Archivi del mese: marzo 2011

spie

La notizia vibra su tutta la rete da questa mattina: accanto alle operazioni militari in Libia, Obama avrebbe autorizzato da giorni anche operazioni sotto copertura della CIA in collaborazione con i ribelli anti-Gheddafi. Se ne sa molto più di quello che il segreto autorizzerebbe a pensare, e stavolta ci viene in soccorso il giornalismo tradizionale. Qui Mark Mazzetti e Eric Schmitt postano per il New York Times, qui la trascrizione dell’intervista televisiva trasmessa ieri sera da Wolf Blitzer della CNN con il senatore repubblicano Lindsay Graham sulle operazioni sotto copertura, e già che ci siamo, qui Andy Bloxham del Telegraph su chi è Moussa Koussa, il ministro degli esteri libico che ha mollato Gheddafi e- notizia di questa mattina – è partito per l’Inghilterra: niente meno che una spia a sua volta e personaggio profondamente ambiguo (vi traduco i tre post qui sotto nel podcast)

Il Twitter di Alaska ora per ora sulle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Burning Jacob’s ladder” di Mark Lanegan

Ecco la puntata di oggi:

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la polizia è qui per me

Se seguite le rivolte arabe attraverso Alaska su Twitter, sapete che non c’è momento peggiore di quando uno dei tweeps manca improvvisamente all’appello. Qui sopra potete vedere l’ultimo tweet di @mahmood, blogger del Bahrain – anche se sul suo account di Twitter sono già stati cancellati i messaggi delle ultime ore. Mahmood Al-Yousif, voce moderata e pacifista delle rivolte in Bahrain, è stato arrestato nella notte dalla polizia, e la notizia ha invaso la rete per tutte le prime ore di questa mattina – a twittarla anche suo fratello e suo figlio. Qui Global Voices che riassume le poche notizie finora disponibili. I parenti di Mahmood dicono che a casa loro sono stati tagliati telefono e internet. Arrestata anche la studentessa e poetessa Ayat Al Qurmozi, e come sempre, perquisito l’appartamento e sequestrati tutti i file e i documenti personali.

Intanto Nomfup, che per il suo blog e per Europa sta realizzando una serie di approfondimenti sul citizen journalism, dopo l’intervista di ieri con Andy Carvin oggi parla con Amira al Hussaini, blogger di Global Voices che conoscete bene e preziosissimo tweep su tutte le notizie dai paesi arabi, in particolare quelle che riguardano la libertà di espressione. E Amira vive a Manama, in Bahrain.

Dopo l’avvio dell’intervento militare in Libia, la sinistra americana discute dello spettro dell’Iraq. MoJo dà un contributo analizzando il linguaggio utilizzato da Obama in questi giorni, che tradotto vorrebbe dire, “io non sono Bush”.

♫ Le musiche di oggi erano “Ladder song” dei Bright Eyes e “Thinking about you” di John Mellencamp

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ragionarci sopra

Siamo sempre su Twitter col resoconto ora per ora delle rivolte nei paesi arabi. Oggi attenzione alla Siria, il governo potrebbe dimettersi e formare un nuovo gabinetto entro 24 ore, ma bisogna vedere formato da chi. Atoun Issa per Global Voices cerca di sbrogliare le complessità che stanno dietro alla protesta di questi giorni, repressa nel sangue a Daraa, a Latakia e in altre città, e riporta alcune testimonianze delle manifestazioni popolari a favore di Assad, sottolineando l’importanza che la rivoluzione investa con spirito secolare la divisione sociale (trasversale alle varie confessioni religiose e minoranze) anziché quella verticale fra confessioni.

L’esperienza degli ultimi mesi ci insegna che blogging, microblogging e citizen journalism stanno trasformando lo scenario dell’informazione, soprattutto quando arrivano prima delle testate tradizionali. Ma ci vorrà molto tempo per capire effettivamente con quali conseguenze, e il dibattito si è aperto da qualche settimana. Matt Wells ci mette la sua opinione postando per il Guardian – benefici e svantaggi portati dall’informazione digitale aperta al contributo di tutti.

Nomfup è riuscito a intervistare Andy Carvin della National Public Radio americana, uno dei supereroi della mediazione di Twitter sui paesi arabi, che per chi segue Alaska su Twitter è nient’altri che il familiarissimo @acarvin, da ieri candidato anche per i 140 migliori tweep del mondo secondo Time. Qui il post originale su Nomfup con la foto di Andy.

