il dono del medico e dello scrittore

Aiuti ad Haiti: Lisa Paravisini rende conto della lamentela di Norman Girvan, ricercatore all’Università di Trinidad & Tobago, Emily J. Kirk dell’università di Cambridge, e John M.Kirk della Dalhousie University, che sollevano il problema di come i consistenti aiuti sanitari ad Haiti forniti da Cuba dopo il terremoto vengano oscurati dalla lettura degli aiuti proposta dai media nordamericani. Ecco la storia completa, che vi traduco nel podcast qui sotto.

*

Ieri parlavamo di grandi scrittori e delle loro opinioni nel dibattito pubblico (anche se manipolate a casa nostra): la grande scrittrice canadase Margaret Atwood, fervida ambientalista e blogger, posta il suo discorso di accettazione del Pen Award che ha pronunciato tre giorni fa alla festa del premio al Museo di Storia Naturale di New York, nella sala della balena azzurra – un appuntamento annuale di raccolta fondi a sostegno del lavoro del Pen con gli scrittori imprigionati o censurati in tutto il mondo  (la traduzione del discorso di Atwood qui sotto nel podcast). E’ un inno alla voce umana, al potere dei libri e alla libertà di parola.

Le musiche di oggi erano “My Blakean year” di Patti Smith (che ha cantato alla festa del Pen award per gli scrittori censurati) e “Walking in the sun” di Fink

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

legal thriller 3/4

Legal thriller # 3! Visto che vi aveva tanto impressionato la vicenda del giornalista freelance Tommaso Debenedetti, che avrebbe contraffatto un buon numero di interviste per il Piccolo di Trieste e per Libero con scrittori di fama e premi Nobel, non posso esimermi dal dare risalto all’ultima novità nella vicenda in ordine di tempo. Per il lungo e complesso intreccio completo vi rimando alle due puntate di Alaska in cui ce ne siamo occupati, prima questapoi questa,  con una ripresa in questa puntata. Adesso – tenetevi forte – Tommaso Debenedetti, benché sbugiardato con parecchi scrittori dall’indagine a tappeto di Judith Thurman del New Yorker,  ha deciso di rilanciare e querela Philip Roth, da cui tutta la vicenda era partita. Lo racconta qui Il Post. In coda al loro post trovate anche una piccola ma indicativa rassegna stampa europea di come la vicenda Debenedetti fosse rimbalzata sui quotidiani esteri.

*

Ma non tutti danno addosso a Tommaso Debenedetti: se a noi interessava il merito delle interviste contraffatte in quanto tali, è anche vero che Judith Thurman, e prima di lei Philip Roth e John Grisham, avevano individuato nei falsi di Debenedetti una tendenza a mettere in bocca agli scrittori dichiarazioni politiche sorprendentemente conservatrici o di destra (che poi gli autori, ognuno per conto suo, hanno disconosciuto). Anzi, era proprio per via della difficoltà di riconoscere in bocca a quegli autori certe dichiarazioni che il falso è venuto a galla. Così adesso c’è qualcuno che vede il giornalista come una vittima delle calunnie della sinistra: oggi Liquida fa una rassegna di interventi sui blog, e fra questi ce ne sono alcuni che citano dalle interviste di Debenedetti come fossero vere, riazzerando la questione in modo giusto un tantino manipolatorio, alcuni senza nemmeno il riassunto della vicenda con tutta l’indagine del New Yorker.  Come si può vedere dalla strana coda di commenti di uno degli ultimi frammenti dell’inchiesta di Judith Thurman, quando ha aggiornato a fine marzo con la verifica fatta con Gore Vidal, gli italiani citano e commentano secondo la loro logica interna anche sui media americani. E la gravità del falso giornalistico in sè va in fanteria?

