Archivi del mese: maggio 2010

è dura

Chi segue AlaskaRP su Twitter ieri ha ricevuto eccezionalmente una valanga di tweet con una cronologia in tempo reale di quello che stava accadendo con l’operazione cosiddetta Top Kill della BP per tentare di bloccare col fango la perdita di petrolio nel Golfo del Messico, fino alla conferenza stampa di Obama (che oggi torna in Louisiana) che si è conclusa intorno alle 20. Nel link qua sopra potete vedere la cronologia su Twitter, e se ancora non lo siete, diventate follower di Alaska (cliccate sul T-Rex qui a destra). Oggi in diretta ci dedichiamo a qualche approfondimento.

Come si vede dalla webcam anche stamattina, il petrolio continua a fuoriuscire. “Piume” di petrolio di dimensioni gigantesche vengono avvistate in profondità nelle acque del Golfo. Proseguono le udienze con i lavoratori della BP, i dirigenti delle tre aziende coinvolte, i familiari degli operai morti nell’esplosione della piattaforma.

Durante la conferenza stampa, rispondendo punto per punto ai giornalisti che giustamente non mollavano l’osso, fra le mille cose che ha comunicato Obama ce ne sono state due sostanzialmente nuove: 1) oltre alla moratoria di 6 mesi su tutte le trivellazioni e all’espansione delle ispezioni sulle piattaforme, il governo ha deciso di separare l’agenzia governativa che effettua le ispezioni da quella che accorda i permessi (ha definito “scandalosa corruzione” il rapporto fra agenzie del governo e compagnie petrolifere); 2) sull’esito di Top Kill ci sono molti dubbi. E infatti, poco dopo (nonostante un parere timidamente ottimista ad alcune ore dall’inizio dell’operazione) la BP ha dovuto interrompere Top Kill nel tardo pomeriggio della Louisiana per riprendere di notte. La ragione – e non fa ben sperare – è che il fluido fangoso che veniva pompato stava traboccando dal condotto invece di andare a sostituirsi al petrolio. Andrew Clark si chiede se anche in caso di successo la procedura sarà stabile (tradotto qui sotto nel podcast). Richard Adams, che ieri ha bloggato tutto il giorno per il Guardian, ha trovato un bel reportage di Mother Jones su quelli che stanno lavorando per pulire le spiagge.

Two Way posta sull’effetto psicologico di guardare in continuazione la “spillcam” (le lo traduco nel podcast qui sotto)

Qualcuno pensa che l’unico lato positivo di un disastro ambientale senza precedenti è che da nuovi sondaggi gli americani oggi sono più disponibili a risparmiare carburante piuttosto che mantenere gli attuali consumi, che potrebbe nascere (come già fu con la Exxon Valdez) una nuova generazione di ambientalisti, e che i Repubblicani adesso potrebbero fare meno storie sull’energia pulita. Ma fino all’implementazione delle fonti rinnovabili, gli Stati Uniti rischiano di restare senza carburante, le nuove trivellazioni erano solo un piano di transizione.

Peter Baker del New York Times commenta la conferenza stampa di Obama (ve lo traduco nel podcast qui sotto).

♫ La canzone di oggi era “Bleezer’s ice cream” di Nathalie Merchant

Ecco la puntata di oggi:

