Archivi del mese: febbraio 2012

intelligenza connettiva

Derrick de Kerkchove, l’antropologo che da erede di Marshall McLuhan ha diretto per venticinque anni il programma canadese per la cultura e la tecnologia a lui intitolato, nonché teorico dell’”intelligenza connettiva”, suddivide le epoche del linguaggio in tre fasi: quella creata dal corpo umano, quella creata dall’alfabetizzazione, e quella creata dall’elettricità, e definisce come “mente aumentata” (o incrementata) la trasformazione operata sulle possibilità del linguaggio e della mente umana dalle nuove tecnologie. De Kerckhove continua a riflettere sulle trasformazioni epocali che l’utilizzo del web sta portando alla storia umana, e viene spesso in Italia, dove ha anche insegnato. Qualche giorno fa ha chiacchierato con la nostra Aurora d’Aprile (come sempre nel suo tipico italiano-esperanto) delle sue preoccupazioni sugli utenti del web, inconsapevoli secondo lui dell’enorme portata del nuovo Rinascimento che stanno vivendo. Oggi vi propongo la loro conversazione, che esploriamo meglio con alcuni materiali che spiegano il contributo di de Kerckhove e dell’idea di intelligenza connettiva al dibattito su come il web ci sta cambiando.

♫ La canzone di oggi era “The circle married the line” di Feist

Ecco la puntata di oggi:

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The Artist

In un momento di relativa calma nella situazione egiziana, oggi si riunisce per la prima volta il consiglio appena eletto della Shura, si vanno definendo le date per la presentazione dei candidati alle presidenziali e ieri ha tenuto la sua prima conferenza stampa Khaled Ali, che sarà il più giovane candidato alla presidenza nonché il candidato laico sostenuto da molte delle formazioni giovanili e rivoluzionarie. Proseguono le tensioni nel sud del Sinai, dove le proteste dei beduini nei confronti del governo centrale sfociano spesso in sequestri-lampo di comitive di turisti stranieri, la situazione economica continua a peggiorare, si è aperta l’inchiesta sulla strage allo stadio di Port Said, mentre il nuovo parlamento temporeggia, impegnato in alcune discussioni di basso profilo come il possibile divieto sulla pornografia online (del tutto teorico). Intanto gli attivisti online discutono preoccupati soprattutto di una nuova aggressione ai copti avvenuta giorni fa in un quartiere del Cairo – più o meno fomentata ad arte come già in passato – e continuano a produrre iniziative sul campo. Mahmoud Salem (@sandmonkey) ha aperto una nuova “casa” per i graffitisti e l’arte di strada sbocciata dopo la rivoluzione, e si continua a lavorare per il rafforzamento della rappresentanza sindacale dei lavoratori. Nelle prime file di questo movimento, come sapete, c’è Hossam el Hamalawy, classe 1977, uno dei blogger e reporter più influenti della rivoluzione egiziana, oltre che uno degli straordinari fotografi fioriti nel movimento di piazza Tahrir. A ventitre anni, Hossam era stato detenuto dalla polizia segreta di Mubarak e torturato in carcere.  Subito dopo la caduta di Mubarak, un enorme gruppo di giovani invase il quartier generale della sicurezza segreta egiziana per mettere in salvo i documenti e i dossier che gli agenti stavano distruggendo. Fotografarono tutto, sequestrarono molti documenti per consegnarli a un giudice civile (fra cui il dossier su Khaled Said) e fotografarono le montagne di documenti già distrutti, fatti a striscioline e accumulati negli angoli per essere bruciati. Per qualcuno quella fu anche l’occasione per rivedere le celle in cui era stato detenuto, interrogato e torturato, e Hossam era fra quelli. Quel giorno twittò: “Sono entrato nel piccolo edificio in cui ero stato rinchiuso. Ancora non riesco a crederci… Molti intorno a me stanno letteralmente piangendo. Non riusciamo a trovare la stanza degli interrogatori, qui è come una fortezza”. Da quel giorno ha fatto partire una campagna per la denuncia e la documentazione delle identità dei torturatori (qui l’articolo del Washington Post che raccontava quel lavoro). Militante dei Rivoluzionari Socialisti egiziani, Hossam si occupa in particolare dei sindacati indipendenti (dall’inizio della rivoluzione ne sono nati più di 120), e l’anno scorso ha ricevuto il premio Anna Politkovskaja al Festival di Internazionale a Ferrara. Su Twitter lo conoscete come @3arabawy. Con lui completiamo un primo quadro di interviste sul Cairo cominciato con @sandmonkey e proseguito con Gigi Ibrahim, Alaa Abdel Fattah e Ahmed Maher del movimento 6 aprile. La nostra Laura Cappon ha incontrato Hossam el Hamalawy pochi giorni fa in un caffè del Cairo, e parla con lui di come è nato il suo impegno politico, dell’esperienza con i socialisti rivoluzionari, del fallimento dello sciopero generale dell’11 febbraio, del meccanismo di integrazione fra social media e media tradizionali, e della dittatura militare che sta gestendo la transizione.

