare regolarmente per qualcosa che nemmeno ti interessa. Oltre a Facebook, ad essere chiamata in causa nella class action è anche la società Zynga, che secondo il quotidiano èil maggiore player mondiale di giochi sociali via internet. Sono entrambe accusate di aver addebitato spese non autorizzate per milioni di dollari, tramite operazioni periodiche di cui gli utenti non erano a conoscenza. La causa è stata presentata la scorsa settimana da uno studio legale di Sacramento, la Kershaw Cutter and Ratinoff a nome degli utenti di Facebook. Una tra gli abbonati promotori, Rebecca Swift lamenta di essersi vista addebitare prima 80 dollari e poi altri 86 dollari per un servizio che aveva cercato di disdire e che avrebbe dovuto prevedere spese per soli 6 dollari, e comunque scadere automaticamente dopo 15 giorni dalla sottoscrizione. Sulla vicenda Facebook ha affermato di non poter esser chiamata in causa perché i sistemi oggetto della disputa era ospitati da un altro network, riporta ancora il quotidiano. Ma nel frattempo gli avvocati delle associazioni dei consumatori americane stanno mettendo nel mirino altre pratiche di marketing via internet che si traducono in addebiti non autorizzati e non conosciuti dagli utenti. Tra queste una tecnica chiamata “”post transaction marketing”", in cui inconsapevolmente gli utenti si abbonano a offerte che prevedono regolari pagamenti tramite carta di credito e su cui sta indagando anche una commissione senatoriale. Come trucco si utilizzano annunci civetta, in cui all’internauta viene richiesta la compilazione di un questionario, oppure lo si attira con promesse di sconti. Secondo il Financial Times, “sono milioni coloro che ogni anno cliccano sul bottone sbagliato, che risulta in addebiti periodici non richiesti”.

Le musiche di oggi erano “Sort of revolution” di Fink e “Come home to me” di Steve Earle

Ecco la puntata di oggi:

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sprechi e guadagni

Settimana-europea-per-la-riduzione-dei-rifiuti_imagelarge

Visto che oggi parliamo fra le altre cose del legame fra contenuti e indotto pubblicitario, ci sta a pennello questo post di Minimarketing.

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Vi ricordate quando abbiamo parlato estesamente dell’intenzione del tycoon Rupert Murdoch di ritirare i contenuti dei propri giornali dalla disponibilità gratuita tramite Google? Sembra proprio che facesse sul serio: attraverso un accordo con Microsoft, e con il suo motore di ricerca Bing, l’imperatore dei tabloid, del Wall Street Journal e del New York Times si avvia a rimuovere i propri contenuti dalla reperibilità pubblica senza profitto. Se l’accordo va in porto, essi verranno indicizzati attraverso Bing, che in cambio pagherà a Murdoch una percentuale del maggior guadagno ottenuto grazie alla pubblicità che i nuovi contenuti attireranno. Vediamo cosa racconta John Gapper, ripreso da Roy Greenslade sul suo blog del Guardian:

“La trattativa di Rupert Murdoch con Microsoft  a proposito del rimuovere gli articoli dei suoi giornali da Google per darne i diritti di indicizzazione a Bing della Microsoft, potrebbe essere un momento topico dell’economia che riguarda la rete. Il signor Murdoch sembra disposto a sacrificare molto traffico verso i siti dei suoi giornali come il Wall Street Journal e il Times in cambio di un pagamento da parte di Microsoft. In effetti, facendo questo scambierebbe il flusso di raccolta pubblicitaria derivata dai suoi contenuti, che porta visitatori, per un pagamento da parte di Microsoft. Questo suggerisce due cose: o, come sostengono molti evangelisti digitali, sta invecchiando e non capisce niente della rete, oppure si è gaurdato bene i numeri e ha deciso che il traffico di Google non vale molto. personalmente credo che la seconda ipotesi più probabile. Ryan Chittum della Columbia Journalism Review ha fatto qualche calcolo l’altro giorno e ha suggerito che il Wall Street Journal guadagni meno di 12 milioni di di dollari all’anno in pubblicità diretta alle persone che arrivano al suo sito attraverso Google, anche se quelle persone rappresentano il 23 per cento del totale di tutto il traffico del Journal. Il New York Times di solito riceve due volte il traffico del Wall Street Journal. Per semplicità diciamo che il Journal riceverà la metà del Times in guadagni online e derivati quest’anno, circa 51 milioni. Se tutti i visitatori fossero uguali. (e non lo sono), questo implicherebbe che Google porta soltanto 11.7 milioni di dollari all’anno in pubblicità,  $978.000 al mese. Probabilmente questa stima è anche troppo alta, perché equipara la pubblicità che si rivolge agli utenti che arrivano al Journal da Google a quella che si rivolge agli abbonati del giornale online.  I pubblicitari non valutano il traffico casuale che arriva dai motori di ricerca alla stregua di quello degli abbonati, e fann0 bene. I primi sono lettori, mentre i secondi sono clienti che mostrano lealtà verso un prodotto. Perciò è più corretto vedere il traffico verso i nuovi siti attraverso i link e i motori di ricerca come un accorgimento di marketing per attirare abbonati più che come flusso di guadagno. La politica del Journal di dare via qualche articolo e farne pagare altri è a metà fra le due strade. Murdoch sembra aver deciso che non perderà molto abbandonando il traffico di Google e che perfino un piccolo pagamento da parte di Microsoft lo compenserebbe. Sta tentando di far pagare ai distributori i suoi contenuti nello stesso modo in cui igli operatori via cavo americani pagano i network via cavo per avere i loro programmi. Potrebbe aver preso l’idea dal fatto che tre anni fa Google era disposta a pagare alla sua  News Corp $900 milioni di dollari in cambio del diritto a fornire  la ricerca e a vendere pubblicità su MySpace fino al 2010, un affare che non è andato in porto perché il traffico di MySpace si è rivelato insufficiente. Presumibilmente, qualunque pagamento da parte di Microsoft per avere diritto a indicizzare le notizie sarebbe molto inferiore a quella cifra, anche se comprendesse i diritti a prendersi i proventi pubblicitari degli utenti arrivati cliccando sui siti del gruppo di Murdoch. In ogni caso, il principio non mi sembra azzardato. anche se dobbiamo ancora vedere se Murdoch riuscirà a chiudere l’affare. Se il ritorno pubblicitario dal traffico dei motori di ricerca è così basso, perché non scambiarlo con qualcos’altro?”