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road to nowhere

Aggiornamento Golfo del Messico: la Spillcam del post di ieri (quella dove si vede la perdita) è temporaneamente inattiva di nuovo attiva mentre si svolge l’Operazione Top Kill, di cui si saprà qualcosa stasera (potrebbe funzionare, non funzionare, o peggiorare le cose). Nel frattempo la BP ha attivato un’altra webcam subacquea che dovrebbe rendere conto delle operazioni di pompaggio del fango e (se funziona) del cemento. Potete vederla qui (a volte ovviamente si freeza, ma ogni tanto si vedono delle cosine interessanti). Attualmente nel Golfo ci sono diverse navi con un totale di 50 mila barili di fanghi pesanti da riversare attraverso i condotti del pozzo, le operazioni sono cominciare alle 21 di ieri e là adesso sono circa le 5 del mattino, per ora nessun segnale che il fango funzioni. Se Top Kill va storta, sembra che interverrà l’esercito. Intanto sono state bloccate tutte le trivellazioni esplorative in Alaska fino al 2011, compresa quella imminente della Shell. Su questa situazione vi sto aggiornando via Twitter (diventate follower di AlaskaRP se non lo avete ancora fatto, cliccate sul T-Rex qui a destra), ma in puntata ne riparliamo domani, quando nell’ordine dovrebbero succedere le seguenti cose 1) si capirà se il Top Kill funziona 2) si vedrà la nuova proposta legislativa sulle trivellazioni 3) Obama tornerà nel Golfo del Messico.

*

Oggi invece esploriamo un paio di notizie circolate in questi giorni.

Qualcosa cambia nel mondo della tv planetaria. Il presidente del Brasile ha presentato qualche giorno fa con grande orgoglio la nascita di una televisione brasiliana internazionale che trasmetterà da Maputo e si potrà vedere in 49 stati africani, di cui 7 in cui si parla portoghese. Pare che Lula ci tenesse molto a vedere realizzato il salto della sua tv di stato verso la ribalta internazionale prima della fine del suo mandato, che scade fra sette mesi. Questa è la notizia originale com’è apparsa su Bbc News, ripresa poi in fotocopia dalla maggior parte dei blog, salvo Brazzilmag che sembra saperne qualcosa di più (ve li traduco entrambi qui sotto nel podcast).

*

David Byrne ha fatto causa al governatore della Florida per aver utilizzato una celebre canzone dei Talking Heads in uno spot elettorale senza il suo consenso. Negli Stati Uniti, dove il rock è parte integrante della cultura popolare, questo tipo di equivoci sono molto frequenti. Spesso i candidati di destra si appropriano di canzoni pop per fini elettorali senza consultarne l’autore – celeberrimo il caso di “Born in the Usa” di Bruce Springsteen usata da Reagan, ma è capitato a molti altri, fra i quali Bob Dylan. Prima d’ora soltanto Jackson Browne si era spinto al di là della semplice diffida pubblica, facendo causa al politico in questione (nel suo caso per “Running on empty”). Per qualche giorno ho tenuto d’occhio il blog di David Byrne per vedere se avrebbe fornito le sue motivazioni per esteso, ed eccole. Come si poteva immaginare, il richiamo mediatico di una causa legale gli consente di proporre una discussione molto seria su musica e politica.

♫ Le musiche di oggi erano “20 km al giorno” di Nicola Arigliano nella versione di Mike Patton e “Road to nowhere” dei Talking Heads

Ecco la puntata di oggi:

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Alaska nera, è di nuovo la BP

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Per vedere tutte le puntate in cui abbiamo parlato della macchia di petrolio, digita “BP” nella casella di ricerca qui a destra.

Per ora la notizia, oltre che su Radio Popolare, si trova soprattutto nei blog: nuova perdita di petrolio, stavolta in Alaska; l’ultima, gravissima, era del settembre 2009 (vedi il post di Treehugger), e l’Alaska è tristemente nota per il disastro della Exxon Valdez nel 1989, da cui le orche marine e alcune specie di uccelli non si sono mai riprese a distanza di vent’anni. E’ un territorio vastissimo dove spesso si giocano partite ambientali e politiche decisive, una apparente “wilderness” di immensa ricchezza che non sfugge però ai conflitti della politica (ed è una delle ragioni per cui questa trasmissione ne ha preso il nome).

