Archivi del mese: ottobre 2011

i mercanti e il tempio

(il sit-in di St Paul, foto di Yepoka Yeebo/Business Insider)

Oggi ci sediamo sui gradini della cattedrale di St Paul, uno dei luoghi dell’occupazione internazionale a Londra. Due giorni fa qualcuno dall’Occupy londinese mi ha retwittato questo messaggio – mittente Giles Fraser: “E’ con grande rammarico e tristezza che ho consegnato le mie dimissioni alla cattedrale di St Paul”. Giles Fraser è – o meglio, era – il pastore protestante cancelliere della cattedrale, cioè il religioso che si occupa delle questioni legali che riguardano la cattedrale. 46 anni, di cui nove passati in un’altra diocesi, Fraser ha rassegnato le dimissioni perché ritiene “moralmente inconciliabile” la sua posizione con il piano di sgomberare i manifestanti dal piazzale di St Paul, piano sostenuto invece, oltre che dalla polizia, anche dall’arcivescovo Rowan Williams. Dopo che la notizia è circolata in rete, l’edizione online del Guardian ha raccontato la storia di Fraser e il direttore del giornale, Alan Rusbridger, è andato a intervistarlo. Fraser gli racconta quello che ha capito della protesta sui gradini di St Paul e del movimento Occupy.

Sugli stessi gradini, un paio di settimane fa, parlava alla folla con un megafono Julian Assange, controverso padrino di Wikileaks, ancora imputato in un processo per stupro, e a corto di fondi sia per le sue cause personali che per l’attività di diffusione dei cables confidenziali delle ambasciate americane. Anche se il grosso dei cables è ormai stato divulgato (ci vorrà poi del tempo perché i grandi quotidiani internazionali possano man mano elaborare e contestualizzare le informazioni grezze), Wikileaks ha tenuto una conferenza stampa qualche giorno fa per denunciare il blocco finanziario che le impedisce di accedere alle donazioni che riceve da tutto il mondo, invitando i sostenitori a battersi perché venga rimosso o aggirato. E’ interessante soprattutto perché mette in luce come la tacita iniziativa di un gruppo di compagnie finanziarie possa di fatto immobilizzare una fondazione ancora perfettamente legale.

♫ La canzone di oggi era “Lenders in the temple” di Conor Oberst

Ecco la puntata di oggi:

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riparare le reti

Oggi l’Europarlamento ha assegnato il premio Sakarov per la libertà di pensiero. Il premio va a Mohamed Bouazizi, il ragazzo che si diede fuoco a Sidi Bouzid innescando la primavera araba; ad Asmaa Mahfouz, cyberattivista del movimento 6 aprile egiziano; al disegnatore satirico Ali Ferzat picchiato dalle forze di sicurezza siriane; al dissidente libico Ahmed al Senussi, 77 anni di cui 31 passati nelle carceri di Gheddaf; e all’avvocatessa siriana Razan Zeitouneh, 34 anni, già premio Anna Politkovskaya a Ferrara pochi giorni fa.

Tre giorni fa gli occupanti di Zuccotti Park a New York, che hanno sempre dichiarato di ispirarsi all’occupazione di piazza Tahrir, annunciavano che il teach-in del giorno, cioè la lezione pubblica già praticata dal Nobel per l’economia Stiglietz e da molti altri ospiti nel primo mese di occupazione, stavolta sarebbe stato condotto da tre esponenti di punta del movimento egiziano 6 aprile – Ahmed Maher, Asmaa Mahfouz, Esram Abdel Fattah e Bassem Fathy. I tre sono in visita negli Stati Uniti e hanno parlato della loro esperienza di sit-in ai manifestanti di Occupy Wall Street. Contemporaneamente, sulla costa ovest, OccupySanFrancisco era in attesa di un altro ospite dell’avanguardia rivoluzionaria egiziana, l’attivista Alaa Abdel Fattah, inventore dei tweetnadwa, che approfittando di un invito a una conferenza sui diritti umani, teneva anche una conferenza per gli occupanti. Durante uno scalo fra voli interni negli Stati Uniti, Alaa ha ricevuto una notizia inquietante dal Cairo. In sua assenza è stato recapitato a casa sua un mandato di comparizione con cui l’esercito lo convoca insieme ad altri due attivisti di Jan25 davanti al tribunale militare. La ragione sul momento non era chiara e Alaa ha chiesto ai suoi avvocati di investigare, impegnandosi ad aggiornare le 50mila persone che lo seguono su Twitter. Atterrato a San Francisco, ha scoperto che la ragione del mandato di comparizione sarebbe “incitamento alla rivolta” nella notte del massacro perpetrato dai militari sui copti riuniti in manifestazione il 9 ottobre. Alaa era fra i manifestanti musulmani che scortavano i copti – ferito negli scontri e ricoverato, si era fatto carico in ospedale di incontrare le famiglie degli uccisi e aiutarle con le pratiche legali legate alle autopsie e alle denunce, un momento di intenso dolore che aveva descritto su Twitter. Kristen Chick del Christian Scienze Monitor, testimone oculare del massacro di quella notte, ha scritto un post sul mandato per gli attivisti.