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Siamo proprio in mezzo alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti; potete partecipare come volete, a livello personale cercando di produrre meno spazzatura nel corso di questa settimana, o aggregandovi alle iniziative dei comuni, o facendo un piccolo progetto cappeggiato proprio da voi. E’ anche, in generale, una settimana contro lo spreco. Se siete interessati in generale a impegnarvi di più su questo fronte, la Comunità Europea vi invierà regolarmente un bollettino, e io vi propongo il quiz ufficiale per capire quanto ne sappiamo di spreco e rifiuti. Non si vince niente ma è un buon promemoria! Fra le lingue della UE ahinoi non c’è l’italiano, ma trovate qualcosa qui.

ps a meno che non abbiate il software per catturare le immagini, NON, dico NON, stampate le soluzioni del quiz: paradossalmente, metà della pagina viene stampata tutta nera, con poca gioia del vostro toner, a proposito di evitare gli sprechi….

Le musiche di oggi erano “Winter winds” di Mumford and sons e “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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Paesi delle meraviglie

Alice in Wonderland

Nel paese in cui muore Brenda e la Costituzione è difesa dai vecchietti, il paese del lodo Alfano, dell’evasione delle tasse, delle veline, dei cervelli in fuga, degli scrittori sotto scorta, ecco a voi, scovato da Massimo Mantellini su facebook e passatomi da C, un curriculum italiano dei nostri tempi.

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L’altro giorno vi ho raccontato di questa nuova mostra del Moma dedicata a Tim Burton, in attesa dell’uscita del suo film di Alice nel paese delle meraviglie . Come promesso, vi ho tradotto l’intervista con cui il regista presenta questa retrospettiva, che trovate qui. Intanto ecco il video:


“Ho disegnato sempre, fin da quando ero bambino; quello che succede quando arrivi a scuola è che gli insegnanti cominciano a dirti, no, non dovresti disegnare così ma cosà, tanto che quando un bambino arriva ai 10 anni si convince di non saper disegnare; a me, anche se pensavo di non essere capace, piaceva lo stesso disegnare, sono stato fortunato ad avere un’insegnante che non imponeva niente, cercava di incoraggiare ciascuno a esprimere i propri punti di forza, il proprio spirito, e quindi anche la propria fantasia, per cui è rimasta una parte importante della mia vita. Tutti questi disegni al Moma, non avevo mai pensato di mostrarli a qualcuno e non li ho mai considerati opere d’arte, perché in realtà non andavano visti, erano parte di un processo, per esplorare delle idee, per sviluppare un progetto. Una cosa che mi piace di questo approccio del Moma è che esce dalle categorie, non c’è solo materiale cinematografico, o illustrazione, hanno fatto un buon lavoro nel mescolare questo tipo di confini. Tutte queste cose, che siano fotografie, piccoli scritti, o bozzetti, per me sono una parte molto importante di qualunque progetto; quando devo comunicare con qualcuno, per me non è facile, così è importante mantenere questa parte del lavoro che si svolge in piccoli progetti privati.
Riguardare tutto questo materiale mi ha infuso nuova energia, è come se mi riconnettesse a tutto il percorso che ho fatto, a quello che sono interiormente; in un certo senso solo adesso mi sono reso conto di essere sempre stato ossessionato da alcune tematiche. Credo che in gran parte siano cose che vengono da come uno è stato cresciuto, dall’infanzia e da come uno si sentiva da bambino o da ragazzo, quella sensazione di essere solo, di essere racchiuso dentro la propria mente, è sicuramente qualcosa che io ho provato intensamente, quel tipo di disconnessione di chi non si sente adatto alla società. Il termine “normale” mi ha sempre spaventato, perché suggeriva qualcosa di sovversivo e terrorizzante, sono cresciuto con i film di mostri e lì questa dinamica era sempre centrale, il mostro era sempre l’escluso, e la gente era sempre un po’ barbara. Questo aspetto ha avuto grande importanza per me, e sembra che non riesca a sbarazzarmene. Quando ero animatore alla Disney, ero molto più strano di come sono adesso, e mi ricordo che mi sentivo più radicato indossando un paio di calzini a righe, c’era questo strano meccanismo circolare per cui mi sentivo molto pazzo, assente, e mettere delle calze a righe mi faceva sentire più calmo, più rappresentato, non so come mai.
Mi colpisce sempre molto come certe immagini mandino fuori di testa gli adulti quando probabilmente hanno fatto parte della loro infanzia come di quella di tanti altri. Le favole per me sono sempre state storie astratte e spaventose, i bambini le capiscono perché rappresentano le astrazioni della loro vita, quello che non riescono a capire, tutte queste strane immagini orribili che credo siano cruciali per l’infanzia, e certe persone le dimenticano diventando adulte. La mia prima risposta al cinema è stata all’espressionismo tedesco, c’era qualcosa in quelle immagini con le ombre, i ritagli di luce, il buio, come in Fritz Lang, erano film che riuscivano a catturare uno stato onirico o il paesaggio della mente, qualcosa che io sentivo in modo molto forte. Un film che sicuramente mi ha colpito moltissimo era
The Omega Man con Charlton Heston (1975: occhi bianchi sul pianeta terra), non so come mai ma è uno dei miei film preferiti, mi torna in mente che quand’ero da solo facevo finta di essere Charlton Heston, a ripensarci fa un po’ paura, ma è così.
Quanto ad
Alice nel paese delle meraviglie, non è che pensassi di doverlo fare, anche se sicuramente è coerente con quello che ho fatto prima, alcune immagini mi sono molto vicine, ma lo faccio comunque con l’idea di un progetto personale, con l’immaginario delle favole, il tipo di simbolismo che aveva per me Edward mani di forbice, ce l’ha anche Alice, è una sorta di non entità, per me è stato così anche con Batman, anche se ero un fan del fumetto, mi interessava una certa idea del personaggio, questa questione della qualità nascosta, del desiderio di nascondere la propria personalità, è di sicuro qualcosa di ben noto, ma che in me fa risuonare qualcosa di molto personale.
Di sicuro il modo di realizzare film è molto cambiato nel corso degli anni, quello che cerco di fare è di mantenere il più possibile un approccio artigianale, fatto a mano, perché mi piace ancora l’idea di avere attori veri, e set fisici, avere delle limitazioni da rispettare, è questo che lo rende veramente divertente. Tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso può diventare un po’ travolgente, è quasi l’opposto di come ero abituato. In ogni caso, cerco di mantenere questo cinema il più umano e tattile possibile, anche se girando in una sorta di vuoto pneumatico è molto più difficile, spesso gli attori non girano nemmeno la stessa scena insieme; io ho sempre avuto la possibilità di godere della fisicità del set, di gioire alla vista dell’attore che recita e si muove in quell’ambientazione, è qualcosa che resta con me.”

