Archive for the ‘architettura’ Category

cose malate

martedì, marzo 23rd, 2010

cartoon_2006_june

(da schizoamerica.com)

Qualche giorno fa abbiamo dato un’occhiata a cosa succede al miscuglio di macerie da discarica e di macerie d’arte nel centro storico dell’Aquila. Oggi cerchiamo di capire cosa potrebbe succedere dopo il terremoto al patrimonio culturale e artistico di Haiti. Lo facciamo con l’infallibile Repeating Islands, da cui abbiamo attinto la maggior parte delle riflessioni su Haiti di queste settimane; in questo post, tratto da un articolo originale in francese uscito su Le Novelliste, in cui Ivette Romero racconta del rischio di perdere un insieme di beni artistici assolutamente unico nel suo genere (la traduzione del post di Ivette potete riascoltarla qui sotto nel podcast)

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All’indomani dell’approvazione della riforma sanitaria negli Stati Uniti, i repubblicani si apprestano già a chiederne l’abrogazione. Uno dei commentatori di punta di Salon, Cary Tennis, assente dagli editoriali da qualche mese a causa di una gravissima forma di tumore che sta curando grazie all’assicurazione medica, ieri si è visto concedere finalmente un ciclo di terapie che solo qualche giorno fa gli era stato negato. Oggi, dalla convalescenza, posta la sua opinione sul tentativo di abrogazione della riforma (la traduzione da riascoltare qui sotto nel podcast)

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Sempre sulla scia dell’approvazione della riforma sanitaria, e alla vigilia del tentativo di riformare la regolamentazione di Wall Street, spunta un nuovo sondaggio su quello che gli elettori repubblicani pensano di Obama: un socialista, un musulmano, un nemico dentro casa, l’anticristo. Lo racconta in esclusiva per Daily Beast il giornalista John Avlon, ex autore dei discorsi di Rudy Giuliani, che ha appena pubblicato un saggio su come gli estremisti stiano cercando di dirottare l’America (la traduzione del suo post da riascoltare qui sotto nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Sort of revolution” di Fink e “Whooping crane” di Lyle Lovett

Ecco la puntata di oggi:

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Italians

venerdì, marzo 19th, 2010

collemaggio_aquila

(dal blog di Miss Kappa)

Non soltanto la politica italiana si sta disinteressando della politica estera, ma gli altri paesi invece ci osservano con grande curiosità. Il loro sguardo potrebbe essere l’unica garanzia rimasta che qualcuno si preoccupa per noi. Forse non vi sarà sfuggita la notizia che BBC2 ha prodotto e cominciato a trasmettere The Berlusconi Show, un documentario su Berlusconi realizzato dal reporter del Sunday Times Mark Franchetti e inserito nella serie This World. Oggi vi propongo un paio di recensioni del documentario (che sono anche naturalmente una specie di recensione del nostro presidente del consiglio e di noi). In rete ce ne sono moltissime, segno che il documentario ha destato grande attenzione. Purtroppo sul sito della BBC è possibile visualizzare un estratto del documentario solo per chi si collega dall’Inghilterra, ma può darsi che nel giro di qualche giorno qualcosina comparirà su YouTube.

Il primo commento che vi propongo è quello del Guardian, tradotto in italiano da Internazionale.

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Il secondo, più ampio, l’ha postato Gerard Gilbert sul blog The Art Desk . Qui sotto nel podcast potete riascoltare la traduzione.

