Tutta mia la città

(qualche foto che ho fatto ieri sera intorno e dentro a pza Duomo)

Dopo la grande giornata di ieri tutti insieme su Twitter, e le invenzioni e gli sfotto’ di questa campagna elettorale nati sulla rete che ieri circolavano diffusamente nel linguaggio della piazza nel grande raduno arancione di Milano (almeno 100mila persone), una puntata a ruota libera, fatta di piccoli racconti della città durante e dopo la festa per il nuovo sindaco Giuliano Pisapia, e dei vostri tweet di oggi in tempo reale – potete riascoltarla qui sotto nel podcast.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe e della #twitterevolution di Milano.

♫ Le musiche di oggi erano “Wonderful Life” e “Tutta mia la città”, nelle versioni di Giuliano Palma & the Bluebeaters

Ecco la puntata di oggi:

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“Tahrir is back baby”*

graffito della rivoluzione di El Teneen (The Dragon) – ha fatto il suo primo graffito il 26 gennaio di quest’anno. Prima era impossibile (foto di Mohamed El Hebeishy, via The Guardian)

*da un tweet di oggi di @Alaa da Tahrir

Ieri mattina tre attivisti di #Jan25 (nonché nostri tweep) sono stati arrestati per aver appeso i volantini con la maschera gialla della manifestazione di oggi, lanciata come #May27, all’esterno dell’ambasciata svizzera del Cairo. Nel giro di pochi minuti, avvisati su Twitter via cellulare da uno dei tre, sono stati raggiunti da una dozzina di altri attivisti. @Sandmonkey ha avvisato i loro parenti e ha seguito la camionetta dell’esercito che li portava ad una stazione della polizia militare. Lì il movimento è riuscito a far arrivare subito due avvocati, e anche se i militari non volevano consentire ai parenti e ai legali di entrare nell’edificio, in serata il graffitista @ganzeer e gli altri due sono stati liberati. E’ sembrato più che altro un tentativo dell’esercito di ricordare ai manifestanti, alla vigilia del loro secondo Giorno della Rabbia, chi comanda in città. Sempre in serata, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, al quale sono rivolte la maggior parte delle richieste della giornata di oggi (qui sotto il manifesto con le richieste tradotte in inglese) ha annunciato che non presidierà Tahrir – e non si comprende se sia una concessione o una minaccia di lasciare i manifestanti in mano alla polizia militare. Gran parte degli attivisti, ai quali oggi si uniscono anche @Razaniyat dalla Siria e @JustAmira di Global Voices, sono rimasti svegli stanotte per preparare gli striscioni e gli slogan di oggi, con l’intenzione di riportare in piazza lo spirito creativo e più dissacrante di Tahrir, nonostante le migliaia di attivisti ancora in carcere e i sommari processi militari celebrati dallo stesso organismo compromesso che dovrebbe garantire la transizione verso nuove elezioni. Alle 11 del mattino a Tahrir c’erano già 2mila persone, mentre giungevano notizie dal quartiere caldo di Imbaba e da Alessandria riguardo a due commissariati dati alle fiamme, e da un altro quartiere del Cairo notizie di una manifestazione a favore del generale Tantawi. Il movimento #25Jan sente minacciate le richieste di democrazia emerse dalla rivoluzione, non si fida più dell’esercito a cui ha consegnato la transizione, ed è ben consapevole che se la rivoluzione dovesse fallire in Egitto, sarebbe la fine anche per il modello per gli altri paesi arabi. Qui, da @Jonamorem, uno dei post della giornata di blogging illegale #noScaf sulle richieste di oggi (qui l’integrale in arabo di tutti i 269 post della giornata, organizzato da @Moftasa). Qui Wael Khalil (@wael) posta direttamente per l’edizione internazionale dei blog del Guardian sul perché di questa giornata.

il manifesto (versione inglese) dell’occupazione di oggi in piazza Tahrir:

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “La canzone di Tahrir” di Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

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guidare il movimento

Secondo i tweep sauditi, Manal al-Sharif è la nuova Rosa Parks: cinque giorni di carcere per aver sfidato il divieto implicito alle donne di guidare l’automobile in Arabia Saudita, una questione che abbiamo seguito spesso grazie a Saudiwoman, che racconta la vicenda e posta anche la petizione di un attivista per diritti umani al custode delle Due Moschee per il rilascio di Manal. Intanto Guido Moltedo posta per Europa sull’intesa di Ca’ Foscari con una istituzione saudita per 400mila euro di finanziamenti alla Scuola di relazioni internazionali (grazie a @nomfup)

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Più forte del fuoco” di Cristina Donà

Ecco la puntata di oggi:

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facciamo l’appello

Oggi al Cairo seconda giornata di attività speciale per i blogger, 160 (fra cui questo) hanno partecipato due giorni fa alla giornata #noScaf (no Supreme Council of Armed Forces) bloggando contro i comportamenti violenti e reiterati dell’esercito a cui è affidata la transizione – sotto stato di emergenza, tecnicamente questi post sono illegali; oggi invece ci si divide in gruppi per le strade della città, si intervistano le persone e si posta, con l’hashtag di Twitter #yms2011.

