non poter respirare

(Via Mohammed Mahmoud 48 ore dopo la battaglia)

Ciao a tutti, e ben ritrovati da Milano dopo la trasferta al Cairo. Oggi restiamo lì con le notizie dalla rete – l’accusa di omicidio per il blogger Alaa Abdel Fattah e l’indagine in rete sul tipo di gas lacrimogeni usati dalla polizia egiziana durante gli scontri della settimana scorsa in via Mohammed Mahmoud, che ha fatto partire anche una campagna di protesta dagli Occupy americani verso la ditta della Pennsylvania che li produce.

♫ La canzone di oggi era “Perfect darkness” di Fink

Ecco la puntata di oggi:

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Tahrir live, le puntate dal Cairo del 25 e 29/11

(Tahrir venerdì 25 novembre 2011)

25 novembre, in diretta da piazza Tahrir

Ecco la puntata di oggi:

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29 novembre dal Cairo, durante le elezioni:

Ecco la puntata di oggi:

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S.O.P.A.

♫ Le musiche di oggi erano “Reflections” degli Screaming Trees e “How come you never go there” di Feist

Ecco la puntata di oggi:

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mente collettiva

(il Mozfest 2011)

Mentre continuiamo a monitorare quello che accade in piazza Tahrir sul nostro account Twitter (potete vedere qui destra gli ultimi tweet), oggi ci dedichiamo al concetto di “mente collettiva” che sembra scaturire dall’esperienza in rete di quest’ultimo anno. Vi propongo la trascrizione realizzata da Joho di un panel di discussione a cui ha partecipato a Trento insieme al grande blogger tunisino Slim Amamou e al fondatore del Pirate Party svedese, Rick Falkvinge, organizzato da Luca de Biase all’Internet Governance Forum di Trento l’11 novembre. Intanto il Nieman Journalism Lab riflette su alcune lezioni sull’open source assorbite durante il Mozfest organizzato a Londra dalla Mozilla Foundation.

Nei prossimi giorni post e podcast saranno sospesi ma le puntate andranno in onda regolarmente. La puntata di domani sarà dedicata al SOPA, lo Stop Online Piracy Act, la normativa antipirateria che di fatto potrebbe irrigidire la libertà in rete, ora in discussione al Congresso degli Stati Uniti.

E non perdete la puntata di venerdì…

♫ Le musiche di oggi erano “Even if I don’t” di Rachel Yamagata e “One” (U2) di Damien Rice

Ecco la puntata di oggi:

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il ruggito

(il leone di pietra sul ponte Kasr el Nil al Cairo, ieri sera. Via al-Dostour)