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Ogni volta che abbiamo parlato di quello che si muove sui blog a proposito degli strascichi del terremoto dell’Aquila è saltato fuori il problema delle macerie del centro storico, rimaste intoccate fino a pochi giorni fa. La nostra vedetta, Miss Kappa, raccontava giorni fa che non soltanto agli aquilani non era permesso entrare in Zona Rossa per motivi di sicurezza, ma che siccome nessuno ha mai pensato di rimuovere le macerie dei monumenti e delle case storiche, anche quelle parti ancora integre che potevano essere messe in sicurezza – opere lignee, frammenti di dipinti, porzioni architettoniche, sono rimaste invece esposte agli elementi per tutti questi mesi, aggravando il danno in modo esponenziale. Poi, di fronte ai ritardi nella consegna degli alloggi e all’emersione dello scandalo sulla Protezione Civile, sapete che gli aquilani, in numeri sempre maggiori, hanno fatto il loro ingresso forzato ogni domenica in Zona Rossa e hanno dato inizio alla rimozione delle macerie. Da una parte rimuovere le macerie è un forte atto simbolico di partecipazione, un modo per rimettere in moto la vita del centro storico, dall’altra però gli aquilani sono ben consapevoli che le macerie vanno accuratamente vagliate prima di essere rimosse, per essere sicuri di non gettare via frammenti di valore. Adesso, d’improvviso, con l’avvento della campagna elettorale le macerie sono diventate argomento ambitissimo. Leggete cosa raccontava ieri Miss Kappa.

Le musiche di oggi erano “Bodysnatchers” dei Radiohead e “Dandelion” di Charlotte Gainsbourg

Ecco la puntata di oggi:

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grafici del cuore

martedì, gennaio 26th, 2010

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Chissà quanti di voi conoscevano bene la realtà di Haiti ben prima del terremoto, oppure, come Kuda, hanno avuto un’esperienza di cooperazione o di volontariato che riguardava Haiti o la repubblica dominicana. Anche se i comuni cittadini americani hanno raccolto 85 milioni di dollari per Haiti soltanto venerdì scorso attraverso il Telethon (un record assoluto, e in tempi di recessione), Kuda, che è ancora in contatto con alcuni amici da quelle parti,  si è accorto dalle statistiche di Google che le notizie sul terremoto, dopo una prima impennata di interesse, sono già crollate di importanza.  Andate a leggerlo sul suo blog.

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Edoardo Vigna segnala un libro, Londra chiama – otto scrittori raccontano la loro metropoli, di Valentina Agostinis, che attraverso otto interviste originali, legge la mappa densa della Londra multietnica, delle grandi espansioni edilizie, dei mutamenti immobiliari, del post 11/9 e New Labour, delle questioni legate alla sicurezza, della cultura e dell’arte contemporanea, dei non luoghi e della psicogeografia. A dialogare con lei, e a rincorrersi nei temi ognuno secondo la propria specificità, sono JG Ballard (che oggi non c’è più) e Iain Sinclair, Will Self e Nick Hornby, e alcuni fra i grandi protagonisti della letteratura britannica meticcia: Gautam Malkami, Hari Kunzru, Monica Ali e naturalmente Hanif Kureishi. Dalla fiction vera e propria alla saggistica agli scenari futuribili e ormai raggiunti della fantascienza, un racconto orale e corale che la dice lunga sulla capacità di analisi della realtà e la presenza attiva di questi autori nella vita pubblica inglese. Una chiave di lettura al laboratorio metropolitano di oggi, che non riguarda soltanto Londra. E siccome si tratta di un libro magnifico, vi propongo la nostra conversazione in diretta con l’autrice (potete riascoltarla qui sotto nel podcast).

Per chi avesse voglia di seguire  un altro percorso su Londra, vi ricordo il bellissimo Tamigi di Mario Maffi. Entrambi i volumi sono pubblicati da Il Saggiatore.

La canzone di oggi era “Saturday comes slow” dei Massive Attack feat. Damon Albarn

Ecco la puntata di oggi:

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addii

martedì, gennaio 12th, 2010

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Ieri sera è arrivata la notizia che ci ha lasciato Bob Noorda. Milano, sempre ombelicale, ricorda il grandissimo designer olandese (e milanese adottivo) con qualche riga di circostanza; ma per i grafici è stato un vero guru, per la nostra metropolitana un dono raro, e il suo occhio ha creato alcuni marchi che vi saranno perfettamente familiari. Così, invece che con un ricordino qualunque di oggi, gli rendiamo omaggio con un profilo di quando Noorda era vivo, in un un post di Oblique.

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Il primo di gennaio ci ha lasciato, ancora giovane, Lhasa de Sela, una delle voci più belle e stupefacenti che la musica ci avesse dato negli ultimi anni. Ecco una sintesi del ricordo di lei che ha fatto il suo webmaster.