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E per finire, India. Da Shekar Khapur, una personalità del cinema di Bollywood che ama dilettarsi anche di yoga e spiritualità, il post di qualche giorno fa sulle resistenze indiane in tema di ambiente e sulle rivolte “rosse”. Non fateci caso se qualcosa vi sembra molto familiare…

“La NTDV mi ha chiesto di partecipare a un programma per discutere con il nostro Ministro dell’Ambiente sul fatto che i ghiacciai dell’Himalaya non si stiano affatto ritirando. Mi chiedo se il ministro ci sia mai stato. Caro Ministro, qua non è questione di statistiche, vada a chiedere alle popolazioni locali. Le statistiche si possono manipolare, come sappiamo tutti. Vada semplicemente lassù e guardi con i suoi occhi. E comunque i dati statistici dicono che i ghiacciai che si stanno ritirando con la più alta rapidità del pianeta sono quelli himalayani.
E adesso qualcosa a proposito dell?india che diventa Rossa. I Naxaliti e i Maoisti. la massiccia ribellione contro l’oppressione e il malgoverno – che ha condotto ambiziosi gruppi armati a trarre vantaggio dalla ribellione della gente oppressa. Mentre la nostra stampa e il nostro governo li chiamano una ribellione contro lo Stato Indiano e la Legge e l’Ordine, la verità è che queste persone lo stato indiano non l’hanno mai visto e che l’unica legge e l’unico ordine che hanno mai visto è il trattamento bieco e le umiliazioni che hanno patito per mano dei rappresentanti del Governo indiano o della Legge. Essi hanno percepito l’ascesa dell’India come superpotenza economica globale attraverso la confisca delle loro terre, in cui si trovano ricche risorse. Mentre l’esercito indiano lancia un attacco vero e proprio contro la sua stessa gente – stavolta senza la possibilità di incolpare una potenza straniera o il fondamentalismo islamico – è arrivato il momento che noi indiani pensiamo seriamente a noi stessi. Che cos’abbiamo che permette ai ricchi e ai potenti di trascurare completamente non solo i bisogni della maggioranza del nostro popolo, ma anche di opprimerli, trattando le loro famiglie e le loro donne peggio che se fossero animali. Non significa niente la nostra costituzione, che garantisce gli stessi diritti fondamentali a tutti i cittadini indiani? Oppure è stata scritta soltanto per la potente elite delle città? Che contraddizione. Mentre il governo indiano parla giustamente di crescita inclusiva, lancia un’enorme offensiva armata contro il suo stesso popolo, e chissà quanti innocenti, donne e bambini perderanno la vita nel fuoco incrociato. Come siamo arrivati a questo punto?”

Le musiche di oggi erano “Can’t help but smiling” di Devendra Banhart e “Just breathe” dei Pearl Jam

Ecco la puntata di oggi:

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maratone

simo capecchi drawing headphones

Da oggi, se avete un blog, un giorno potrebbe capitarvi di trovare fra i commenti dei vostri utenti anche quello del presidente degli Stati Uniti. E’ quello che è capitato ieri alla cubana Yoani Sanchez. Probabilmente nel quadro del suo disegno sui rapporti diplomatici con Cuba, che mira sostanzialmente al disgelo e in prospettiva alla fine dell’embargo, Barack Obama ha infatti deciso di rispondere alle domande della giovane dissidente direttamente sul suo blog, Generacion Y.  Nel primo link trovate il post tradotto in italiano, nel secondo quello originale in spagnolo (tradotto dall’inglese dai traduttori della Casa Bianca per essere postato sul blog di Yoani). Le possibili “aperture” sono da leggere fra le righe; per ora, per quanto la Sanchez sia sicuramente usata come testa di ponte nel “nuovo corso” dei rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti, si tratta del primo caso nella storia di un presidente in carica che accetta di discutere online con un blogger.

Come anticipato quando abbiamo festeggiato il primo compleanno di Urban Sketchers, domani è l’atteso giorno di Sketchcrawl, e potete partecipare anche voi; ecco un’intervista con l’inventore della maratona di disegno, Enrico Casarosa.  Potete partecipare anche in modo indipendente, semplicemente accettando la regola del gioco, e poi parlarne sul vostro blog. Se invece ci tenete a venire segnalati su Urban Sketchers, fate il vostro login e segnalate la url del vostro blog o del sito dove pubblicherete i disegni che avrete realizzato durante la maratona. Da Seattle a Tel Aviv, da Sydney a Tokyo, da San Francisco a Roma, per un giorno intero disegnate la vostra città. Qui potete conoscere uno dei gruppi italiani di partecipanti, quello di Bologna.  E potete sentire qui sotto il suo coordinatore, Miguel Herrantz, che si è collegato in diretta con noi. I disegni che verranno realizzati a Bologna li troverete qui fra un po’, gli altri potrete vederli sul Flickr di Urban Sketchers.

La canzone di oggi era  ”Take my heart” di Chris Isaak

Ecco la puntata di oggi:

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la Verità sui Mostri

Questo è lo spot animato che Tim Burton ha realizzato per la retrospettiva che il Moma di New York gli dedicherà da domani. Infatti, in attesa dell’uscita della sua versione attesissima di Alice nel paese delle meraviglie, il Museo d’Arte Moderna gli dedica una mostra che non è fatta solo, come si potrebbe pensare, di disegni preparatori e storyboard dei suoi film d’animazione, ma di opere a sé stanti vere e proprie, e della proiezione integrale di una serie di lavori meno noti al pubblico del grande schermo, una sorta di grande rassegna d’essai che comprende anche un programma per famiglie, dal Bambino Ostrica alla Lurida Verità dei Mostri. Ecco un resoconto dal Moma via Daily Beast, in attesa di proporvi l’intervista col regista in una delle prossime puntate.

