Archivi del mese: gennaio 2012

free as a bird?

Come vi raccontavo nella puntata di venerdì scorso, la rete è esplosa di post e commenti e tweet giovedì sera all’annuncio di Twitter della sua nuova politica di applicazione delle leggi locali vigenti in vari paesi, che porterà il social network a oscurare non globalmente ma in uno specifico paese  (e a registrare e mostrare come oscurati) tweet il cui contenuto è considerato illegale secondo la legge di quel paese. E’, senza ombra di dubbio, censura, e questo ha provocato una fuga precipitosa di utenti (una migrazione) sulla piattaforma Identi.ca e una chiamata allo sciopero degli utenti. Twitter è l’azienda che finora ha più tentato di proteggere i contenuti generati dai propri utenti, ed è ben consapevole del valore aggiunto che le dà la sua reputazione di strumento per la testimonianza sui diritti umani.  Ben Wedeman della CNN ha scritto che si tratta di un “twittericidio”, ma i più importanti difensori della libertà di espressione in rete scrivono estesamente sui distinguo da fare; alcuni di loro suggeriscono addirittura che l’evidenza della censura possa diventare uno strumento per gli attivisti e i difensori della libertà di parola: una bacheca di tweet imbavagliati e geolocalizzati, quindi, diventa una mappa della censura reale, anziché avallare una censura tacita come avviene attualmente per molte aziende analoghe, e il blocco mirato di singoli tweet su richiesta di un tribunale diventerà per i governi censori una prassi estenuante.

Vi propongo un giro di analisi e opinioni. Prima di tutto qui il post originale con l’annuncio di Twitter.  Nick Judd su TechPresident; Paul Smalera sul blog della Reuters (via @AntDeRosa); la spiegazione di MarketingLand; l’opinione di @digiphile (Alex Howard) ; il “suicidio” di Twitter secondo Forbes; Mohamed el Dahshan per il Guardian contro il boicottaggio nei confronti di Twitter; l’imbavagliamento selettivo secondo Richard Waters sul blog del Financial Times; l’opinione di Zeinobia dal Cairo; la panoramica molto ben fatta delle prime opinioni a cura di Fabio Chiusi per Il festival del Giornalismo e ValigiaBlu; Raffaella Menichini per Repubblica.it; David Ferguson per TheRawStory;  Anna Heim per The NextWeb su come aggirare il blocco mirato; Andrew Schrock con un’analisi dei tweet bloccati fin qui visibili su Chilling Effects; Pandemìa su cosa faremmo noi al posto di Twitter per evitare la censura; Sarah Kendzior su come la nuova politica di Twitter premierebbe l’attivismo d’elite;  e il post di Zeinep Tufekci (@Techsoc) sull’ingegnosità di Twitter nel rispettare le leggi vigenti fornendo strumenti ai difensori della libertà di espressione, e su linee simili quello di Jillian C York

♫ La canzone di oggi era “We take care of our own” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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il ponte

(la vista del ponte Qasr el Nil nell’anniversario di #jan25 due giorni fa, con la folla rimasta fuori dalla piazza troppo piena – foto di Ahmed Abou Hussein, via @RamyYaacoub)

Oggi è venerdì, Khaled Said se fosse vivo compirebbe 30 anni, e in pieno anniversario della rivoluzione Tahrir tornerà a riempirsi. Un anno fa la protesta entrava nel suo peggiore momento, oscurata e isolata dagli occhi del mondo a causa del blocco delle comunicazioni ordinato da Mubarak; le compagnie telefoniche, che si appoggiavano tutte a Vodafone (per il 40% di proprietà del presidente), interruppero tutti i servizi.

(il grafico della Arbor Networks che mostra il crollo delle comunicazioni internet e telefoniche nella notte fra il 27 e il 28 gennaio 2011 in Egitto)

Gli attivisti restarono così senza alcuna possibilità di twittare o postare video su YouTube, salvo per quelli che riuscirono a piratare l’unica linea ancora disponibile, quella dedicata della Borsa del Cairo che funzionò per due giorni prima di essere a sua volta bloccata. Nella piazza isolata dal mondo si compì così il 28 gennaio la prima strage di civili. Il blocco di Internet, paradossalmente, fu anche l’episodio che destò l’indignazione del mondo intero, e all’estero vennero subito attivati alcuni sistemi per consentire agli egiziani di telefonare, mandare sms, twittare e inviare dati. Uno di questi ponti venne allestito immediatamente dallo svedese Christopher Kullenberg del collettivo Telecomix, che oggi, a un anno esatto dal blocco, racconta tutto quello che si ricorda di quella notte alla nostra Aurora D’Aprile, e spiega il lavoro di Telecomix per aiutare i cyberattivisti in diversi paesi sotto forte censura, compresa la Siria.