Siccome a volte questi dettagli sfuggono o non c’è tempo per leggere proprio tutto, vi segnalo che nei commenti a uno dei post segnalati da Liquida c’è anche menzione di un falso di Debenedetti già scoperto dal Guardian nel 2006, un’intervista con John le Carrè ricordata qui: “Nel 2006, John Le Carré disse a De Benedetti che non avrebbe esitato un momento prima di votare Berlusconi. Eppure quando il Guardian gli ha telefonato, Le Carré ha detto che una simile intervista non aveva mai avuto luogo e che se lo fosse stata lui avrebbe detto che “Berlusconi è pazzo e pericoloso”.

(in centro alla pagina di Liquida che vi ho linkato, dove ci sono le foto, trovate anche i due post Legal Thriller di Alaska!)

*

Due giorni fa vi proponevo una riflessione sui sondaggi, sulla sorpresa Clegg e sulle posizioni dei quotidiani inglesi alla vigilia delle elezioni nazionali del 6 maggio. Per chi non avesse visitato il blog, vi raccomando un commento che ci ha lasciato il nostro blogger londinese per eccellenza, Fabio Barbieri, perché può essere utile a illuminare alcuni stati d’animo legati alle elezioni. Il 6 maggio, naturalmente, Fabio ci racconterà la giornata elettorale in diretta da Londra ad Alaska.

Le musiche di oggi erano “Equestrienne” di Nathalie Merchant e “Lungo il fiume” del Club dei Vedovi Neri

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

sweet home Arizona

Ombre scure si intrecciano alle riforme negli Stati Uniti. La marea nera della piattaforma BP si avvicina alle coste della Louisiana, un monito alla recente autorizzazione di nuove trivellazioni petrolifere che non potrebbe essere più esplicito; il Senato americano boccia la prima bozza della riforma di Wall Street, e un altro ragazzino con fantasie miliziane viene beccato armato in un parcheggio a pochi metri dall’Air Force One. Nel frattempo, i blog e gli aggregatori americani sono scatenati sulla nuova legislazione anti-immigrati clandestini implementata in Arizona. Il Daily Beast la chiama senza mezzi termini “quasi-fascista”. Secondo la nuova norma, già attiva in attesa che venga probabilmente dichiarata inconstituzionale, ogni cittadino dell’Arizona sarà passibile di controlli sulla cittadinanza e dovrà uscire di casa sempre provvisto dei documenti che la dimostrano – se trovato sprovvisto dei documenti verrà arrestato. Decine di migliaia di immigrati di origine ispanica in attesa di legalizzazione pagano già le tasse, lavorano e crescono le loro famiglie, e adesso potrebbero essere espulsi in qualunque momento. Nella nuova legislazione dell’Arizona, che supera quella di competenza federale, si incanalano paure, mitologizzazioni dei controlli di polizia e nostalgie di un presunto nativismo (dove potrebbe essere più assurdo che negli Stati Uniti?) che assomigliano alle pressioni di casa nostra.

Tunku Varadarajan posta su come la legge dell’Arizona si regga su una spinta razzista e su un’incapacità della politica di gestire le paure suscitate dall’ondata di immigrazione dal Messico (in particolare in un momento in cui il paese confinante è investito da una spaventosa ondata di violenza legata ai cartelli della droga) in modi diversi e più ampi dai semplici controlli di polizia, che fra l’altro, sigillando altre zone del confine fin dai tempi dell’Operazione Gatekeeper, non hanno fatto che spingere il flusso migratorio verso il “buco” aperto del deserto dell’Arizona.

Randal C. Archibold del New York Times posta su un giro di opinioni che ha fatto a Mesa, vicino Phoenix, dove gli immigrati ispanici non escono più di casa, i locali da loro frequentati vedono crollare i profitti e i bianchi danno voce a paure ancestrali.

Il blog di Richard Adams, giornalista inglese che posta sulle ultimissime dagli Stati Uniti, racconta del primo, inevitabile arresto seguito all’entrata in vigore della legge, quello di un immigrato perfettamente legale, e naturalmente di origine ispanica.

Poco dopo posta anche sull’aria che tira in un altro stato, l’Alabama, dove il candidato repubblicano alla carica di governatore, Tim James, non fa mistero delle sue intenzioni sull’esame di guida, che oggi nel suo stato si può effettuare in 13 lingue.

