Archivi del mese: gennaio 2011

il colore che conta

Al terzo giorno di ricovero in ospedale a Johannesburg, Nelson Mandela viene dimesso proprio  nei minuti in cui andiamo in onda, le cure proseguiranno a casa e la sua fondazione insiste che non c’è ragione di preoccuparsi – mentre i media si erano scatenati sulle ipotesi peggiori. Celia W. Dugger del NYT racconta dalla città sudafricana, un post appena precedente alla notizia del ritorno a casa di Mandela  (che vi traduco qui sotto nel podcast). Intanto in questi giorni sui blog sono emerse due questioni ancora critiche per il Sudafrica, una che riguarda la lingua (qui il Post), e l’altra, ancora una volta, il colore della pelle (fa sintesi del dibattito lanciato dal blogger sudafricano Sentletse Diakanyo Claudia Borrello per Global Voices in italiano).

♫ Le musiche di oggi erano “These are my hands” di Jimmy Gnecco e “Jimmy standing in the rain” di Elvis Costello

Ecco la puntata di oggi:

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noi vi vediamo

piazza Tahrir, il Cairo, foto da latenightcabdriving via Nomfup

A differenza delle rivolte in Tunisia e poi in Algeria, la sensazione di tensione dall’Egitto ci arrivava già da tempo, e qui ad Alaska ho cercato di restituirvela attraverso le storie delle censure ai blogger e alla stampa indipendente. Adesso che i tumulti sono scoppiati in piazza (e stanno nascendo in queste ore anche in Yemen), blog, Twitter e Facebook si rivelano ancora una volta (come in Iran, in Tunisia e in Algeria) strumenti di auto-organizzazione (anche se ostacolati da qualche tentativo di oscuramento) ma anche come piattaforme che rendono visibile minuto per minuto a tutti noi quello che accade ai manifestanti. Difficile ancora prevedere quali saranno gli effetti a lungo termine di questa nuova visibilità – una sorta di arena pubblica in cui la violenza della polizia può essere immediatamente scrutinata dagli utenti – ma di certo ci troviamo di fronte a una situazione completamente diversa rispetto anche solo a quattro o cinque anni fa. Oggi vi propongo la traduzione del lungo post sul campo di Yasmine El Rashidi, che ha postato in inglese sulla New York Review of Books dopo essersi mescolata alla folla nelle strade e nelle piazze del Cairo il 25 gennaio. Il suo racconto si intitola “Hosni Mubarak, l’aereo ti aspetta”, un riferimento agli slogan in piazza che inneggiavano alla partenza di Mubarak sulle orme della cacciata di Ben Ali dalla Tunisia verso l’Arabia Saudita. L’originale lo trovate qui, la traduzione potete ascoltarla qui sotto nel podcast.

♫ Le musiche di oggi erano “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena e “Light of life” di Natacha Atlas

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prima pagina

(Obama e il giovane speechwriter Jon Favreau lavorano al discorso sullo Stato dell’Unione, 24 gennaio, foto di Pete Souza)

Oggi, nella giornata dei commenti al discorso sullo Stato dell’Unione che Barack Obama ha pronunciato stanotte, vi racconto quello che si trova in rete su due bei documentari americani. Uno è il ritratto/diario che la PBS ha dedicato al fotografo ufficiale della Casa Bianca Pete Souza – The President’s Photographer – 50 years in the Oval Office – e l’altro (via Nomfup) è Page One, il risultato di un anno di riprese nella redazione del New York Times che è appena stato presentato al Sundance Festival.

