Archivi del mese: febbraio 2011

venerdì santi

(la mappa delle città liberate e quelle da liberare – a stanotte – dalle fonti web, via Andrew Sullivan qui)

Oggi è una giornata di grande tensione per la Libia, si tenterà di manifestare a Tripoli, stretta nella morsa della paura e pattugliata da giorni dai mercenari e ultima vera roccaforte da liberare, con l’apporto di rinforzi della rivolta che arrivano da altre città già liberate. A Tripoli sarà fondamentale che riescano ad arrivare le televisioni, e i reporter di tutto il mondo che stanno riuscendo ad arrivare dalle città liberate. Mentre la Nato si gratta il capino pensando se intervenire militarmente – la linea è vediamo se se la cavano da soli, sennò interveniamo, intanto cerchiamo di non pensare a cosa significa se non dovessero cavarsela da soli… – in Libia c’è bisogno, molto più che di armi di cui purtroppo si dispone in abbondanza, di cibo e medicinali – e rispetto. Stamattina Ghonim, fra i leader della rivolta egiziana, ha twittato: “Noi non siamo schiavi. Noi non accettiamo dittature. Noi siamo la nuova generazione del Mondo Arabo. Noi siamo LIBERI!”

Su Twitter, dove staremo accampati tutto il giorno, prevale la cabala speranzosa del venerdì, giorno di festa e tradizionalmente giorno di preghiera, di veglia e di lotta nei paesi in rivolta, e il giorno in cui sono caduti Ben Ali e Mubarak. E’ venerdì di manifestazione (un po’ tesa) anche a piazza Tahrir al Cairo, e naturalmente nella instancabile Lulu, la rotonda della Perla a Manama in Bahrain, 30mila manifestanti sono riuniti davanti all’università di Sana’a in Yemen, e i servizi di sicurezza iracheni avrebbero sparato stamattina contro una manifestazione a Baghdad.

Ormai Radio Popolare sta riuscendo a trovare diverse voci dalla Libia, pareri e analisi interessanti (seguite i Gr, i microfoni aperti, Esteri delle 18), perciò noi restiamo nel nostro. I materiali di oggi sono stati rigorosamente reperiti dai Twitterer, quando non creati direttamente da loro: ci hanno postato questo racconto di Paul Schemm della AP ripreso dal canadese Albuquerque Journal, con il racconto di come si sta autogovernando Benghazi liberata. Una delle twitterer della nostra rosa, @Anjucomet, vero nome Anjali Kamat (già bravissima sul Cairo) ci racconta cos’ha visto a Tobruk liberata, via Democracy Now! E rimbalza dappertutto su Twitter il post del Telegraph (Robert Winnett) sul presunto congelamento dei beni di Gheddafi da parte degli inglesi.

♫ La canzone di oggi era “Sign o’the times” di Prince

Ecco la puntata di oggi:

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cosa brucia

In sintesi, sul Twitter di Alaska tutte le ultime da una rosa di twitterer libici e di 14 reporter stranieri ora su suolo libico (una sintesi della giornata ogni giorno a Esteri alle 18 insieme a Chawki Senoucci). Il più avanzato dei reporter su territorio libico, l’unico a Tripoli finora, è (e non sorprende) il più grande giornalista esperto di Medio Oriente, Robert Fisk, qui il suo post da Tripoli per l‘Independent, mentre la città ancora in mano a Gheddafi si prepara, con terrore, alla manifestazione di domani, e Benghazi e le altre città liberate si armano per difendersi. Intanto per una visione d’insieme, Amy Goodman intervista il romanziere e attivista libico Hisham Matar, per il quale la fine di Gheddafi è vicina, e si stava preparando da tanto tempo.