La settimana prossima un approfondimento sulla notizia data da Twitter ieri sera sulla propria autocensura in alcuni paesi per rispettare la legislazione vigente, un annuncio che sta destando enormi preoccupazioni per la libertà di espressione.

♫ La canzone di oggi era “Which side are you on?” di Ani di Franco

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millioneya

(foto AFP, via Ahmed Shokeir)

Ieri, anniversario di #Jan25 primo giorno della rivoluzione, è stata secondo tutti gli osservatori la giornata di piazza più partecipata di tutta la storia dell’Egitto (Qui trovate uno Storify della nostra diretta Twitter). Diversi cortei con decine di migliaia di persone in arrivo dai vari quartieri del Cairo sono rimasti fermi per tutto il giorno sui ponti 6 ottobre e Qasr el Nil e sulla corniche senza poter entrare in piazza perché non c’era più spazio. Salvo un’aggressione a una ragazza ieri sera tardi vicino all’edificio amministrativo del Mogamma e alcuni momenti di tensione al piccolo presidio improvvisato davanti alla sede della tv di stato, tutto si è svolto nella più assoluta tranquillità, grazie all’assenza di polizia ed esercito. Come raccontavamo ieri in collegamento con la piazza, è stata un’occasione per ricordare i mille morti della rivoluzione e chiedere ancora una volta la fine del governo militare transitorio. In questi giorni continuiamo a ripercorrere le tappe della rivoluzione insieme ai protagonisti che la vivono e ce la raccontano fin dal primo giorno. La nostra Laura Cappon è riuscita a intervistare ieri a piazza Tahrir Gigi Ibrahim, una delle più attive e celebri giovani rivoluzionarie egiziane, e una delle voci più costanti del nostro racconto di quest’anno ad Alaska. 25 anni, blogger, militante dei Giovani Socialisti, laureata all’Università Americana del Cairo poche settimane dopo la caduta di Mubarak, alla testa delle proteste congiunte di studenti e personale delle pulizie che portò alle dimissioni del rettore dell’AUC, Gigi ha 38mila follower sull’account Twitter che abbiamo seguito per tutto questo anno, @GSquare86. Laura Cappon è riuscita a farla uscire per un momento dai panni di “pasionaria” per farle raccontare qualcosa di più personale di quello che ha vissuto in questo lungo anno e della sua esperienza con i social media.

♫ La canzone di oggi era “Tahrir song” di Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

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pancia del mondo

Dopo l’insediamento della nuova Camera Bassa, la quasi totale rinuncia allo stato di emergenza annunciata ieri dal maresciallo Tantawi, e la liberazione del blogger Maikel Nabil ieri sera, oggi Tahrir celebra l’anniversario del primo giorno della rivoluzione. Mentre vengono liberati più di 4mila prigionieri politici dal carcere di Tora (passati sia per tribunali militari che civili), i cortei da diverse parti della città confluiscono verso la piazza, già quasi piena alle 11 del mattino. Ci colleghiamo in diretta con Laura Cappon, che ha anche raccolto per noi la voce della madre di Khaled Said e si trova a Tahrir.

♫ La canzone di oggi era “Jan25″ di Omar Effendum

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il giorno prima

Un anno fa oggi, le pagine facebook del movimento 6 aprile di Ahmed Maher e “We are all Khaled Said” di Wael Ghonim chiamavano decine di migliaia di egiziani a una sollevazione pacifica nel Giorno della Polizia, il 25 gennaio, organizzando in segreto diversi cortei in luoghi diversi della città, che solo in un secondo tempo, sfondando le barriere della polizia militare sui ponti, avrebbero occupato piazza Tahrir. La spinta arrivava dall’attività dei blogger contro la tortura fin dal 2005/06, dalle proteste sindacali del 2010, dai Silent Stand sul lungomare di Alessandria per protesta contro l’uccisione di Khaled Said, e dall’enorme impulso finale arrivato dal successo della sollevazione tunisina. Un anno fa, Ghonim prendeva un aereo a Dubai per tornare in incognito al Cairo, e vedere coi suoi occhi il risultato di mesi di coordinamento organizzativo su facebook, e si dichiarava, come molti altri giovani, “pronto a morire”. Un anno fa, gli attivisti del Cairo si dividevano i compiti e si spartivano la copertura via Twitter dei diversi cortei. Trenta milioni di disoccupati, una corruzione pervasiva e quarant’anni di paura della polizia segreta di Mubarak stavano per accendere una rivoluzione molto dolorosa che un anno dopo non è ancora finita. Un anno fa, migliaia di giovani egiziani non chiusero occhio in attesa del 25 gennaio. Ahram ha compilato un dizionario dei termini caratteristici di questo anno di vita egiziana.