(vi traduco tutti i post segnalati nel podcast che trovate qui sotto)

La canzone di oggi era “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen con Pete Seeger

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

la quarta colonna

(Yinka Shonibare con il modellino della sua nave in bottiglia per Trafalgar Square. L’opera vera e propria misurerà 5 metri per 2 metri e mezzo)

Oggi, Inghilterra…

La stampa anglosassone è spesso associata a un mito di obbiettività; il che non significa affatto, però, che i media non si schierino, ma piuttosto che dichiarino in modo trasparente con chi sono schierati, in modo da permettere ai lettori di filtrare con consapevolezza l’orientamento degli articoli – cosa resa più facile quando lo scontro fra le coalizioni individua anche la figura del Primo Ministro. Il 6 maggio in Inghilterra si tengono le elezioni nazionali, particolarmente interessanti perché nelle ultime settimane, grazie ad alcuni confronti televisivi particolarmente riusciti, al Brown uscente che arranca alla testa dei Labour, e al rampante Cameron a capo della rimonta dei Tories (in testa nei sondaggi con una percentuale che secondo i rilevatori sta fra il 30% e il 34%), si è affiancato il new boy della politica inglese, Nick Clegg dei Liberal-Democratici, che oggi sono dati fra il 28 e il 30% e per alcuni potrebbero sorpassare i laburisti. La situazione politica inglese ci offre qualche spunto di confronto con la nostra, tenuto conto delle debite diffreenze (da quella della radicale separazione fra classi sociali al fatto che diversi deputati e candidati al Parlamento sono già di origine asiatica o africana) e quella della stampa potrebbe essere uno. Di elezione in elezione, i quotidiani britannici cambiano o meno orientamento anche a seconda dei passaggi di proprietà e del momento storico, ma in linea di massima si attestano sulla posizione dell’editore. Così l’Express è sempre stato filo-Conservatore salvo che per le elezioni del 2001; il Mail è sempre stato filo-Conservatore; il Mirror è sempre stato filo-Laburista; il Telegraph sempre filo-Conservatore; e l’Independent ha cominciato a schierarsi solo alle storiche elezioni del 1997 (e da allora è sempre stato con i Labour, o con i Labour e i LiberalDemocratici). I due maggiori quotidiani, invece,  – il Times e il Guardian – hanno variato costantemente il loro orientamento sulle elezioni dal ’45 in poi, con una propensione del Times per i Tories e del Guardian per i Labour e i LiberalDemocratici, anche se entrambi i quotidiani hanno sostenuto almeno una volta tutti e tre i partiti principali.

Così, alla vigilia del terzo dei tre confronti tv previsti (già andati in onda quello su politica interna e politica estera, tutti vinti da Clegg nei sondaggi, manca quello su economia e tasse che andrà in onda il 29 aprile), il direttore del Guardian, Alan Rusbridger, annunciava qualche giorno fa una riunione di tutto lo staff per decidere come si sarebbe orientato il giornale in queste ultime settimane di campagna elettorale (vi traduco l’annuncio nel podcast qui sotto). Per i lettori era possibile aggiungere il proprio parere (che il giornale prometteva di rappresentare nella sua discussione interna)  oltre che commentare in un thread (oggi chiuso) che ha toccato 1666 commenti. Questo ci pone una questione interessante: sempre più spesso, soprattutto dopo la guerra in Iraq, elezioni nazionali che rivestono una rilevanza globale destano anche l’interesse di chi vive fuori dal paese. Ricordate la forte spinta europea all’elezione di Barack Obama, che lo indusse perfino a un viaggio elettorale all’estero quando era ancora solo candidato? Il Guardian è un quotidiano globale non solo nell’attitudine, ma anche nei numeri, come vi avevo raccontato qui.  Viene letto in inglese online da milioni di utenti in tutto il mondo, che a volte lo preferiscono al loro quotidiano nazionale o regionale più letto, e che adesso possono unire i loro desideri a quelli dei lettori inglesi. Secondo voi andremo sempre di più verso elezioni nazionali condizionate dalle aspirazioni globali? E cosa può capire un utente globale della rete delle questioni interne di un altro paese? La rete finirà per mettere ogni paese di fronte a un’opinione pubblica che travalica quella nazionale?