♫ La canzone di oggi era “How I wish I knew how it would feel to be free” di John Legend & The Roots

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scuola di rivolta

(il messaggio del Bahrain, foto Asan Jamali via In Focus via Nomfup)

Le informazioni dalla Libia si fanno via via più chiare. Il professor Mattawa di cui vi riferivo ieri sostiene che ragazzi che offrono la propria vita per liberare il paese stanno offrendo la prova estrema di come si supera la paura – l’incantesimo della paura che avvolge una generazione dopo l’altra sotto i dittatori. Siccome invece, nei commenti politici e giornalistici italiani, di paure e distinguo sulla rivolta libica sembra ce ne siano ancora molte, mi sembra che possiamo almeno dire che se un ragazzo o una ragazza di 18 anni in Libia è disposto a MORIRE per liberare il suo paese dalla dittatura, per avere libertà e rispetto, per far parte del mondo, il minimo che dobbiamo loro è di avere un po’ meno paura a nostra volta, specialmente visto che stiamo a guardare in poltrona. Tutte le fonti di Radio Popolare e i nostri contatti via Twitter confermano che la rivolta in Libia, anche se più diffusa, frammentata e sanguinosamente repressa rispetto a quella egiziana, presenta gli stessi schemi di responsabilità e auto-organizzazione di pza Tahrir: nessuna razzia o vandalismo sulle proprietà, presidi e checkpoint autorganizzati, pane gratis, medicine gratis, esuli che tornano dall’estero per affiancarsi alla rivolta, servizi civici e ronde di quartiere, raccolta e messa in sicurezza delle armi raccolte per strada o abbandonate dai militari, organizzazione laica, bassissima età anagrafica e consulti continui con i saggi dell’opposizione: professori, medici, architetti, avvocati, poeti, scrittori, maestri di scuola, intellettuali. A Tobruk e Benghazi bruciate molte sedi istituzionali, l’est resta saldamente in mano alla rivolta; all’indomani del discorso folle e sanguinario di Gheddafi, si teme per il destino di Tripoli, dove nella notte si è continuato a sparare. Reporter stranieri continuano ad affluire in Libia dall’apertura del confine con l’Egitto, sempre più racconti di prima mano anche su Twitter e di preziose fotografie. Manifestazioni di solidarietà con la rivolta ogni giorno davanti ai consolati libici nel mondo: Milano, Roma, Washington (davanti alla Casa Bianca), Londra, e perfino Dubai, dove manifestare non è propriamente cosa gradita e hanno occupato il consolato.

Intanto in Bahrain, dopo la manifestazione a Lulu di ieri con 100mila persone (equivalente a un settimo della popolazione totale del paese) sono stati liberati (come promesso tre giorni fa) 23 prigionieri politici, fra questi anche Ali Abdulemam, dal cui sito era partita tutta la mobilitazione (come vi raccontavo qui). Riferisce Amira Al Hussaini per Global Voices.

L’Egitto, su pressione del movimento, ha aperto il confine con la Libia, fa rientrare gli egiziani espatriati (1 milione) e accoglie i profughi libici, ha piantato tende di volontari su suolo libico, inviato 25 ambulanze verso le città dell’est, e allestito tre ospedali da campo sul confine per i feriti libici. Intanto piazza Tahrir si è riempita anche ieri all’inverosimile per chiedere la fine della legge di emergenza e la liberazione dei prigionieri politici (una pressione sull’esercito che sta gestendo la transizione). Era il giorno giusto per il movimento 25 Gennaio per mettere online una risorsa stupenda, quasi 10mila fra foto e video della rivoluzione organizzati in un archivio consultabile da tutti, che si chiama iam25jan, “io sono il 25 gennaio”. Fra le mille, vi propongo la voce di Nawal al Sadaawi, medico e attivista ottantenne, lo splendido volto incorniciato dalla trecce candide, che a Tahrir prima della caduta di Mubarak raccontava la differenza di questa rivoluzione rispetto a tutti quello che aveva visto lei protestando contro re Farouk, Sadat e Nasser.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

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le armate della notte

Non vi mostro le foto, atroci, della strage di manifestanti a Benghazi due giorni fa. Delle fosse comuni in cui sono stati trovati i corpi, sfigurati, di quasi 100 militari libici che avevano disertato. Delle vittime del bombardamento di ieri sulla gigantesca manifestazione di Tripoli che ieri stava marciando pacificamente verso il palazzo di Gheddafi. Nonostante Twitter (potete seguire i nostri contatti qui), la verità è che in un momento così importante della storia della Libia e di tutta l’area, siamo ancora completamente al buio. Sappiamo troppo poco del movimento, di come si è organizzato nelle città, e naturalmente troppo poco dell’esito degli atti di repressione sulla protesta diffusa. A Tripoli ieri niente luce né acqua né telefoni né connessioni. Solo oggi qualche inviato straniero riesce ad entrare nel paese. Solo stamattina in radio stiamo cominciando a capire quanti morti ci sono stati soltanto durante il raid aereo di ieri.