L’agenzia che riporta la notizia è Associated Press, che ha postato stanotte (via NPR). 100 miglia a sud di Fairbanks, nel corso di un’operazione di routine, diverse migliaia di barili di greggio sono fuoriusciti dal percorso di condutture della trans-Alaska (lunga 500 chilometri) in un serbatoio che ha fatto traboccare una seconda area di contenimento, facendo chiudere la linea. Alcuni lavoratori sono stati evacuati e il Dipartimento di Stato per la Conservazione Ambientale dice che il danno sarà limitato alla ghiaia di superficie che copre l’area di contenimento. Alle compagnie petrolifere che operano nella zona è stato ingiunto di abbassare la produzione al 16% del normale finché le condutture non saranno state riattivate. E indovinate un po’? Il sistema di condutture è in parte di proprietà della BP. Racconta i dettagli Consumerenergyreport con una mappa della trans-Alaska.

Nel frattempo…

A Jackson, in Missisippi, si è svolta una cerimonia di commemorazione degli undici lavoratori morti nell’esplosione della Deepwater Horizon il 20 aprile. Di loro si parla troppo poco, e Frank James nel blog Two-way ricorda almeno i loro nomi. Lavoravano per la Transocean, una comunità – come ha detto alla cerimonia il presidente della compagnia – “di cui ora nessuno vuole più far parte”. La Transocean ha impedito ai giornalisti di intervistare i presenti.

Il sito irlandese di bookmaker PaddyPower invita a scommettere su quali saranno le prime specie a estinguersi nel Golfo del Messico, e su chi sarà il nuovo CEO della BP quando l’attuale verrà detronizzato.

Il sito federale Deepwater Horizon Response è tornato alla vita, in compenso nessuna traccia della promessa webcam in diretta sulla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico. Ci trovate però in homepage il video del Top Kill Test, la prova attualmente in corso per capire se il sistema Top Kill della BP per bloccare il flusso (pompando fluidi in direzione contraria attraverso i condotti del pozzo) potrebbe avere effetti collaterali.

aggiornamento ore 14.50: TROVATA LA WEBCAM! L’hanno messa sul sito della Commissione per il Riscaldamento Globale e fa veramente impressione (ps: ogni tanto bisogna fare un refresh)

giov 27 maggio: la Spillcam è temporaneamente inattiva di nuovo attiva, mentre da stanotte si svolge l’Operazione Top Kill: pompaggio di fanghi densi in direzione contraria al getto di petrolio, per creare spazio per una colata di cemento che dovrebbe sigillare il pozzo. 60% di probabilità che funzioni, 40% di probabilità che non cambi nulla o che peggiori la situazione. La Spillcam potrebbe essere riattivata per mostrare l’esito dell’operazione.

La BP cerca di far trasferire il processo a suo carico per la Deepwater Horizon a Houston, in Texas, dove ha il suo quartier generale. Rick Outzen lo racconta riassumendo la questione del conflitto di interessi. Il Post riassume il New York Times su come la BP si fosse comprata i controllori. Roba da far accapponare la pelle.

ABC News ha mandato una squadra di reporter e sub opportunamente equipaggiati – guidata dall’anchorman del meteo di “Good morning America” e da Philippe Cousteau – a indagare sui danni della macchia di petrolio nelle acque profonde. Il documentario non è ancora stato trasmesso ma si sa che hanno scoperto che le sostanze chimiche disciolte in acqua dalla BP nel tentativo di disgregare il petrolio stanno provocando una “zuppa tossica” (via Huffington Post). Allora il governo federale ha ordinato alla BP di ridurre del 70% le sostanze chimiche. Intanto però, nonostante il segretario agli Interni Salazar avesse affermato che l’ordine di Obama di bloccare tutti i nuovi permessi di trivellazione era stato subito implementato dopo il 14 maggio, salta fuori che 17 nuovi pozzi sono entrati in attività nel Golfo dopo quella data. Si tratta di modifiche di pozzi già autorizzati, sostiene il governo. No, dice Two Way, è che quell’ordine di Obama non è mai stato messo nero su bianco.

