royale with cheese

Secondo John Travolta in Pulp Fiction, il cheeseburger in Francia si chiamava “Royale with cheese”. Nell’indecisione di cosa mangiare oggi, in una giornata che sulla rete è oggettivamente dominata dal matrimonio dell’erede al trono d’Inghilterra, provo a proporvi qualche materiale che ne tenga conto.  La diretta globale del matrimonio dei reali – dalla Francia al Canada al Pakistan – ha inizio proprio mentre questa puntata va in diretta, Twitter è invaso dai commenti (deliziosamente sarcastici quelli dai paesi arabi) come se il matrimonio fosse un enorme incidente in autostrada circondato dai curiosi, tutti i grandi media propongono i loro live blog, il New Yorker tiene una chat in diretta, Tina Brown del Daily Beast è presente al matrimonio fra i 1000 invitati, mentre i giornalisti accreditati sono 12mila, e i cecchini e l’M16 sono piazzati dappertutto sopra e intorno all’abbazia di Westminster. Ieri l’ambasciatore siriano a Londra ha detto di essere imbarazzato per essersi visto revocare l’invito al matrimonio alla luce delle violenze del regime nel suo paese, e quando gli hanno chiesto quanti civili siriani sono stati uccisi in questi giorni, ha riso e ha detto che non lo sa. Intanto il principe del Bahrain, anch’egli invitato, ha deciso che magari non fosse opportuno presentarsi alle telecamere di tutto il mondo mentre nel suo paese centinaia di persone sono ancora detenute senza spiegazioni, nelle sue carceri si muore di tortura, e la corte marziale ha condannato ieri 4 giovani alla pena di morte.  Grazie a @SpondaNord, qui qualcosa di interessante sul principe. Intanto Repeating Islands raccoglie i commenti al matrimonio da alcune persone dei paesi caraibici che hanno stretti rapporti con l’Inghilterra alla luce del loro passato coloniale.  E infine, il Guardian non ha solo un blog in diretta per seguire il matrimonio, ma anche un blog – geniale – per chi è stufo di sentirne parlare: si fa minuto per minuto con tutte le poche notiziole che non c’entrano col matrimonio, spedite anche dai lettori e utenti del blog. Cool.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Yemen, Bahrain, e Siria, dove oggi è il Giorno della Rabbia.

♫ Le musiche di oggi erano “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra e “Options” dei Gomez

Ecco la puntata di oggi:

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e non è un film

(Hicham Cairo nel 2004 sul luogo del set berbero-tunisino di Guerre Stellari)

Amina è una giovane blogger siriana, che parla apertamente del fatto di essere lesbica, dei diritti delle donne e e delle sue vedute contro il regime. L’altra notte ha ricevuto un’aggressiva visita notturna della polizia nella casa in cui vive con la sua famiglia. Ora dedica un post a suo padre, che l’ha difesa con molta forza e ha impedito che la arrestassero, riportando lo scambio di battute fra lui e gli agenti.

Il reporter Jon Jensen, fra i più attivi nel raccontare la rivolta egiziana su Twitter, si trova adesso in Tunisia. E’ andato a trovare i berberi che vivono in una zona famosa per essere stata uno dei set di Guerre Stellari, e ha parlato con loro per capire quali siano le loro aspettative dopo la cacciata di Ben Ali. Qui il suo pezzo per il GlobalPost.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen, e Bahrain, dove oggi a porte chiuse quattro giovani sono stati condannati alla pena di morte.

♫ La canzone di oggi era “Hard times (come again no more)” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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strategia e paranoia

Oggi tre storie di strategia e paranoia, due dai paesi arabi e una dal nostro.

Tamer el-Ghobashy ha incontrato negli Stati Uniti per il Wall Street Journal i giovani leader del movimento egiziano 6 aprile, tra i propulsori della rivolta di Tahrir, che stanno cercando di mettere le basi per un dibattito nazionale sulle riforme all’indomani della rivoluzione. Qui il suo post con le interviste. Intanto Nadia Idle e Alex Nunns hanno pubblicato un libro sui tweet da piazza Tahrir, Tweets from Tahrir.

