Archivi del mese: giugno 2011

royal tarmac

Su Twitter oggi continuiamo a seguire, fra le altre cose, gli sviluppi della battaglia del Cairo, a Tahrir c’è sit-in permanente dopo gli scontri con la polizia di martedì notte che hanno lasciato più di 1000 feriti, e il grosso dei tweep si è trasferito stamattina ad Alessandria d’Egitto per attendere il verdetto contro i due poliziotti accusati di aver ucciso Khaled Said, l’evento che ha innescato la rivoluzione. Dopo un primo momento di rabbia e di confusione alla notizia che il verdetto veniva rimandato a settembre (cosa che avrebbe potuto ulteriormente surriscaldare le piazze), si è chiarito che il rinvio è dovuto a nuove prove autoptiche presentate dall’avvocato della famiglia di Khaled, che aggraverebbero di molto la posizione dei due agenti; le accuse potrebbero diventare due, omicidio di primo grado e tortura, il che in Egitto significa ergastolo o pena di morte.

Vi ricordo che la timeline di Twitter sarà aggiornata per tutta l’estate, e che anche se Alaska va in vacanza, da domenica 10 luglio alle 12 vi aspetto per l’appuntamento con Anchorage, settimanale di cultura e rete di cui troverete i podcast sempre su questa pagina.

In questa penultima recuperiamo un po’ della leggerezza a cui eravamo abituati prima delle rivolte arabe, e un argomento che riguarda anche i vostri viaggi estivi, soprattutto negli Stati Uniti. Come sapete, ieri una delle piste dell’aeroporto JFK, snodo cruciale del traffico aereo internazionale, è rimasta bloccata per un’ora e mezza da un’invasione di tartarughe di terra in amore (fra 80 e 150 a seconda delle fonti), provocando alcuni ritardi nei decolli. A scegliere di permettere lo sgombero delle tartarughe è stata JetBlue, che gestisce quella pista, e sembra che l’intero personale impegnato nei paraggi fosse molto divertito dall’imprevisto. Ma la cosa più interessante per la rete è che quelli di Mashable.com, vista la simpatia destata dalle tartarughe in pista, hanno deciso di aprire un account su Twitter a loro nome, @JFKTurtles, dove fingono che a twittare siano le tartarughe stesse, parlando d’amore e di accoppiamento, di lentezza e dell’effetto della celebrità. L’account si è conquistato più di 5mila follower nelle prime tre ore della sua esistenza, ed è piuttosto divertente da seguire.

Restando in argomento aeroporti, da mesi la rete americana trabocca di notizie e commenti sulle nuove procedure di controllo e perquisizione nei trasporti stabilite dalla Transport Security Administration, fra cui quella che prevede l’utilizzo dei nuovi body scanner. Vi propongo alcuni racconti dal Guardian e soprattutto dal blog Mother Jones, che segue da vicino gli sviluppi. In ordine cronologico, una riflessione sugli effetti dei body scanner sulla salute per James Ridgway. Kevin Drum argomenta sulla sensatezza delle norme della TSA. Richard Adams corrispondente da Washington per il Guardian argomenta a favore, rivelando qualche meccanismo psicologico non molto lodevole dello slogan “non toccate la mia roba”. Ben Buchwalter sulle procedure di riconoscimento facciale attualmente in studio alla TSA. Josh Harkinson sul tentativo dello stato del Texas di restringere i controlli TSA sui suoi voli interni. Julia Whitty di nuovo sui possibili, ma ancora non chiariti, effetti dei body scanner sulla salute, e sul mistero che li circonda. E infine Jen Phillips pochi giorni fa sull’estensione delle stesse procedure di controllo e perquisizione della TSA anche ai trasporti via terra, stazioni ferroviarie, stazioni degli autobus, traghetti e imbarco automobili.