Il pellicano bruno – simbolo della Lousiana – si presenta sempre più spesso coperto di petrolio, e mentre il governo e la BP litigano su chi controlla cosa, lo stato della Lousiana minaccia la sedizione per prendere in mano da solo l’emergenza. Intanto il presidente si è fatto notare per un’uscita molto irascibile a porte chiuse mentre parlava con la neonata commissione di controllo: “non m’interessa! Trovate un maledettissimo tappo!”

Ieri sono state rese note le conclusioni della commissione che sta ascoltando il personale BP: nelle ore precedenti al disastro era chiaro che nel pozzo ci fosse “qualcosa che stava andando terribilmente storto”. Il report del New York Times qui.

Da quando la macchia ha raggiunto la costa (in Louisiana e Alabama è stato dichiarata l’emergenza-disastro per la pesca) abitanti e ambientalisti continuano a fare manifestazioni di protesta. Tre reporter scrivono da Port Fourchon, in Louisiana, su come il disastro in astratto sia diventato concreto per la gente che abita lì.  Il NY Times ha preparato anche  una pagina sempre aggiornata con il tracking della macchia.

E infine, Katrina vanden Heuvel posta per The Nation: in che senso la BP sta facendo gli interessi degli americani? Che rapporto dovrebbero avere le corporation con lo stato?

♫ La canzone di oggi era “Anchorage” di Michelle Shocked

Ecco la puntata di oggi:

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non solo pulisci, ma ci spieghi

(il capitano Preston Morris mostra le mani piene di petrolio mentre raccoglie campioni di superficie il 19 maggio – via Huffington Post)

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Tanti sono gli aggiornamenti sulla situazione BP/macchia di petrolio dopo la puntata di ieri che ci torniamo anche oggi. Vi ho messo qualche aggiornamento in coda al post precedente, ma oggi esploriamo i link e c’è qualche altra novità.

La fotografia che vedete qui sopra fa parte di una galleria che ha pubblicato ieri sera Huffington Post. Sono scatti che vanno dal 12 al 19 maggio. Potete vedere come la macchia di petrolio si presenta alla bocca del Mississippi, dove le acque del mare aperto si incrociano con quelle del fiume; gli esperti che raccolgono i campioni nelle provette; gli attivisti di Greenpeace che stanno protestando a Londra (la BP è inglese); le misure di emergenza per contenere l’arrivo della macchia sulle coste di Louisiana e Alabama, sacchi di sabbia calati dagli elicotteri, salsicciotti di contenimento a pelo dell’acqua; gli animali coperti di petrolio, i veterinari che cercano di ripulirli.

Nel frattempo ieri sera è arrivata da NPR la notizia che il Congresso ha ingiunto alla BP di trasmettere le immagini della fuoriuscita di petrolio 24 ore su 24 via webcam. E’ evidente che per l’opinione pubblica una cosa è vedere su YouTube un video registrato di 3 minuti della fuoriuscita e altra cosa è rendersi conto che quel getto sta fuoriuscendo in continuazione da un mese, tanto più dopo che gli esperti, come vi raccontavo ieri, hanno stabilito che si tratta di una massa di petrolio 15 o 20 volte più grande di quanto affermato dalla BP. Da stamattina le immagini dovrebbero vedersi sul sito della Commissione della Camera dei Deputati; peccato che in questo momento la pagina della Commissione non sia attiva (ieri funzionava), forse stanno caricando il video, riprovate.

E ancora: salta fuori che 6 ore prima dell’incidente la squadra esterna che doveva effettuare il test acustico delle pareti di cemento dell’impianto si era licenziata, facendosi riportare a riva a proprie spese, perché la BP non voleva chiudere l’impianto. Sei ore dopo la Deepwater Horizon è esplosa uccidendo 11 lavoratori. Lo riporta Thom Hartmann e ve lo traduco nel podcast qui sotto. Lo conferma David Hammer del Times-Picayune di New Orleans, addentrandosi nei dettagli complicatissimi dell’ispezione dei punti di sigillo nelle giunture delle pareti di cemento, e avanzando l’ipotesi che il pozzo non fosse nemmeno costruito secondo i progetti originari. Qui c’è anche uno schema ingrandibile di come è costruito il pozzo.