Per due anni ho seguito con grande curiosità il lavoro del fotografo Pete Souza, ex reporter del Chicago Tribune che dopo aver seguito Obama per tutta la campagna elettorale è stato chiamato a far parte della squadra presidenziale come fotografo ufficiale. Affiancato da un team di altri fotografi, Pete Souza pubblica sul sito della Casa Bianca una “foto del giorno” ogni giorno, e i suoi scatti si distinguono sempre per il tipo di luce e la capacità di catturare momenti minuscoli di grande pregnanza iconografica, che naturalmente contribuiscono alla narrazione del personaggio Obama. Essendo il suo compito quello di documentare ogni momento della presidenza per gli archivi storici, e facendo parte integrante della comunicazione di Obama verso l’esterno, Souza non è certo quello che si dice un fotografo indipendente. Ma non solo ho scoperto che in rete i blogger appassionati di fotografia lo seguono con grande interesse, ma che la PBS gli ha da poco dedicato un bel documentario, che nonostante sia commercializzato in dvd, finché è possibile potete vedere integralmente qui (dura poco meno di un’ora). Un milione di foto dopo l’inizio della sua avventura (nessuna della quali cancellabile dagli archivi) Souza racconta la sua giornata media secondo gli impegni del presidente, e i momenti più forti dei suoi reportage quando lo ha seguito fuori dalla Casa Bianca, ai comizi, all’arrivo delle bare dei soldati dall’Iraq, nelle visite ufficiali. Il punto di vista è molto peculiare, la camera a mano segue Souza nei corridoi e nei giardini della Casa Bianca, sotto i soffitti bassi, inseguito dal cane Bo, nell’incongrua domesticità del palazzo del potere più importante del mondo. Nel mondo di Souza, l’incontro di Obama con un altro capo di stato significa attendere ore sui divanetti del corridoio e lavorare di concerto con un altro fotografo ufficiale. La memoria digitale di una delle sue Canon può lasciarlo a piedi sul più bello. L’intero staff del presidente – Favreau, Axelrod, Rahm Emmanuel, lo prende in giro a bordo delle macchine blindate, ma tutto lo staff accorre una volta al mese nel corridoio dove vengono periodicamente esposte e alternate le sue fotografie più belle. Souza è sempre di corsa, con le sue macchine a tracolla, e deve arrangiarsi in ogni situazione che trova. Dalle foto ricordo di tutti quelli che stringono la mano al presidente fino ai momenti convulsi delle telefonate di Obama per vincere la battaglia legislativa sulla riforma sanitaria, le telecamere lo seguono dal suo ufficetto che una volta era la bottega del barbiere della Casa Bianca, fino a tutti gli angoli dell’Air Force One, e lo stesso Obama racconta il costante scrutinio della macchina fotografica e come Souza sia riuscito a rendersi quasi invisibile e il rapporto che hanno stabilito. The President’s Photographer ha come sottotitolo “50 years in the Oval Office” perché attraverso Souza vuole anche ricostruire l’esperienza dei fotografi ufficiali della Casa Bianca, alcuni dei quali ancora in vita, che qui  raccontano le loro avventure e disavventure in alcuni momenti storici, e di sicuro rende noto un dietro le quinte difficilmente accessibile altrimenti.

*

Intanto Andrew Rossi porta al Sundance Festival il suo documentario sull’anno di riprese che ha fatto nella redazione del New York Times, che si intitola Page One. Nomfup ci mette a disposizione il minivideo di un’intervista col regista che potete vedere nel suo bel post qui, insieme alla locandina del film. Come racconta Rossi, è la documentazione del lavoro che si fa nella redazione di un grande giornale (in questo caso il più grande del mondo) in un anno critico per il destino della carta stampata e per la sopravvivenza stessa del Times che sta cercando di adattarsi a molti cambiamenti (per dirne una, in alcune immagini tratte dal film potete vedere da dentro l’inconfondibile griglia della facciata del “palazzo di carta” creato da Renzo Piano sull’Ottava Avenue fra la 40esima e la 41esima apposta per il New York Times, che poco dopo il giornale ha dovuto mettere in affitto per mancanza di fondi), ma è anche, per Rossi, una testimonianza di riflessione su come una buona informazione ci aiuti ad essere persone che compiono scelte politiche consapevoli. Qui invece un clip da un momento del documentario che racconta l’arrivo e il trattamento di una parte della montagna di dispacci Wikileaks in redazione.

♫ Le musiche di oggi erano “The Magic” di Joan as Policewoman e “New York is killing me” di Gil Scott-Heron

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petrolio in casa

Visto che questo è il blog di una trasmissione che ha seguito per mesi le vicende legate ai riversamenti di petrolio in mare della BP, della Exxon e della Shell, mi sembrava doveroso scoprire qualcosa di più della perdita di 18mila litri di petrolio della e.On sulle coste sarde avvenuta all’inizio di gennaio, e quasi completamente ignorata dai media nazionali. Ma come sempre quello che cercavo era il racconto di un blogger che fosse stato coi suoi occhi a vedere cos’era successo. Grazie alla comunità dei kayakisti, che hanno fatto girare i post di Dorsogna, e dei due sopralluoghi di skywalkerboh il 16 gennaio e il 23 gennaio, finalmente abbiamo qualcosa da leggere attentamente.