“Questa grossa retrospettiva su Tim Burton, nato negli Stati Uniti nel 1958, consiste in una mostra in galleria e di una serie di film che abbracciano la sua carriera come regista. produttore, autore, e artista concettuale per i film con attori e quelli di animazione. Seguendo la corrente del suo immaginario visivo dai primissimi disegni di quando era bambino fino al lavoro della sua maturità, la mostra presenta opere generate lateralmente dal lavoro sui suoi film, e mette in luce una serie di progetti mai realizzati e di opere mai viste prima, insieme ai suoi lavori di quando era studente d’arte e ai suoi primissimi film amatoriali, e ad alcuni esempi del suo lavoro come narratore e come illustratore per progetti diversi dal cinema, come il web e l’animazione. I temi contrastanti dell’adolescenza e dell’età adulta, e gli elementi di sentimento, cinismo e umorismo informano il suo lavoro in una quantità di media diversi – disegno, storyboard, immagine digitale e in movimento, marionette e maquettes, oggetti di scena, costumi, taccuini e cartoni animati. Prendendo ispirazione dalle fonti della cultura pop, Burton ha reinventato il cinema hollywoodiano trasformandolo in una esperienza spirituale, e influenzando una generazione di giovani artisti che lavora nel cinema, nel video e nella grafica”.

C’è qualcuno che indaga da molti anni sulla nostra esperienza individuale e sociale e suoi riflessi nella comunità virtuale, anche se in rete ha una presenza invisibile. Esploratrice della wilderness reale e virtuale, e come tale fra le muse di Alaska, la saggista americana Rebecca Solnit ha scritto la Storia del Camminare pubblicata in Italia da Bruno Mondadori, e la Field guide to getting lost, un’indagine privata sull’effetto del perdersi negli spazi selvaggi. E’ uscito da poco in Italia il suo nuovo libro, Un paradiso all’inferno (ed. Fandango), un’indagine sulla reazione positiva di auto-organizzazione e solidarietà di diverse comunità in seguito ad alcuni macroscopici disastri naturali – incendi, terremoti, alluvioni – o attentati – come l’11 settembre – o catastrofi in cui si sono mescolati gli effetti della natura e quelli della mano dell’uomo, come l’uragano Katrina. Con una interessante postafzione italiana sullo stesso modello applicato al terremoto dell’Aquila, il libro è un inno al mutuo soccorso e alla comunità utopica che si realizza nel momento in cui cadono le abituali categorie del potere. Vi propongo la nostra conversazione con Rebecca Solnit, da poco passata da Roma.

Svolte clamorosi, piccoli scandali, solita pizza o forse un po’ meno del solito. E’ l’epopea del contest canoro X Factor su RaiDue, quando mancano due puntate alla finale, e possiamo sostenerla solo grazie a una certa quantità di sana cattiveria:  ecco il resoconto dell’undicesima puntata dall’infallibile Diego Cajelli su Diegozilla.

le musiche di oggi erano “Fitz and dizzyspells” di Andrew Bird e “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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Mormorii

pia jane bijkerk floating book

Si chiama Pia, è una giovane fotografa di design d’interni, e come molte sue colleghe ha una doppia vita. Mentre per vivere, e anche per viaggiare, fotografa le case degli altri per le grandi riviste internazionali di arredamento, tiene anche un blog molto personale, nel quale lancia i piccoli libri di cui è art director. Come molte sue colleghe, ha un occhio da scenografa, un immaginario molto più intimo di quello che il lavoro giornalistico le consente di mostrare, ed è sradicata. Australiana di origine olandese, si è trasferita presto a Parigi, dove ha conosciuto il suo fidanzato francese, con il quale si è trasferita ad Amsterdam. Sul suo blog trovate un diario della vita sui canali, in forma di foto straordinariamente delicate, spesso Polaroid, e di testi un po’ sognanti. Ecco il suo resoconto di come ha scoperto la piccola casa galleggiante dove abita adesso, godetevi nella puntata qui sotto anche i suoni che registrato dalla finestra sul canale, e quelli di lei che suona il pianoforte a bordo.

*

Avete seguito di certo in questi giorni le notizie dalla Cina sulla visita di Obama, il suo incontro con Hiu Jin Tao e i vertici economici, la delusione sull’avanzamento delle questioni ambientali, la nascita fra le righe del governo bi-polare del mondo. Qui ad Alaska, come sempre, cerchiamo di capire com’è stato vissuto questo evento politico da qualcuno che vive lì, e i paradossi della comunicazione, reperibile e non, di queste giornate cinesi. Lo facciamo con Giada Messetti collegata in diretta da Pechino, che potete riascoltare nella puntata qui sotto.

E in chiusura, a furor di popolo, torna la cameriera in crisi, alle prese con una bizzarra richiesta sul kebab…

le musiche di oggi erano “Map of the world” dei Monsters of Folk e “House where nobody lives” di Tom Waits

Ecco la puntata di oggi:

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testa parlante

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Non so voi, ma anche quest’anno mi fa un certo effetto vedere i pini innevati e i Babbi Natale in vetrina già ai primi di novembre. Così voglio proporvi qualche spunto sull’osservazione delle vetrine dei negozi. Qui potete trovare un pensiero ricorrente sulle stagioni virtuali delle vetrine, che credo una volta o l’altra abbiamo avuto tutti.

Ecco qui una breve storia della vetrina: (lettura consigliata Emile Zola, Al paradiso delle signore, 1883)

Qui invece un parallelo fra le vetrine e i linguaggi del web. Davide Rapetti, già che c’è, posta anche un piccolo video di Munari all’Università di Venezia nel ’92, che di vetrine appunto discetta.

L’ex Talking Heads David Byrne ha un blog favoloso – soprattutto se vi piace leggere di bicicletta, pittura, fotografia e ovviamente musica. Vediamo cosa ci racconta dell’Anticristo di Internet:

“Ho cominciato a pensare qualche giorno fa a come la digitalizzazione e il networking di tante delle cose che ci sono care abbia cambiato tutto. Intuisco che nel corso della mia vita assisterò alla fine dei libri, o della maggior parte dei libri, delle copie fisiche della musica registrata e probabilmente anche dei giornali di carta. Roba che è esistita per migliaia di anni scomparirà mentre io sono ancora vivo! la fotografia in pellicola è ormai residuale, un mestiere artigianale usato dagli artisti e dai fotografi di moda di lusso. E scriversi lettere? Su carta? Imbucarle nella cassetta della posta? Quando è stata l’ultima volta che ho scritto e spedito una vera lettera? Tutti quei volumi accademici piene delle lettere di Auden o di Jane Austen – è difficile immaginare una raccolta degli sms, dei tweet e delle e-mail di qualcuno. Sospetto che presto scomparirà anche la televisione come la conosciamo D’accordo, la pellicola e la musica registrata esistono soltanto da un centinaio d’anni, ma i libri! E questo mi ha spinto a chiedermi – com’è cominciato tutto questo?