Ieri al Cairo si è riunita per la prima volta la Camera Bassa, che dovrà stilare la nuova Costituzione egiziana. Abbiamo seguito tutta la giornata su Twitter, con il giuramento dei 508 neoparlamentari e la nomina del neopresidente Katatni dei Fratelli Musulmani, e i cortei di diverse categorie all’esterno dell’edificio. Diversi parlamentari si sono presentati in aula con la fascia dorata dell’associazione No Military Trials. Gli attivisti hanno twittato le fotografie degli egiziani riuniti nei bar a guardare la teatrale performance della nuova Camera alla tv come se fosse una partita di calcio. Intanto l’esercito conta di calmare le richieste dei rivoluzionari con la liberazione di 1959 prigionieri politici e una parata militare di festeggiamento domani per il #Jan25. Fra i prigionieri “graziati” c’è anche Maikel Nabil, il blogger ventisettenne che si stava lasciando morire in carcere per lo sciopero della fame. Vi racconto un po’ di lui, con la speranza che possa essere liberato già oggi, e vi propongo il post di Aalam Wassef che è andato a trovarlo in carcere il 31 dicembre e lo ha raccontato via blog.

Intanto vi segnalo un altro, bellissimo progetto collaborativo di documentari individuali sulla rivoluzione, 18daysinEgypt.

Aggiornamento h 1730 italiane: Maikel Nabil è stato rilasciato.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

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prova di forza

Il SOPAblackout di due giorni fa – il massiccio autoscuramento di siti importanti per protestare contro le bozze di legge in discussione a Camera e Senato degli Stati Uniti ha spostato considerevolmente l’equilibrio fra favorevoli e contrari nelle aule del Congresso. ProPublica ha stilato una mappa in continuo aggiornamento, deputato per deputato e senatore per senatore, dell’orientamento di voto, mentre Felicia Sonmez sul blog 2Chambers dal Congresso riferisce il polso della situazione secondo lo speaker della Camera John Boenher. Sarà felice la Casa Bianca, che ha fatto la sua scelta di campo a favore “dell’elasticità e dell’innovazione”, colpendo al cuore le due bozze legislative prima del voto definitivo – anche se faticherà a far combaciare con questa presa di posizione il blocco poche ore fa dell’FBI del sito di filesharing MegaUpload e l’arresto di quattro dei suoi operatori, che sta provocando un terremoto in rete.

Che si sia d’accordo col grosso degli utenti oppure con le aziende che chiedono una rigida legge antipirateria, con la Apple o con Google, con Obama o con Murdoch, quel che è certo è che sul piatto c’è una partita fatta non solo di diritti universali, ma anche di interessi economici importanti, fra i quali non solo quelli delle aziende “tradizionaliste” ma anche quelli di aziende che poggiano la loro reputazione sulla libertà di condivisione e che non sono da meno nel fare lobbying a colpi di milioni di dollari. Oggi vi propongo due punti di vista, quello di James Allworth e Maxwell Wessel per la Harvard Business Review sul tentativo di bloccare l’innovazione, e quello di Jaron Lanier, guru della rete della prima ora, che riflette per il NYT sui “falsi ideali del web”.

♫ La canzone di oggi era “Starlight” di Rachael Yamagata

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tutta la storia

(il Silent Stand del 23 luglio 2010 sul lungomare di Alessandria d’Egitto, uno dei tanti organizzati dalla pagina facebook We Are All Khaled Said coordinata da Wael Ghonim; questi flashmob avrebbero portato alla mobilitazione del 25 gennaio 2011 a Tahrir; foto tratta dall’album di @Zeinobia)

Lo si attendeva già dall’estate scorsa, ed è valsa la pena di aspettare. Poche ore fa è uscito per il mercato anglosassone per la Fourth Estate (e dovrebbe essere disponibile subito in traduzione italiana per Rizzoli, e in arabo, cioè nella versione originale in cui è stato scritto, il 28 gennaio, anniversario della prima strage di Tahrir) Revolution 2.0, il libro autobiografico di Wael Ghonim – classe 1980, ex executive di Google e ideatore della pagina facebook We Are All Khaled Said che con i flashmob silenziosi dell’estate 2010 sul lungomare di Alessandria d’Egitto mise in moto la complessa organizzazione anonima (o, come lo chiama Ghonim nel suo libro, lo tsunami digitale) che avrebbe portato centinaia di migliaia di persone in piazza Tahrir dal 25 gennaio, e diciotto giorni e molte centinaia di morti più tardi, alla inimmaginabile caduta di Mubarak. Ghonim trascorse in carcere di isolamento undici dei diciotto giorni della rivoluzione.