Peter Overby di National Public Radio posta oggi sul fatto che l’organismo nazionale che norma le trivellazioni offshore, la MMS,  adesso è di nuovo sotto scrutinio (traduco una sintesi qui sotto nel podcast)

Il Post sintetizza le riflessioni del New York Times sul conflitto d’interessi che si è creato nella normativa dopo il disastro della Exxon Valdez. Chi sporca pulisce, ma non è così semplice.

♫ Le musiche di oggi erano “Walking in the sun” di Fink e “Cavallo bianco” di Marco Iacampo

Ecco la puntata di oggi:

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adesso pulisci

Allo stato attuale, un mese esatto dopo lo sprofondamento della Deepwater Horizon:

1) la BP non sta ancora riuscendo a contenere il flusso continuo di petrolio dal fondo dell’oceano nel Golfo del Messico, ma sta riuscendo benissimo a bloccare studi e aiuti alternativi a quelli delle sue squadre.

2) Obama è furioso con la BP per aver aggirato la normativa già troppo lasca, ma gli scienziati sono furiosi con la sua amministrazione che ha autorizzato la piattaforma nei primissimi giorni del mandato.

3) l’agenzia governativa Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) sta cercando di coordinare gli studi alternativi e la raccolta dei dati sull’espansione della macchia nell’oceano profondo, ma i veterani della lotta contro il riversamento della Exxon Valdes dicono che sta facendo un pessimo lavoro, e decisamente troppo tardi.

4) la macchia di petrolio ha raggiunto la bocca del Mississippi, che è già uno dei fiumi più inquinati del mondo. La Florida teme che arrivi anche lì, e non è la sola. Cuba – che è appena stata dichiarata uno dei territori nazionali più puliti al mondo – vorrebbe prendere misure preventive nel caso la macchia si avvicinasse anche alla sua barriera corallina. Si offre di collaborare scientificamente con gli Usa ma la rigida burocrazia in cui sono avvolti i rapporti fra i due stati rischia di vanificare la collaborazione.

*

Un ascoltatore mi ha spedito una mappa stupenda di Infographic che illustra la situazione nel Golfo del Messico e i costi vertiginosi che comporterà il disastro ambientale. E’ un jpg da vedere alle massime dimensioni, lo trovate qui. Presenta anche le concentrazioni di fauna protetta e non, i pozzi di sfogo scavati dalla BP, le specie in pericolo, la struttura della famosa “cupola”, il tasso di disoccupazione negli stati interessati, le aziende coinvolte, la suddivisione delle spese, i sondaggi di opinione. Ci ricorda anche che nel Golfo del Messico ci sono altri 3.858 pozzi petroliferi.

Richard Adams posta sul fatto che secondo gli esperti indipendenti che hanno studiato il video subacqueo dei due getti di petrolio, la BP dà i numeri: non sono 5 mila barili al giorno, ma più realisticamente una quantità che sta intorno ai 100 mila. In un arco di 90 giorni (e fra un po’ ci siamo) il disastro della Deepwater Horizon potrebbe diventare 34 volte quello della Exxon Valdez.

Il Noaa – che invita a riferire chi avesse testimonianze utili sul nuovo sito del comando di emergenza che gestisce la situazione,  Deepwaterhorizonresponse - conferma: avvistata nella Corrente del Golfo  ”una piccola porzione di petrolio di superficie” che luccica al sole, che insidia la bocca del Mississippi. Nel tentativo di suonare rassicurante  il Noaa dice però che ci vorrebbe una particolare e improbabile combinazione meteorologica perché le correnti spingessero la macchia fino alla Florida.