Election 2010 constituency map

(clicca sulla mappa per il link allo “swingometro” delle elezioni inglesi)

Nel frattempo, grazie alle notizie che circolano in rete sappiamo che il 24 maggio verrà inaugurata la nuova installazione di arte contemporanea sulla cosiddetta Quarta Colonna di Trafalgar Square a Londra, la celebre piazza dominata dalla statua dell’ammiraglio Nelson attorniata dai quattro leoni di pietra. Il quarto piedistallo di per sé ha una storia interessante: venne costruito come le altre tre colonne con l’idea originaria di ospitarvi altrettanti monumenti equestri e poi statue più semplici, ma dopo la sua erezione nel 1841 rimase senza monumento per mancanza di fondi. Alla fine degli anni Novanta la Royal Society of Arts ha cominciato ad utilizzarla per il Forth Plinth Project, affidando la realizzazione dell’opera da mettere in cima alla colonna ad alcuni esponenti dell’arte contemporanea britannica, prima Mark Wallinger, poi Bill Woodrow e poi Rachel Whiteread. Nei primi anni Duemila la colonna è stata usata anche senza permesso come piattaforma per vari messaggi pubblicitari, finché nel 2003 Wendy Woods, la vedova del giornalista anti-apartheid Donald Woods, si è proposta di trovare i fondi per realizzare un monumento permanente a Nelson Mandela, visto che la quarta colonna sorge sul lato della piazza dove si trova l’Alta Commissione del Sudafrica (e per chi se lo ricorda, dove negli anni Ottanta si svolgevano tutte le manifestazioni e i volantinaggi anti-apartheid). La sua proposta ha messo in moto la decisione definitiva di affidare ad artisti contemporanei installazioni provvisorie a rotazione, sull’esempio già lanciato dalla Royal Society of Arts. A commissionare i lavori adesso è il sindaco col Consiglio della Greater London, e i lavori in cima al quarto piedistallo sono stati finora firmati da diversi artisti ma hanno continuato ad alternarsi a statue provvisorie “più accessibili ai cittadini comuni”, come auspicava qualche nostalgico dei monumenti alle imprese coloniali. L’opera contemporanea che ha destato più curiosità è stata l’installazione umana collettiva di Antony Gormley nel 2009. Ma veniamo all’oggi:  da maggio, in cima alla quarta colonna troneggerà una gigantesca nave in bottiglia, e sarà la prima opera pubblica del Fourth Plinth realizzata da un artista inglese di colore. Yinka Shonibare, classe 1962, nigeriano nato a Londra e vissuto a Lagos fino all’università, già amatissimo candidato al Turner Prize nel 2004, ha realizzato una nave in bottiglia – la prima opera della quarta colonna a fare esplicitamente riferimento alla storia navale celebrata dalla piazza – con le vele cucite nei tessuti africani multicolori che sono il suo marchio distintivo. A loro volta simbolo della produzione africana trasformata dal colonialismo, i tessuti che Yinka Shonibare compera al mercato di Brixton sono realizzati ancora con la tintura a cera dei colonialisti olandesi, e nel corso del tempo lui li ha utilizzati per realizzare imitazioni di abiti vittoriani e altre opere incentrate sul concetto di identità etnica e di multiculturalismo. Nella cornice del lavoro di Yinka Shonibare, le dimensioni della nave in bottiglia, che misurerà cinque metri di lunghezza e sarà alta due metri e mezzo, non sono affatto un dettaglio. L’artista anglo-nigeriano ha riportato una forte disabilità dopo una malattia di gioventù, e ancora oggi è semiparalizzato. Per ovviare alle difficoltà manuali che questo gli procura nel suo lavoro, oltre ad avvalersi dell’aiuto di alcuni collaboratori di solito suddivide il lavoro per le opere più grandi in una serie di opere più piccole, montandole man mano nel risultato finale. Se andrete a Londra e alzerete il naso sulla quarta colonna di Trafalgar Square, forse vi tornerà in mente.