Internet, il World Wide Web, per quanto sia stata un bene, si è lasciata dietro un mucchio di detriti, al di là della mera eliminazione di quei formati che credevamo eterni,  e delle industrie che li producevano. L’interconnettività ha facilitato la perdita di privacy di molti cittadini del mondo. Siamo stati liberati e allo stesso tempo fatti prigionieri. Ho l’impressione che la perdita di privacy  - che mi appare inevitabile – sia una parte e un allegato di tutto questo progetto. Non si possono avere degli efficaci algoritmi di ricerca, la computazione per nuvole e la digitalizzazione di tutto e aspettarsi ancora di mantenere l’anonimato del passato.

La corsa alla sicurezza è aperta, ma mi chiedo se il sogno dell’accesso illimitato e quello della sicurezza dei dati personali e industriali non siano semplicemente incompatibili. Forse non possiamo averli entrambi. Forse dobbiamo alzare le mani e arrenderci. Smettere di resistere, vivere totalmente e completamente in pubblico. Il mondo sarebbe così davvero quel villaggio predetto da McLuhan – uan piccola città in cui tutti sanno i fatti tuoi. Forse questo ci manterrebbe onesti, e ci spingerebbe a capire che come guardiani del pianeta siamo veramente tutti insieme in questa impresa.

Questa “distruzione creativa” è cominciata negli anni Sessanta, come molte cose che adesso amiamo e di cui ci siamo pentiti, e all’inizio era uno spinoff di un progetto finanziato dalle agenzie militari americane.  I militari (e l’agenzia spaziale) ci hanno dato il Velcro e (credo) i circuiti integrati, oltre ai colpi di piccone che hanno contribuito a coltivare i casini in Medio Oriente, in Sud America e in Afghanistan. Il collegamento fra Internet e i militari, anche se mi piacerebbe tanto che fosse una grossa cospirazione segreta, sembra molto più benigna di così. In fondo, Mefistofele arriva a Faust sotto forma di barboncino. In alcune versioni della storia, egli non può entrare in casa se non è invitato, bisogna invitarlo come un vampiro.

C’è un uomo che ha previsto una rete globale prima che una cosa simile fosse possibile. J.C.R. Licklider (che sembra il nome di un personaggio dei fratelli Coen!) ha immaginato, in un saggio del 1960 intitolato Simbiosi fra Uomo e Computer, “una rete di computer collegati fra loro da linee di comunicazione a banda larga, a fornire le funzioni delle biblioteche di oggi tutte insieme con la possibilità di archiviare e ritrovare informazioni e altre funzioni simbiotiche”. In altre parole, aveva già capito tutto. Era l’anticristo? O semplicemente un profeta? Per una strana coincidenza, Licklider aveva cominciato la carriera studiando la psicoacustica e aveva scritto un saggio intitolato Duplice teoria della percezione del pitch nel 1951, su cui si basa la concezione contemporanea di come percepiamo il pitch. Che l’uomo che ha previsto l’informazione globale fosse interessato all’inizio a come percepiamo la musica è un po’ strano. Licklider non ha inventato l’online banking e le libraries, ma ne ha “piantato il seme”. Forse, piantare semi incoraggia gli altri a realizzare una visione. In una parola, immaginare è creare.

Negli anni Cinquanta, Licklider lavorò a un progetto della Guerra Fredda noto come Ambiente di terra semiautomatico (il SAGE) concepito per craere un sistema di difesa via aria supportato dai computer. Fu tra i fondatori dell’Arpanet, precedessore di Internet, e nel 57 fece la prima dimostrazione pubblica di time-sharing,”dove, molteplici utenti potevano condividere l’utilizzo di un singolo computer. E nel 1958, divenne presidente della Società Acustica americana. Quando leggo che diceva che le esperienze condivise via computer avvengono “senza caratterizzazione di luogo”, mi sembra che ne avesse colto la incorporeità, quella di un’esperienza fuori dal corpo, che non ha manifestazioni fisiche ma ci sta accadendo lo stesso.

Mentre questi reti si evolvevano, avvennero nello stesso momento anche una quantità di innovazioni e di invenzioni tecnologiche che avrebbero permesso la digitalizzazione di ogni tipo di media. Tutto quello che presto avrebbe viaggiato sulle stesse reti.  La tecnologia che permise la digitalizzazione dell’informazione sonora è stata in gran parte sviluppata dalle compagnie telefoniche. I laboratori della  Bell, una divisione di ricerca della AT&T, volevano trovare modi più efficienti e affidabili di trasmettere le conversazioni telefoniche. Fino ad allora le linee erano analogiche, e l’unico modo per far spazio a un maggior traffico era quello di differenziare le frequenze alte e basse, trasformando il suono lo-fi così ottenuto in onde che correvano parallele senza interferire una con l’altra, come le trasmissioni radio. La tv e la radio avevano lo stesso problema. Con i loro scienziati, che vinsero anche dei Nobel, quelli della Bell riuscirono a digitalizzare il suono, cioè a campionare un’onda sonora a costi non proibitivi e a suddividerla in frammenti lasciando la voce umana ancora riconoscibile. Molta della ricerca che rende un suono comprensibile fa uso delle lezioni della psicoacustica, cioè di come il cervello percepisce i suoni, e torniamo così di nuovo a Licklider.