In Tunisia si è dimesso dal suo recente incarico nel governo di transizione il blogger ventitreenne Slim Amadou.

Negli Emirati Arabi, ancora agli arresti il blogger e attivista internazionale per i diritti umani Ahmed Mansoor – Samer Muscati di Human Rights Watch posta sul silenzio delle fondazioni museali internazionali che stanno aprendo i loro distaccamenti negli Emirati – Louvre, Guggenheim, Sorbona e New York University.

La Siria, per protesta verso la copertura di Al Jazeera della repressione governativa sui manifestanti, ha bloccato investimenti del Qatar nelle infrastrutture siriane già concordati per 6 miliardi di dollari. Jennifer Preston del New York Times posta sulla repressione dei (pochissimi) blogger siriani.

Le autorità del Bahrain accusano apertamente media internazionali e associazioni per i diritti umani di cospirare contro la famiglia reale. Arrestati insieme qualche giorno fa la giornalista di France 24 Nazeeha Saeed e il giornalista e nostro tweep Mazen Mahdi. Quest’ultimo è stato ammanettato, bendato e picchiato, per poi essere rilasciato. Ci ha scritto direttamente ieri sera per dire che si sta riprendendo, e che la sua testata gli ha “consigliato” di prendersi qualche giorno di silenzio sia per gli articoli che per Twitter, dove intanto sono apparsi i succinti resoconti del trattamento riservato a Nazeeha Saeed – praticamente torturata nel commissariato di polizia di Riffa – che oggi è stata rimpatriata a Parigi dall’ambasciata francese.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “In your hands” di Charlie Winston

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the times they are a-changing

(un fotogramma dal video di Subterranean Homesick Blues, 1965, minifilm che apriva il documentario di D. A. Pennebaker’s Don’t Look Back, con la sequenza di cartelli scritti la sera prima da Dylan insieme a Donovan, Allen Ginsberg e Bob Neuwirth)

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, e anche qui torniamo a occuparcene in onda domani. Intanto oggi Bob Dylan compie 70 anni, è trending on Twitter e viene festeggiato in tutto il mondo, ci leggiamo il post in suo onore di David Jaffe per il Daily Beast e ci ascoltiamo la canzone che tutti volevate sentire da una settimana.

Passato a Cannes il bellissimo This must be the place di Paolo Sorrentino con Sean Penn – David Byrne, che ne ha curato le musiche, oggi di ritorno dalla passerella francese posta sul suo blog raccontando com’è andata.

♫ Le musiche di oggi erano “The times they are a-changing” di Bob Dylan e “One fine day” di David Byrne

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instancabili

Un po’ di ispirazione per la rivoluzione. Gli attivisti egiziani di #Jan25, che hanno creato un modello dal basso che oggi viene seguito dal Wisconsin a Londra alla Spagna (e che comincia ad affascinare, per ora senza un manifesto comune, anche l’Italia), parlano oggi delle sfide molto più complesse che sta affrontando l’Egitto a tre mesi dalla caduta di Mubarak. Wael Ghonim, invitato al Google Zeitgeist (dai suoi ex datori di lavoro), viene intervistato da Jon Snow di Channel 4 (segnalatoci da Nomfup) e racconta, con il consueto senso dell’umorismo, il suo punto di vista sulla trasparenza e il ruolo della rete, il cambiamento negli equilibri di potere fra utenti e fornitori di servizi (oltre che fra utenti e dittatori) e con quale filosofia partirono i primi flashmob che portarono all’occupazione di  piazza Tahrir. Altri esponenti di spicco di #Jan25 – lo scrittore Alaa al Aswani, i giovani attivisti Hossan el Hamalawi, Alaa Abdul Nabi e Nour Nour  intervistati al Cairo dal Guardian, spiegano cos’è l’ombra del settarismo religioso e qual’è la sfida più grande del processo di democratizzazione del paese: la corruzione diffusa in tutti i settori e nel costume nazionale. “C’è un mini-Mubarak ad ogni livello di ogni istituzione”, dicono. Ricorda qualcosa? Qui il video.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