Le musiche di oggi erano “Coffee & Tv” dei Blur e “I’m new here” di Gil Scott Heron (che NON suona più domani al Conservatorio di Milano, ma il 12 luglio al Castello di Vigevano )

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

vulkie awards (e altre eruzioni)

(foto Lucas Jackson/Reuters)

Se ieri vi siete emozionati per lo scontro tra Fini e Berlusconi alla direzione nazionale del Pdl, guardate che bel thread di commenti ha messo in moto Il Post su Friendfeed, commentando gli interventi in diretta a mo’ di bar sport fino a raggiungere quasi 3000 commenti.

*

L’avventura del vulcano (che anche oggi fa chiudere l’aeroporto di Reijkjavik) è stata per noi l’occasione di esplorare alcuni blog islandesi scritti in inglese. L’ultimo che vi propongo è di una ragazza non islandese ma del Wisconsin, Yessica, che studia all’Università dell’Islanda. Ama molto il paese in cui si trova e prende in giro i compatrioti americani che non ne sanno quasi nulla, ma non le sfuggono nemmeno le ironie della vita islandese (qui per esempio potete vedere il suo schemino di come funzionano nomi e patronimici nell’albero genealogico di una famiglia). All’inizio dell’eruzione del vulcano è andata a visitarlo dalla tradizionale postazione per turisti, per poi riparare in città quando le cose si sono fatte più serie. Nel frattempo, l’Islanda ha preso posto nelle cronache internazionali e Yessica ha deciso di istituire i suoi personali Vulkie Awards, una sorta di premio satirico alle peggiori scemenze che si sono sentite sui media. Sta assegnando Vulkie Awards da una settimana, e oggi ve li racconto un po’. Nomination per la peggiore pronuncia del nome del vulcano, per il servizio televisivo più allarmista, per la più strampalata interpretazione geologica, per il peggior intervento del presidente islandese, un premio umanitario a Jon Stewart e molto altro…

Le musiche di oggi erano “Timshel” dei Mumford & Sons e  “Takk” dei Sigur Ros

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

la cenere negli occhi

Mentre noi eravamo avvolti dalla bruma di cenere del vulcano, dall’altra parte del mondo, invisibile alle cronache, il conteggio dei morti del terremoto nel Qinghai saliva vertiginosamente. Quando abbiamo sentito in diretta Giada Messetti la settimana scorsa erano 400. Adesso sono saliti a più di 2000. E la storia non finisce qui. Torniamo a collegarci in diretta con lei a Pechino (e potete riascoltare la sua corrispondenza nel podcast qui sotto)

*

E se gli aiuti alimentari ad Haiti fossero ormai troppi? Lo ipotizza la CBS, che analizza le reazioni del governo haitiano al flusso di cibo in arrivo dagli Stati Uniti che rischia di stravolgere il mercato interno. Non è l’unico tipo di aiuto in arrivo, ma è quello che potrebbe inceppare la ripresa economica dopo il terremoto. Lisa Paravisini riassume (ve la traduco qui sotto nel podcast)

*

Google ha pubblicato una mappa che documenta lo stato della censura su Internet nei vari paesi, basata sulle richieste di rimozione dei contenuti che riceve il grande motore di ricerca. In testa alla classifica il Brasile, ma i livelli di lettura potrebbero essere tanti, legati all’aumento dell’utilizzo della rete, alla proporzione fra dimensioni della popolazione e contenuti online e a molte altre variabili. Intanto questa è la finestra dell’Italia (via Tiziano Caviglia):

Le musiche di oggi erano “Equestrienne” di Nathalie Merchant e “The loop” di Emma Pollock