“Montreal, Canada, domenica 3 gennaio 2010.

Lhasa de Sela è mancata nella sua casa di Montreal nella notte del primo gennaio, appena prima della mezzanotte. E’ stata sconfitta da un tumore al seno dopo una battaglia di ventuno mesi, che ha affrontato con coraggio e determinazione. In questo periodo difficile ha continuato a toccare le vite di coloro che aveva intorno con la grazia, la bellezza e il senso dell’umorismo che le erano propri. La sua forza di volontà l’aveva portata di nuovo in studio di registrazione per completare il suo nuovo album, seguito dal successo dei lanci al Théatre Corona di Montreal e al Théatre des Bouffes du Nord di Parigi. Due concerti in Islanda lo scorso maggio rimarranno i suoi ultimi. Era stata costretta a cancellare il lungo tour mondiale previsto per l’autunno, e l’album che aveva in mente di canzoni di Victor Jara e Violeta Parra resterà irrealizzato. Lhasa era nata il 27 settembre del ’72 a Big Indian, vicino New York. La sua infanzia insolita è stata segnata dai lungi periodi nomadici in Messico e negli Stati Uniti, con i suoi genitori e le sue sorelle, sullo scuolabus che era la loro casa, sul quale la famiglia faceva le sue improvvisazioni musicali ogni sera. E’ cresciuta in un mondo imbevuto di scoperte artistiche, lontano dalla cultura convenzionale. In seguito sarebbe diventata l’artista eccezionale che il mondo ha scoperto nel 1997 con l’album La Llorona, seguito nel 2003 da The Living Road, e da Lhasa nel 2009. Questi tre album hanno venduto più di un milione di copie. E’ difficile descrivere la sua voce unica e la sua presenza scenica; è stata descritta come appassionata, sensuale, indomabile, tenera, profonda, conturbante, ammaliante, ipnotica, sussurrata, potente, una voce per ogni tempo. Lhasa aveva un modo unico di comunicare col suo pubblico, riusciva ad aprire il suo cuore sul palco, permettendo al pubblico di sperimentare una connessione intima con lei. Un suo vecchio amico, Jules Beckman, ha offerto queste parole: “sentivamo sempre passare attraverso di lei qualcosa di ancestrale. Ci ha sempre parlato dalla soglia fra due mondi, fuori dal tempo. ha sempre cantato della tragedia umana, del trionfo, dello straniamento e di una ricerca degna della saggezza di una grande testimone”. La sua famiglia è grata per questi due giorni quieti di lutto. Da quando lei è morta, a Montreal ha nevicato per 40 ore.”

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Nelle puntate di inizio d’anno vi ho presentato il blog della scrittrice canadese Margaret Atwood, raro esemplare di blog di uno scrittore, che trova il tempo, anche se ha appena iniziato a lavorare sul suo nuovo romanzo, di postare per i suoi lettori. Vi dicevo anche del suo acuto senso dell’umorismo, del suo ambientalismo, e di come anche a settant’anni sia sempre molto pronta ad abbracciare nuove tecnologie e sistemi di comunicazione, da Twitter a, di recente, quello che permette di autografare i libri a distanza. Qui abbiamo parlato un po’  del futuro del libro elettronico, e dei tormentosi pro e contro, e Margaret Atwood non manca di dire la sua, ma alla sua maniera:

“Ecco che arrivano gli e-readers, una manna del cielo per i viaggiatori e per i lettori veloci, e, ci dicono, una salvezza per gli alberi. Al loro seguito, ecco che arrivano anche i profeti che predicono la condanna del libro cartaceo, e insieme a quello la morte del copyright e ogni sorta di effetti ignoti. Calma. I libri non bruciateli ancora. Non mi sto appellando alla loro venerabile storia, alla bellezza del design, alla tattilità della pagina. Ecco tre ragioni pratiche per cui non buttare via la carta:

1 Le tempeste solari. Una bella grossa potrebbe friggere i trasformatori, come già accaduto in passato, e condizionare i satelliti e le torri di trasmissione in modo talmente massiccio che le comunicazioni potrebbero interrompersi per mesi, provocando vari tipi di disastro. Compresa, magari, la cancellazione di tutte le librerie online e di tutti i download. Inoltre, non permettete a nessuno di installarvi un microchip in testa, non ha importanza quanta memoria in più prometteranno di aggiungervi!