Da questa combinazione di psicoacustica e di ricerca tecnologica è emerso l’equipaggiamento digitale che viene usato, fra gli altri, negli studi di registrazione, dove io ho visto questa tecnologia. Negli anni Settanta, gli hamonizer i delay digitali che cominciavano ad apparire erano in effetti dei campionatori primitivi, con campioni che duravano meno di un secondo. vennero presto seguiti da macchine che potevano trattenere campioni più lunghi e a maggior risoluzione, e manipolare questi suoni più liberamente (grappoli di dati più che di suoni, tecnicamente). Ne risultava tutta una serie di bizzarrie. I laboratori della Bell erano coinvolti nella produzione di un processore vocale chiamato vocoder, che conservava alcuni aspetti del parlato o del cantato, come formazioni di discorso, la forma del suono, ma non il suo pitch. Usando questa macchina si potevano trasmettere questi aspetti della voce separati dal resto della vocalizzazione in modi che li rendevano inintelleggibili. Uno degli usi che se ne faceva era la crittologia, che poteva essere decodificata da parte del ricevente. Queste macchine vennero adattate anche alla produzione musicale, come nel caso dei Kraftwerk. Io uuna volta ho usato un vocoder preso in prestito da Bernie Krause quando Brian Eno e io abbiamo fatto il disco di Bush of ghosts. Era fatto meravigliosamente, ma abbastanza complicato e molto costoso.

Un harmonizer costava migliaia di dollari, un riverbero digitale poteva costare a uno studio anche diecimila dollari, e un aggeggio per il campionamento come il Fairlight o, più tardi, un Synclavier costava molto molto di più. Ma presto il prezzo delle memorie e del meccanismo con cui il suono veniva processato crollò, e la tecnologia divenne più abbordabile. Gli economici campionatori Akai divennero la spina dorsale della musica hiphop e dei remix dei dj, e i suoni di batteria campionata o derivata digitalmente dai suoni reali presero il posto dei batteristi nelle registrazioni da studio. E così, eccoci in corsa, nel bene e nel male. Divenne possibile la digitalizzazione del suono, la registrazione digitale e poi il CD, e non molto tempo dopo i computer erano già in grado di registrare, archiviare e processare la musica. Qualche anno fa ho visitato i laboratori della Bell e mi hanno mostrato la famosa camera anecoica, quell’ambiente perfettamente insonorizzato in cui John Cage disse di poter sentire il suono del proprio cuore e il sibilo del suo sistema nervoso. La sua scoperta fu che il silenzio non esisteva, perché quando anche blocchiamo tutti i suoni, non possiamo smettere di sentire noi stessi.

Dopo il 1988, in cui con il grafico Tibor Kalman vidi a Long Island il Sytex, il macchinario digitale che poteva manipolare le immagini della copertina di un disco dei Talking Heads a un costo incredbile, il prezzo delle scansioni è crollato, ed è diventato comune rimaneggiare immagini in Photoshop. Oggi chi mai acquisterebbe la pellicola per la macchina fotografica? Qualcuno resiste, e non ho dubbi che parte di quella ricchezza delle immagini sia andata perduta, ma lo scambio sembra equo, e soprattutto, inevitabile. Una cosa simile era già successa prima che il fotogiornalismo scoprisse le infinite possibilità di archiviazione del digitale. Maneggiando del materiale d’archivio dei telegiornali per una mia ricerca, mi accorsi che già qualcosa si perdeva quando veniva trasferito su 16mm.

Il mondo incorporeo che aveva immaginato Licklider si è realizzato, facendo scomparire i mestieri di coloro che avevano a che fare con i supporti fisici. La prima cosa che si è perduta è la posta. Continuo a ricevere bollette e pubblicità, ma la mia comunicazione personale e quella dei miei amici avviene solo via e-mail e sms, ormai da un pezzo. Non mi ha sorpreso assistere alla scomparsa del vinile, delle cassete o dei CD, o forse è accaduto così gradualmente che non è stato uno shock. Non mi mancano nemmeno. Ma immaginare di assistere alla fine del processo di stampa, libri, riviste e giornali, mi sconvolge. Anche se si tratta di materiale molto diverso dalla musica, gli schemi sono troppo simili per poterli ignorare, a meno di non farlo apposta. I libri sono rimasti uguali praticamente dai tempi di Gutenberg, ma anche questo sembra stia per diventare storia antica. Non sto dicendo che non deve succedere, e la comodità di accesso alle informazioni diventerebbe incalcolabile, anche se la democrazia così come la conosciamo potrebbe scomparire. Non possiamo lasciare ai blogger il monitoraggio del potere. Il flusso che sembra sfiorare perfino la Cina ha i suoi pro e i suoi contro. Non possiamo immaginare la nostra vita senza l’ultilità di Internet, e in fondo non sembriamo troppo preoccupati della nostra perdita di privacy, o della massiccia quantità di informazioni su di noi accumulata da Google da altre imprese commerciali. Nonostante i dubbi sulla privacy sollevati da tanti articoli di giornale, a me sembra che la persona media sia piuttosto disponibile a cedere qualcosa della propria vita privata in cambio di certe comodità. Ho scoperto che pagando una piccola quota posso trovare in Google quanto una persona comune ha pagato la sua ultima casa, e ne sono rimasto sconvolto. E si trattava di me, non di una potente agenzia del governo. E’ innegabile che il flusso delle informazioni si muove sempre in entrambi i sensi.

In alcune parti del mondo la fine della privacy è vicina, per alcuni sarà traumatica, per altri sarà perfino un conforto, perché cedere la propria privacy fa confluire nel gregge, e questo a volte è liberatorio e rassicurante. Come la nostra cultura delle grandi industrie, e il suo gemello, il governo, userà questo massiccio processo di cambiamento, spinge a immaginare qualcosa di vicino alle paranoie di Philip Dick piuttosto che un villaggio globale accogliente che ci nutra e ci protegga. Questo cambiamento contiene forze opposte e confliggenti, entrambe vere. Il libero flusso delle informazioni, e la possibilità di digitalizzare tutti i media appena entrano nella corrente, ha molte più ripercussioni che non la fine dei libri, dei giornali o dei cd – essa tende a un massiccio slittamento sociale e politico. Forse Licklider aveva previsto anche questo, ma non ce l’ha detto.”

le musiche di oggi erano “Don’t follow” degli Alice in Chains e “And she was” di David Byrne

Ecco la puntata di oggi:

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non lasciarla via e-mail

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Dopo le notizie disordinate arrivate in questi giorni sul massiccio black-out elettrico che ha colpito diversi distretti del Brasile,ho cercato i resoconti dei blogger; naturalmente, una buona parte non potevano bloggare perché si sono ritrovati senza luce (la città più colpita è stata Rio, e il blackout ha interessato milioni di persone) e per di più – cosa che mi provoca enorme sconforto – io non parlo portoghese. Ecco allora il resoconto in inglese di uno straniero che blogga dal Minas Gerais, dove la luce non è andata via.

