Maryam

Nell’ultima puntata del 2011 vi propongo l’intervista che ho realizzato al Cairo con Maryam Alkhawaja, la più importante ambasciatrice dei diritti umani per il Bahrain nel mondo, praticamente esule, figlia dell’attivista per i diritti umani Abdel Alkhawaja torturato e tuttora in carcere, e sorella di Zainab Alkhawaja (@angryarabiya), rilasciata di nuovo pochi giorni fa. Minuta, grandi occhi neri, in jeans e hijab, Maryam emana una grande forza. Era al Cairo in solidarietà con piazza Tahrir appena finita la battaglia di via Mohammed Mahmoud, e per coordinare una campagna transnazionale contro i gas lacrimogeni del tipo particolarmente tossico impiegato in Egitto e in Bahrain. Potete riascoltare la nostra conversazione qui sotto nel podcast.

Grazie a tutti per un anno straordinario. Ci risentiamo a partire da martedì 10 gennaio alle 12, e restiamo in contatto su Twitter, qui. Se volete ripercorrere un po’ il nostro anno in rete, con @tigella, @mehditek, @strelnik e @ezekiel abbiamo creato Yearinhashtag. Buone vacanze a tutti!

♫ La canzone di oggi era “Something beautiful” di Sinéad O’Connor

Ecco la puntata di oggi:

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bad poetry

(AP, i tettucci di lamiera nella battaglia con la polizia di questi giorni al Cairo)

Certe volte bastano 140 caratteri, ma nei momenti più difficili ci vuole un lungo post, lucido e doloroso. Lo ha scritto una delle menti più vigili della rivoluzione egiziana, Sandmonkey, appena ripresosi dalla corsa elettorale. Vi traduco il suo post.

Oggi è una giornata emozionante per @alaskaRP. Grazie a tutti quelli di voi che hanno votato, siamo nella lista dei più influenti tweep indipendenti per le notizie internazionali secondo il referendum del quotidiano inglese Independent: ma quel che più conta, accanto a Sultan al Qassemi, Andy Carvin, Gigi Ibrahim, Hossam el Hamalawi, Occupy Wall Street, Mona Seif e Alaa Abdel Fattah: i miei eroi del 2011.

♫ La canzone di oggi era “Back in the fire” di Paul Weller

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al Tweetah?

Come forse sapete, è arrivata ieri la conferma che è andata a buon fine una lunga trattativa fra Twitter e il principe saudita Alwaleed bin Talal, che avrebbe investito nel sito di microblogging 300 milioni di dollari. Questo significherà che l’arbitro dei destini del Golfo potrà controllare in futuro quello che nell’ultimo anno e mezzo è stato uno spazio straordinariamente libero ed efficace per chi chiede riforme democratiche? Ripercorriamo la trattativa grazie alla ricostruzione online della Associated Press (che è quella su cui si sono basati i grandi quotidiani americani), e vediamo alcune opinioni – la piccola rassegna di pareri raccolta a caldo da Europa, e l’opinione di Jillian C York, che della libertà in rete ha fatto il suo lavoro.

♫ Le musiche di oggi erano “Saturday morning” di Rachael Yamagata e “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

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l’incendio

(l’edificio in fiamme dell’istituto per l’avanzamento della ricerca scientifica al Cairo, fondato nel 1798 durante la spedizione in Egitto di Napoleone. La biblioteca conteneva più di 200mila documenti preziosi. Attivisti e volontari, mentre infuriava la battaglia, sono entrati per ore nell’edificio in fiamme per mettere in salvo quello che potevano; qui la straordinaria gallery delle foto durissime di questi giorni dal Telegraph)