♫ Le musiche di oggi erano “Più forte del fuoco” di Cristina Donà (dal nuovo album che esce oggi) e “The winter” dei Cake

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inno di battaglia della madre tigre

Se in questi giorni state per caso pensando che Ruby potrebbe anche essere figlia vostra, è il momento di curiosare in una discussione destata in America e in Inghilterra dal libro in uscita di una madre di origine cinese, Amy Chua, un memoir dal titolo L’inno di battaglia della madre tigre. Amy contrappone un rigido modello di educazione delle sue figlie al lasco e permissivo modello occidentale, e sembra che tutti vogliano discuterne con lei o se ne sentano offesi. In realtà, Amy racconta la sconfitta del suo modello almeno con la seconda figlia, e si immerge nel modello di educazione ciense ricevuto da lei stessa, e nelle aspirazioni delle famiglie orientali che hanno reso i figli di cinesi i ragazzi di maggiore successo accademico e professionale di tutti gli Stati Uniti. Prima Francis Bissong, che ringrazio, mi ha segnalato le interviste online del Guardian, e adesso non solo Amy Chuan si è guadagnata la copertina di Time in uscita (che fiuto, Francis…) ma ieri mattina in tv su MSBNC a dire la sua ci sono andate anche le più potenti blogger dell’universo, Arianna Huffington dell’Huffington Post e Tina Brown di Daily Beast. Qui il video. (i pezzi ve li traduco nel podcast qui sotto)

♫ Le musiche di oggi erano “Equestrienne” di Nathalie Merchant e “The magic” di Joan as Policewoman

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un maestro del live blogging

(foto via Nomfup)

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Oggi, più ancora che a un tema, ci dedichiamo a una persona, un blogger molto speciale che si chiama Richard Adams. Dovreste conoscerlo perché qui ad Alaska seguiamo molto spesso i suoi racconti, e alcuni dei blog che leggiamo regolarmente li abbiamo scoperti grazie alle sue indicazioni. Adams è una cronista e commentatore inglese del Guardian che guarda le cose di Washington, ma soprattutto ha due grandi capacità: quella di raccontare cose molto serie senza mai rinunciare a un po’ di sarcasmo, e quella di conoscere molto bene il mezzo del blog e del microblog – sue, ve lo ricordate, le cronache minuto per minuto del vulcano islandese, dei colpi di scena al vertice di Copenaghen, nonché degli scontri in Iran di qualche mese fa, dell’attacco alla Flotilla, e di vari eventi elettorali – per alcune di queste giornate, Richard ha fatto avanti e indietro dalla tastiera anche per 20 ore filate. Ieri per lui è stata una giornata di attività molto intensa. Ha seguito direttamente minuto per minuto la conferenza stampa congiunta che ha coronato la visita di stato di Hu Jintao a Washington, con alcuni esilaranti problemi di traduzione, e sempre minuto per minuto, con alcuni collaboratori, ha ricostruito l’annuncio della ripresa di bonus e premi da Goldmann Sachs che ieri teneva la sua conferenza pubblica di fine anno, alla quale si poteva accedere chiamando in anticipo due numeri verdi – un po’ troppo tecnico da tradurre ma pieno di piccole rivelazioni in tempo reale sul linguaggio dei dirigenti Goldman Sachs, sull’attuale numero di impiegati solo rispetto a un anno fa, e sulla bufala dell’investimento di GS in facebook, con tanto di commenti tecnici in tempo reale dalla collega di Richard, Jill Treanor.  Il primo thread, quello di Hu Jintao, si legge dal basso verso l’alto, quello di Goldman Sachs dall’alto verso il basso.

♫ Le musiche di oggi erano “Half Light I” degli Arcade Fire e “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

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parole parole parole

(la distribuzione delle lingue usate online/diagramma del 2000 di Bill Dunlap)

(la situazione nel 2009, secondo InternetWorldStats)

Intorno a Natale, Maria Grazia Pozzi per Global Voices in italiano ha esaminato i blog dei traduttori della Bibbia. Su 2 miliardi e 200mila cristiani nel mondo, ce ne sono 350 milioni che hanno bisogno di una traduzione delle Scritture nella loro lingua – e la rete è dove i traduttori si possono confrontare, sui problemi di traduzione ma anche sui quesiti filosofici che le nuove traduzioni impongono.

The gallery of Wrongness è un blog/forum che elenca siti “tradotti” in cui la lingua inglese viene massacrata – tragici esiti del traduttore automatico, vere e proprie invenzioni linguistiche, e anche piatta ignoranza. Qui si tratta male l’inglese! è il motto del blog. Negli ultimi giorni è arrivata una pagella dedicata all’Italia – Beppe Grillo, i Carabinieri, il sito della Toscana – l’inglese non lo sa proprio nessuno (sarebbe meno triste, The gallery of wrongness, se sapesse come trattiamo l’italiano).

♫ La canzone di oggi era “Eden” dei Subsonica

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uomini da niente

Nel grande disegno della storia, sembra ancora che un solo uomo possa fare molta differenza – ma spesso in peggio. Cosa preferite? Il vecchio porco, l’assassino o l’ex dittatore che rientra di nascosto fra le macerie del paese da cui era stato cacciato dal popolo venticinque anni fa? Qualunque scegliate, uno di questi tre ce l’abbiamo in casa. E gli altri due ci riguardano comunque.

