Archivi del mese: settembre 2011

si fa come diciamo noi

(fotografia di David Degner)

Una grande stanchezza ha avvolto durante l’estate i rivoluzionari di pza Tahrir, proprio nel momento in cui dovrebbero concentrarsi sulle loro future rappresentanze elettorali e sull’elaborazione del processo democratico. Ma come aveva previsto Sandmonkey nell’intervista che gli abbiamo fatto per Anchorage (potete riascoltarla qui), il lavoro quotidiano di ogni giorno contro i metodi dell’esercito incaricato della transizione, a cominciare dai processi militari, consuma le energie giorno per giorno e fa montare frustrazioni anche molto pericolose. Qualche giorno fa, dopo una lettera aperta di Wael Ghonim che riassumeva le richieste della rivoluzione (ricordando all’esercito per chi lavora, e cosa potrebbe accadere se non lo fa) e davanti alla minaccia di una nuova occupazione permanente di Tahrir, il Consiglio Supremo ha finalmente fissato le date delle tranche elettorali per le parlamentari, che inizieranno il 28 novembre, con risultati complessivi che verranno annunciati il 10 gennaio 2012, dando inizio al cammino verso le presidenziali e la riforma costituzionale (qui il post del Guardian, qui Almasryalyoum, qui Egyptian Chronicles, qui al Ahram). Ma la legge elettorale studiata dall’esercito è profondamente inadeguata, ammette i vecchi politici dell’NDP di Mubarak e penalizza i candidati indipendenti, e 60 gruppi politici minacciano ora di boicottare le elezioni. Secondo alcune voci, l’esercito comunicherà alcune modifiche già dopodomani, su pressione del nuovo sit-in di oggi.

Intanto Israa Abdel Fattah del movimento 6 aprile e Wael Ghonim sono stati candidati al Nobel per la Pace, mentre il giovane blogger Maikel Nabil sta morendo in un carcere militare per lo sciopero della fame. I processi civili contro l’ex presidente Mubarak, l’ex ministro degli interni Adly e gli ufficiali accusati di aver dato gli ordini che portarono all’uccisione di Khaled Said ad Alessandria, proseguono a telecamere spente e con una testimonianza inconcludente dell’attuale capo dell’esercito Tantawi. La situazione è radicalmente peggiorata quando in occasione di una grossa manifestazione a Tahrir il 9 settembre, in cui esercito e polizia avevano annunciato preventivamente che sarebbero rimasti a guardare, il sentimento anti-isrealiano, unito alla spavalderia degli ultras dell’Ahly che avevano appena subito decine di arresti, ha portato all’invasione violenta dell’ambasciata di Israele al Cairo, provocando un incidente diplomatico e segnando la prima azione violenta della storia del movimento. TheBigPharaoh cerca di ricostruire sul suo blog cos’è successo quella notte. Il giorno dopo la polizia militare ha invaso e perquisito le tre sedi di AlJazeera del Cairo (Mubasher, il canale dei Fratelli Musulmani, e quelle in arabo e in inglese) e la cosa si è ripetuta di nuovo ieri. Oggi 20 gruppi politici, eccettuati i Fratelli Musulmani che stanno conducendo un loro braccio di ferro esclusivo con l’esercito, tornano a manifestare a Tahrir, chiedendo la fine dello stato di emergenza, mai revocato e tornato effettivo in tutti i suoi aspetti dopo il 9 settembre, la fine dei processi militari ai civili, e una legge elettorale più razionale e democratica (e seguiamo la mobilitazione come sempre su Twitter)
Questo è l’appello di Sandmonkey sul suo blog a non perdere il coraggio e l’orgoglio della rivoluzione.