Razan Ghazzawi in Siria è stata liberata, Zainab Alhawaja (@angrarabiya) resta in carcere in Bahrain, e così Alaa Abdel Fattah in Egitto, dove l’esercito e i suoi banditi hanno fatto 14 morti negli ultimi giorni e centinaia di feriti sparando proiettili veri, e utilizzando tattiche di guerriglia urbana nelle vie dei palazzi governativi, dai tetti dei quali lanciano le molotov che hanno fatto andare a fuoco una preziosa biblioteca mentre i manifestanti si difendono con le fionde e a loro volta molotov, proteggendosi la testa con secchielli, pentole e cassette della frutta, e cercando di salvare i libri come possono. La foto Reuters della ragazza velata che viene denudata e presa a calci dai soldati sul ponte mentre è sdraiata per terra ha fatto il giro del mondo. Altri due muri di blocchi di cemento, dopo quello di via Mohammed Mahmoud, sono stati eretti dall’esercito intorno ai palazzi del governo. Mentre fuori il Cairo brucia, concretizzando i peggiori timori della rivoluzione di gennaio e febbraio, in carcere Alaa riesce a vedere per la prima volta suo figlio e scrive una lettera che come sempre viene fatta uscire dal carcere clandestinamente. Tradotta dall’arabo all’inglese, come sempre ve la traduco in italiano qui sotto nel podcast.

Stamattina è arrivato in rete #yearinhashtag, un progetto collaborativo nato da un’idea di Claudia Vago (@tigella), al quale sono orgogliosa di aver partecipato insieme a @strelnik @ezekiel e @mehditek: http://yearinhashtag.com/ Abbiamo ricostruito il 2011 attraverso gli hashtag di Twitter più importanti dell’anno, dalla #Tunisia a #Tahrir a #OccupyWallStreet, dalle acampadas spagnole alle amministrative italiane, dalla strage di Utoya al terremoto di Fukushima al #NoTav, passando per l’uccisione di Bin Laden e quella di Gheddafi, il #RoyalWedding, la morte di Amy Winehouse e quella di Steve Jobs, e il Bahrain, la Siria, lo Yemen, i London Riots, l’alluvione in Liguria… Potete scorrerlo mese per mese, o per aree geografiche, e leggere una scheda per ogni argomento insieme ai tweet, ai link e alle foto che abbiamo scelto. E’ un lavoro dedicato a tutti i tweep, i citizen journalist e gli attivisti che abbiamo seguito quest’anno, e un regalo per tutti voi che ci avete seguito.

♫ La canzone di oggi era “Love is noise” dei Verve

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l’anno dell’arrestato

(Zainab Alkhawaja davanti alla poliziotta che l’avrebbe poi arrestata, ieri in Bahrain)

La rivista Time ha deciso che il 2011 è stato l’anno del Manifestante Ignoto. Ieri sera tre ragazze della resistenza del Bahrain, fra le quali @angryarabiya, sono state arrestate a un sit-in di protesta a Boudiya Street a Manama. Zeinab alKhawaja, @angryarabiya, è stata picchiata in commissariato durante la notte per essersi rifiutata di firmare un documento propostole dalla polizia. Mentre vi parlo in diretta, è in corso dall’alba al Cairo lo sgombero violentissimo di OccupyCabinet, il sit-in di protesta davanti all’ufficio del PM che procedeva in modo ordinato dopo l’uccisione del giovane Ahmed Soroor il 26 novembre, e che aveva registrato più di 80 avvelenamenti da cibo due giorni da dopo una distribuzione gratuita di cibo. Secondo i primi tweet dell’alba, i manifestanti hanno individuato dentro al sit-in un poliziotto militare in borghese e hanno tentato di allontanarlo. Questi avrebbe reagito violentemente, provocando il caos fra le poche centinaia di manifestanti. Nel giro di pochi minuti, dai tetti degli edifici intorno all’ufficio del PM soldati prima in uniforme, poi in borghese, hanno cominciato a lanciare grosse pietre, suppellettili, addirittura mobili da ufficio sui manifestanti (un video qui), per poi sparare proiettili di gomma. I manifestanti hanno spento un principio d’incendio in uno degli edifici adiacenti la residenza del PM per poi essere attaccati in strada con proiettili di gomma e proiettili veri. Diversi feriti gravi e alcuni arresti eccellenti – fra questi @monasasoh, poi subito liberata, e @sana2, le due sorelle di Alaa Abdel Fattah, e Noor Noor, figlio dell’ex candidato alle presidenziali Ayman Nour. Mentre vado in onda non si trova più neanche Evan Hill, uno dei giornalisti più importanti a seguire il Cairo fin da gennaio. Intanto l’esercito fa lo stesso gioco della battaglia di Mohammed Mahmoud a novembre, scaricando la responsabilità sull'”ingovernabile” polizia militare.
Dove c’è sit-in c’è sgombero e arresto, parrebbe, un po’ ovunque. Nick Kristof del New York Times racconta le sue giornate in Bahrain fra lacrimogeni e fermi di polizia (è la seconda volta che viene arrestato lì, stavolta è stato arrestato anche un fotografo della Reuters), mentre l’attore e speaker radiofonico John Knefel racconta le sue 37 ore di arresto per mano dell’NYPD a OccupyWallStreet.