La verità è che le imbarcazioni di monitoraggio stanno scrutando la superficie dell’acqua, ma nessuno studia quanto petrolio si stia addensando in profondità, dove è più minaccioso per le specie marine e per l’ecosistema nel suo complesso perché si “mangia” l’ossigeno. Secondo il New York Times le foto satellitari individuano almeno una chiazza sottomarina lunga dieci miglia e larga 3, e spessa 100 metri. Le sostanze chimiche usate dalla BP per tentare di disperdere il petrolio avrebbero aggravato la situazione, rompendo le “piume” di petrolio in piccole gocce che tendono a cadere sotto la superficie. Questo è l’articolo di Justin Gillis che scriveva ieri delle reazioni angosciate e critiche di scienziati, ambientalisti e oceanografi (ve lo traduco nel podcast qui sotto).

Infine, Lesley Clark del Miami Herald riferisce sugli sforzi che Cuba sarebbe pronta a fare per aiutare a studiare e contenere la macchia di petrolio prima che arrivi alla sua (intatta) barriera corallina, casa delle tartarughe verdi di mare. Il governo cubano si è messo subito a disposizione degli oceanografi, e il Dipartimento di Stato americano ha confermato ieri che sono in corsi colloqui informali fra i due paesi, sulla falsariga degli accordi di collaborazione già esistenti in materia di uragani . Ma gli ambientalisti sono preoccupati che le rigidità dei rapporti fra Cuba e Usa possano rallentare o vanificare la collaborazione. Inutile dire che gli oceanografi dei due paesi collaborano già da anni, e che la macchia di petrolio non guarda in faccia burocrazia né confini. L’articolo intero qui via Repeating Islands, ve lo traduco qui sotto nel podcast.

Aggiornamento delle 17: la BP ha ricevuto ordine dal Congresso di trasmettere le immagini della fuoriuscita di petrolio 24 ore su 24 via webcam. Da stasera (domattina per l’Italia) sul sito della Commissione della Camera dei deputati; nel frattempo Huffington Post pubblica la prima galleria di foto della macchia arrivata sulla costa della Louisiana, delle barriere improvvisate al largo dell’Alabama, delle proteste degli ambientalisti e dei tentativi dei veterinari di pulire gli animali. E ancora: 6 ore prima dell’incidente la squadra che testava l’impianto si era licenziata perché la BP non voleva chiudere l’impianto, lo riporta Thom Hartmann.

♫ La canzone di oggi era “The peppery man” di Nathalie Merchant

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enciclopedici

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Lo scrittore americano Neil Gaiman, forse il più aperto al mondo nella discussione con i suoi lettori sulla rete  (neilhimself), sta partecipando in questi giorni a una discussione su Twitter sui temi del suo classico American Gods (hashtag # 1b1tNG)  e nelle stesse ore ha postato sul suo blog chiedendosi se, ravvisando nelle voci che lo riguardano su Wikipedia alcune inesattezze sul romanzo, dovesse correggerle di persona.

A questo proposito, Umberto Eco ha rilasciato qualche giorno fa una lunga intervista all’inviato di Wiki@Home a casa sua, per discutere di come vede lui pregi e difetti dell’enciclopedia collaborativa. E’ forse uno dei primi pareri colti e democratici di un intellettuale italiano che ammette di usare Wikipedia e la rete per le sue ricerche, ma è anche in grado di individuarne le debolezze. In particolare, Eco riesce a decifrare la continuità di questioni che è passata dall’Enciclopedia cartacea all’enciclopedia collaborativa online, e si addentra anche nella questione dei diritti d’autore, della diffusione pirata e di quello che pensa dell’ipotetico danno agli autori. Qui il link all’integrale dell’intervista.