Global Voices in Italiano fa sintesi di alcuni filoni di messaggi di ieri via Twitter e facebook – uno riguarda cosa c’entra l’hashatg #Berlusconi con la Libia. L’altro quello delle foto e dei video - crudi, bui, confusi – che i microblogger libici sono riusciti a postare avventurosamente fin adesso.

Democracy Now! (radio e sito web della sinistra radicale americana) sta facendo un gran lavoro sui paesi arabi, a cominciare dai tweet di Salif Kouddous dal Cairo che abbiamo tanto seguito nelle scorse settimane. Oggi posta un’intervista (audio e testo) con il poeta e studioso libico Khaled Mattawa, professore associato di letteratura inglese all’Università del Michigan. Mattawa spiega perché, comunque vada a finire, la Libia sta cambiando per sempre.

Last minute mentre sto postando: Jamal Elshayyal di Al Jazeera è appena riuscito a raggiungere Sidi Barani, confine fra Egitto e Libia – qui il live blog in inglese di ALJ.

♫ La canzone di oggi era “Ain’t no grave” di Johnny Cash

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la ragnatela del mondo

La twitter cloud studiata e animata da Amy Davidson dei tweet e retweet prima e dopo le dimissioni di Mubarak (via Daily Dish)

Oggi alcune riflessioni sul ruolo della rete in quello che si sta muovendo nel mondo arabo (mentre Obama a San Francisco incontrava ieri sera a San Francisco Steve Jobs/Apple), Mark Zuckerberg/facebook) e Eric Schmidt/Google); i più svegli sono quelli del New York Times. Qui James Glanz sulle restrizioni a Internet durante gli scontri in Bahrein (sul Twitter di Alaska stiamo seguendo quello che accade: centinaia di migliaia in piazza Tahrir al Cairo per omaggiare i martiri e ribadire le richieste della rivoluzione, giornalisti stranieri bloccati in aeroporto in Bahrein mentre la polizia spara sulla folla, e ancora la Giornata della Collera in Libia e le proteste che proseguono in Yemen). Qui Il Post riassume i dati del NYT sull’età anagrafica delle popolazioni in alcuni paesi e quella dei loro leader. Qui il post di Jennifer Preston su come i rappresentanti di facebook tengano un basso profilo sul ruolo che ha il social network nelle rivolte. Qui il Post riassume James Glanz e John Markoff su come il governo egiziano aveva bloccato la rete.

♫ Le musiche di oggi erano dei Radiohead, “Bodysnatchers” e la nuova canzone “Lotus Flower” diffusa oggi così.

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femmine

Mona Seif, alias @monasosh su Twitter, il 12 febbraio – the Day After – al cellulare in pza Tahrir (foto Matthew Cassel via Electronic Intifada)

In Italia le femmine valgono poco (7mila euro e una compilation di Apicella), ma sono proprio le donne, adesso, a smuovere con la loro protesta trasversale la montagna della politica che era sembrata inamovibile per quindici anni. Stamattina si auspica che a guidare la coalizione per le riforme fino a nuove elezioni sia un gruppo di donne. Saranno tre donne a giudicare Berlusconi in tribunale il 6 di aprile. In Egitto, ieri, le ragazze del movimento di piazza Tahrir hanno steso un documento di protesta perché nel comitato di civili che guiderà la transizione – formato da molte delle guide del movimento – non c’è nemmeno una donna.