Qualche giorno fa, Alaa aveva invece twittato un messaggio in vista delle manifestazioni internazionali del 15 ottobre: “compagni, anche se la nostra battaglia è più sanguinosa, sappiamo che la vostra è più difficile”. E mentre lui parlava agli occupanti di San Francisco in attesa di conoscere il suo destino quando rientrerà al Cairo domenica, #25Jan sfilava in un corteo di solidarietà davanti alla sede del carcere militare, dove i processi per corte marziale sui civili proseguono indisturbati da 6 mesi, mentre i poliziotti che uccisero Khaled Said vengono condannati a 7 anni di prigione per omicidio preterintenzionale. Stanotte Alaa era alla manifestazione di Occupy San Francisco, nella quale è confluita, via treno, gran parte di OccupyOakland violentemente sgomberata dalla polizia qualche notte fa. Intanto in rete è comparso un messaggio – “dai compagni del Cairo per OccupyWallStreet”, una lettera collettiva dalla rivoluzione egiziana ai manifestanti americani, che sottolinea che i fondamenti delle proteste arabe e di quelle occidentali sono molto simili – equità sociale, lavoro, rispetto e distribuzione corretta delle risorse, valore delle regole democratiche e lotta alla corruzione – ma soprattutto, riconquista di spazi pubblici da riempire di vita. Abbiate cura degli spazi che occupate, coltivateli, mentre lasciate che i confini della vostra protesta si espandano – si legge nella lettera – In fondo, chi li ha resi quello che sono se non i lavoratori? Chi ha costruito queste piazze, questi parchi, questi edifici? Il lavoro di chi li ha resi concreti e vivibili? Reclamare quegli spazi e averne cura con correttezza e senso di responsabilità è prova sufficiente della legittimità della vostra protesta.”

♫ Le musiche di oggi erano “East Harlem” di Beirut e “If not for you” di George Harrison

Ecco la puntata di oggi:

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l’ombra di Saif

Mentre la liberazione della Libia è segnata dall’uccisione di Gheddafi, dalla profanazione del suo cadavere e dalla sua sepoltura nel deserto, e ad essere uccisi sono stati anche alcuni dei suoi figli e delle personalità del regime a lui più vicine, un’ombra ancora in fuga (verso il Niger) si proietta sui primi giorni della nuova Libia: quella di Saif al-Islam, secondogenito e delfino del Rais, una figura giovane e tragica che per qualche momento aveva rappresentato l’unica speranza di riforme nel paese. Saif – cresciuto nelle migliori scuole d’Europa – ha poi scelto, senza dubbi, il lato oscuro. Ad agosto, dato per catturato dall’NTC, venne riconosciuto poche ore dopo dai giornalisti stranieri in ostaggio al Rixos di Tripoli mentre si metteva in mostra con aria di sfida nei giardini dell’hotel durante la liberazione della città. Di ieri il suo ultimo messaggio registrato. Qualche mese fa l’avvocato Philippe Sands postava per il Vanity Fair americano un pezzo di giornalismo straordinario sulla figura dell’erede di Gheddafi, intervistando i suoi amici e principali consiglieri, e il giudice Ocampo che aveva appena emesso il mandato di cattura internazionale nei suoi confronti (ne parlammo qui) – ricostruendo la mutazione di Saif dall’inizio dell’insurrezione.