♫  Le musiche di oggi erano “Mentre dormi” di Max Gazzè e “Magic day” di Lou Rhodes

Ecco la puntata di oggi:

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Stanley Péan

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Oggi ospite in diretta Stanley Péan, scrittore, jazzista, personalità radiofonica e blogger. Stanley Péan è haitiano e vive in Canada, dove è presidente dell’associazione degli scrittori del Quebec. Il giorno del terremoto era proprio in viaggio verso Port-au-Prince per un festival letterario. Il suo ultimo noir & rouge, pubblicato in Italia da Tropea, è Zombi Blues, intriso come sempre della cultura e della storia politica di Haiti. Abbiamo chiacchierato di diaspora haitiana in Canada e del ruolo dello scrittore figlio di immigrati che si trova davanti alla ricerca della propria identità; del rapporto fra la storia del voodoo e la storia del jazz; del suo programma alla radio; del sogno mai realizzato di suo padre di tornare a vivere ad Haiti dopo essere fuggito dalla dittatura di Papa Doc Duvalier; di come la storia di Haiti non abbia fatto che replicare il modello del dominio schiavista; di come la distruzione terribile causata dalla negligenza politica che ha amplificato gli effetti del terremoto possa essere un’opportunità storica per Haiti di cominciare davvero la propria storia come paese indipendente. Potete riascoltare l’integrale dell’intervista nel podcast qui sotto.

Potete incontrare Stanley Péan a Milano giovedì 20 maggio alle 19 sulla terrazza dello Spazio Prospekt di via Vigevano 33; in quell’occasione verrà anche proiettato il video “Spirits in the dust” di Samuele Pellecchia. L’ingresso alla serata è libero, e se comprate una copia di Zombie Blues metà del ricavato andrà alla Fondazione Francesca Rava NPH Italia Onlus per i bambini di Haiti.

La musica di oggi era “Stuff” di Miles Davis

Ecco la puntata di oggi:

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carburanti

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Considerato quanto il petrolio e la benzina condizionano ancora la vita dei paesi più consumisti – dalla gigantesca perdita di petrolio nel Golfo del Messico di cui parlavamo ieri, alle guerre finanziate per il controllo del petrolio, dai paesi che ne hanno in abbondanza a quelli che da loro dipendono, mi sembra interessante una delle cose che sta raccontando in queste ore Homylafayette, prudente ma preciso blogger iraniano negli Usa a cui di solito ci affidiamo per i racconti delle manifestazioni del movimento verde in Iran. Homylafayette riceve costantemente materiale foto e video dall’Iran e nel giro di poche ore ha postato sullo sciopero generale di ieri in Kurdistan (per protestare contro l’esecuzione di cinque prigionieri politici, quattro dei quali curdi, avvenuta domenica, e dalle foto sembra che lo sciopero sia riuscito) e sulle lunghe code che si creano a Teheran per fare provvista di gas naturale compresso, il carburante per auto promosso dal governo ma di difficile accesso nella realtà  (vi traduco la storia qui sotto nel podcast)

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Quando vi raccontavo degli effetti della nuova legge sull’immigrazione dell”Arizona, vi dicevo di come negli ultimi mesi la pressione degli ingressi clandestini dal Messico fosse perfino aumentata  a causa dell’escalation di violenza appena al di là del confine. Una buona preparazione ai misteri letali delle zone di confine la offre un libro uscito in Italia qualche anno fa per Adelphi, Ossa nel deserto, che documentava le ricerche del reporter Sergio Gonzales Rodriguez sulle centinaia di omicidi e sparizioni di donne nell’area di Ciudad Juarez a partire dal 1999. Omertà, corruzione e narcotraffico, festini a base di donne da usare per poi gettarne i cadaveri nei canali di scolo e segnare così il territorio: questa era la mappa agghiacciante che emergeva dal libro. L’autore è stato ospite l’anno scorso del festival di Internazionale, (qui il resoconto di un incontro con lui)  e vi segnalo una sua intervista del 2006 con l’autore. Qualche anno prima Rodriguez aveva anche subito un cosiddetto “sequestro lampo”, di cui sono fitte le cronache di oggi. Adesso la recrudescenza dello scontro fra cartelli della droga sta attanagliando il Nuevo Léon e Tampico, e investe la vita pubblica di tutti. Elena Intra ha raccolto in un unico post una serie di racconti dai blog sulla diatriba fra i cartelli e l’ondata di violenza, traducendo i post in italiano.