” Per quelli che stanno seguendo le notizie sul black-out in Brasile, ecco cosa posso raccontarvi: alla diga di Itaipu, la più grande del mondo, che produce energia per quasi tutto il sud del Brasile, si sono bloccati 18 generatori, lasciandone così attivi soltanto due, quelli che mandano energia in Paraguay.  In una intervista telefonica, i conduttori del canale Globo  hanno fatto domande incalzanti a un portavoce della diga di Itaipu, alle quali questi ha avuto ben poche risposte, dicendo che a causare il problema potrebbe essere stato il vento. La parte peggiore è che secondo questo portavoce ci vorranno due o tre giorni per ripristinare del tutto la fornitura elettrica. Resta il fatto che le sue risposte a queste domande stringenti e intelligenti  sono state straordinariamente vaghe. Io mi trovo nello stato del Minas Gerais,  nel sud-est del Brasile, e qui abbiamo ancora la luce, anche nella capitale, Belo Horizonte. Non c’è stata nessuna notizia di esplosioni di violenza o di gesti criminali. Primo aggiornamento:  Itaipu rifornisce di energia elettrica un buon 20% del Brasile. La persona che gestisce la diga – un’azienda statale – è stata nominata dal presidente Lula. Il blackout ha colpito anche la capitale, Brasilia, e diversi altri stati. Secondo aggiornamento: le forti tempeste sul fiume Paranà fanno pensare che i responsabili della diga abbiano qualche ragione quando dicono che il guasto è legato alle condizioni metereologiche.  La diga di Itaipu funziona in accordo fra Paraguay e Brasile, e il grosso dell’energia va a quest’ultimo. Inizialmente, l’elettricità è mancata anche sul lato paraguayano, ma è tornata rapidamente. Secondo l’AFB, l’energia è tornata dopo quattro ore”.

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L’artista francese Sophie Calle arriva alla Whitechapel Gallery di Londra con una mostra fantastica. Più di 120 fra amiche e colleghe hanno fornito la loro interpretazione di un’e-mail di 20 righe con cui Sophie è stata lasciata dal suo fidanzato. Fabio Barbieri è andato a vederla, leggete qui il suo racconto e ascoltatelo nel podcast di oggi qui sotto.

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Siete abbastanza grandi da ricordarvi V-Visitors, la serie televisiva degli anni Ottanta, un po’ fatta in casa, con gli alieni rettili? Ebbe un grande successo anche da noi, e si è parlato per anni di un remake moderno, con attori da cast di grande fiction americana; trovata la leader degli alieni nell’italo-brasiliana Morena Baccarin, il remake arriva finalmente sulla Abc (e su Joi) grazie agli autori originali della prima serie. Oltre a ricordarci quella riflessione di qualche giorno fa sulla “paura dell’invasione” che gli americani sublimano nella fiction e nell’ansia per la suina, quando vedrete questo trailer non potrete fare a meno di pensare che da noi in Italia i Visitors sono già arrivati da un pezzo.






Le musiche di oggi erano “Just breathe” dei Pearl Jam e “Lovestruck” degli Hush

Ecco la puntata di oggi:

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attrezzi di lavoro

kurt con pumpkin

(Kurt Vonnegut e Pumpkin)

Vi piace la nuova veste dei link in azzurro?

Partiamo dalla cucina, e da quello che sta combinando Jamie Oliver, che forse ci dice come potrebbero diventare i libri di cucina del futuro, Dissapore recensisce la nuova trovata (niente male) dell’enfant prodige della gastronomia inglese, quello che ha convinto Blair a rifare completamente i menu delle scuole inglesi e che ha portato sulla tavola della regina la dieta mediterranea. Posto che Jamie Oliver, per bello e simpatico che sia, ormai sta un po’ alla cucina come l’Ikea sta ai mobili, la sua idea non è niente male. Si tratta di un’applicazione per l’IPhone con le istruzioni e la ricetta per un pasto da preparare in 20 minuti. Ecco di cosa si tratta nei dettagli.

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Un paio di puntate fa abbiamo sfiorato un post di Alexandra Alder sulle bislacche abitudini dei grandi scrittori che potrebbe piacervi, così ve lo traduco, prima che Murdoch cambi di nuovo idea e gli articoli del Wall Street Journal non si trovino più online:

“Nicholson Baker si alza alle 4 del mattino per scrivere a casa sua nel Maine, lascia le luci spente e imposta il portatile con lo schermo nero e il testo in grigio, in modo da non interrompere la sensazione di buio.  Scrive per un paio d’ore in quello che definisce uno stato onirico, e poi torna a dormire, per risvegliarsi alle 8.30 e correggere quello che ha scritto. Il suo primo romanzo l’ha scritto dettando in un registratore mentre faceva il pendolare aventi e indietro dal lavoro. Per il ultimo romanzo su un poeta frustrato si è fatto crescere la barba per somgliare al suo personaggio, ha messo un cappellaccio marrone, e si è videoregistrato con una telecamera per 40 ore mentre leggeva poesie ad alta voce. Alla fine, quando la bozza del romanzo gli è sembrata troppo ordinata, lo ha diviso in sezioni numerate e le ha mescolate tutte a caso. Ne è venuto fuori un gigantesco casino e ha fatto una fatica terribile per rimettere tutto al suo posto.

Al romanziere turco premio Nobel Orhan Pamuk capita di riscrivere la prima frase dei suoi romanzi da 50 a 100 volte. “La prima frase è la più difficile, è dolorosa”, dice. Pamuk scrive a mano, su taccuini a quadretti, e riempie una pagina di prosa lasciando l’altra libera per le revisioni, che inserisce come balloon di fumetti. Poi spedisce i taccuini a un dattilografo rapidissimo che glieli restituisce sotto forma di dattiloscritto, e questo ciclo va avanti e indietro tre o quattro volte.