♫ La canzone di oggi era “Love is the Seventh Wave” di Sting

Ecco la puntata di oggi:

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non è finita finché non è finita

(stanotte a Tahrir, foto di Nasser Nasser/AP)

Mentre scrivo si protrae da 15 ore una delle più violente battaglie di piazza Tahrir fra manifestanti e polizia dall’inizio della rivoluzione. Tutto è cominciato ieri sera fra le 18 e le 20 ora egiziana con uno strano spostamento di camionette della polizia e il tentativo di deviare verso un’altra sede una parte delle famiglie dei martiri della rivoluzione che da giorni protestavano pacificamente con un sit-in davanti alla sede della tv di stato a Maspero, furiose per il terzo rinvio consecutivo del processo ai funzionari del ministero degli interni responsabili delle morti dei loro cari. Uno scavalcamento dei manifestanti che li accompagnavano al cancello del teatro dove erano state dirottate le famiglie, un primo lancio di sassi da parte di persone in borghese ancora non identificate, ed è scoppiato l’inferno. La polizia ha attaccato i manifestanti con i gas lacrimogeni – lanci “a pioggia” secondo i giornalisti presenti sul posto, che sarebbero durati tutta la notte – mentre i manifestanti rispondevano con lanci di sassi e pietre prese dai marciapiedi. Circa cinquemila persone sono quindi confluite in pza Tahrir per far arretrare la polizia, e gli scontri sono durati tutta la notte; bilancio finora, 1 morto,  più di 600 feriti, almeno 9 arresti confermati, partenze impedite alle ambulanze da parte della polizia, spari in aria, utilizzo di proiettili di gomma. Questa mattina il derby cittadino di calcio è stato rimandato e poi riconfermato per motivi di ordine pubblico, e i manifestanti – che mentre scrivo sono riuniti a migliaia davanti al Ministero degli Interni per chiedere le dimissioni del facente funzioni di capo di governo maresciallo Tantawi – temono che gli ultrà si uniscano agli scontri di piazza. Per quanto abbiano protetto con cordoni i bancomat e le vetrine dei negozi, hanno anche la sensazione che il resto della città interpreti la battaglia come un episodio di disordine o vandalismo. Le centinaia di attivisti tweep del Cairo (reduci da tre incontri assembleari durante la giornata, quello con i partiti per l’avvio alle elezioni, quello sull’elaborazione delle proposte per la futura Costituzione, e il loro primo tweetup), a cui si è unita per la prima volta la presenza sul posto di due reporter che hanno seguito le rivolte del Cairo come Andy Carvin e Dima Khatib, hanno costruito, in mezzo alle pietre e ai primi soccorsi, una narrazione collettiva stupefacente su Twitter, con l’aggiunta di foto e video in tempo reale. Qui la timeline di Alaska su Twitter, qui lo storify su chirpstory della cronologia dei tweet di questa notte, qui il Post, qui AlJazeera, qui il post di The Lede del New York Times, qui il post di stamattina all’alba di Gigi Ibrahim (che è stata la prima ieri sera a twittare che c’era qualcosa di strano in come veniva gestito il sit-in delle famiglie dei martiri a Maspero), qui l’intervista che ha dato Gigi al live blog del Guardian, qui il reportage di Jack Shenker del Guardian che era sul posto, qui il post di Dima Khatib che aveva seguito la settimana di sit-in delle famiglie dei martiri e il terzo rinvio del processo ai mandanti del 28 gennaio.

♫ La canzone di oggi era “Tahrir song” di Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

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per niente facile

Sulla nostra timeline di Twitter potete continuare a seguire le rivolte arabe, e in questi giorni anche la Freedom Flotilla e altri argomenti. Entriamo oggi nell’ultima settimana di Alaska per questa stagione, ma la timeline su Twitter resterà aggiornata durante l’estate, e posterò qui i contenuti e i podcast del programma settimanale estivo, che avrà inizio domenica 10 luglio.