Intanto, negli Stati Uniti esplode una polemica non senza conseguenze su quello che è capitato a Lara Logan della Cbs, una delle ultime reporter arrestate nella giornata nera dei pestaggi del 28 gennaio al Cairo. Solo nelle ultime ore, e con pochi dettagli, è emerso che Lara non è sopravvissuta soltanto alle botte e all’arresto da parte della polizia militare, ma anche a un’aggressione sessuale da parte delle gang pro-Mubarak, dalla quale è stata salvata da un gruppo di donne e da una ventina di soldati. Il fatto che si sia parlato prima di stupro per poi ritrattare con termini solo leggermente meno gravi non ha contribuito alla chiarezza del suo caso e alla solidarietà nei suoi confronti. Laila Lalami di The Nation posta una panoramica di reazioni al suo caso, mettendo in luce alcune sfumature razziste e reazionarie. Nir Rosen, ricercatore al Centro studi sulla Legge e la Sicurezza della New York University, è cascato malamente nella trappola, facendo su Twitter dello humor nero su Lara Logan e in pratica sostenendo che il caso della reporter non sia più notevole di quello di chissà quante decine di donne molestate o aggredite sessualmente nei disordini di Tahrir. In poche ore Twitter si è rivoltato contro di lui. Nir Rosen ha cercato di difendersi, per poi scusarsi e dirsi così imbarazzato dalla falsa immagine di sé che ha dato con questo episodio da chiudere il proprio account di Twitter (che, dice, “avevo dimenticato non fosse privato”), ma non solo, visto che ha immediatamente rassegnato le dimissioni dal suo posto all’università. Qui il riassunto della vicenda con tanto di riproduzione dei suoi tweet, da Huffington Post.

Intanto, la ragazza coraggiosa che i follower di Alaska su Twitter conoscono come Monasosh, vero nome Mona Seif, è stata intervistata da Matthew Cassel di ElectronicIntifada e racconta la sua rivoluzione egiziana.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

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narrare coinvolti

Davanti alla sorpresa degli osservatori per il livello di sofisticazione di come la rivoluzione egiziana ha comunicato col mondo, imitata da altre sollevazioni nell’area, Jen Marlowe, regista e drammaturgo, ha postato su MoJo un racconto personale che ci illumina sulla consapevolezza della regione e di quello che si costruisce in carceri oppressive che diventano università; è  la storia del suo amico palestinese Sami al Jundi (ve lo traduco qui sotto nel podcast). Più volte durante la nostra diretta sull’Egitto via Twitter vi ho menzionato la sensazione che – anche per via della forte individualità della comunicazione del microblog – i reporter internazionali impegnati sul campo stessero gradualmente abbandonando il tono imparziale che permetteva loro di limitarsi a raccogliere informazioni e a riferirle al loro pubblico. Alcuni esempi sono stati addirittura schizofrenici, come quello di Ayman Mouyeldhin, anchorman impassibile dal tetto sopra Tahrir per le telecamere di AlJazeera in inglese durante le dirette, e scatenato microblogger rivoluzionario egiziano su Twitter quando non era in onda (o in carcere, visto che come molti altri è stato arrestato e poi rilasciato nei giorni della rivolta). Noi stessi, bloggando insieme ai blogger, ci siamo trovati inequivocabilmente a fare una scelta di campo. La ragione, certamente, sta nella natura stessa della partecipazione a un evento attraverso i microblog: Twitter e facebook non sono serviti solo a raccontare la rivolta, e senza mediazioni, avvicinando i reporter ai loro lettori e facendo dei lettori addirittura una fonte, quando non scambiando i ruoli, ma anche a organizzare la rivolta, nutrirla e prolungarla. Ma la ragione della mescolanza di giornalisti e manifestanti sta anche nella sistematica persecuzione dei miliziani in borghese di Mubarak nei confronti dei media, dei giornalisti, delle tv, dei fotografi. Dichiarata una guerra senza quartiere ai media e a Internet, Mubarak ha provocato un rafforzamento della rivoluzione, in cui anche i reporter hanno assunto un ruolo attivo. E lo spostamento di prospettiva è avvenuto, non a caso, quando sono cominciati i pestaggi sistematici, gli accoltellamenti, gli arresti, gli interrogatori, le intimidazioni, i sequestri negli alberghi, le minacce e gli atti di vandalismo nei confronti dei giornalisti stranieri, che li hanno accomunati al trattamento subito dai colleghi egiziani e ridotti a esseri umani spaventati e sanguinanti esattamente come i ragazzi della rivoluzione. A quel punto, anche il più impassibile dei reporter si è trasformato in un accanito oppositore del regime e in un blogger attivo per la rivoluzione. In ordine cronologico, il primo a prenderle è stato l’altero anchorman della Cnn Anderson Cooper: dieci sassate in testa, sangue dappertutto,  studio mobile distrutto, due giorni fermo per poi tornare  a raccontare dal Cairo. Sarà per questo che oggi James Rainey del Los Angeles Times lo schernisce per aver abbandonato sull’Egitto ogni riserbo, tradendo così la missione del giornalista distaccato e imparziale, e solleva qualche questione interessante (ve lo traduco qui sotto nel podcast)