♫ La canzone di oggi era “Should I stay or should I go” dei Clash

Ecco la puntata di oggi:

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è buio in Bahrain

Questa mattina è arrivata la notizia che Ali Altaweel è stato condannato a morte in Bahrain per l’uccisione di un poliziotto lo scorso marzo durante lo sgombero violento di Lulu, e che 20 dei medici dell’ospedale di Salmaniya arrestati con l’accusa di alto tradimento cinque mesi fa per aver prestato soccorso alle centinaia di manifestanti gravemente feriti (qui il post del 4 maggio in cui vi raccontavo la loro vicenda) sono stati condannati con sentenze che vanno dai 5 ai 15 anni di prigione, lasciando fra l’altro l’ospedale principale di Manama sprovvisto dei migliori specialisti del paese. Non è servito a nulla l’intervento di Amnesty International, di Medicins sans Frontières, della commissione parlamentare irlandese che si è recata in Bahrain per sostenerli dopo che l’Irlanda aveva addestrato la maggior parte di loro nei propri ospedali universitari. Quasi tutti i dottori, i chirurghi e gli infermieri condannati – sia sciiti che sunniti – compaiono, fra l’altro, in uno straordinario documentario sul Bahrain realizzato da Al Jazeera in inglese, che ha visto la luce quest’estate su YouTube (il governo del Bahrain ha formalmente ottenuto la revoca di tutte le repliche televisive). Si chiama “Shouting in the dark” ed è a un tempo un documento potentissimo (vi consiglio di guardarlo integralmente qui) e un caso giornalistico abbastanza misterioso. Si è sempre creduto che AlJazeera non fosse riuscita, come tanti altri reporter internazionali, a entrare in Bahrain, e invece i suoi reporter hanno filmato di nascosto, e con notevoli rischi, tutte le fasi salienti del tentativo di rivoluzione, dai primi giorni festosi di Lulu alla distruzione fisica della piazza, ai corpi torturati rinvenuti nei canali di scolo dei villaggi, i funerali, e i terrori dell’assedio dell’ospedale di Salmaniya. Nel documentario c’è perfino traccia delle rappresaglie degli sciiti massacrati dalle forze di sicurezza sugli operai stranieri costretti alle delazioni dai datori di lavoro. Probabilmente per un codice di autocensura dell’emittente del Qatar, le immagini non sono mai state trasmesse per quattro mesi, finché la parte londinese di Al Jazeera non ha bypassato (per motivi ancora non chiari) il bavaglio del suo canale arabo, montando in ordine cronologico un racconto di impressionante potenza e bellezza. “A voice in the dark” è stato visto da un milione di persone in tutto il mondo, e via satellite dagli attivisti del Bahrain, ed è anche l’unico documento professionale esistente dei giorni gioiosi di Lulu, quando la piazza venne invasa da mezza popolazione del Bahrain. Tutte le immagini – professionali, e non girate con i cellulari – confermano quello che vi ho raccontato per mesi attraverso le uniche fonti che avevamo (blog, twitter e qualche articolo del New York Times e dell’Independent), ed è inevitabile chiedersi che impatto avrebbero potuto avere sull’attenzione internazionale se il documentario fosse uscito subito dopo la militarizzazione di Salmaniya. Al Anstey, direttore di AJE, ha cercato di spiegare la controversia che si è aperta fra l’emittente e la famiglia reale saudita.