Fra tre giorni è previsto l’inizio di presunti colloqui di riconciliazione con l’opposizione in Bahrain (i cui leader sono quasi tutti in carcere, mentre all’altro capo del tavolo siederà un uomo notoriamente implicato in casi di tortura), e intanto la situazione dei rapporti fra Stati Uniti e Bahrain si complica, anche solo semplicemente perché il mondo è piccolo, e i casi delle centinaia di lavoratori licenziati in questi mesi per aver aderito alle manifestazioni per le riforme hanno finito per infrangere proprio l’accordo di libero scambio fra Usa e Bahrain (la maggior parte delle grandi imprese che gestiscono i cantieri edili del paese, per esempio, sono inglesi o americane, con manodopera del posto o immigrata). E cosa fa ora il governo del Bahrain per tutelarsi? Assolda un grande studio legale americano, naturalmente. Qui il post di Farah Halime per The National. Intanto, non solo in Bahrain, si registra un’impennata nei suicidi dei lavoratori e lavoratrici migranti.

La questione di processi nazionali o internazionali ai vecchi leader macchiatisi di crimini contro l’umanità è centrale alla discussione in molti paesi arabi che si sono sollevati in questi mesi. La Tunisia ha processato e condannato Ben Ali, l’Egitto tentenna dopo aver incarcerato Mubarak, Saleh e Assad potrebbero restare nel mirino della legge internazionale se non prevalgono interessi nazionali che vogliono altrimenti. Ieri la notizia del mandato di arresto internazionale per Gheddafi, per uno dei suoi figli e per il capo dell’intelligence libica, emesso dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia, presieduta dal procuratore generale Luis Moreno-Ocampo. Festeggiata a Benghazi come un altro passo verso la caduta del regime (mentre i bombardamenti Nato sembrano protrarsi senza risultati apprezzabili), questo tentativo di perseguire Gheddafi per crimini contro l’umanità ha tutta una serie di peculiarità legali che lo rendono speciale, e sembra improbabile che potrà essere implementato a breve. Quasi due mesi fa, sul blog enoughgaddafi, Mariam Elhadri si avventurava fra i cavilli e i precedenti della legge internazionale.

♫ La canzone di oggi era “Slow was my heart” di Richard Ashcroft

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i giochi di Atene

(foto di Milos Bicanski/Getty Images)

Oggi è venerdì, e sulla nostra timeline di Twitter continuiamo a seguire le notizie dai paesi arabi che ci mandano i nostri tweep. In Bahrain ieri ancora un’altra condanna per un manifestante pacifico di Lulu, quella a 4 anni di carcere per il capocannoniere della Coppa Asiatica di calcio 2004, Alaa Hubail, di cui vi avevo raccontato la storia qui. Intanto sia la Cnn che SkyNews oggi trasmetteranno in diretta da Damasco, e per oggi è stata indetta via facebook la giornata di blogging per la Siria.

Oggi però dedichiamo qualche spunto di riflessione alla crisi greca, prima con l’opinione di Simon Nixon del Wall Street Journal raccolta da Il Post, che confuta alcuni luoghi comuni sul disastro economico del paese, e poi con il racconto di Daniel Howden dell’Independent, ex corrispondente dalla Grecia che è tornato a vedere come stanno le cose sette anni dopo la sua ultima visita.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

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tweetnadwa 1 e 2

(i tweep del Cairo che twittano anche quando sono tutti insieme nella stessa stanza, via Ahram online)

Moderati, pare con grande abilità, da uno dei tweep più attivi della rivoluzione di Tahrir, @Alaa (Alaa Abd el Fattah, un vero mattatore, qui il suo intervento al Personal Democracy Forum , che vi traduco per intero qui sotto nel podcast), i tweep del Cairo hanno organizzato una serie di appuntamenti – i tweetnadwa – per discutere insieme nella stessa stanza di alcune questioni sul piatto del futuro egiziano. Dopo la grande soddisfazione per il primo incontro del 12 giugno (di cui vi propongo il resoconto di Global Voices) ne hanno subito tenuto un altro due giorni fa (qui il resoconto di Lina el-Wardani per Ahram online).