♫ La canzone di oggi era “The magic” di Joan as Policewoman

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Piazza pulita

(piazza San Bernardino all’Aquila, via Miss Kappa)

La prima cosa che vedrete su Twitter fra i nostri contatti egiziani, è che molti di loro da venerdì scorso hanno cambiato le icone del proprio profilo: dopo 18 giorni di stretto anonimato, di nickname e di tentativi per non far incrociare informazioni personali su di loro alla polizia militare, adesso si fanno avanti con le loro vere facce, pubblicando anche fotografie che li ritraggono in piazza, nelle strade, davanti al palazzo della tv di stato, davanti al museo egizio e alla sede del Parlamento. Nel fine settimana sono tornati a casa a dormire, a lavorare, a studiare, a ritrovarsi con le famiglie e gli amici. Molti di loro dicono che stanno “solo ricaricando le batterie”, perché i 18 giorni di piazza Tahrir hanno cambiato tutto, e vogliono restare protagonisti della lenta e complessa rivoluzione. Dopo il trionfo della piazza Tahrir di venerdì sera – che dopo la puntata in onda abbiamo seguito tutti insieme su Twitter, in diretta su Radio Popolare e grazie alle immagini di AlJazeera – la situazione al Cairo è solo apparentemente tranquilla. I reporter che non sono residenti al Cairo sono ripartiti, e i manifestanti hanno completamente ripulito la piazza dalla spazzatura e dalle tende dopo giorni di presidio, ma a Tahrir restano piccoli gruppi o singole persone a protestare per varie questioni individuali legate al lavoro e al salario. L’esercito, che si è fatto carica della transizione verso la democrazia dopo la cacciata di Mubarak, ha posto loro diversi ultimatum e il rischio è che usi la forza per sgomberare i pochi dimostranti rimasti. L’ironia della cosa non è sfuggita ai twitterer del movimento, che per sicurezza continuiamo a tener d’occhio: commentavano sul fatto che l’esercito conosce un solo modo di fare le cose, cioè da esercito, e si scambiavano battute sull’enormità di fidarsi dei militari affidando proprio a loro il compito, in pratica, la transizione verso il momento in cui l’Egitto sarà libero dalle leggi di emergenza e si potrà manifestare liberamente senza essere sgomberati, un Egitto in cui la Costituzione prevederà la formazione spontanea di legittimi sindacati dei lavoratori. La sorveglianza del movimento verso i militari è molto forte, una fiducia che potrebbe essere messa in discussione in ogni momento con un riaccendersi delle proteste. Intanto il colossale ritratto di Mubarak è stato rimosso dalla sala del governo, e ieri Wael Ghonim e gli altri organizzatori del 25 Gennaio si sono incontrati con il Consiglio Supremo dell’Esercito per tracciare la road map verso la nuova Costituzione, che dovrebbe essere implementata secondo i desideri dei manifestanti entro due mesi, per preparare la strada a nuove libere elezioni a settembre e la legalizzazione di tutti i partiti politici che vorranno concorrere. Nel frattempo, gli scioperi dei lavoratori proseguono in varie città dell’Egitto, oggi va in onda su AlJazeera lo speciale sulle persone sparite durante la rivolta del cairo che SherineT ha preparato nei giorni scorsi quasi sotto i nostri occhi, e i ragazzi del movimento stanno tenendo d’occhio la miccia che da venerdì pare bruciare – con tutte le debite differenze -verso Algeria, Tunisia, Siria, Yemen, e perfino il Bahrein, dove si sta rivoltando la minoranza sciita che costituisce la bassa manovalanza del paese e oggi è morto un ragazzo colpito ieri da un proiettile; sulle nostre coste meridionali, così intrinsecamente nordafricane, sbarcano in queste ore migliaia di giovani tunisini in cerca di lavoro). E siccome la domanda di tutti oggi sembra essere “ma che cosa sappiamo del Bahrein?”,  Qui un’esplorazione delle questioni legate a Internet in Bahrein e qui il manifesto della loro manifestazione di ieri. Nella ricchissima Arabia Saudita sono molto preoccupati per la mutazione dell’Egitto, e in Iran ieri migliaia di manifestanti sono tornati per le strade, a farsi pestare e disperdere dalla polizia con i gas lacrimogeni, in una situazione che i giovani egiziani seguono con tragica trepidazione perché hanno la sensazione che la situazione iraniana sia molto più complicata della loro. Non sono pochi quelli su Twitter che lanciano messaggi ai follower italiani: e voi che cosa aspettate? La prima risposta sono state le centinaia di migliaia di donne e uomini del “Se non ora, quando?” di domenica 13 febbraio, la nostra prima piazza senza la lingua morta della politica, percorsa da una grande ammirazione per il movimento egiziano. Secondo il Washington Post di ieri, la situazione dell’Italia è così ambigua e compromessa da indebolire tutte le lezioncine di democrazia dell’Unione Europea al Nord Africa. Intanto nella stessa giornata in cui si svolgevano le grandi manifestazioni del “se non ora, quando?”, all’Aquila gli abitanti pulivano una volta per tutte – da soli e a mani nude – la spettacolare scalinata della chiesa di San Bernardino, infestata dalle erbacce e ancora ingombra di macerie dal terremoto. Ce lo racconta dall’Aquila l’infaticabile Anna, alias Miss Kappa.