L’ex dittatore di Haiti (e figlio di dittatore) “Baby Doc” Duvalier è rientrato due giorni fa nel paese devastato dal terremoto. Costretto dalla rivolta popolare del 1986 ad andarsene, era dal 2004 che parlava di voler tornare per candidarsi alle elezioni. Molti blog investigano sul suo rientro, pubblicano foto del suo arrivo nell’oscurità, fanno rassegna stampa di quello che si trova in rete. Il Post. Cosa dice Mojo. Da Repeating Islands la Reuters, le speculazioni sulle possibili ragioni del rientro e lo schiaffo agli haitiani già piegati dal terremoto, l‘opinione di Georgianne Nienaber (che vi traduco qui sotto nel podcast), il sunto dell’Associated Press, cosa si domanda Tim Padgett di Time.

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Anche il Post non ce la fa più, e in effetti davanti alle porcate da vecchio satiro del Presidente del Consiglio italiano è dura mantenere un aplomb britannico… Il Post ci invita a riflettere su cosa significa essere complici.

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Ben Ali abbandona la Tunisia (cosparsa di morti) e fugge in Arabia Saudita. Le reazioni su Twitter dai paesi arabi, e la reazione al suo arrivo in Arabia Saudita. Nel nuovo governo tunisino un  noto blogger diventa ministro, in rete se ne discute.

♫ Le musiche di oggi erano “Gli spietati” dei Baustelle e “Miracoli” di Cristina Donà

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il mestiere delle armi 2

(creazione tipografica pacifista di Aceinfowayindia)

Chiudiamo la settimana come l’abbiamo cominciata, con le riflessioni che si moltiplicano in rete sulla sparatoria di Tucson di una settimana fa. In mezzo c’è l’orazione di Obama ieri in memoria delle vittime all’università di Tucson gremita, un discorso che lo ha riportato nel suo ruolo naturale, quello di padre, predicatore e guaritore sociale. Obama, considerato dalla National Rifle Association “una minaccia alla libertà degli americani di portare armi da fuoco” e – da non dimenticare – primo obbiettivo dei miliziani anti-governativi di tutto il paese, ha fatto insieme ai suoi speechwriter una scelta molto netta: creare una narrazione parlando di vita e non di morte, di unità e non di divisione politica, di energia e non di scoraggiamento, di richiamo alle migliori qualità umane e non di vendetta – e di non menzionare mai né gli avversari politici né la polemica sulle armi da fuoco né il giovane assassino Jared Loughner né il percorso giudiziario che lo attende – una scelta che gli ha fatto portare a casa uno dei discorsi più ispirati del suo mandato (in questo link trovate il parere di di Eleanor Clift del Daily Beast sul “ritorno del vecchio Obama” , che a sua volta propone altri link con pareri analoghi) e gli hanno guadagnato una risalita di 5 punti percentuali nei sondaggi.

Kevin Drum scrive che non è affatto vero che democratici e repubblicani hanno pari responsabilità nell’aver permesso a un linguaggio violento di penetrare nel dibattito americano.

Il Post propone una panoramica sulle leggi americane sulle armi.

Mike Lillis su The Hill racconta della reazione del nuovo speaker della Camera, il repubblicano Boehner, alle prime proposte di legge sulla regolamentazione delle armi da fuoco avanzate dai democratici.

Lo scrittore premio Pulitzer Larry McMurtry si è messo a scrivere un post per la New York Review of Books a Tucson, pochi metri più in là del luogo della sparatoria.

♫ Le musiche di oggi erano “The sellout” di Macy Gray e “The magic” di Joan as Policewoman

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Tunisia

Le proteste e gli scontri di questi giorni in Algeria e Tunisia e la repressione della polizia sono strettamente monitorate dai blogger, e la comunità di netizens locali usa i blog, i forum e Twitter per scambiarsi informazioni e opinioni, seguite con grande attenzione da Global Voices, sia nell’edizione in inglese che in quella in italiano. Oggi vi propongo quattro post.

Il 7 gennaio Giorgio Guzzetta postava per Global Voices in italiano sul dibattito seguito ai fatti di Sibi Bouzid (dove il giovane tunisino si era dato fuoco per protesta), in particolare riguardo alla situazione degli avvocati.

Il 9 gennaio Amira al Hussaini proseguiva raccontando altre reazioni sulla rete, in particolare sulla situazione a Kasserine.

Ieri Giulia Jannelli faceva sintesi di opinioni e iniziative dei blogger e twitterer come alternativa al silenzio delle tv.

Oggi Il Post commenta sulle ragioni del silenzio francese sulle proteste in Tunisia.

♫ Le musiche di oggi erano “Wonderful savior” di Mavis Staples e “Shell games” dei Bright Eyes

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