♫ La canzone di oggi era “Explanations” di Selah Sue

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colpiti al cuore

Stamattina sono arrivate le sentenze per molti degli imputati dei processi per direttissima inscenati dalla giustizia del Bahrain contro attivisti, pacifisti, blogger e giornalisti le cui vicende abbiamo seguito per tanti mesi. Il padre di Maryam e Zeinab Alkhawaja, Abdellah, esponente di spicco internazionale delle associazioni per i diritti umani, ha ricevuto una condanna all’ergastolo, e con lui altri sette imputati. Ebrahim Sharif, ex dirigente del Waad, ha havuto cinque anni di carcere, e con lui alcune figure di spicco della vita religiosa sciita. Condannati anche tre imputati in contumacia, fra i quali il blogger con cui sono cominciati tutti i nostri racconti dal Bahrain, Ali Abdulemam, attualmente in clandestinità dopo essere stato arrestato e torturato due volte, ora condannato a 15 anni di carcere. Zeinab Alkhawaja (su Twitter @angryarabiya), figlia di Abdellah, è stata arrestata dopo aver invocato Allah nell’aula appena udita la sentenza, e ora si trova presso un commissariato di polizia. Vi propongo la cronaca di come queste notizie, e i brevi profili dei condannati, ci sono arrivati stamattina attraverso Twitter.

Ieri 40 lavoratori immigrati del settore edile in Bahrain erano stati licenziati per aver organizzato uno sciopero.

Fra le riflessioni interessanti di questi giorni su identità e anonimato nella rete, ecco quella proposta da Brian Stelter del New York Times.

♫ La canzone di oggi era “Hard Times” (Stephen Foster) Bruce Springsteen & the E Street Band

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le indignate

(Gigi Ibrahim nei giorni di Tahrir)

Mentre Ben Ali viene condannato dalla giustizia tunisina, in Egitto gli avvocati di Mubarak cercano di fargli evitare il processo per via di una grave malattia, e la data delle elezioni è a rischio di essere rimandata per “motivi di sicurezza”. Intanto i ragazzi che sono stati il cuore e l’anima di Tahrir continuano a lanciare nuove iniziative dal basso per contenere il potere del governo militare provvisorio e denunciare i processi per corte marziale e gli abusi in carcere. Il gruppo dei tweep egiziani si riunirà presto per una seconda seduta di discussioni di persona dell’iniziativa che hanno chiamato #tweetnadwa; hanno lanciato una campagna contro le molestie sessuali in Egitto (#endSH); continuano a raccogliere testimonianze sui prigionieri politici sul sito Tahrir Diaries; e stanno elaborando collettivamente i suggerimenti per le future modifiche alla Costituzione (#dostor). Hanno anche costituito un’associazione specifica che si occupa dei prigionieri politici e degli arresti ancora in corso, fondata da Monasosh (Mona Seif), che scrive sul suo blog di chi sono per lei i veri rivoluzionari egiziani. In questi giorni sono stati chiamati dal tribunale militare per essere interrogati altri due giornalisti, stavolta di Al-Fagr, dopo quelli di Ahram online, per aver scritto articoli di denuncia sulle torture nelle carceri. Una dei due reporter, Rasha Azab, dice la sua, riportata dal blog di Gigi Ibrahim, la quale intanto ha festeggiato la sua laurea, laica e senza velo, scoprendo che le laureate e amiche che portavano il velo non erano ammesse alla festa dell’università. Ne ha fatto un resoconto indignato su Twitter, e qui lo racconta più estesamente sul suo blog.