♫ La canzone di oggi era “Revolution #1″ dei Beatles

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“domani domani” è oggi

(via Nomfup, che ringraziamo di cuore per questo)

Oggi è la giornata delle manifestazioni in tutto l’Egitto, il giorno della preghiera e della veglia per i martiri della rivoluzione in piazza Tahrir, incendiata dalla rabbia per le mancate dimissioni e le deboli concessioni di Mubarak alla tv ieri sera (un discorso atteso da metà pomeriggio alle 22, che abbiamo seguito in diretta su Radio Popolare); il movimento non ha nessuna intenzione di fermarsi e ha presidiato per tutta la notte la sede della tv di stato (che vorrebbe occupare e bloccare) dietro alte barricate e sorvegliata dalla guardia presidenziale – questa mattina la folla davanti al palazzo è aumentata e il confronto con la guardia si sta facendo più teso. Quelli che sono andati a casa a dormire lo hanno fatto sciamando per le strade al grido “domani! domani!”. Qualche divisione potrebbe nascere in vista del secondo comunicato del Consiglio Supremo dell’esercito, atteso appena prima della preghiera del Venerdì, perché i militari (che sono divisi al loro interno tra fedeli a Mubarak/Suleiman e fedeli a Tantawi) potrebbero assicurare alla gente che le libertà civili verranno tutte restaurate “una volta stabilita la calma” – che significa, “andate a casa e poi vediamo” – ma a sentire i racconti di questa mattina, il grosso dei manifestanti non si fida neanche delle’sercito e sostiene di non aver messo in campo una rivoluzione solo per trasferire il controllo ai militari. I twitterer in piazza si stanno riorganizzando dopo lo shock di ieri sera, e cominceranno ad aggiornarci dal pomeriggio anche sul Twitter di Alaska (sopra questo post il link per seguire). AlJazeera in inglese, eccezionalmente, sta già trasmettendo in diretta da Tahrir questa mattina 8con gli stessi reporter che hanno fatto la sera e la notte…), e la piazza è piena. L’Italia sembra l’unico paese a non avere le telecamere puntate su Tahrir – una delle più partecipate rivoluzioni della storia – forse troppo smarrita nel suo Rubymondo.