♫ La canzone di oggi era “Danse Carribe” dal nuovo album di Andrew Bird

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il futuro secondo @nomfup

(sempre dalla bella raccolta di finte pubbblicità vintage di YouTube, Skype, Twitter e Facebook che trovate qui, realizzata dall’agenzia pubblicitaria brasiliana Moma)

Oggi sul quotidiano Europa in edicola e sulla sua versione online trovate un giro di opinioni illustri raccolte da Filippo Sensi (che conoscete bene anche come blogger e trovate su Twitter come @nomfup) sulla base di una provocazione immaginifica: quale social media ci aspetta dopo Twitter? Da Gianni Riotta a Tom Standage dell’Economist, da Micah Sifry del Personal Democracy Forum a Riccardo Luna, da Fabio Chiusi a Piero Vietti al consulente della campagna di Obama 2008 Sam Graham Felsen, ma anche dalle risposte rilanciate su Twitter, ne emerge un quadro di interrogativi, tentativi di previsione, ipotesi alternative, ma anche quasi una mappa dei desideri – cosa vorremmo dal social media del futuro? Torneremo al lungo formato? Condivideremo di più su base affettiva oppure su un presupposto giornalistico? O parlare di Twitter come se potesse presto essere superato è fare del modernariato in anticipo? Ne parliamo direttamente con Filippo Sensi.

♫ La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles

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#OccupyHarvard

(l’accampamento di OccupyHarvard il giorno del Ringraziamento lo scorso novembre)

A novembre, nello scetticismo generale, era partito un rivolo un po’ imprevedibile di OccupyWallStreet che si chiama OccupyHarvard. Sebbene molti credano che la prestigiosa università americana sia un nido per i privilegiati del cosiddetto 1%, e gran parte delle sue attività e finanziamenti sia collegata all’elite finanziaria americana, in realtà il 60% dei suoi studenti vi accede grazie a una borsa di studio. L’Università e i suoi servizi amministrativi stanno subendo una forte ristrutturazione, con vari effetti su personale docente e bibliotecario e sul corpo degli studenti. Qui trovate la disincantata descrizione di OccupyHarvard postata a novembre da Dylan Matthews per Salon. Qui il blog di OccupyHarvard con tutti gli aggiornamenti e i materiali. Oggi molte delle iniziative, che vengono discusse nel quartier generale improvvisato della caffetteria Lamont, si stanno concentrando a difesa dei servizi della biblioteca universitaria (il cui patrimonio è di importanza mondiale), che da una parte affronta il lavoro per la massiccia digitalizzazione in corso in tutte le grandi biblioteche e archivi degli Stati Uniti, e dall’altra subisce continui tagli del personale specializzato secondo un piano di ristrutturazione gestito dal cosiddetto “Transition Team”, i cui scopi conclusivi non sono ancora completamente noti. Nell’era dei blog degli Occupy, è facile mostrare a tutti la lettera di una bibliotecaria specializzata, Lisa Carper, che sembra quasi parlare a nome dei bibliotecari di tutto il mondo.