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

a piena voce

I blogger cercano spesso occasioni per conoscersi di persona e condividere le loro esperienze. I blogger scrittori si inventano laboratori da fare insieme, i blogger buddhisti fanno seminari di meditazione, i blogger culinari cucinano insieme, e in generale nella blogosfera è un fiorire di premi ai blog. Ma cosa succede quando si danno appuntamento le Voci Globali? A Santiago del Cile, il 6 maggio, 200 di loro si incontreranno per il Global Voices Citizen Media Summit. Come racconta Georgia Popplewell, saranno impegnati in discussioni plenarie, in lavoratori tematici e conferenze, naturalmente incentrati sulla loro vocazione naturale, quella dei citizen media e della libertà di espressione. All’interno del post originale, tradotto da Antonella Sinopoli, anche il programma completo del summit.

*

Una delle mille voci raccolte da Global Voices è quella del blogger marocchino Bashir Hazzam, che racconta la sua esperienza dopo due mesi di carcere. Qui potete leggere l’intervista integrale a Bashir tradotta in italiano da Davide Galati.

*

Per non lasciare troppo bruscamente il caro vulcano, ecco il post di ieri di Alda Sigmundottir, che racconta di un piccolo reportage di un cameraman immerso nella nube di cenere, e di come si prevede che si comporterà il terreno a seguito dell’eruzione (purtroppo per qualche ragione il video che ha linkato è inattivo). Nei commenti c’è anche il consiglio di una nonna su come i protagonisti del recente scandalo finanziario islandese potrebbero rendersi utili… (vi traduco il post di Alda qui sotto nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Fool’s day” dei Blur e “Walking in the sun” di Fink

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

post-it

(foto di Örvar Atli Þorgeirsson via Iceland Eyes)

Gli islandesi hanno fatto un piccolo video per prendere in giro le pronunce bizzarre del nome del loro vulcano sui media di tutto il mondo.

Se ne parlava da un po': ieri l’uscita online del nuovo IL POST, quotidiano online di Luca Sofri. Che cos’è, cosa fa e come si colloca nel mondo dei blog, ce lo spiega lui stesso nel primo editoriale.

Un esempio di notizia centralizzata da Il Post è quella della contestazione delle linee aree alla simulazione del nuvolone di cenere vulcanica realizzata dal MetOffice che ha scatenato il blocco dei voli di questi giorni.

*

Secondo blocco per i voli inglesi, gli stranieri in visita al salone del Mobile bloccati a Milano, e un flop per l’imminente Fiera del Libro di Londra, alla quale dovevano arivare come sempre professionisti dell’editoria da tutto il mondo. Il vulcano è dappertutto, in tutti i blog.

Nel frattempo, in Islanda… Iceland Eyes, via Blue Eyes, condivide la foto del vulcano che vedete in cima al post e ci mette un po’ di poesia… Alda Sigmundottir invece ha rinunciato al suo viaggio a Copenaghen e Bruxelles per ovvie ragioni e continua a occuparsi dello scandalo bancario islandese seguito alla pubblicazione del Black Report, mentre i politici islandesi saranno lieti che la nube del vulcano abbia oscurato la faccenda almeno per un po’.

*

Stavo pensando che l’ultima volta che questo stesso vulcano aveva eruttato, nel 1821, gli aerei non esistevano neanche. Perciò non ho resistito a questo commento sul Guardian online di Stuart Jeffries, che si chiede come sarebbe riavere un cielo vuoto.

Nei taccuini illustrati di Urban Sketchers, James Hobbs posta una vignetta del cielo verso Heathrow visto dalla sua finestra aperta in una Londra “incredibilmente silenziosa”.

(tutte le traduzioni dei post in inglese le potete riascoltare qui sotto nel podcast della puntata)

PS: per chi si fosse incuriosito sulla segnalazione di Saudiwoman dell’altro giorno sulle aperture riguardo il divieto di guida alle donne pubblicato sul quotidiano di Riyadh, adesso lo ha tradotto dall’arabo in inglese e lo trovate qui.

Le musiche di oggi erano “Who is it” e  “It’s oh so quiet” di Bjork.