A causa dell’incredibile euforia, attesa e delusione di ieri sera, e della necessità di raccogliere rapidamente informazioni per interpretare la giornata di oggi, molti blogger e commentatori stanno aspettando a raccontare o postano messaggi molto brevi. Gran lavoro, quindi, di Yasmina El Rashidi dal Cairo per la New York Review of Books, che era in piazza ieri sera e racconta estesamente le persone che aveva intorno –  la testata per cui posta non ha pretese di copertura giornalistica, Yasmina è una scrittrice. Ha firmato la sua testimonianza (preziosissima) a mezzanotte. ve la traduco qui sotto nel podcast.

♫ La canzone di oggi era “Love is noise” dei Verve

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Twitter Revolution

(il messaggio di Twitter del 26 gennaio)

Oggi al Cairo cominciano ad affluire egiziani da ogni dove per la commemorazione dei caduti durante la protesta, che si svolgerà domani. Sfatati i timori che la protesta potesse affievolirsi, si prevede che sarà la più grande manifestazione dal 25 gennaio a oggi. Intanto anche la sede della tv di stato è stata circondata dal filo spinato, come il parlamento e altre sedi istituzionali che da ieri sono l’obbiettivo dei cortei collaterali che si avventurano (a loro rischio e pericolo) fuori da piazza Tahrir. Da ieri arrivano notizie a catena di un propagarsi degli scioperi dei lavoratori in molte città, resi più coraggiosi dalla possibilità di manifestare che Tahrir sta rivendicando in questi giorni. Prosegue anche attraverso Twitter la ricerca degli scomparsi. A fronte della liberazione di diversi arrestati nella giornata di ieri (come gesto “di buona volontà” da parte del governo) oggi la famiglia di Ahmed Essam, un ragazzino di 13 anni scomparso dal 28 gennaio, lo ha ritrovato all’obitorio del Cairo, colpito da sei proiettili. SherineT ha twittato dopo il suo funerale: le donne gridavano davanti alla moschea. Mentre il movimento cerca di costruire la sua leadership laica dal basso, il blogger Wael Ghonim fa sapere che lui non ne farà parte – si batterà finché gli obbiettivi del movimento non saranno raggiunti e poi tornerà a fare il suo lavoro. Stamattina all’aeroporto del Cairo sequestrata tutta l’apparecchiatura di un giornalista della BBC. Intanto i turisti hanno completamente abbandonato i leggendari luoghi intorno alle piramidi, e tutta l’economia egiziana è bloccata, con alcune conseguenze che toccano anche la vicina Gaza, dove di solito si utilizza la benzina egiziana di contrabbando che costa meno di quella israeliana ma che in questi giorni non arriva più.

Chi sono i ragazzi e gli studenti che formano una base importante della rivolta egiziana di questi giorni? David Kirkpatrick lo racconta sul NYT con tanto di foto grandiosa della scia di luce lasciata dalle candele dei manifestanti che camminavano intorno a un carroarmato qualche giorno fa (via Nomfup)

Sharif Kouddous, che seguiamo da diversi giorni su Twitter, sta lavorando per il sito radiofonico americano di sinistra Democracy Now, e poco fa ha postato la sua intervista con un giovane blogger, Alaa Abd El Fattah (ve la traduco qui sotto nel podcast)

Su Twitter oggi c’è anche un’altra febbre, e riguarda…. Twitter. Stamattina ne discutono fra loro con tweet incrociati anche i nostri mini-reporter dal Cairo. E’ vera la notizia che Twitter potrebbe essere comprato da Google o da Facebook? L’agitazione è dovuta a un pezzo del Guardian di oggi (ve lo traduco qui sotto nel podcast) postato da Dominic Rushe da New York.

♫ La canzone di oggi era “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

Ecco la puntata di oggi:

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