♫ La canzone di oggi era “Goodbye” di Emmylou Harris

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diario libico

Mentre la Libia del dopo-Gheddafi è tormentata dal fallito disarmo delle milizie e dal distacco percepito fra la popolazione e l’NTC, centinaia di migliaia di persone attendono la ricostruzione dei luoghi più martoriati, come Misurata, i bambini sono tornati a scuola, le donne lottano per una rappresentanza forte nel paese di domani, i collegamenti internazionali con l’aeroporto di Tripoli sono ripresi quasi completamente. In occasione dell’anniversario del 17 febbraio, Andy Carvin di NPR è oggi per l’ultimo giorno in visita nei luoghi che aveva seguito per tutto l’anno grazie allo smistamento dei messaggi degli attivisti. Oltre a twittare da Benghazi, Tripoli e Misurata (quando trova una connessione) postando anche qualche file audio, Carvin sta postando una serie di piccoli frammenti di diario della sua esperienza per il blog di NPR, Two-Way, e oggi ve ne propongo qualche estratto. Il suo è uno sguardo americano, individuale, quasi intimo. Qui racconta l’avvio del viaggio, qui il nuovo approccio al suo passaporto all’immigrazione in aeroporto, qui i festeggiamenti a Benghazi, qui la visita al tribunale di Benghazi, qui il dilemma sulle modalità di festeggiamento, qui la parata di automobili a Benghazi, qui la sua visita sulla tomba del citizen journalist Mo Nabbous, ucciso a Benghazi due giorni prima dell’intervento internazionale, qui il suo colloquio con Danny Vampire, giovane rivoluzionario deluso.

♫ La canzone di oggi era “Foot in the door” di Fink

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tu-tubo

(dalla stupenda raccolta di finte pubbblicità vintage di YouTube, Skype, Twitter e Facebook che trovate qui, realizzata dall’agenzia pubblicitaria brasiliana Moma)

Cosa tiene insieme i video parodia e i documentari dei collettivi autoprodotti, il David Letterman il giorno dopo e i video terribili che ci arrivano clandestinamente da Homs – se non il canale che uccide la televisione? YouTube, che oggi è di proprietà di Google, è in continua evoluzione. John Seabrook racconta la sua metamorfosi in strumento professionale in un approfondimento che ha postato per il New Yorker, un’indagine affascinante nei meccanismi della frammentazione televisiva.

♫ La canzone di oggi era “The revolution won’t be televised” di Gil Scott-Heron

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senza Shadid

E’ morto questa notte in Siria, per una forte crisi dell’asma che lo affliggeva da tempo, il giornalista arabo-americano Anthony Shadid, forse il più grande reporter vivente fra quelli che si occupavano dei paesi arabi. Il fotografo Tyler Hicks, che lavorava con lui da tempo in vari scenari di guerra ed era stato suo compagno di prigionia in Libia la scorsa primavera (ve ne avevo raccontato qui) ne ha portato il corpo oltre il confine in Turchia, e dalla sua redazione, quella del New York Times, la notizia è circolata all’alba in tutto il mondo, destando reazioni unanimemente commosse. Tutti i colleghi gli riconoscono non solo di essere stato un reporter di gigantesca statura ma di aver sempre dimostrato straordinaria umiltà. Giovani giornalisti raccontano come fosse sempre pronto a fare complimenti ai più giovani e a condividere con loro prontamente la sua rubrica di contatti. Mona Elthahawi raccontava stamattina su Twitter di esserselo trovato davanti con un sorriso in piazza Tahrir quando è stata liberata dopo l’aggressione subita al Cairo. Shadid era di origine libanese (uscirà a marzo il suo libro di memorie sulla città dei suoi antenati), era cresciuto a Oklahoma City, per tutti gli anni Novanta era stato in Iraq, aveva vinto due Pulitzer e aveva soltanto 43 anni. Prima di tornare in Siria in questi giorni, era appena stato in Libia. Particolarmente in Siria, dove le chiavi di interpretazione per capire la complessità della guerra civile sono preziosissime, l’assenza di Shadid si farà sentire, non essendo il suo lavoro intercambiabile con quello di nessun altro. L’unico cenno di ottimismo lo danno i messaggi di questa mattina di centinaia di blogger e di giornalisti, che affermano di volerlo tenere come esempio di un giornalismo rigoroso e allo stesso tempo profondamente umano. Vi propongo qualcuno dei materiali attraverso cui potete conoscerlo. Qui il lungo reportage dalla Siria dell’estate scorsa, qui quello dal Bahrain dello scorso settembre, qui l’intervista che gli ha fatto MotherJones venti giorni fa, qui una rassegna di estratti dei suoi articoli preparata stamattina dal New York Times, da cui potete arrivare ai materiali che ha scritto dalla Libia (dove oggi si celebra l’inizio della rivolta di Benghazi un anno fa), qui l’intervista che gli fece NPR a dicembre (di cui vi faccio ascoltare un estratto audio).