Nel frattempo gli attivisti non recedono, ma la frustrazione è troppa. @emoodz, bravissimo tweep del Bahrain, ha annunciato un paio di giorni fa che getta la spugna. Le elezioni farsa dello scorso weekend sono state boicottate dai partiti di opposizione, col risultato che la percentuale di votanti è stata talmente bassa da invalidarle. Gli studenti espulsi dal politecnico di Manama ci raccontano su Twitter che stanno facendo ore di anticamera per cercare di essere riammessi al nuovo anno accademico. Ogni notte i rivoluzionari escono a gruppetti nei vicoli dei villaggi e vengono regolarmente ricacciati nelle case dai gas lacrimogeni. Qualche giorno fa un ragazzo da solo – Mohamed Ali Alhaiki –  ha portato correndo di notte una grande bandiera del Bahrain sui cavalcavia e si è fatto filmare di nascosto mentre cercava di portarla nell’area dove un tempo sorgeva il monumento della perla. Nella luce arancione dei lampioni, il video fatto col cellulare da dietro le palme ha ripreso il momento in cui da una camionetta stazionata nella piazza sono scesi alcuni uomini in borghese che lo hanno pestato e preso a calci e lo hanno caricato a bordo per portarlo in carcere. il gesto di Mohamed era una risposta ai fatti del 31 agosto a Sitra, quando la polizia aveva ucciso Ali Jawad Ahmad, un ragazzino di 14 anni (qui la riflessione di Foreign Policy). Pochi giorni dopo, una protesta silenziosa di automobili ha completamente paralizzato il traffico sui cavalcavia intorno a Lulu. Due giocatori della nazionale di pallamano sono stati condannati a 15 anni di carcere lunedì. A proposito della vicenda dei medici che sono stati condannati stamattina, Robert Fisk postava la sua sul sito dell’Independent già a giugno, dopo essere stato con loro in sala operatoria durante la repressione di febbraio: “io quei medici li ho visti lavorare e queste accuse sono una montagna di balle”. Secondo Fisk, il Bahrain è a tutti gli effetti sotto occupazione saudita.

♫ La canzone di oggi era “I still haven’t found what I’m looking for” degli U2

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saudade

Tre giorni fa la notizia della concessione alle donne a votare e a candidarsi in Arabia Saudita nell’elezione di organismi di importanza minore (consigli municipali e Shura) e solo fra quattro anni. La richiesta era arrivata dal consiglio saudita della Shura, all’interno di richieste più generali di un nuovo ordinamento costituzionale (ignorato dalla famiglia reale) di cui avevamo parlato nella scorsa stagione, e sulla scorta a caldo della campagna internazionale sui social media delle donne saudite per il diritto a guidare l’automobile senza essere accompagnate da custodi maschi. Per adesso, l’ironia sottolineata dalle donne saudite sui social media è che potranno votare ma non potranno recarsi al seggio guidando la propria automobile. Intanto, nelle ultime ore, due donne saudite sono state arrestate per aver guidato. Una delle due è Madhela Alajroush, che iniziò la campagna per la guida negli anni Novanta. E’ riuscito a parlarle ieri sera dopo il rilascio il tweep saudita @Ahmed, scoprendo che non era stata arrestata nell’atto di guidare ma perché denunciata da un vicino di casa quando è rientrata. L’altra donna arrestata è stata condannata a dieci frustate, da un giudice il cui nome è stato poi diffuso dai tweep. Qui uno sguardo di Bruce Riedel ai terrori della (peraltro solidissima) famiglia reale saudita verso il contagio delle rivolte arabe, qui il blog Al-Bab su questa nuova concessione, qui l’opinione di Amnesty International, qui lo storify (cronologia organizzata di tweet) creato da @Ahmed, nel quale emerge l’ironia di un piccolo passo per le donne in un paese in cui per gli organismi importanti non possono votare nemmeno gli uomini.

♫ Le musiche di oggi erano “Foot in the door” di Fink e “My Cadillac” (Jeffrey Lee Pearce) di Lydia Lunch

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rimetti a noi i nostri debiti

(uno dei magnifici manifesti creati dai culture-jammer canadesi di Adbusters per OccupyWallStreet)