Hilary Mantel scrive subito appena sveglia la mattina, prima di aver pronunciato una sola parola o aver toccato un goccio di caffè. Di solito prima butta giù degli appunti su quello che ha sognato, altrimenti si confonde. Ha l’ossessione di prendere appunti e si porta sempre in giro un taccuino su cui annota frasi strane, frammenti di dialogo e descrizioni, che poi attacca su una gigantesca bacheca in cucina, dove rimangono finché non ha trovato loro un posto nella storia che sta scrivendo.  Ha appena passato cinque anni a fare ricerche per il suo romanzo che ha visto il Booker Prize, un dramma alla corte dei Tudor al tempo di Enrico VIII. La parte più difficile è stata far coincidere la sua vicenda con i fatti storici, per questo ha creato un catalogo di schede, una per ogni personaggio in ordine alfabetico. Su ogni scheda aveva scritto dove si trovava ogni figura storica nelle date importanti. “E’ fondamentale sapere se il Duca di Suffolk era lì o no in quel momento, o se si suppone che fosse da un’altra parte”, dice.  Un giorno, in panico sulla lunghezza del romanzo, ha usato il suo trucco migliore, quello di buttarsi sotto la doccia. Ne è uscita gridando che aveva capito che avrebbero dovuto essere non uno, ma due romanzi.

Kazuo Ishiguro, fin da quando era ragazzo,  ha cercato di diventare un cantautore, una prima parte di carriera che lo ha aiutato a sviluppare quel tipo di narrazione succinta in prima persona in cui il personaggio sembra sapere più di quello che dice. Di solito trascorre due anni a fare ricerche per ogni romanzo e un anno a scriverlo. Siccome scrive in prima persona, la voce che sceglie è cruciale, perciò fa delle specie di audizioni di possibili narratori scrivendo qualche capitolo da punti di vista differenti. prima di cominciare una bozza, compila cartelle di appunti e schemi in cui non solo delinea la trama ma anche aspetti più raffinati della narrazione, come le emeozioni o i ricordi di un personaggio. E’ proprio questa preparazione, racconta, che gli permette di omettere degli elementi  o creare equivoci con la voce del narratore.

Michael Ondaatje scrive in quaderni di medio formato a righe e le prime tre o quattro stesure le realizza a mano, a volte letteralmente tagliando e incollando interi passaggi con le forbici e lo scotch. Alcuni dei suoi taccuini hanno quattro strati di carta uno sull’altro. Se le parole gli vengono facili, il grosso del lavore è riorganizzare le frasi. Per lui il concetto di blocco dello scrittore non esiste, se mi blocco su qualcosa, dice,  scrivo un’altra scena. Il suo romanzo del ’92, Il paziente inglese , è nato da due sole immagini: quella di un paziente sdraiato a letto che parla con un’infermiera, e quella di un ladro che ruba una fotografia di se stesso.

Richard Powers, i cui libri sono pieni di scienza arcana e trame fittisssime, ha scritto gli ultimi tre romanzi a letto, parlando a un software di riconoscimento vocale. Dan Chaon scrive su chili di schede di colori diversi, che all’inizio della carriera si portava dietro ovunque andava. Poi le trascrive al computer e scrive fuoriosamente dalle undici di sera alle 4 del mattino. La scrittrice canadese Margaret Atwood dice “Metti la mano sinistra sulla scrivania. Alza la destra in aria. Se stai così per un po’, ti verrà in mente una trama”". Un approccio di cui lei però non ha bisogno. Quando le viene un’idea, la butta giù su un foglietto o un tovagliolo di carta, un menu di ristorante, o a margine del giornale. Comincia con un’idea vaga della trama che di solito si dimostra sbagliata, e fa avanti e indietro fra la scrittura manuale e il computer. Edwidge Denticat crea un collage di immagini su una bacheca nel suo ufficio, e ha preso questa tecnica dagli storyboard che i registi usano per delineare lo svolgimento di un film. In più, dice, le piace il fatto che si tratti di un processo tattile, un po’ vecchio stile. A volte riempie anche quattro bacheche, e man mano che la storia le è più chiara, restringe le immagini a una sola tavola. Scrive in registri azzurri da esame e ne usa anche 100 per ogni romanzo. La ditta a cui li ordino, dice, dev’essere convinta che io sia un liceo.

Junot Diaz, ha una memoria terribile e deve scrivere tutto, e quindi scrive anche molto lentamente. Ha gettato via due prime versioni precedenti di Oscar Wao, circa 600 pagine, prima che quella definitiva prendesse forma. Mentre scriveva, si è letto sei volte la Trilogia di Tolkien del Signore degli Anelli per entrare nella testa del suo protagonista, l’adolescente domenicano ossessionato dal fantasy e dalla fantascienza. Spesso mentre scrive ascolta colonne sonore orchestrali, perché le parole dei cantati lo distraggono, e quando ha bisogno di ritirarsi dal mondo, si chiude in bagno e si siede sul bordo della vasca. E’ una cosa che faceva impazzire la mia ex, dice.

Amitav Gosh è arrivato a un punto per cui se una frase gli viene facile, sospetta che ci sia qualcosa che non va. Scrive a mano, poi batte al computer. Ogni frase dei romanzi che pubblica è stata riscritta almeno venti volte. Usa solo inchiostro azzurro Pelikan su carta bianca francese a righe. Lavorando tanto su carta, dice, si diventa ossessivi sullo spazio che ci deve essere fra ogni riga.

Russell Banks scrive la saggistica al computer ma si blocca se deve scriverci un romanzo. Le prime stesure le fa a mano, lavorando dalle 8 del mattino all’una e mezza, nel suo studio che una volta era un capanno per la produzione dello sciroppo d’acero.

Colum McCann scrive un paio di capitoli, li stampa in un font molto largo e poi li pinza a forma di libro e se li porta a Central Park. Cerca una panchina libera e fa finta di leggere come se fosse il romanzo di qualcun altro. A volte mentre scrive riduce il carattere a otto punti e si sforza di leggere. Sostiene che in questo modo diventa più critico sulle parole che ha usato. Al contrario, Anne Rice scrive in corpo 14 molto spaziato su uno schermo gigante, e più grande è lo schermo più si concentra. Infine, la giallista Laura Lippman, quella dei romanzi sulla detective Tess Monaghan, traccia interi diagrammi della storia che deve raccontare, con linee di colore per i vari fili della trama, usando schede, schizzi, nastri colorati e pennarelloni.”

*

Qualche puntata fa vi ho fatto sentire James Kochalka che raccontava di American Elf, il suo diario a fumetti online – ebbene, ne abbiano uno anche a casa nostra, e ascolta Alaska! Ci siamo collegati in diretta con Dulco per raccontare cosa sta dietro a Fulvo.

fulvo 2009 66 (5)

Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat Bruce Springsteen e “Spider’s web” di Jamie T.

Ecco la puntata di oggi:

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