♫ La canzone di oggi era “Bluer is my heart” di Holly Williams

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modelli diversi

A maggio ci aspetta la realizzazione concreta di un nuovo progetto che stiamo seguendo con attenzione. Claudia Vago, su Twitter @tigella, ha deciso di pianificare un’immersione reale a #OccupyChicago (in un momento in cui essa si incrocerà con il vertice del G8 nella città di Obama, in piena campagna elettorale per le presidenziali di novembre) per raccontarne online attraverso gli strumenti che fin da ottobre ha usato per fare il suo lavoro di cura e editing dei materiali prodotti dallo stesso movimento Occupy Wall Street, con la differenza che questa volta potrà studiare il movimento da vicino, stare a contatto con i protagonisti, verificare sul campo modalità e linguaggi, e raccontarne da testimone in prima persona. Non avendo una testata alle spalle, cioè essendo editrice di se stessa, Claudia ha pensato di lanciare una raccolta fondi mirata dal basso, chiedendo ai suoi follower su Twitter di esaminare sia il progetto che il suo preventivo trasparente, e di aderire con piccole quote di finanziamento attraverso un sito che dovete assolutamente visitare dal momento che raccoglie anche altri progetti interessanti, Produzioni dal Basso. La raccolta fondi ha raggiunto ieri il traguardo prefissato con grande anticipo sul previsto. Al di là delle definizioni che se ne sono volute dare a priori, si tratta di un precedente e di un esperimento interessante, soprattutto per l’Italia, perfettamente in linea con lo spirito stesso di quello che si muove a Occupy Wall Street, e oggi ne parliamo in diretta con Claudia per capire strumenti e obbiettivi.

Già che ci siamo, visto che è stato tirato in ballo spesso in questi giorni, voglio tornare a segnalarvi il lavoro di una testata non-profit di giornalismo investigativo online finanziata dalla Knight Foundation (e l’anno scorso anche da George Soros), ProPublica, che nel 2010 è stata la prima testata online a vincere il Pulitzer, e che pratica anche un modello di partnership con più di 50 testate importanti.

♫ La canzone di oggi era “Reflections” degli Screaming Trees

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risposta a Morozov

(un’immagine da Alice nel Paese delle Meraviglie di Tim Burton)

Qualche giorno fa vi ho tradotto il lungo post di Evgeny Morozov nel quale – nel suo classico stile da cyberpessimista elegante – lamentava la morte del cyberflaneur, il passeggiatore solitario di ottocentesca memoria che nelle speranze futuribili degli anni Novanta avrebbe dovuto riprodursi gioiosamente nell’esplorazione contemporanea di Internet. Come ricordate, secondo Morozov quelle speranze sono andate deluse, e ogni piattaforma che utilizziamo oggi, dai consigli personalizzati per gli acquisti di Amazon, alla specificità “su misura” delle app, alla condivisione collettiva sui social media, tende inesorabilmente verso la frequentazione perenne di gusti, acquisti e interessi già acquisiti, e non verso l’esplorazione, la curiosità e l’incontro accidentale, anche solitaria. Dal momento che ogni parola che pronuncia Morozov, blogger e studioso molto controcorrente rispetto agli entusiasti della rete, sfida i suoi pari alla riflessione, non stupisce che qualcuno abbia pensato di rispondergli per esteso. Lo fa nel suo blog Zeynep Tufekci, di origine turca, docente di tecnosociologia all’università del North Carolina e ad Harvard, che conoscete su Twitter come @techsoc e che frequentiamo spesso quando si parla di comunità della rete, privacy e sorveglianza. Zeynep affronta la questione rilanciando, col concetto di “cyberflaneurismo sociale”, e sostenendo che soltanto gli algoritmi dei venditori credono di poter prevedere i gusti di un tipo X sulla rete, mentre nella realtà, anche nei “giardini recintati” come facebook, nessuno corrisponde esattamente a quel tipo X, e nella sua esperienza, è proprio questo che garantisce la continuità delle sorprese (vi traduco il suo post qui sotto nel podcast).