Ben ritrovati a tutti!
Sono moltissimi gli spunti e le riflessioni che hanno continuato ad arrivarci dalla blogosfera e dai social media durante la pausa estiva, così in questa prima settimana cercherò di fare un punto di alcune novità che potrebbero restare importanti durante la nuova stagione, nella quale credo che assisteremo a ulteriori riflessioni sul rapporto fra citizen journalism e giornalismo tradizionale, fra attivismo e social media e al surriscaldarsi di alcune situazioni di protesta. Nei prossimi giorni riprenderemo anche il filo delle rivolte arabe, mentre oggi (a maggior ragione perché non ha praticamente copertura sui media tradizionali, men che meno in Italia) voglio cominciare la nuova stagione raccontandovi di #OccupyWallStreet, la catena di sit-in permanenti partita il 17 settembre, che sta entrando nella sua seconda settimana in diverse città americane – 41 (potete vedere la lista qui) – in testa naturalmente l’occupazione di Zuccotti Park (o Liberty Plaza) a New York (col progetto di un’occupazione per l’appuntamento internazionale del 15 ottobre, che toccherà anche l’Italia) e la danza intorno al Toro della Borsa Americana, a due passi da dove avvenne la scena degli impiegati Lehmann Brothers che lasciavano per sempre il loro posto di lavoro con gli scatoloni. La campagna di immagine dei sit-in è stata studiata con grande cura da Adbusters, che è fra i motori della prima chiamata al sit-in, già dallo scorso luglio. La richiesta dei sit-in americani, senza leader, è principalmente di testimonianza – riassumibile a grandi linee in un “noi non paghiamo il debito”, e “siamo il 99% e non staremo più zitti”. La comunicazione via Twitter, nonostante l’ispirazione ricalchi quella dei sit-in delle rivolte arabe e degli indignados spagnoli, è ancora molto grezza e confusa: troppi hashtag diversi (all’inseguimento di un hashtag generale che possa scavalcare nei trending topics la presunta censura di Twitter, e anche perché ogni città ha il suo hashtag), molti slogan, poche foto e poca cronaca; ma il dominio occupywallstreet.org ha 50mila contatti al giorno, 250mila nella prima settimana;  esiste uno streaming video del sit-in di New York, (gestito da un “gruppo media” di tre persone che ammette di non essere ancora abbastanza organizzato), ed è possibile ricostruire la quotidianità dei sit-in dalle richieste di tende per dormire, pizze, medicinali di base e altre necessità. Nelle foto si puà individuare il furgone di Wikileaks. Stanotte il regista Michael Moore, a cui era stato chiesto di partecipare, è comparso al sit-in di New York. Chi si trova a New York può fare una chiamata skype di solidarietà al sit-in contattando Globalrevolution1. Assemblee si tengono su vari temi durante la giornata. Le azioni della polizia vengono fotografate e filmate. Prima del sit-in, OccupyWallStreet ha stabilito un comportamento rigorosamente non violento e ha studiato la normativa sull’occupazione del suolo pubblico, decidendo di limitare l’occupazione ai marciapiedi, anche se l’occupazione notturna non sarebbe consentita e il fatto che quando i numeri crescono, i manifestanti finiscono inevitabilmente per intralciare il traffico. Tre giorni fa, questo ha provocato l’intervento del New York Police Department con spray al pepe e una retata con 80 arrestati, rilasciati nelle ore successive, che ha attirato l’attenzione altrimenti molto debole dei media tradizionali (l’ironia è che il sit-in è anche in solidarietà con gli agenti di polizia che si sono appena visti tagliare i fondi-pensione). Oggi provo a darvi qualche suggestione su #OccupyWallStreet: l’unico quotidiano di grande profilo che si è occupato da subito del sit-in è il Guardian, sia con articoli che con il suo blog; qui un pezzo di David Graeber, qui un un ritratto dei manifestanti,  che come vedrete traccia un identikit molto simile a quello degli attivisti del 2011 in tutto il mondo, a prescindere dalla situazione politica da cui partono: giovani, istruiti,  senza lavoro; qui invece il racconto di Ayesha Kazmi su come alla protesta si sia unito anche Anonymous e come venga usato Twitter in questi giorni. Qualcosa di più dai blog d’opinione del Washington Post, in particolare da James Downie. L’altro grande quotidiano che ha scritto di OccupyWallStreet è il NYTimes, subito sbugiardato da Allison Kilkenny su The Nation, che si fa qualche domanda molto opportuna sul vuoto di rappresentanza. Il NYTimes si rende allora più decoroso con una piccola inchiesta di Joseph Goldstein su cosa si discute negli ambienti della polizia metropolitana a proposito di sit-in, mentre al sit-in di Chicago, la notte scorsa, i manifestanti hanno avviato un’opera metodica di fraternizzazione con la polizia offrendo caffè e donut.