2.Penuria di energia. Vi ricordate che il petrolio raggiungerà un punto massimo oltre il quale non potrà soddisfare le richieste? Sappiamo che l’energia verde sta galoppando in nostro soccorso, ma è ben lungi dal soddisfare la richiesta. Sappiamo che gli stessi  server della rete si stanno divorando enormi quantità di energia. Se verranno trasferiti in Islanda potranno soddisfare i bisogni futuri? Immagino che staremo a vedere… Ma se non succede, ecco che la rete salta. per non parlare della possibilità di ricaricare le pile dell’e-reader.

3.Sovraccarico della rete. Internet è già stracolma, e nuove informazioni si aggiungono ogni giorno. A meno che non vengano spesi miliardi in infrastrutture, ci dicono che i blackout sono molto probabili. Perciò, come si fa con la vacca che si nutre di energia?

Se avrete tenuto da parte dei libri di carta, potrete leggerli a lume di candela, e poi se non vi piacciono potrete arrostirci sopra i marshmallows. Mentre vi accovacciate intorno alle braci del vostro fuoco attentamente custodito, senza televisione, senza computer, e senza telefono, sarete felici di averne tenuto da parte qualcuno. Comunque sia, sono degli ottimi isolanti!

Nel frattempo, i lettori hanno lasciato qualche commento ostile a questo post, e così negli ultimi giorni Margaret Atwood ha postato di nuovo sull’argomento, con qualche precisazione che potete leggere qui.

Le musiche di oggi erano “(Put the fun back in) the funeral” di Erin McKeown e “Mi vanidad” di Lhasa de Sela

Ecco la puntata di oggi:

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qualche maceria

mercoledì, ottobre 14th, 2009

aquila rovine

In apertura vi ho letto un frammento tratto da Un debole per quasi tutto di Aldo Buzzi.

L’architetto e scrittore ci ha lasciato qualche giorno fa, alla veneranda età di 99 anni. Era il destinatario, fra l’altro, delle celebri lettere dell’illustratore Saul Steinberg (uno dei veri Saggi del Novecento) pubblicate in Italia da Adelphi. Per me, e per la storia dei giorni giovanili a Città Studi che Buzzi e Steinberg condivisero per tutta la vita, Aldo Buzzi è profondamente legato a Milano, a una Milano che non esiste più. Mi ha colpito perciò trovare fra i tanti ricordi di lui in rete, il resoconto di un incontro con Buzzi nella sua casa milanese postato dallo scrittore e traduttore James Marcus sul suo blog House of Mirth, al quale sono arrivata attraverso il blog italiano sulromanzo. Nel post trovate anche un minuscolo video di questa conversazione.