♫ Le musiche di oggi erano “One” di Johnny Cash

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i cento venerdì

(veglia in Bahrain)

Mentre siamo a una settimana dall’inizio dei bombardamenti occidentali sulla Libia e la situazione continua a non essere chiara, è venerdì in Yemen: Saleh, indebolitissimo, ha appena parlato ai suoi sostenitori dalla Moschea presidenziale dopo la preghiera, e intanto si avviano altre manifestazioni. Qui Brian Whitaker che posta per il Guardian su come si sono messe le cose in Yemen negli ultimi giorni. E’ venerdì in Giordania, dove si chiedono riforme con altri sit-in e manifestazioni, soprattutto al Dakahlia circle, per ora tutto tranquillo. E’ venerdì in Siria, oggi il Giorno della Dignità dopo la sanguinosa repressione dei giorni scorsi, funerali in corso adesso per i morti dei giorni scorsi a Daraa, paura di nuove aggressioni. Qui Linkiesta, Jacopo Barigazzi con Rime Allaf sulla differenza fra le rivolte siriane di oggi e quelle dell’82. E’ venerdì in Egitto, manifestazione in piazza Tahrir per sfidare le nuove norme anti-dimostrazioni, per ora sembra che l’esercito lasci montare altoparlanti e non ostacoli i manifestanti – un altro raduno a Maspero. E infine, è venerdì in Bahrain, dopo il terribile giro di vite del governo nei giorni scorsi, sono in corso nuove proteste, i tweeps segnalano che i luoghi di riunione sono presidiati da agenti sicurezza con il volto coperto dai passamontagna, e come ieri avvistano caccia in volo sopra Manama.

Global Voices ci racconta cos’è il Manuale del Despota Arabo che i tweep arabi stanno costruendo su Twitter (Amira al Hussaini tradotta da Alice Rossi)

♫ Le musiche di oggi erano “Rise” di Eddie Vedder e “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen

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schiacciati

Il Bahrain schiacciato e sorvolato ieri tutto il giorno dagli elicotteri. Global Voices cerca un suo collaboratore di cui non ha più notizie – e non è altri che Ali Abdulemam, creatore del più grande forum politico online del Bahrain, già arrestato a settembre e liberato come ricorderete il 23 febbraio insieme ad altri prigionieri politici come segnale di “buona volontà” da parte del regime. Ali è scomparso la notte del 18 marzo, qui Claudia Cassano. Intanto dopo l’ingresso nel paese delle truppe saudite, Najeel Rajab (presidente del più importante gruppo per la difesa dei diritti umani in Bahrain) racconta al giornalista australiano Mark Colvin il suo violento arresto per mano delle forze di sicurezza.

In Siria, dove il numero dei morti di ieri nella strage di Daraa continua a salire (25 mentre andiamo in onda), per domani è previsto il Venerdì della Dignità, con grandi manifestazioni. Intanto Amnas Qtiesh riferisce su un blogger arrestato e un giornalista scomparso nel nulla.

Indetta per domani una nuova manifestazione in piazza Tahrir al Cairo, il movimento sfida la nuova legge anti-manifestazioni approvata ieri per chiederne l’abrogazione, insieme alla fine rapida dello stato di emergenza. Sempre più tensione fra l’avanguardia del movimento #25Jan e l’esercito che gestisce la transizione. Intanto il modello Tahrir diventa “format” su come si organizza e si comunica una piazza – anche in Europa: Filippo Sensi posta per Europa.

Sempre attivo in tempo reale il Twitter di Alaska con la nostra rosa di attivisti sul campo e di reporter internazionali da Egitto, Libia, Siria, Yemen, Tunisia, Bahrain.

♫ La canzone di oggi era “Rivers of Babylon” di Sinéad O’Connor

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Votare, contare

(Mansoura, 19 marzo, foto Khaled Desouki/Getty, via Daily Dish)

Il Daily Dish fa una breve ma efficace osservazione sul referendum egiziano, e ci guida al post di Issandr el Amrani per Time (ve lo traduco qui sotto nel podcast). Alessandra Solaro per Global Voices si immerge nei resoconti online del voto per il ballottaggio ad Haiti avvenuto il 20 marzo, la stessa giornata in cui in Marocco sfilavano molte migliaia di persone, in particolare a Casablanca, Alice Rossi per Global Voices qui con bellissime foto.

Sempre attivo in tempo reale il Twitter di Alaska con la nostra rosa di attivisti sul campo e di reporter internazionali da Egitto, Libia, Siria, Yemen, Tunisia, Bahrain.

♫ La canzone di oggi era “I’ll rise” di Ben Harper

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avere 5 anni

Mohammed Nabbous. Per tutti noi Mo e basta. Citizen journalist. Benghazi 27 febbraio 1983 – Benghazi 19 marzo 2011.

Twitter ha compiuto ieri 5 anni, e il giornalista NickKristof ha twittato gli auguri chiamandolo “l’haiku delle news”. Abbiamo per così dire festeggiato il compleanno stando insieme a seguire le ultime sulle rivolte dai paesi, notizie durissime, fra i bombardamenti sulla Libia (mappa interattiva del Guardian) dopo la risoluzione dell’Onu 1973, l’uccisione in Libia del giovane citizen journalist Mohammed “Mo” Nabbous, la crudele repressione in Bahrain e l’abbattimento del monumento della Perla a Lulu, l’indebolimento del presidente dello Yemen dopo il grande numero di morti provocati dalle forze di sicurezza che hanno attaccato i manifestanti nei giorni scorsi. A parte lo svolgimento quasi regolare del voto per il referendum sulle riforme costituzionali in Egitto, non c’è niente da festeggiare, se non la nuovissima e straordinaria maturità che Twitter ha trovato in questi mesi rendendosi utile per raccontare le rivolte arabe dal basso, aggiungendo una terza dimensione (ma a volte l’unica) al lavoro dei media tradizionali. Oggi i materiali che vi propongo vengono tutti da Twitter.