♫ La canzone di oggi era “Burning Jacob’s ladder” di Mark Lanegan

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a voté

(Menzeh, vicino Tunisi, la coda il 23 ottobre, foto di Amine Landoulsi/AP)

Fra l’uccisione di Gheddafi e il terremoto in Turchia, la Tunisia ha votato. In pace, in tranquillità, e con un’affluenza straordinaria. Mentre aspettiamo gli esiti definitivi dello spoglio, dal quale emergerà la fisionomia della nuova assemblea costituente e il governo provvisorio verso le parlamentari, tre visuali – Elena Favilli in prima pagina sul Post di oggi sulla vittoria del partito islamico Ennahda, Gabriele del Grande del blog Fortress Europe intervistato da Andrea Coccia per Polis, e la più importante blogger dell’insurrezione tunisina, Lina Ben Mhenni, che spiegava perché avrebbe boicottato le elezioni.

♫ Le musiche di oggi erano “Pay me” di Tom Waits e “Moon” di Bjork

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azzurra

Da ieri i social media sono pieni di fotografie di dita tunisine orgogliosamente macchiate di inchiostro per aver votato nelle ambasciate all’estero. Domenica il voto in patria per la costruzione dell’assemblea che elaborerà la nuova costituzione, per poi andare alle parlamentari. Qualche materiale di riflessione, da Joshua Hammer sul blog della New York Review of Books, e da Mehdi Tekaya su Voci Globali.

♫ La canzone di oggi era “Quando arriva la pace” di Marco Iacampo

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chi è armato e chi no

In attesa del 30 ottobre, quando verranno comunicati i risultati dell’inchiesta della pseudo-commissione d’inchiesta BICI in Bahrain, la famiglia reale ha cominciato a concedere i visti ai giornalisti stranieri che aveva negato fin qui. Tre di loro sono già nel paese, uno ancora in attesa di poter partire, ma è evidente che i Khalifa vogliono legittimare il documento finale del BICI davanti ai reporter. In realtà il documento finale sta già circolando sui blog, e Bahrainipolitics spiega che dai risultati dell’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani dipenderà anche il voto del Congresso americano su una nuova vendita di armi al Bahrain. Intanto Andrew Kroll per AlJazeera in inglese ha già approfittato del suo visto per seguire i processi militari agli attivisti e passare un po’ di tempo con le loro famiglie.

♫ La canzone di oggi era “Blue is my Heart” (Hank Williams) di Holly Williams

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guardaci, Mohamed Bouazizi

Mohamed Bouazizi si è dato fuoco il 17 dicembre del 2010, innescando la catena di proteste che avrebbero portato alla caduta di Ben Ali. Questo è un graffito nella sua città, Sidi Bouzid. (foto di Zohra Bensemra/Reuters, scattata il 19 gennaio 2011, pochi giorni dopo la sua morte in ospedale, e ai primi segni della rivoluzione egiziana)

Il 23 ottobre, domenica prossima, la Tunisia va a votare, per la prima volta dal rovesciamento di Ben Ali.

La grande scrittrice e attivista Rebecca Solnit scrive una lunga lettera da San Francisco a un ragazzo che è morto molti mesi fa e che pure continua a cambiare il mondo: Mohamed Bouazizi.

♫ La canzone di oggi era “Foot in the door” di Fink

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sarà il mondo a cambiare noi

Claudia Vago (@tigella) ha scritto un post importante su quello che è successo a Roma – unica di 951 città del mondo – il 15 ottobre. Strumenti di riflessione e strategia ci arrivano da mille direzioni, se vogliamo ascoltare. Qui il nuovo spunto di Adbusters. L’occupazione di Zuccotti Park a New York ha compiuto un mese, ecco cosa hanno ottenuto.

♫ Le musiche di oggi erano “Io non mi sento italiano” (G. Gaber) di Daniele Silvestri e “Rise” di Eddie Vedder

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prendere il toro per le corna

(La regina dei tweep di piazza Tahrir, Gigi Ibrahim, e il toro di Wall Street).