“Sono quasi due anni dall’ultima volta che sono venuto a trovare Aldo Buzzi a Milano”, scrive James Marcus, “Non sono sicuro di poter raccomandare dicembre ai visitatori di questa città brusca e veloce. le giornate sono corte. Incombono le vacanze. I milanesi hanno il buon senso di di stare a casa a festeggiare, il che significa che mezza città è chiusa. Si può vagabondare nell’opulenza della Galleria, dove cittadini attenti spengono le sigarette sui pavimenti di marmo, ma i negozi sono tutti chiusi. La Scala è chiusa. L’attività del Duomo prosegue a pieno ritmo. Ma la facciata è coperta di impalcature, a loro volta ricoperte da una riproduzione della facciata: l’equivalente architettonico di una menzogna. Almeno davanti al Duomo ci sono dei turisti, che irradiano calore e cameratismo. Le famose vie consacrate alla moda, nel frattempo, sono vuote. Sembra che qualcuno abbia sganciato una bomba atomica su tutto il quartiere: la vita umana è scomparsa, ma le merci sgargianti, con i cartellini del prezzo da infarto, sono ancora in mostra. Non sono capi intesi per essere indossati. Ci sono pellicce che non saranno mai indossate – interi cappotti fatti da schiere di animaletti – tranne forse dai gangster russi e dalle loro consorti. Ma noi non siamo qui in visita, siamo qui per Aldo”. E qui Marcus racconta dello scambio di lettere che ha preceduto questo incontro, mezzo in italiano mezzo in inglese, quella frontiera della fantasia che Aldo Buzzi conosceva così bene e che aveva esplorato con Steinberg – e della sua calligrafia ornata, in via d’estinzione. Buzzi lo accoglie alla porta in cardigan rosso, appoggiandosi al bastone ma ancora vivace per i suoi 97 anni, e la sua mente è rapida e lucida, simpatica e paziente. Marcus descrive il suo tavolo da lavoro, la bozza di una traduzione a metà, le penne e i pennelli, un coltellino giapponese, e una sfera di vetro a forma di occhio che Aldo trova, fotografata dalla compagna di James, Nina, “molto steinberghiana”. Sua moglie, che non c’è più, era la sorella di Alberto Lattuada. Così si parla di cinema, di Enno Flaiano, della casa editrice Ponte alle Grazie che in questi ultimi anni ha ripubblicato tanti scritti di Buzzi. Quando Aldo chiede a James che mestiere faccia sua moglie, lui gli dice che si occupa di questioni finanziarie quasi esoteriche, di cui lui stesso capisce solo una minima parte, perché probabilmente Nina è molto più intelligente di lui. Aldo Buzzi gli risponde: “è sempre così”.

Ancora una volta Yoani Sanchez si è vista negare il visto per uscire da Cuba e andare a New York a ritirare l’ennesimo premio per il suo blog. La sua vicenda viene naturalmente utilizzata per attirare l’attenzione sulla questione della liberalizzazione dei viaggi da e per Cuba, e non è un caso che il primo giornale americano a riportare un’intervista con Yoani in questi giorni sia il Miami Herald, quotidiano della città con la più grossa comunità di espatriati cubani e anticastristi di tutti gli Stati Uniti. Yoani Sanchez, laureata in filologia e una piccola star del mondo dei blog, come fanno molti potrebbe cercare di aggirare la questione del visto triangolando il viaggio su un altro paese, in attesa che i cittadini cubani possano viaggiare dove più piace loro nel mondo. Nel frattempo, però, la cosa che mi sembra veramente interessante è proprio il suo blog. Si chiama Generacion Y ed è ispirato alle persone nate a Cuba negli anni Settanta o Ottanta che hanno il nome che comincia per Y, segnate dalla frustrazione per le limitazioni alla loro libertà. Oltre a un ricchissimo blogroll di link ad altri blog cubani, per chi legge facilmente lo spagnolo i post di Yoani sono una miniera di racconti, sui quali farsi la propria idea. Diamo un’occhiata al suo post più recente – si intitola “Architettura dell’urgenza”:

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Nel testo del post Yoani racconta dello smantellamento pezzo per pezzo di una struttura abbandonata operato da cittadini che riutilizzeranno gli stessi materiali per gli usi più vari, a cominciare dalla vendita al mercato nero. “Come una legione di formiche”, racconta, vengono a smontare la fabbrica chiusa, con i bambini messi agli angoli della strada per controllare se arriva la polizia. Nel giro di tre settimane, delle strutture originali della fabbbrica resta in piedi soltanto una colonna. “Tutto ciò che si poteva usare è stato trasferito nel territorio della necessità. In un’isola in cui riuscire a conquistare un po’ di cemento o di acciaio equivale a trovare della polvere di luna, decostruire per edificare è diventata una pratica comune. Ci sono persone specializzate nell’estrarre frammenti di tubo murati da ottant’anni, o una singola piastrella da un insieme di rovine. Trovare una tazza del gabinetto quasi integra è considerata una grande fortuna”. Un’ode alla destrezza dei riciclatori, che potrebbe farci anche riflettere sulla montagna di sprechi della nostra edilizia.