Da mille persone sabato mattina per proteggere un sit-in di 50 feriti della rivoluzione di gennaio, a centomila persone la notte scorsa. Settantadue ore ininterrotte di scontri con la polizia nella via Mohammed Mahmoud che porta al Ministero degli Interni. Contro i manifestanti gas lacrimogeni da guerra, proiettili di gomma, domenica proiettili veri. 40 morti confermati, più di 1700 feriti, la maggior parte dei quali agli occhi (qui una gallery straordinaria di The Atlantic) Mentre Amnesty International dirama un comunicato di denuncia sugli abusi delle forze di sicurezza egiziane, i manifestanti si difendono con pietre e molotov. In piazza, soprattutto quando c’è una grande massa di persone, tutto tranquillo, un’isola messa in sicurezza dai checkpoint interni, con tre ospedali da campo, una staffetta in moto che funge da ambulanza, un punto media che ha contribuito a diffondere i video impressionanti delle violenze dei primi giorni, e continui rifornimenti di cibo, medicinali e coperte per la notte dal resto della città che prosegue nel suo lavoro. Ma se sabato si difendeva il diritto di manifestazione, oggi, 40 morti più tardi, la richiesta della piazza è chiara, per quanto difficile: via l’esercito dal governo ad interim e dentro un governo di emergenza nazionale fatto solo di civili; le elezioni sono ostaggio del documento con cui l’esercito si mette già in una posizione sopracostituzionale fino al 2013, svuotando il senso dell’assemblea che si dovrebbe eleggere lunedì 28. Ieri le dimissioni del PM civile Essam Sharaf e di tutto il suo gabinetto ad interim. Oggi l’esercito che tiene in standby le dimissioni per cercare un nuovo PM; si parla di trattative con El Baradei (che dovrebbe così rinunciare alla sua candidatura alle elezioni), ma due giorni fa l’ex presidente dell’agenzia per l’Energia Atomica era stato il primo a chiedere un governo di emergenza nazionale, ed è difficile che possa semplicemente sostituire Sharaf come paravento civile della giunta militare. A Tahrir, su cui oggi dovrebbero confluire diversi cortei, si giura che la gente, come a gennaio, resterà in piazza finché le sue richieste non verranno soddisfatte. Le elezioni di lunedì (primo di tre turni previsti fino a gennaio), fin qui confermate,  sono a rischio, pochissime le reazioni internazionali, e intanto i Fratelli Musulmani, pur condannando fermamente l’attacco ai manifestanti, intendono proseguire la campagna elettorale senza partecipare alle manifestazioni di piazza. Ma a Tahrir, a dimostrazione che a condurre la rivoluzione è un’intera generazione, i giovani laici e socialisti stanno morendo accanto ai giovani salafiti e ai giovani Fratelli Musulmani, a nutrire coi loro corpi una rivoluzione temibile che non è affatto sopita. Tutto questo, naturalmente, in attesa dell’evolversi degli eventi, lo stiamo seguendo da tre giorni in tempo reale su Twitter, di cui Tahrir  – manifestanti e reporter fianco a fianco – detiene da tempo il segreto di una comunicazione intensa, precisa ed efficace sia verso l’interno che verso l’esterno, con un monitoraggio accurato delle azioni di strada, delle necessità della piazza, di quello che succede all’obitorio e negli ospedali, e con la distribuzione delle notizie politiche. Siccome la situazione è molto fluida, a maggior ragione per chi di voi ascolta la puntata in replica o in podcast, voglio proporvi alcuni post di riflessione generale.  Paola Caridi sul suo Invisible Arabs sulla rabbia che ha condotto alla ripresa di Tahrir, e Evan Hill, che è al Cairo per Al Jazeera ed è l’unico in queste ore ad analizzare le possibili discordanze tra Consiglio Supremo dell’Esercito e Ministero degli Interni nella gestione della piazza da parte delle forze di sicurezza.

♫ Le musiche di oggi erano “Tahrir song” di Tarek geddawi e “East Harlem” di Beirut

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rivoluzione digitale #2

(Mona Seif twitta da piazza Tahrir il 31 ottobre 2011, foto di Jonathan Rashad)

La Cairo Review of Global Affairs, redatta all’Università Americana del Cairo sta facendo un punto molto necessario sulle ricostruzioni, le polemiche, i diversi punti di vista e la storia del rapporto fra rivolte arabe e social media. Oggi vi propongo i due post molto autorevoli e completi di Jillian C York (direttrice per la International Freedom of Expression alla Electronic Frontier Foundation di San Francisco), che esamina anche il comportamento dell’azienda Twitter e il futuro della libertà di espressione sul web 2.0,  e di Rasha Abdulla (@RashaAbdulla, docente al dipartimento di Giornalismo e Comunicazione di Massa all’AUC del Cairo).

♫ La canzone di oggi era “The bad in each other” di Feist

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madre

(Alaa & Manal)

Undicesimo giorno di carcere per il blogger e cyberattivista egiziano Alaa Abdel Fattah. Leila Seif, sua madre – docente di matematica e da sempre attivista per i diritti civili – ha cominciato uno sciopero della fame per protesta. La nostra Laura Cappon l’ha intervistata al Cairo, su come sta Alaa, sul comportamento dell’esercito, e sulle imminenti elezioni  (l’audio integrale qui sotto nel podcast).