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

vulcano

(l’eruzione del 14 aprile, foto di Ólafur Eggertsson via Icelandweatherreport)

Come sapete, il vulcano islandese Fimmvorduhals del ghiacciaio Eyjafjallajokull che sta eruttando da qualche giorno (e che potrebbe presto essere seguito da un vulcano suo fratello) sta spingendo un gigantesco piumacchio di fumo su tutto il Nordeuropa. Poiché le ceneri vulcaniche possono falsificare le letture di bordo degli aerei e vetrificarsi nei motori intasandoli, il traffico aereo è stato sospeso in diverse città del Nordeuropa e in tutta la Gran Bretagna, lasciando virtualmente isolato il paese con un blocco del traffico aereo che non ha precedenti (non fu così esteso neanche all’indomani dell’11 settembre). I disagi ai passeggeri, al traffico di merci e di forniture mediche sono giganteschi. Gli esperti pensano che questo particolare piumacchio di fumo andrà diradandosi entro domani, ma non sono in grado di prevedere se il vulcano continuerà ad eruttare producendo nuove ondate di cenere. Nel frattempo, in mancanza dei rumori degli aerei, un silenzio surreale ha avvolto l’alba inglese.

Ieri il quotidiano britannico The Guardian ha allestito prontamente un blog con tutti gli aggiornamenti sulla situazione, gli approfondimenti scientifici sull’eruzione e sui voli, e una rassegna stampa sugli articoli più importanti degli altri quotidiani. In coda ai post una marea di commenti di cittadini inglesi bloccati nelle più varie parti del mondo.  Oggi ci dedichiamo a qualche estratto di questo lavoro. Qui anche una descrizione di come gli islandesi, gli inglesi del nord e gli scozzesi si sono resi conto di quello che stava succedendo

Alda tiene un  blog dall’Islanda nel quale di solito si dedica alle sue osservazioni sulla vita politica del suo paese, ora distratta dalla massiccia eruzione. Vi racconto un po’ cosa dice.

aggiornamento:   L’ultimo post di Alda subito dopo la trasmissione, con una foto aerea del vulcano scattata ieri dalla Difesa Civile.

(il tutto lo potete riascoltare tradotto nel podcast qui sotto)

(la mappa del MetOffice con la previsione di come si diffonderà la cenere domani in Europa)

Le musiche di oggi erano “Hoppipolla” dei Sigur Ros e “Volcano” di Damien Rice

correzione:

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

invenzioni

Judith Thurman del New Yorker ha fatto un’altra piccola verifica sulla storia del giornalista Tommaso Debenedetti che avrebbe inventato e pubblicato decine di interviste con grandi della letteratura. Dopo la prima puntata qui, e la seconda puntata qui, ha aggiunto una postilla sul suo blog del New Yorker che riguarda la verifica fatta con José Saramago: la trovate in coda al suo vecchio post qui (ve la traduco qui sotto nel podcast)

*

Non contenti di inscenare le battaglie della Guerra Civile come gioco di ruolo in costume, i fan dei Confederati hanno anche qualche ambizione di ricreare il loro mondo, e lo fanno – di tutti i posti – in Brasile. Riogringa racconta come ci sono finiti, e riporta delle loro feste tradizionali e dell’imbarazzante tentativo di dare una patina romantica alle storie della schiavitù. Vi traduco il suo post nel podcast qui sotto, e al suo link originale potete vedere anche alcuni video

*

Saudiwoman, la nostra blogger di riferimento per le questioni delle donne in Arabia Saudita, ha scritto tanto del folle divieto alle donne di guidare. Oggi posta sul fatto che dopo tanti anni di attese vane potrebbe intravedersi unaluce in fondo al tunnel (vi traduco il suo post nel podcast qui sotto); nel frattempo ci ripropone la storia della sua amica Lupa Mannara, una madre di trent’anni che una bella notte ha cominciato a travestirsi da uomo per guidare la macchina sulle strade di Riyadh sfidando il divieto, e ci ha preso gusto.

Le musiche di oggi erano “Good way” dei Monsters of folk e “In the end” di Charlotte Gainsbourg

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.