Con una citazione, guarda un po’, da Ernesto Che Guevara, si apre il blog di Miss Kappa che scrive da L’Aquila. Oggi posta la lettera del sindaco Cialente e della Protezione Civile che chiede a coloro che sono ancora sistemati nelle tende di abbandonarle prima che arrivino i rigori dell’inverno, in cambio di altre sistemazioni altrettanto provvisorie. Nel suo post trovate il testo integrale della lettera ufficiale, ma anche quello della risposta dei cittadini, che affronta una questione di cruciale importanza, quella del mutuo soccorso.

Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “Dos gardenias” del Buena Vista Social Club.

Ecco la puntata di oggi:

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si comincia oggi!

martedì, ottobre 6th, 2009

wrecking ball lyrics world premiere

Oggi la prima puntata di Alaska a mezzogiorno! Grazie a tutti quelli che hanno scritto per fare in bocca al lupo.

Nella puntata di oggi si parlerà di smottamenti, David Letterman, rivoluzione portoghese, e una chicca dal New Jersey.

Nel pomeriggio i link e il podcast.

Sono appena rientrata dagli Stati Uniti. Prima di partire, avevo trovato un blog di giovani architetti che studiano a Catania. Eleonora, originaria di Caltagirone, scriveva dei pericoli di smottamento nella sua città, e dei fiumi di delibere e stanziamenti per i lavori di consolidamento, manco a dirlo ancora fermi dopo due anni. Poi, in America, ci è arrivata la notizia dell’alluvione di Messina.

Mentre in Italia basta la pioggia per demolire le città, il Giants Stadium delle Meadowlands, nel New Jersey, viene demolito dopo 33 anni per trasferire partite e concerti nel nuovo stadio, già pronto a pochi metri di distanza. Bruce Springsteen è stato chiamato a tenere i cinque concerti d’addio al vecchio stadio, e per l’occasione ha scritto una nuova canzone, “Wrecking ball”, un “inno alla distruzione creativa e all’indistruttibilità”, di cui potete vedere il video della seconda mondiale del 2 ottobre.

Negli Stati Uniti, le notizie in prima pagina in questi giorni sono due: una è la discussione sulla riforma sanitaria proposta da Obama e bloccata al Senato, e l’altra quella dello scandalo sessuale che riguarda il popolarissimo comico e conduttore del Late Night Show, David Letterman.  Pochi giorni fa il conduttore ha rivelato nella sua trasmissione di trovarsi da tre settimane alle prese con un ricattatore, un produttore della sua stessa rete, la CBS, che ha tentato di estorcergli due milioni di dollari per non fare rivelazioni sulle sue relazioni sessuali con alcune redattrici dello show. Sebbene se digitate “sex scandal” su Google, continui a uscire prima Berlusconi,  i tabloid americani si stanno scatenando sui comportamenti impropri di Letterman. Nel frattempo, grazie alla sua denuncia e alle sue ammissioni pubbliche, il ricattatore Robert Joe Alderman è stato arrestato, e al processo Letterman dovrà sottoporsi al controinterrogatorio dell’avvocato difensore  Gerald Shargel. Oggi il New York Times riferisce sulle nuove dichiarazioni di Letterman, che si è scusato pubblicamente con la moglie nel corso del Late Night Show.

Ieri ricorrevano i 99 anni della rivoluzione portoghese, e lo scrittore José Saramago ha postato il ricordo di un episodio commovente di quel momento, intitolato “Repubblica”. Grazie a Massimo Lafronza, e all’autorizzazione del premio Nobel, potete seguire il blog di Saramago anche in italiano. I contenuti del blog sono anche quelli del “Quaderno”, il libro di Saramago che a suo tempo la sua casa editrice italiana, Einaudi, si rifiutò di pubblicare, perché conteneva pesanti commenti su Berlusconi, e che oggi escono per Bollati Boringhieri.

Le musiche di oggi erano “Wrecking ball”, inedito di Bruce Springsteen, e “Six weeks” di Fink.

La sigla di Alaska è “The desert is on circle” dei Six Organs of Admittance.

A domani, quando ci sentiremo anche in replica alle 21!

Ecco la puntata di oggi:

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