♫ Le musiche di oggi erano “The loop” di Emma Pollock e “Inspiracion” dei Calexico

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uno schifo

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Mentre Obama decide di tassare di un centesimo al barile le compagnie petrolifere (perché la BP pagherà le “pulizie” fino a un certo tetto stabilito dalla legge) per finanziare le ancora lontanissime soluzioni del disastro ambientale nel Golfo del Messico, oltre a 5000 barili di greggio in mare ogni giorno da 23 giorni in qua la piattaforma Deepwater Horizon sta sputando un po’ alla volta anche i suoi segreti.

La Nasa ha già fotografato la macchia di petrolio dallo spazio, mentre i volontari della Louisiana Bucket Brigade hanno aggiornato la loro mappa dell’avvicinamento della macchia alle coste. Adesso, dopo aver subito innumerevoli pressioni dai media e dal governo, la BP cerca di fare un’operazione di “trasparenza” pubblicando per la prima volta una ripresa video del getto di petrolio emesso dal pozzo in profondità, la più grossa delle due perdite.

Ma nel frattempo salta fuori che i segnali d’allarme c’erano stati tutti. Oltre alla questione delle due valvole di sicurezza mai installate, e delle trivellazioni 7000 piedi più in profondità del consentito, il giorno stesso dell’esplosione la piattaforma non aveva passato un test di sicurezza: era stata rilevata la presenza di una formazione gassosa all’interno del tubo principale, quella che poi avrebbe portato all’esplosione. Invece di chiudere immediatamente le trivellazioni, la Deepwater ha continuato a pompare petrolio fino al disastro. La Associated Press racconta come tutte le scorciatoie della BP (le valvole di sicurezza mai montate, le crepe nel fondo di cemento, le tubature allentate, una batteria esaurita e mai sostituita) rivelino una pericolosa carenza di regolamentazione generale. Il blog di un indignato Richard Adams racconta l’udienza della BP presso la commissione di controllo del Senato – che ha preso tutta l’aria di uno “scaricabarile” (perdonate il gioco di parole) fra la BP (che gestisce la piattaforma), la Hallyburton (che l’ha installata) e la Transocean (che la possiede). Il Daily Beast fa un sunto delle proposte più estreme di soluzione del disastro arrivate da tutto il mondo.

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La questione degli accordi fra venditori di e-book, editori e piattaforme di lettura, soprattutto dopo l’ingresso sul mercato dell’iPad, è ancora talmente fluida che ne stanno capitando di tutti i colori. Se volete seguire un po’ le puntate precedenti come le abbiamo raccontate qui ad Alaska basta digitare “e-book” nella casella di ricerca qui in alto a destra. Una delle cose bizzarre è che le trattaive in corso per quello che rigurada i diritti dei libri cambiano ogni giorno, e può capitare di vedersi “requisire” un e-book già pagato. E’ da qualche settimana che Inkygirl, fumettista e blogger americana, sta cercando di risolvere (invano) una bella sorpresina che si è ritrovata come utente di e-book. In buona sostanza ha fatto uno dei suoi soliti acquisti digitali di un libro elettronico, ha cominciato a leggerlo, l’ha lasciato da parte per un po’, e quando è tornata ad aprirlo si è vista negare l’accesso: il suo libro, regolarmente pagato, non era più accessibile per “restrizioni geografiche”. Inkygirl ha contattato più volte il servizio di assistenza di Fictionwise/Barnes & Noble e si è sentita dire che la responsabilità non è loro e che la ricontatteranno quando avranno trovato una soluzione. Intanto, per ora, niente rimborso e niente libro. Alla sua maniera, Inkygirl ha raccontato la storia con una vignetta, fingendo che la stessa cosa accaduta con l’e-book fosse successa con un libro tradizionale:

Fictionwise

(clicca per ingrandire)

♫ Le musiche di oggi erano “Gli spietati” dei Baustelle e “Tornare a casa” di Marco Iacampo

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