♫ Le musiche di oggi erano

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alaa della libertà

Ieri si votava in Egitto per i ballottaggi della prima circoscrizione, migliaia di candidati per poco più di 150 seggi, che si giocano per lo più fra candidati dei Fratelli Musulmani ed ex rappresentanti dell’NDP, il partito di Mubarak; gli attivisti di piazza Tahrir hanno fatto soprattutto monitoraggio delle procedure di voto a Suez, dove le tensioni con la polizia e l’esercito sono sempre alte e il movimento sindacale particolarmente forte. La crisi economica è talmente grave che l’esercito  ha pompato 1 miliardo di dollari di tasca propria nelle casse dello stato, dimostrando così di essere un vero e proprio stato a parte, mentre adotta ogni misura possibile per restarlo a lungo, come conferma questo post di Jack Shenker dal Cairo sul diritto di supervisione che l’esercito avoca a sé al di sopra dei poteri della Camera Bassa/costituente che uscirà eletta alla fine di gennaio. Nei principi sopracostituzionali che ha stilato (quelli che hanno fatto rivoltare di nuovo piazza Tahrir il mese scorso, alla vigilia delle elezioni) è infatti previsto che il bilancio dell’esercito e del Ministero dell’Interno restino ad amministrazione separata, compresi i lauti finanziamenti annuali garantiti dagli Stati Uniti e i profitti dalla gestione delle aziende e degli stabilimenti di proprietà dell’esercito. Intanto nelle ultime ore, dopo la condanna definitiva del giovane Maikel Nabil a due anni di carcere per aver scritto un post contro l’esercito, radio Nile FM gli ha dedicato un’ora di dediche in diretta, che Maikel ha potuto ascoltare in carcere, dove ormai da mesi è sottoposto a nutrimento forzato per il suo sciopero della fame. E Alaa Abdel Fattah, il grande blogger imprigionato nel 2006 e tornato al Cairo per la rivoluzione dopo un periodo trascorso in Sudafrica con la moglie Manal, che si trova in carcere ormai dal 31 ottobre, nonostante il passaggio a un grado più basso di tribunale civile e la caduta di alcuni dei capi di accusa è stato condannato ad altri 15 giorni di carcere preventivo in attesa di giudizio. Nel frattempo è nato suo figlio Khaled, e Alaa posta oggi una lettera dal carcere per sua moglie Manal, che ci dice qualcosa di quanto il braccio di ferro fra lui e l’esercito in nome dei 12mila detenuti politici egiziani sia diventato estenuante.

♫ Le musiche di oggi erano “The first season” di John Frusciante e “Seeing eye dog” di Ani di Franco

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la nuova frontiera

Domani nuovo voto al Senato americano sul SOPA, la legislazione anti-pirateria che potrebbe di fatto permettere un’arbitraria libertà di oscuramento dei siti web, avversata da alcune grandi aziende del web americano e gradita ad altre (come vi avevo raccontato qui). Intanto Hillary Clinton ha tenuto uno straordinario discorso alla conferenza per la Libertà di Internet all’Aia, ma Glenn Greenwald su Salon fa a pezzi le contraddizioni del governo americano in materia di libertà di parola su Internet. Intanto, mentre aziende private europee vendono ai regimi repressivi i software per bloccare e individuare gli attivisti online, adesso pare che l’Unione Europea sia pronta a fornire un software per aggirare la censura agli attivisti per i diritti umani -sancendo così definitivamente la nuova frontiera della battaglia politica del 2012.

♫ Le musiche di oggi erano “How come you never go there” di Feist e “Coconut skins” di Damien Rice

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rivolta bianca

Dopo le mobilitazioni dei giorni scorsi in Russia, organizzate soprattutto attraverso i social media secondo la linea generazionale di tutti i sommovimenti di quest’anno, in attesa del prossimo appuntamento fissato per il 24 dicembre diamo un’occhiata a una storia particolare, postata da Amy Knight per la New York Review of Books, quella del documentario di Cyril Tuschi sull’oligarca russo incarcerato Khodorkovski, che viene proiettato fino a stasera al Film Forum di New York.