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chi è dentro e chi è fuori

Come sempre quando i giornalisti stranieri arrestati sotto regimi oppressivi riescono a riguadagnare la libertà, la loro testimonianza diventa importante soprattutto per il raro sguardo che offre sulla vita di chi in carcere c’è rimasto. Liberata dopo 19 giorni, la reporter di Al Jazeera in inglese Dorothy Parvaz racconta alla sua emittente la detenzione in Siria e la deportazione in Iran (video della sua testimonianza in diretta e testo aggiuntivo). Intanto in Libia liberati dopo 43 giorni i reporter Claire Gillis dell’Atlantic, James Foley, Nigel Chandler e il fotografo spagnolo Manu Brabo – qui il Global Post, che è la testata per cui era inviato James Foley.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Heaven or hell” di Steve Earle

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il grande narratore ci riprova

(Due studenti dell’Università del Cairo mentre seguono il discorso di Obama del 4 giugno 2009, che, a detta di molti nel movimento, è stato il segnale di via libera all’organizzazione della rivoluzione di Tahrir – foto via FreePressers.com)

Dovrebbe tenersi domani il nuovo discorso di Obama ai paesi arabi, quasi due anni dopo quello storico tenuto all’università del Cairo – inclusivo, moderno, politeista – che sembra aver giocato un ruolo fondamentale nella rivolta dei giovani egiziani. Il nuovo discorso cade in uno scenario completamente cambiato, in cui l’amministrazione americana sta cercando di adattare il proprio ruolo alle nuove circostanze, e cade anche alla vigilia dell’incontro – delicatissimo – di Obama con Netanyahu. Per prepararci, tre elementi di scenario: Mark Landler del NYT posta sull’aggiustamento della Casa Bianca al nuovo scenario e le posizioni assunte da Obama in privato sulle rivolte arabe; Nawaf Obaid posta per il Washington Post sulla crescente spaccatura fra i due ex solidissimi alleati Usa e Arabia Saudita (ne emerge qualche rivelazione sulla politica Usa dietro le quinte in Bahrain); e infine, Salon, con Nadia Hijab, cerca di mettere per iscritto la delicatezza e le contraddizioni del momento, e che cosa il mondo musulmano si aspetta di sentire da Obama domani.

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♫ La canzone di oggi era Tarek geddawi “la canzone di Tahrir”

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MILANOOOOOOOOO!!!!!!

Dopo la clamorosa vittoria di Giuliano Pisapia ieri a Milano su Letizia Moratti, qualche chicca dalla rete: come riportano la notizia il New York Times, l’inglese Independent e altri, e cosa si diceva ieri sera sul forum del sito del PdL (che doveva riaprire stamattina alle 9.30 e invece ancora tace, mentre quello di Radio Padania è chiuso e così molti altri forum collegati)

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♫ La canzone di oggi era “Land of hope and dreams” di Bruce Springsteen

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turisti per caso

(la lettera dell’Ambasciata di Siria a Washington sulla deportazione in Iran di Dorothy Parvaz di Al Jazeera – clicca sull’immagine per ingrandire)

 

Dorothy Parvaz, la giornalista di Al Jazeera in inglese con passaporto iraniano, canadese e americano scomparsa da 13 giorni in Siria dove era inviata dalla sua emittente, è stata deportata in Iran dal governo siriano, e dopo questo annuncio, di lei ancora nessuna notizia. Oggi i suoi colleghi fanno circolare su Twitter il freddo comunicato dell’ambasciata siriana a Washington, che spiega che la Parvaz ha cercato di entrare come turista ma è stata riconosciuta come giornalista. E in Siria i giornalisti stranieri non possono entrare, l’unico modo è tentare di entrare come turisti, esattamente come ha fatto, a suo rischio e pericolo, Martin Fletcher del Times, che racconta la sua incursione a Homs al telefono con Sky News.

Intanto si sono chiusi a Oslo i lavoro del Freedom Forum sui diritti umani, che ogni anno raccoglie interventi e riflessioni da ogni parte del mondo. Fra i relatori quest’anno molte delle voci della rivolta e degli attivisti web di Tunisia ed Egitto, a cominciare da Lina Ben Mhemni (A Tunisian girl), Mona Eltahawi. Ali Abdulemam non ha potuto partecipare perché detenuto e scomparso da settimane in Bahrain. A presentare il suo caso e molti altri, compreso quello dei suoi parenti sotto corte marziale, l’instancabile Maryam Alkhawaja, che può viaggiare solo perché lavora negli Stati Uniti. Ecco il video del suo intervento, che fra l’altro ha aperto i lavori di Oslo. In chiusura è intervenuto via videoconferenza anche Wael Ghonim, la “testa” della rivolta egiziana e l’ideatore della pagina facebook “We are all Khaled Said”, con lo sguardo ampio, ottimista e articolato che lo contraddistingue.

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♫ La canzone di oggi era “Wharane Wharane” di Khaled, che suona domani alla nostra Extrafesta, Carroponte di Sesto San Giovanni

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