In Bahrain, Mahmood analizza insieme ai lettori del suo blog una questione che si sta facendo molto seria, quella delle conversazioni al cellulare spiate dal regime e dalla polizia. Se all’inizio i suoi amici che chiedono di spegnere il telefono e rimuovere la batteria anche per la più banale delle conversazioni gli sembravano paranoici, si è accorto che ormai non è difficile sorvegliare qualcuno anche con app indipendenti e fatte un po’ in casa.

Qualche giorno fa, una reporter americana, Barbie Latza Nadeau, che scrive per Newsweek dall’Italia, ha raccontato di aver ricevuto a casa la strana visita di un poliziotto dopo aver attaccato le volgarità di Berlusconi sulle donne e aver scritto delle veline di Striscia la notizia, tanto da stare un po’ abbottonata sul tema al successivo Forum Internazionale sulle Donne a New York. Anche se da prendere con le pinze (perché quella che è stata notificata a Nadeau è una delle tante querele per diffamazione che ricevono i colleghi italiani), qui il suo post per il Daily Beast, così come se lo stanno leggendo i suoi lettori americani.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain.

♫ Le musiche di oggi erano “Riverside” di Agnes Obel e “Eden” dei Subsonica

Ecco la puntata di oggi:

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da Guantanamo in Libia

(nella foto, manifestazione a Washington per chiedere la chiusura di Guantanamo, i manifestanti sfilano con i nomi dei detenuti, quasi tutti di origine araba)

Misurata arriva all’ottava settimana sotto assedio, la quinta sotto i bombardamenti coordinati dal comando Nato sulla Libia. Fra i pochissimi reporter che stanno raccontando i combattimenti di strada in strada, due giornalisti dello Spiegel online, Jonathan Stock e Marcel Mettelslefen, che postavano questo racconto pochi giorni fa, descrivendo la città, la situazione negli ospedali, e un maestro elementare diventato cecchino.

NYT, Le Monde, Washington Post e Guardian – fattisi pastori dei WikiLeaks nel tentativo di dare ai dispacci nudi e crudi una qualche parvenza di contesto e di senso – affrontano adesso i circa 700 che riguardano il carcere di Guantanamo, limbo legale senza precedenti internazionali, nodo di imbarazzo sui diritti umani per gli Stati Uniti e la spina nel fianco più contestata a Obama dalla sinistra liberal americana rispetto alle promesse elettorali fatte due anni fa. Da noi in Italia si occupa di farne sintesi il Post. Uno degli uomini catturati dopo l’11 settembre in Pakistan, un libico “sospettato di appartenere ad al-Qaeda” e in seguito riconsegnato alle carceri di Gheddafi, è oggi uno dei leader del Comitato di Liberazione degli insorti in Libia.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain, e oggi l’avvio in Egitto del controverso processo all’ex ministro degli Interni, responsabile dell’ordine di sparare sui manifestanti che ha causato la morte di quasi 700 persone a piazza Tahrir.

♫ La canzone di oggi era “Bodysnatchers” dei Radiohead

Ecco la puntata di oggi:

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resurrezioni

Oggi da tenere d’occhio le massicce manifestazioni previste in Siria (a Damasco e a Daraa, fortemente militarizzate, e a Homs, dove il regime ha represso con violenza le proteste negli ultimi due giorni) e in Yemen, dove non c’è traccia di cortei a favore di Saleh e migliaia di manifestanti stanno affluendo nel centro di Sana’a e anche nella duramente repressa Taiz si stanno tenendo alcune veglie. Intanto, in Bahrain, Ayat el Qarmazi, giovane studentessa arrestata per aver letto una sua poesia contro il regime a Lulu, è in carcere da venti giorni. Nelle ultime 48 ore alcune testate online hanno ripreso la notizia data da PressTv della sua morte e dello stupro che avrebbe subito in carcere, ma il direttore del Centro per i Diritti Umani del Bahrain, Nabeel Rajab, smentisce con un comunicato. Mi ha aiutato a fare chiarezza uno dei nostri tweep, @SpondaNord, a cui dobbiamo anche di aver notato un dettaglio non trascurabile: i lealisti che sostengono la famiglia reale del Bahrain hanno utilizzato un wikileak dell’ambasciata americana a Manama per sostenere l’ipotesi che gli sciiti bahrainini e il Centro per i Diritti Umani del Bahrain siano “agenti iraniani” – peccato che twittino alla cieca e che il wikileak si concluda con l’asserzione che di questo collegamento non ci siano prove, né di finanziamenti, né di influenze. Intanto oggi Abdulhadi Alkhawaja, per il quale la figlia Zainab (@angryrabiya) ha fatto dieci giorni di sciopero della fame (interrotto su pressione delle associazioni per i diritti umani a causa del rapido deteriorarsi della sua salute, qui la lettera della madre che spiega cos’è successo, e qui il post del Guardian), verrà sottoposto a processo per corte marziale. Qui la dichiarazione a suo sostegno stilata da 102 attivisti per diritti umani del Medio Oriente e del Nord Africa. Ieri Catherine Ashton  ha compiuto una visita ufficiale nel piccolo paese del Golfo per conto dell’Unione Europea, qui la lettera che il BCHR le ha scritto chiedendole di incontrare tutti i settori sociali travolti dalla repressione del regime. Le associazioni sindacali internazionali e statunitensi chiedono il reintegro dei 750 sindacalisti licenziati in Bahrain per aver preso parte alle proteste. All’università del Bahrain, la più grande istituzione pubblica del sistema di istruzione del paese, interrogati, inquisiti da un’apposita commissione statale e arrestati docenti e accademici. Il 14 aprile era stato arrestato Masaud Jahromi, il capo del Dipartimento di Ingegneria. Qui la Google Map delle moschee demolite dal regime in questi giorni. La lunga mano degli apparati di sicurezza del Bahrain è arrivata fino in Inghilterra, qui la storia autografa dello studente Suliman al-Bahraini postata dal Guardian.

Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “I’ll rise” di Ben Harper

Ecco la puntata di oggi:

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la strada per Tripoli

(foto di Chris Hondros)

Chris Hondros e Tim Hetherington sono morti ieri sulla strada che porta a Tripoli da Misurata, dove si combatte casa per casa. Sono stati prima ricoverati in un ospedale da campo, entrambi gravemente feriti alla testa e alle gambe da un colpo di mortaio. Erano due fotoreporter di primo livello, abituati agli scenari di guerra, e la rete trabocca di ricordi del loro lavoro, di come lo interpretavano, di quello che è successo ieri, quando altri due reporter sono rimasti feriti. Tim Hetherington era un fotoreporter inglese, vinctore del World Press Photo nel 2007 e candidato all’Oscar quest’anno come co-regista del documentario sull’Afghanistan Restrepo, e Chris Hondros era un fotoreporter americano che lavorava per Getty Images, già candidato al Pulitzer e vincitore del Robert Capa Award. Conosciutissimi entrambi dai colleghi, la loro morte ha scosso la comunità internazionale di giornalisti e fotografi. Innumerevoli le gallerie di loro fotografie, qui quella di Lens su Tim Hetherington.

Qui un racconto di quello che è successo, da Huffington Post. Qui il collega C.J. Chivers, che si trovava con loro all’ospedale da campo e ha postato all’alba di oggi, mentre le salme di Chris e Tim venivano trasportate via nave a Benghazi da dove saranno rimpatriate. Qui un’intervista audio e video con Chris Hondros che racconta il suo approccio al lavoro di fotogiornalista e la sua esperienza in Iraq (nello stesso link potete vedere una selezione delle foto di Chris e Tim). Qui Sue Turton di AlJazeera ricorda il suo incontro con Tim Hetherington e la loro esperienza insieme in Liberia.

Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Hurt” (Nine Inch Nails) di Johnny Cash

Ecco la puntata di oggi:

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il paese dimenticato

Fra le misure adottate dal regime del Bahrain per reprimere la richiesta di riforme, era stato annunciato qualche giorno fa lo scioglimento del principale partito di opposizione, il Wefaq. Per una volta, la reazione del Dipartimento di Stato americano ha convinto il governo del Bahrain a fare marcia indietro, ecco il post di AlJazeera che racconta com’è andata. Intanto però, all’ottavo giorno di sciopero della fame di @angryarabiya contro la detenzione illegale di tre suoi congiunti, altri hanno deciso di affiancarsi a lei con uno sciopero della fame di massa, che adesso ha addirittura una sua homepage. Aderiscono anche stranieri, per protestare contro le violazioni dei diritti umani in Bahrain. Ecco la relazione di Reporters without Borders sul trattamento dei giornalisti, compresa la notizia della morte in carcere del co-fondatore di un giornale indipendente. Dopo gli arresti e le sospensioni fra gli atleti, arrestato anche un giornalista sportivo, Faisal Hayat. Creata anche una pagina facebook che chiede la liberazione del segretario generale del partito Waad, Ebrahim Sharif al-Sayed.

Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Hard sun” di Eddie Vedder”

Ecco la puntata di oggi:

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il mondo di Nomfup

Questa foto di Barack Obama (che ha firmato la sua dichiarazione dei redditi) viene da Nomfup, il blog di comunicazione politica a cui siamo lieti di dedicare finalmente la puntata di oggi con un collegamento in diretta con Filippo Sensi, che ci spiega il lavoro che fa, come è cambiato Nomfup nel suo anno di vita, e ci racconta, fra le altre cose, che cos’è la digital diplomacy – cioè come governi e istituzioni si stanno attrezzando per usare i social media. Potete ascoltare la nostra conversazione con Filippo qui sotto nel podcast.

Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe, di cui torniamo a parlare domani.

♫ ahi, niente musica, oggi….

Ecco la puntata di oggi:

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stay human

Vittorio Arrigoni – blogger, scrittore, pacifista, volontario a Gaza.  Rapito e ucciso in queste ore.

Oggi vi leggo alcuni degli ultimi post dal blog di Vittorio, che raccontava ogni giorno la vita quotidiana e la politica così come le vedeva lui da Gaza City, e postava anche per PeaceReporter. Dieci giorni fa aveva postato tradotta anche la lettera di Omar Barghouti a noi occidentali, “Vi auguro un Egitto”.

Sulla timeline del Twitter di Alaska anche i messaggi per Vittorio da tutto il mondo.

♫ La canzone di oggi era “Stay human” di Michael Franti

Ecco la puntata di oggi:

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ostaggi

La stagnazione in Libia dopo un mese di bombardamenti in aiuto degli insorti ha un riflesso surreale nella vita quotidiana dei reporter stranieri accreditati dal governo Gheddafi, sorvegliati e tenuti negli hotel a cinque stelle di Tripoli. Oggi a raccontare dal paradosso di questa dorata cattività (“giornalisti che non possono parlare con nessuno e a cui nessuno può parlare”, come diceva l’altro giorno a Jonathan Rugman un negoziante di Tripoli) è Harriet Sherwood del Guardian dall’hotel Rixos.

All’ US World Islamic Forum in corso a Washington, John Kerry, sempre assai ben informato, ha sottolineato che il destino dell’intera regione araba dipende dal compimento democratico, ancora incerto, della rivoluzione egiziana, perché l’Egitto potrà essere la guida di tutti gli altri processi democratici. Dopo i morti di pza Tahrir venerdì scorso, il movimento #Jan25 adesso è soddisfatto dall’incarcerazione e dalla messa sotto processo di Mubarak, dei suoi figli e di alcuni uomini importanti del vecchio regime (fra i quali il responsabile diretto del Mercoledì di Sangue di Tahrir). Questa era una delle sue principali richieste, e che venga soddisfatta viene interpretato come un forte segnale di disponibilità da parte di quello stesso esercito che non esita a usare le maniere forti sugli attivisti. Intanto, in questa fase interlocutoria, il movimento ha revocato la manifestazione di protesta già indetta per domani. Il rapporto fra l’esercito, a cui è affidata la transizione verso le nuove elezioni, e il movimento che ha cacciato Mubarak, è fluido e complesso. Prima che arrivasse la notizia del processo alla famiglia Mubarak, Anjali Kamat (@anjucomet sul nostro Twitter) ha raccontato a Democracy Now! alcuni elementi di questo rapporto, che possono aiutarci anche a leggere le notizie dei prossimi giorni.

♫ La canzone di oggi era “Options” dei Gomez

Ecco la puntata di oggi:

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