E mentre al Congresso in materia di legislazione sui blog si discute prevalentemente di doveri, in questi giorni la sentenza di un giudice federale dell’Oregon (che non ha garantito a una blogger l’applicazione dello “scudo” previsto per i giornalisti riguardo a una sua fonte) fa confrontare quattro fra avvocati e giornalisti nella “stanza delle discussioni” del New York Times sull’obsolescenza della legislazione americana pre-Internet.

♫ La canzone di oggi era “Dinosaur Act” dei Low

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cinguettare islamico

In questi giorni Twitter comincia a stilare le sue liste di fine anno – un anno molto speciale, che lo ha visto triplicare di volume nel mondo – elencando gli eventi e gli hashatg più popolari, e scopre, se ce ne fosse stato bisogno, che l’hashtag più usato dell’anno è stato #Egypt, Egitto. E mentre siamo abituati da gennaio ad associare l’utilizzo dei social media con l’avanguardia laica e liberale della rivoluzione, durante il primo turno delle elezioni egiziane è diventato obbligatorio seguire le comunicazioni via Twitter di @Ikhwanweb, account ufficiale dei Fratelli Musulmani – sorta di ufficio stampa e PR per la fratellanza in 140 caratteri. Ex perseguitati sotto Mubarak (che doveva molta della sua tenuta alla minaccia di lasciare loro campo libero se si fosse fatto da parte), profondamente radicati sul territorio, abili mediatori di sottofondo durante le battaglie sanguinose di piazza Tahrir, ridicolizzati dai laici e, di fatto, vincitori morali delle elezioni, i Fratelli Musulmani hanno condotto una campagna elettorale lautamente finanziata e organizzatissima, e stanno usando ogni strumento a disposizione per cercare di dissipare i timori sul fatto che abbiano visione integralista della futura società egiziana. In piena campagna elettorale, Lauren Bohn di Foreign Policy è andata ad incontrare le persone che stanno dietro all’account @Ikhwanweb.

♫ Le musiche di oggi erano “”Sir Greendown” di Janelle Monae e “East Harlem” di Beirut

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molto occupati

E’ in corso da oggi ad Abu Dhabi il Gallup Forum, al quale intervengono molte personalità di spicco della rete dei paesi arabi che raccontano i lavori del forum attraverso Twitter. In apertura dei lavori, il primo tweet è stato una frase dell’egiziano Wael Khalil: “gli individui sono in grado di provocare cambiamenti semplicemente stando fermi in un posto, e questa idea sta cambiando il mondo”. Da Tahrir alle acampadas agli Occupy, il luogo pubblico rioccupato dalla gente è la chiave della protesta e della partecipazione politica di quest’anno. All’Occupy londinese ieri suonavano Thom Yorke dei Radiohead, 3D dei Massive Attack e Tim Goldsworthy degli Unkle, e mentre alcuni dei sit-in americani vengono sgomberati dalla polizia e altri trovano difficili equilibri, è un fatto che il movimento dell’Occupy abbia ottenuto un’attenzione senza precedenti. In queste settimane si è anche discusso molto, soprattutto nelle città americane più fredde ed esposte alla neve, di quali iniziative avrebbe preso il movimento Occupy Wall Street con l’arrivo dell’inverno. Ieri a Brooklyn una delle iniziative invernali, Occupy Our Home, che guardacaso riguarda le case riconfiscate dalle banche a coloro che non riescono a pagare il mutuo. Marina Catucci l’ha seguita e ha pubblicato un post per MilanoX, mentre il regista Michael Moore, la prima delle molte celebrità a sostenere con la sua presenza Occupy Wall Street, ha postato la sua lettera periodica proprio sull'”inverno della nostra occupazione”, con i consigli su come occupare le case in sfratto, i campus universitari, le assicurazioni sanitarie, i conti bancari, i luoghi di lavoro.

♫ La canzone di oggi era “Mysterious Ways” (U2) nella versione degli Snow Patrol

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