♫ La canzone di oggi era “Riverside” di Agnes Obel

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corsia di sorpasso

Quando due anni fa abbiamo cominciato a riferirvi i racconti delle blogger saudite che sfidavano il divieto a guidare l’auto da sole, non avremmo mai immaginato che sarebbe arrivata una giornata come questo 17 giugno: dopo la detenzione di Manal al Sharif, l’ultima e la più nota a sfidare il divieto, le donne saudite hanno lanciato sui social media la giornata del #Women2drive, e oggi usciranno a guidare da sole o a gruppi in vari luoghi del paese alla faccia dei loro sorveglianti morali (non sorretti dalla legislazione saudita) che le vorrebbero sempre accompagnate da un uomo, finanche uno sconosciuto. La campagna ha avuto un immediato successo internazionale e potete seguirla su Twitter, dove l’hashtag #Women2drive viene usato sia dalle donne saudite che riferiscono della loro spedizione individuale, sia dalle donne e dagli uomini di tutto il mondo che le sostengono, inviando auguri, saluti, considerazioni, canzoni a tema automobilistico. In Italia su facebook le donne si fotografano al volante con il cartello “io guido con Manal”, e questa notte, dopo che la prima donna saudita ha sfidato il divieto a mezzanotte lanciando ufficialmente la giornata, ci siamo accorti che in vari paesi era nata l’idea un po’ casuale di suonare il clacson in segno di solidarietà. @nomfup ha lanciato l’idea di farlo tutti insieme in Italia alle 15 e di raccontarlo con tweet e foto con gli hashtag aggiuntivi #suonalletre e #honkinmyname, e abbiamo deciso che varrà ogni tipo di campanello, anche quello delle bici e di casa. Qui Nomfup con il suo post di stamattina. Qui il canale YouTube per la campagna dei clacson. Per ora, nonostante un rafforzamento della presenza della polizia sulle strade rilevato da molti tweep, nessuna donna è ancora stata fermata. Qui dal blog al-Bab una cronaca dei primi tweep delle donne saudite. Leilani Munter, pilota di professione, annuncia la sua adesione alla giornata. Qui uno dei primi video realizzati dalle donne saudite, twittato da Saudiwoman anche se ancora senza nome e data.

Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.

♫ Le musiche di oggi erano “Drive my car” dei Beatles e “Mr cab driver” di Lenny Kravitz

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una per tutti

(l’eclissi di luna fotografata ieri sera da Amer Sweidan da Amman, Giordania)

Ieri l’eclissi di luna si è cominciata a vedere man mano che faceva buio, da est verso ovest, e questo ha creato nella cronaca in tempo reale su Twitter un curioso effetto, che abbiamo seguito via via sulla timeline di Alaska: a twittare le prime immagini dell’eclissi sono stati infatti i tweep dall’Afghanistan e dal Pakistan. Nel giro di tre ore, l’intera rete connessa dalle rivolte arabe, di solito impegnata a twittare cronache di manifestazioni, di scontri e di guerra, è stata percorsa come da un’onda dai commenti e dalle fotografie in tempo reale. Dal Bahrain alla Siria, dallo Yemen alla Giordania, Palestina e Israele, Libano, Egitto e Tunisia, la comunità online a testa in su ha raccontato la luna che si faceva buia e rossa nel cielo di Gerusalemme, di Amman, di Karachi, del Cairo, di Beirut e sopra le montagne della Libia. E’ stato un lungo momento poetico in una narrazione che di solito di poetico ha poco, con meraviglia, domande esistenziali e il fascino di guardare tutti lo stesso evento naturale nello stesso momento – e non sono mancati anche battute, giochi e prese in giro. Oggi vi racconto qualche frammento di questa ondata che ha percorso Medio Oriente e Nord Africa, raccontata in tempo reale su Twitter.