Fra meno di una settimana cade l’anniversario del #Jan25, fra tensioni a Tahrir e celebrazioni roboanti dell’esercito egiziano, che sta gestendo in modo impresentabile la transizione verso la democrazia consegnatagli undici mesi fa. Qualcosa di molto grosso potrebbe bollire in pentola, e vedremo che cosa accadrà nella piazza dopo la giornata simbolica del 25.  Negli ultimi mesi, salvo le inevitabili conferenze e interviste e qualche intervento scritto di alto profilo nei momenti di maggiore tensione, Ghonim si è tenuto in disparte, un po’ cercando di smarcarsi dal ruolo di celebrità della rivoluzione, un po’ perché sta di nuovo lavorando per creare un gruppo trasversale di pressione politica e alfabetizzazione digitale, un po’ appunto perché stava finendo di scrivere quella che scopriamo essere la sua giovane autobiografia. Il libro si apre, naturalmente, con la scena del suo arresto nei giorni di Tahrir e il primo pestaggio che subì dagli agenti di sicurezza prima di essere messo in isolamento.  Poi da lì fa un flashback al 2007 e racconta della prima volta che venne convocato dalla sicurezza segreta egiziana, cosa che gli dà l’occasione di raccontare la storia dei servizi segreti egiziani e della psicologia nazionale che hanno creato. Ghonim racconta del suo iniziale impegno online accanto al candidato alle presidenziali El Baradei, e poi per esteso tutto quello che nelle interviste restava relegato a mero titolo, dissipando le nebbie mitologiche sulla storia della pagina dedicata a Khaled Said – come si organizzò, cosa si dicevano i giovani che partecipavano ai flashmob aggirando la sorveglianza della polizia, come funzionava tecnicamente, e col grande merito di tradurre frammenti da un dibattito che si svolse soprattutto in arabo.  Ghonim racconta l’effetto della rivoluzione tunisina sui flashmob egiziani; rivela il ruolo che di dall’inizio ebbero nell’organizzazione del 25 gennaio gli ultrà delle quattro squadre di calcio del Cairo, a cui lui si appellò direttamente; come rientrò di nascosto  in Egitto dagli Emirati Arabi il 23 gennaio, lasciando la sua famiglia a Dubai; il sesto capitolo è interamente dedicato alla giornata di cortei del 25 gennaio, con una ricostruzione finalmente estesa del manifesto della convocazione, delle parole d’ordine e della strategia organizzativa. Nel settimo capitolo racconta i fatti del 28 gennaio e il suo arresto, nell’ottavo la sua detenzione bendato in isolamento, nel nono la sua liberazione poche ore prima della caduta di Mubarak. Per tutto il libro, Ghonim tiene un tono umile  e racconta con precisione soltanto i dettagli del suo ruolo diretto nella rivoluzione, dando finalmente respiro a racconti che finora erano stati relegati alla brevità dei tweet o delle interviste occidentali.  Ne esce un documento storico essenziale a capire cosa accadde nella parte più clandestina del #Jan25.

♫ La canzone di oggi era “We take care of our own”, nuovo singolo di Bruce Springsteen

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mutanti

Lo scorso giugno vi avevo parlato della nascita di OUR(Walmart), la nuova associazione che si prefiggeva di aggirare il blocco alle organizzazioni sindacali del colosso americano della vendita al dettaglio. Sorvegliata speciale di Human Rights Watch per le sue pesanti violazioni dei diritti dei lavoratori, Walmart ha sfidato l’ingegnosità dei suoi impiegati, che affrontano un mercato senza regole con la loro nuova associazione – che in realtà ripercorre le orme dei sindacati anni Trenta, pre-New Deal. Spencer Woodman posta per The Nation sulla strada che OUR ha fatto fin qui.

E nell’amorfa e sempre mutevole realtà del lavoro, Robert Capps di Wired intervista Robert Neuwirth sul suo nuovo libro (Stealth of Nations: the global rise of informal economy) e gli fa raccontare che cos’è l”economia informale” e perché bisogna farci i conti.