♫ Le musiche di oggi erano “Constant now” dei dEUS e “East Harlem” dei Beirut

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ciao a tutti! Da domani martedì 27 settembre, Alaska riprende le sue trasmissioni quotidiane ogni giorno dal martedì al venerdì alle 12 e in replica alle 21, e come sempre troverete qui podcast del giorno, link ai materiali originali e indicazione delle musiche. Sarò molto felice di ritrovarvi tutti, e intanto continuiamo a sentirci sulla TL di Alaska su Twitter.

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Anchorage #11

(gli eletti del Pirate Party a Berlino, foto di Hannibal Hanschke)

Il Pirate Party – il partito per la libertà di Internet, si è guadagnato l’8.9 per cento dei voti alla sua prima prova elettorale a Berlino, riuscendo a far eleggere tutti e 13 i suoi candidati. Scopriamo chi sono, da dove vengono e cosa vogliono.
In queste settimane altre ombre si sono addensate sul comportamento del comitato fondatore di Wikileaks, particolarmente dopo la pubblicazione affrettata e non redatta di una nuova infornata di dispacci diplomatici che lascia visibili i nomi di alcuni degli attivisti di punta della rivoluzione siriana. Forse per capire come sia successo basta ascoltare la testimonianza del giornalista James Ball, che se n’è andato da Wikileaks in grande disaccordo con le decisioni di Assange e dei suoi.

♫ Le canzoni di oggi erano “A voice in the dark” di Elvis Costello e “East Harlem” dei Beirut

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Anchorage #10

(Ghonim che parla a Tahrir appena liberato)

Oggi vi propongo la traduzione in italiano della lettera aperta in arabo e in inglese che Wael Ghonim ha scritto al maresciallo Tantawi, capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, diffusa in massa su Twitter e facebook. Inoltre, il 30 settembre le conferenze del TED arrivano per la prima volta in Italia, a Roma, e Riccardo Luna per il Post ne ha parlato con la persona che ha preso questa iniziativa, Nicoletta Iacobacci.

♫ Le canzoni di oggi erano “When doves cry” di Prince e “If not for you” di George Harrison

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miniavviso

Dopo la pausa per l’11 settembre, Anchorage torna domenica 18 e domenica 25 settembre per il fine stagione. Sono felice di annunciarvi che Alaska riprende martedì 27 settembre, ogni giorno dal martedì al venerdì, e in replica alle 21. Nel frattempo è sempre attivo e pimpante il Twitter di Alaska.

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Anchorage #9

(Sandmonkey dietro il muro di Berlino)

Oggi una puntata speciale in cui vi propongo la nostra intervista con Mahmoud Salem, alias Sandmonkey, il blogger più celebre in Egitto per le sue analisi politiche, 50mila follower su Twitter, e uno dei protagonisti della rivoluzione di piazza Tahrir. La sera del Mercoledì di sangue, dopo 600 morti, 10mila feriti e centinaia di arresti, Mahmoud twittava prima e dopo la sua breve detenzione. Qualche settimana fa, era lui che si metteva all’inseguimento in macchina di un blindato della polizia che trasportava tre manifestanti, per scoprire dove li avrebbero portati, chiamare gli avvocati e i parenti e farli liberare, tutto dal vivo su Twitter. Dopo otto mesi a seguirlo da lontano, abbiamo approfittato del suo passaggio in Italia per farci raccontare quali sono le sfide del dopo Tahrir.

♫ La canzone di oggi era “Tahrir song” di Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

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