Critical mass negli spazi pubblici più che manifestazioni politiche tradizionali, tutte le iniziative cittadine e nazionali che confluiscono domani nella giornata del 15 ottobre hanno un filo comune – fallimento delle regole di un sistema economico, eliminazione del futuro perché strangolati dal debito a favore di un elite finanziaria, riconquista degli spazi pubblici, spaccatura di rappresentanza fra classe politica e maggioranza dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, spaccatura fra livello di istruzione e accesso tecnologico delle persone da una parte e la loro possibilità di far parte della società – e anche, si direbbe, un ritorno piuttosto cospicuo alla lettura di Marx, esattamente come in Egitto. In Italia c’è ancora disorientamento sia nella lettura di quello che accade (fin dalle prime acampadas spagnole accese da pza Tahrir) che nell’attuazione della versione italiana del #15O. Radio Popolare e Popolare Network seguiranno tutta la giornata con diretta da Roma e corrispondenze da tutto il mondo dal mattino alla notte, e sperimenteremo per la prima volta una diretta Twitter in streaming anche sulla homepage del sito di Radio Popolare – www.radiopopolare.it. Mentre andiamo in onda, la rivista Time dedica la copertina al 99% evocato dalla protesta di OccupyWallStreet e titola “il ritorno della maggioranza silenziosa”, mentre Zuccotti Park a New York, il sit-in di Denver e quello di Seattle sono a rischio sgombero nonostante il sostegno di molte personalità di spicco. Molti di questi sit-in diventano luoghi di confronto e di studio, su questioni sociali ed economiche, di cui si sente evidentemente una forte necessità. Perché possiate incrociare i fili comuni del #15O, vi propongo tre manifesti: quello di MilanoX e Reteeuromayday in rappresentanza dell’Italia, la convocazione spagnola raccolta da Dundun e Claudia Vago, che stanno facendo un lavoro di informazione sull’identità di queste piazze (qui lo Scoop.it di Claudia), e il manifesto dell’assemblea generale di #OccupyWallStreet a New York.

(la mappa dell’accampamento di Zuccotti Park creata dal New York Times)

Jeff Madrick, dopo aver tenuto una conferenza per gli occupanti di Zuccotti Park insieme al premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ha scritto un post sulla sua esperienza nella piazza per il blog della New York Review of Books.

♫ La canzone di oggi era “Working Class Hero” di John Lennon

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senza voce

(l’edificio della tv di stato al Cairo)

Mentre andiamo in onda in diretta, è in corso nel quartiere di Dokki al Cairo la conferenza stampa internazionale indetta dai giovani della rivoluzione egiziana per rispondere, prove e video alla mano, alla conferenza stampa di ieri del Consiglio Supremo delle Forze Armate sulla strage dei copti a Maspero domenica scorsa (su cui Amnesty International ha chiesto ieri un’inchiesta). Come sempre, useranno la credibilità guadagnata sul campo per trasmettere ai grandi media internazionali i materiali in loro possesso e offrire le loro testimonianze in prima persona. Ieri l’esercito ha concluso la sua conferenza stampa con un messaggio molto chiaro: per esprimere le proprie idee non è necessario scendere in piazza; domenica ci siamo trattenuti; e infine, guai a chi tenterà di attaccare la sede della tv di stato a Maspero. Rivoluzionari avvisati. La tv di stato, unica tv con copertura nazionale e completamente controllata dai militari del governo ad interim esattamente come prima della rivoluzione era controllata da Mubarak, è quella che domenica sera ha lanciato il richiamo a ogni egiziano decente perché scendesse in piazza a “proteggere l’esercito dai copti armati”. 35 morti dopo, qualche strana ritrattazione. La minaccia di un’invasione della tv di stato è concreta, vi rinunciarono gli attivisti durante i 18 giorni della rivoluzione e davanti all’edificio continuano a manifestare i copti ogni volta che le loro chiese vengono attaccate, come nel caso dei fatti di Imbaba e di quelli di Assuan. La sera di domenica, mentre fuori si cominciava a sparare, i soldati hanno fatto irruzione nella sede del canale indipendente Ontv (di proprietà di un copto) sospendendo le trasmissioni. All’indomani dell’attacco dei manifestanti all’ambasciata israeliana a settembre, avevano fatto irruzione nelle tre sedi di AlJazeera. Sherine Tadros di Aljazeera twittava all’annuncio della road map per la legge elettorale “come farà l’esercito a spiegare la legge a milioni di egiziani che non hanno né Internet né tv?” Egypt Chronicles raccontava pochi giorni fa delle colonne lasciate in bianco sui giornali dai giornalisti per protesta contro il ritorno della censura di regime. Al Ahram ha raccontato la stretta sulle tv private. Domenica notte ha perso la vita anche il cameraman di AlTareeq Wael Mikhael, colpito da un proiettile alla testa. Qui il resoconto del Committee to Protect Journalists, che ricostruisce meglio degli altri quella che ha tutta l’aria di essere stata l’irruzione coordinata dell’esercito domenica sera nelle sedi di due canali tv e di un giornale, esattamente mentre per strada si sparava e i manifestanti venivano investiti dai blindati.

♫ La canzone di oggi era “Chains, chains, chains” di Elvis Perkins

Ecco la puntata di oggi:

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