(vi ricordo che oggi il feed di @alaskaRP su Twitter sarà fermo dalle 14 alle 2 italiane in adesione al #SOPAblackout che vi raccontavo nella puntata di ieri)

♫ La canzone di oggi era “Which side are you on” nella nuova versione di Ani di Franco

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the great American firewall

La mobilitazione contro i progetti di legge SOPA e PIPA (rispettivamente in discussione alla Camera e al Senato del Congresso degli Stati Uniti) sta diventando gigantesca. Qui vi avevo raccontato quali dei grandi colossi del digitale appoggiano queste normative cosiddette anti-pirateria (che in realtà stabiliscono norme amplissime e arbitrarie per l’oscuramento dei siti web e dei blog) e quali sono fortemente contrari. E’ bene ricordare che il modello legislativo che venisse approvato dal Congresso americano rischierebbe di condizionare la legislazione di altri paesi – Italia, Francia, Spagna, Germania – dove è tutt’altro che concluso lo scontro su difesa della libertà di espressione, tutela degli interessi economici e della proprietà intellettuale e modernità e flessibilità delle tutele online. Inoltre, l’oscuramento di siti web americani avrebbe conseguenze immediate per la rete in tutto il mondo. Da quando ve ne ho riferito l’ultima volta, sono accaduti due fatti di grande rilievo: il primo è che per la giornata di domani è stata indetta una mobilitazione di protesta contro i due progetti di legge: WordPress invita i suoi 60 milioni di utenti ad auto-oscurare temporaneamente i propri blog (qui come fare se volete aderire), e Wikipedia (vi ricordate quando lo fece la Wikipedia italiana contro l’analogo progetto di legge italiano che portò alla discussione della #notterete?) si renderà inaccessibile. Qui per ricordarvi cosa prevederebbe il SOPA, un sunto del blog di Wikimedia e uno del Post. Accanto a WordPress e Wikipedia si schierano anche Reddit, BoingBoing e il Guardian, che riassume cos’è il SOPA in questo cartone animato. La seconda, inattesa notizia è che la Casa Bianca ha preso posizione contro il SOPA. Qui il testo del comunicato, in cui si afferma che “l’importanza di proteggere la proprietà intellettuale online non deve minacciare una rete aperta e innovativa”, e qui il commento di David Kravets di Wired. La presa di posizione della Casa Bianca, che probabilmente porterà alllo stralcio dalle due proposte di legge  delle richieste di modifica del Domain Name System, ha suscitato le ire del magnate ed editore Rupert Murdoch, da sempre strenuo difensore dei contenuti a pagamento, che via Twitter ha accusato la Casa Bianca di cedere alla pressione di Google (definito “piracy leader”) perché l’azienda di Silicon Valley potrebbe dare il suo sostegno finanziario alla campagna elettorale di Obama.

PS domani in adesione con la giornata di auto-oscuramento anti-SOPA molti tweep resteranno inattivi dalle 14 alle 2 di notte ora italiana, fra questi anche @alaskaRP.

♫ La canzone di oggi era “Ramalama (Bang bang)” di Roysin Murphy

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esperimenti

(l’acampadasol a Madrid nei giorni di maggio 2011)

In questo inizio d’anno cerchiamo fra le altre cose di decifrare quali potrebbero essere i modelli – di partecipazione politica, di occupazione dello spazio pubblico e di racconto dal basso attraverso i media digitali – con cui bisognerà confrontarsi nel 2012. L’approccio unico con cui l’Islanda ha reagito alla sua crisi finanziaria e agli scandali istituzionali, e il sistema del crowdsourcing con cui ha riscritto la propria costituzione, sono un modello citato spesso dai movimenti che vanno dalla Tunisia a Occupy Wall Street. Vi propongo un riassunto di Deena Striker su quello che è accaduto nel piccolo paese nordico, scritto durante l’estate e ripostato qualche giorno fa da Yana sul suo blog. Intanto si interroga sul proprio futuro anche il movimento spagnolo, e la rivista Alfabeta2 pubblica in questi giorni un’intervista con alcuni rappresentanti del movimento 15M realizzata da Luigi Bosco prima delle mobilitazioni internazionali del 15 ottobre, dalla quale emergono dei modelli interessanti di condivisione, discussione e azione politica.

♫ La canzone di oggi era “The new whaling” di Bonnie Prince Billy

Ecco la puntata di oggi:

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