♫ Le musiche di oggi erano “Rebel” di Lauryn Hill & Arabian Knightz e “This is to mother you” di Sinead O’Connor

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radio free libia

(Rio e Aya nel nuovo talkshow in inglese su Alhura)

Mentre la Libia in transizione patisce prima di tutto il problema del disarmo, e i comandanti dell’NTC di Tripoli vengono duramente criticati per aver disperso una manifestazione in città, già da prima dell’uccisione di Gheddafi si pensava a come organizzare il futuro panorama dei media indipendenti. I libici hanno vissuto per molti anni in una bolla attentamente controllata in cui si parlava solo arabo, la tv di stato e i pochi canali satellitari erano controllati dalla famiglia Gheddafi, l’inglese e le notizie dall’estero venivano fortemente censurate, e le uniche fonti indipendenti erano i citizen journalist come Mohamed Nabbous, ucciso a Benghazi poche ore prima del primo bombardamento Nato. Adesso si apre uno scenario che fa della Libia anche un nuovo mercato dell’informazione. I primi a capirlo sono stati i qatarini – il Qatar era già coinvolto nei bombardamenti Nato come supporto aereo, sta cercando di giocare un ruolo diplomatico nella risoluzione delle crisi in Siria e Yemen, ed è la patria di Al Jazeera. Come raccontava The National già a settembre, una delegazione del Doha Center for Media Freedom ha lavorato per mesi all’addestramento e riorganizzazione di reporter e blogger libici in vista della liberazione. A lavorare all’addestramento dei reporter libici anche Brian Conley di Small World News, già da marzo, che spiega il suo lavoro a Elizabeth Jackson. E ora, dopo la liberazione, il canale radiofonico di Alhura ha lanciato il primo talk show in inglese della storia della Libia, il Free Talk Show; David Mac Dougall della Associated Press ha parlato con uno dei due conduttori, Rio (qui l’audioboo originale della loro conversazione)

♫ Le musiche di oggi erano “Blue is my heart” di Holly Williams e “Miles on a car” di Rachael Yamagata

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dalle ceneri di Maspero

(sotto le finestre di Alaa n.2, 31 ottobre 2011)

La strage dei copti del 9 ottobre non ha soltanto rappresentato una frattura netta fra la rivoluzione e la controrivoluzione in Egitto, ma porta con sé ogni genere di conseguenze, a cominciare dallo stravolgimento dei fatti che l’esercito, dopo essere stato chiamato a rispondere della strage, mette in atto incarcerando gli attivisti. Alaa Abdel Fattah giunge oggi al nono giorno di detenzione per essersi rifiutato di rispondere a una corte militare, e l’unico miglioramento della sua situazione, mentre sua madre ha cominciato uno sciopero della fame, è stato il trasferimento al carcere investigativo di Tora. Alaa ha scritto di nuovo dal carcere, un post in arabo egiziano colloquiale che Sultan al Qassemi si è di nuovo messo a disposizione per tradurre in inglese, e che io vi traduco in italiano.

Mentre 12000 persone sono detenute nelle carceri militari egiziane, a 20 giorni esatti dalla prima tornata elettorale per le parlamentari, le conseguenze della notte di Maspero hanno illuminato tragicamente anche la situazione dei pochi media indipendenti egiziani. Vi avevo raccontato censure sui quotidiani, irruzioni dell’esercito nelle sedi delle piccole tv libere satellitari, e il ruolo terribile che giocò la tv di stato la notte del 9 ottobre. Un anchorman indipendente di OnTv molto in vista, Yosri Fouda, ha sospeso il suo talkshow “The Final Word” per protesta contro le interferenze dell’esercito in una puntata a cui doveva partecipare lo scrittore Alaa al Aswani e un militare che doveva rispondere dei fatti di Maspero; molto criticato sul momento dagli attivisti per aver apparentemente “gettato la spugna”, Yosri Fouda ha in realtà le idee molto chiare sulla necessità di media liberi e indipendenti in Egitto e non ha nessuna intenzione di arrendersi. Il giorno dell’annuncio della chiusura del suo talkshow, alcuni tweep si sono fatti carico di tradurre dall’arabo in inglese le sue spiegazioni, e in seguito alcuni post hanno chiarito la sua posizione. Qui anche l’intervista che Fouda ha concesso al programma della BBC “Hard Talk”, dove spiega molto chiaramente di essere arrivato al punto in cui l’esercito si aspetta che i giornalisti si facciano carico di una sorta di auto-censura, e lui non può accettarlo.

♫ La canzone di oggi era “Reflections” degli Screaming Trees

Ecco la puntata di oggi:

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