Contemporaneamente al racconto dell’eclissi, su Twitter si snodava la parabola abbastanza eroica e temeraria di tre giovani donne del Bahrain, moglie, figlie e sorelle di detenuti politici, che si sono presentate all’ufficio delle Nazioni Unite a Manama per recapitare un appello per la liberazione dei prigionieri e il rispetto dei diritti umani in Bahrain. Zeinab Alkhawaja (su Twitter @angryarabiya), che ha padre e marito in carcere, Asma Darwish (su Twitter @eagertobefree), sorella del prigioniero Mohamed Darwish, al 12o giorno di sciopero della fame, e Susan Jawad (su Twitter @sparweezj), anche lei col marito in carcere –  hanno consegnato l’appello, ma quando hanno insistito per fermarsi nell’edificio anche “dopo l’orario di chiusura degli uffici”, la polizia che si era radunata all’esterno ha fatto ingresso nella sede locale Onu e le ha arrestate. Sono state portate a una stazione di polizia, interrogate separatamente e in seguito rilasciate, anche se dovranno rispondere di una denuncia (dai contorni molto vaghi, essendo che le sedi Onu dovrebbero essere santuari internazionali e non aziende con orari di chiusura) e non potranno lasciare il paese. Le ragazze sono andate volutamente alla ricerca di un caso eclatante da mostrare all’opinione pubblica, soprattutto quella americana, per attirare l’attenzione sulla situazione dei prigionieri politici in Bahrain. In ogni caso ci è voluto coraggio, e decine di migliaia di persone hanno potuto seguire i loro racconti intrecciati in inglese e le loro foto, spediti via Twitter dai cellulari in tempo reale, coadiuvati dai retweet della sorella di Zeinab Alkhawaja, Maryam, dagli Stati Uniti, e via via da quelli di altri cittadini del Bahrain e del reporter della Cnn Nic Robertson, che in questi giorni si trova a Manama. Vi racconto un po’ quello che hanno testimoniato della loro avventurosa spedizione.

Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.

♫ La canzone di oggi era “I’ll rise” di Ben Harper (da una poesia di Maya Angelou)

Ecco la puntata di oggi:

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come liberarsi

Il blog A Cookie, scritto dal bahrainino Shehab dall’Inghilterra, studia alcuni articoli di Robert Fisk, il grande esperto e cronista sul Medio Oriente, datati 1996. Non solo oggi Fisk è “persona non grata” alle autorità del Bahrain perché accusato dalla famiglia reale al Khalifa di diffondere false notizie sul paese, ma Shehab ha ritrovato nei racconti del 1996 (quando l’ingerenza inglese negli affari del Bahrain era ancora molto forte) la stessa identica struttura repressiva che si osserva oggi. Con la differenza che nel 1996 non si usavano i social media.

Intanto per la prima volta un giornalista straniero, Nic Robertson della CNN, sta riuscendo a seguire i processi per direttissima in Bahrain – negli ultimi due giorni quelli a centinaia di medici e infermieri dell’ospedale di Salmaniya accusati di aver curato e protetto i manifestanti feriti a Lulu a metà marzo, e oggi quello, già riaggiornato, ai giornalisti accusati di “diffondere notizie false” sulle agitazioni nel paese. Potete seguire i tweet di Nic da Manama nella nostra timeline su Twitter.

Dopo la detenzione di Manal, la giovane donna saudita che si è messa alla testa del movimento che chiede per le donne il diritto a guidare (e che possiamo vedere come il primo passo nella richiesta di poter votare), la scrittrice Mai Yamani fa qualche considerazione interessante su come e perché le donne saudite stanno uscendo dal guscio.

Le proteste e i sit-in dei lavoratori in Wisconsin sono stati la prima forte iniziativa dopo il netto declino della presenza dei sindacati americani sui luoghi di lavoro. Ora anche i lavoratori della catena Wal-Mart – così carente nel rispetto dei diritti dei suoi impiegati da essere entrata nel mirino dell’associazione per i diritti umani Human Rights Watch – sembra abbiano trovato un modo per aggirare l’impedimento alla presenza del sindacato nei loro negozi, costituendosi a migliaia in una nuova associazione, l’OUR. Qui Stephen Greenhouse posta per il NYT.

Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.

♫ Le musiche di oggi erano “Satellite” di Eddie Vedder e “Le navi” di Daniele Silvestri

Ecco la puntata di oggi:

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