Un ricordo di Mohammed “Mo” Nabbous, grande citizen journalist libico, ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre come sempre registrava i suoni della battaglia di Benghazi, soltanto poche ore prima che arrivassero i primi caccia francesi.

Il manuale di MotherJones sullo Yemen.

Evan Hill (@Evanchill) per ALJ sulla giornata di voto sabato in Egitto.

♫ Le musiche di oggi erano “Bodysnatchers” dei Radiohead e la canzone di Tahrir di Tarek Geddawi

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la Perla insanguinata

Due morti e 209 feriti ieri a Manama, carriarmati e rinforzi al re del Bahrain dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, spari anche fuori e dentro gli ospedali, il re ha dichiarato tre mesi di stato di emergenza. Sul Twitter di Alaska gli aggiornamenti minuto per minuto con i video e le foto artigianali fatti coi telefonini. Ieri fotografie di teste spaccate. Due ministri del governo si sono dimessi in disaccordo con la repressione dei manifestanti disarmati. Stamattina Lulu completamente sgomberata, le tende incendiate dalla polizia, grosse colonne di fumo nero sopra la piazza, notizie di altri morti (forse 6), la polizia prende il controllo delle ambulanze e taglia le gomme di quelle parcheggiate, i manifestanti inseguiti anche nei villaggi e in altri punti della protesta nella capitale. Il blogger Sayed Ahmed Alwada’ai è stato arrestato. Niente televisioni o fotografi dei grandi quotidiani, l’unica documentazione arriva da Twitter e facebook. Oggi rallentamento della connessione internet, cellulari a singhiozzo, la tv di stato mostra immagini attentamente montate e parla solo di “ripristino dell’ordine”. L’ospedale di Salmaniya è sotto assedio da sei ore, e dal Bahrain ci arrivano appelli a contattare la Croce Rossa Internazionale. Qui Nick Robertson per the Take Away, Qui il live blog di AlJazeera che si appoggia ai social media (con i video inviati dai cellulari), l’aggiornamento di stamattina della BBC, Ethan Bronner e Michael Slackman del NYT stamattina sull’ingresso nel paese delle truppe saudite.

Alaska torna venerdì 18 e da domani è ospite di RadioDaysEurope a Copenaghen, per parlare della nostra esperienza radiofonica con i contenuti web.

♫ La canzone di oggi era “Sort of revolution” di Fink.

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Fukushima

(ciliegi in fiore a Fukushima)

Oggi il nostro piccolo contributo alla diretta di Radio Popolare sull’impianto nucleare di Fukushima. Il Guardian ha impostato uno dei suoi efficienti liveblog. Liveblog anche dal Post. Il New York Times, che adesso ha un ciclo di notizie 24 ore su 24, ha un post da Fukushima di poco fa con alcune considerazioni importanti. Su Twitter soprattutto monitoraggio delle misurazioni divulgate dalla centrale e dal governo giapponese, e considerazioni sul futuro del nucleare.

♫ Le musiche di oggi erano “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena e “Lotus flower” dei Radiohead

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fa ancora male

(Rami Essam, folksinger di piazza Tahrir)

Tahrir è tornata a prendere le botte, prima di essere non molto cortesemente evacuata, di tende e di manifestanti, per la prima volta dall’inizio della rivoluzione a gennaio. Aggressioni ai manifestanti nel loro secondo blitz alle sedi della polizia segreta domenica scorsa, 11 morti e quasi duecento feriti per mano della polizia militare nel contesto degli scontri fra musulmani e copti due giorni fa, l’aggressione alle donne in piazza l’8 marzo, e infine, il pestaggio di due giorni fa. Le immagini che vedrete nei link che seguono, infatti, non sono, come potrebbe sembrare, del mercoledì di sangue della rivoluzione, ma del 9 marzo. Sono le ferite sul corpo di Ramy Essam, che non è nemmeno una faccia anonima del movimento #Jan25, ma il giovane cantante che aveva composto e suonato nella piazza strapiena la sua “Tahrir song”. Alive in Egypt traduce dall’arabo la nota su facebook relativa al suo pestaggio – uno di molti del 9 marzo – e Mohamed racconta sul suo blog The Traveller Within come ha conosciuto Rami e chi è. Oggi il movimento torna in piazza, ma la paura si sente e potrebbe influire sull’affluenza. Sul nostro Twitter le foto e i resoconti postati in tempo reale dai manifestanti.

Intanto oggi, nonostante il divieto di manifestazione sancito due giorni fa in Arabia Saudita, i sostenitori delle richieste di riforma costituzionale scendono per le strade di Riad. Paola Dorazio per Global Voices fa un giro di opinioni e dettagli sulla petizione unitaria al governo su cui i vari gruppi sociali sembrano aver trovato un accordo. Oggi sul nostro Twitter i racconti in tempo reale dai manifestanti.

♫ La canzone di oggi era “Burning Jacob’s ladder” di Mark Lanegan

Ecco la puntata di oggi:

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