♫ La canzone di oggi era “Word up” di Willis

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ritorno a Lulu

(un manifestante vola fra i gas lacrimogeni a Manama, in Bahrain, foto via @justimage e @alhojairy)

Un anno fa oggi, dopo la caduta di Mubarak in Egitto, centinaia di migliaia di abitanti del piccolissimo Bahrain a maggioranza sciita occupavano la Rotonda della Perla a Manama, per chiedere riforme democratiche all’inflessibile monarchia sunnita. Lulu diventava così la piazza più partecipata (in proporzione al numero di abitanti) di tutto il mondo arabo. Ma la repressione del governo si è tradotta in sgomberi violenti, distruzione del monumento della Perla, ingresso delle truppe saudite nel paese, migliaia di arresti e licenziamenti di studenti, impiegati, insegnanti, medici, infermieri, impiegati del circuito di Formula Uno, scienziati, giornalisti, parlamentari, religiosi, sportivi di ogni disciplina, sottoposti a processi militari, incarcerazioni arbitrarie, torture. Con l’aperto controllo dell’Arabia Saudita e la tacita complicità degli Stati Uniti (che pagano al Bahrain un lauto affitto per alloggiarvi la loro Quinta Flotta e gli forniscono armi), nemmeno il rapporto della commissione internazionale sulle torture pubblicato a ottobre ha aperto la strada per le riforme. La divisione settaria cavalcata dal governo si è acuita, la giovane attivista Zeinab Alkhawaja (@angryarabiya) si trova per la terza volta in carcere (dopo che suo marito era stato appena liberato dopo dieci mesi di carcere, e mentre suo padre Abdulhadi Alkhawaja è in carcere da quasi un anno, sta facendo lo sciopero della fame, e ha scritto un appello alla Danimarca, paese dove ha a lungo vissuto da esule), e tutti i cortei notturni degli ultimi mesi sono stati repressi con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e pallini da caccia. Negli ultimi giorni i manifestanti, che erano sempre rimasti pacifici e avevano inventato alcune proteste simboliche come quella dei clacson, hanno cominciato ad appiccare incendi e lanciare molotov. In previsione dell’anniversario, il re ha di nuovo bloccato tutti i visti per i giornalisti stranieri, nonché i visti turistici all’ingresso. Migliaia di persone ieri, e gruppetti di giovani stamattina all’alba che hanno cercato di raggiungere quella che un tempo era Lulu correndo con le bandiere sono stati ricacciati indietro dai lacrimogeni, e si registrano già diversi feriti. La Boudaiya Highway è stata bloccata dalla polizia, Sitra isolata. Karen Leigh traccia per The Atlantic un profilo di Nabeel Rajab, direttore dle Centro per i Diritti Umani del Bahrain e l’unica guida degli attivisti ancora in libertà. Ben Quinn racconta per il Guardian del nuovo impiego di Peter Yates, cacciato da Scotland Yard per lo scandalo intercettazioni e oggi impiegato dal governo del Bahrain per coordinare in modo più efficente la polizia. Ken Silverstein per Salon aveva fatto a dicembre un’inchiesta sul lobbying mediatico del governo del Bahrain a Washington. Ma siccome paradossalmente gli Stati Uniti sono anche il paese che ha prodotto i migliori reportage sulle violazioni dei diritti umani in Bahrain, Middle East Voices lancia un sondaggio per i lettori americani su quello che vorrebbero dal loro governo riguardo alla vendita di armi al Bahrain. Amnesty International fa il quadro delle violazioni dei diritti umani nel paese. La Reuters aggiorna sulla discussione in seno alle squadre di Formula Uno sulla possibilità di cancellare anche quest’anno il Gran Premio del Bahrain. Matthew Cassel per AlJazeera racconta dei visti negati ai giornalisti. Qui trovate le risposte del briefing di ieri di Victoria Nuland del Dipartimento di Stato Americano su TUTTI i finanziamenti militari americani ai paesi arabi, nella parte finale la sua dichiarazione sul Bahrain.

♫ La canzone di oggi era “Which side are you on?” di Ani di Franco

Ecco la puntata di oggi:

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