Archive for the ‘gastronomia’ Category

libri da bruciare?

giovedì, novembre 11th, 2010

Il mondo dei libri è così vasto e omnicomprensivo che a volte ci troviamo di fronte a casi che non assoceremmo d’istinto all’idea di una biblioteca ben fornita e alla profondità che i libri regalano alla nostra vita. Ma sempre di libri si tratta. Cominciamo dal caso del manuale per pedofili che ha dato una scossa di indignazione al mondo della rete. Il Post ricostruisce che cosa è successo quando Amazon lo ha messo in vendita. Intanto è uscito negli Stati Uniti il volume di memorie di George W. Bush, proprio lui, lo scimmiotto texano che è stato presidente soltanto fino a due anni fa, anche se sembra che siano passati secoli. Le sue rievocazioni su Cheney, sulla decisione di usare la tortura del waterboarding in Iraq, e in generale sugli anni più terribili della sua presidenza, stanno già facendo discutere da giorni. Ma il Daily Beast sceglie un taglio particolare, esaminando una classifica documentata di come se la cavano i politici americani che pubblicano libri, quanto vendono, e quali sono riusciti a trasformare in voti  i loro lettori. Per finire un po’ più in leggerezza, un libro in cui da bruciare ci sono solo le calorie, Peter Menzel e Faith D’Aluisio hanno pubblicato in Hungry Planet una ricerca corredata di fotografie su 80 persone in 30 paesi del mondo per rispondere alla domanda “chi mangia di più?”,  e i risultati non sono scontati: qui la presentazione di Elizabeth Gettelman (come sempre i post in inglese ve li traduco qui sotto nel podcast)

♫ Le canzoni di oggi erano “I’ll take care of you” di Mark Lanegan e “Adesso è facile” di Mina & Afterhours

Ecco la puntata di oggi:

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taxi

giovedì, marzo 25th, 2010

taxi_driver

Anche se passa tutto il giorno in macchina, e forse a casa è troppo stanco per postare, il tassista è una delle creature più adatte a tenere un blog: fra osservazioni sulla varia umanità che gli capita di trasportare, e la vita fitta e intricata di regolamenti, licenze e problemi di traffico, è un osservatore nato della vita delle città vista dalla strada. In fondo, il tassista è un narratore nato, e di storie da raccontare ne ha a profusione. Anche nella nostra trasmissione del mattino, Ancora 10 minuti, c’è un tassista protagonista. In Italia i blog dei tassisti sono soprattutto tecnici o rivendicativi; da Milano, però, scrive il Blogtassista, che raccoglie tutte le notizie degne di nota sul mondo dei taxi cittadini, e fornisce qualche indicazione logistica interessante per tutti. Potete vederne qualche esempio qui.

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Un esempio eccelso, invece, di tassista come narratore, è quello delle Cronache di un Tassista di Las Vegas, che fra deserto e casinò, grandi alberghi e slot machine, si diletta nella composizione di un affresco urbano che qualche volta ricorda James Ellroy. In traduzione vi propongo uno dei suoi post che racconta il tipico braccio di ferro col cliente sulla strada migliore da imboccare, con tanto di dialoghi e sceneggiatura in cui monta la tensione…  (potete leggerlo qui e  riascoltarlo tradotto qui sotto nel podcast)

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A New York (con un’appendice altrettanto interessante che riguarda Buenos Aires) esiste invece un blog molto frequentato, Taxi Gourmet, che si propone di mappare locali, chioschi e ristoranti a poco prezzo preferiti dai tassisti della città. Nell’insieme, è un’avventura culinaria da acquolina in bocca fra i segreti di tutte le etnìe di New York, soprattutto quelle latine, sullo sfondo di una serie di leggende urbane. Taxi Gourmet è diventato una bibbia persino per i critici gastronomici e per i blogger che si occupano di cucina.  Qui potete trovare la storia di Layne e di come è nata l’idea di questo blog (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Le musiche di oggi erano “Mr Cab Driver” di Lenny Kravitz e “Big yellow taxi” di Joni Mitchell; il frammento di dialogo era di Robert De Niro da Taxi driver di Martin Scorsese.

Ecco la puntata di oggi:

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attrezzi di lavoro

giovedì, novembre 12th, 2009

kurt con pumpkin

(Kurt Vonnegut e Pumpkin)

Vi piace la nuova veste dei link in azzurro?

Partiamo dalla cucina, e da quello che sta combinando Jamie Oliver, che forse ci dice come potrebbero diventare i libri di cucina del futuro, Dissapore recensisce la nuova trovata (niente male) dell’enfant prodige della gastronomia inglese, quello che ha convinto Blair a rifare completamente i menu delle scuole inglesi e che ha portato sulla tavola della regina la dieta mediterranea. Posto che Jamie Oliver, per bello e simpatico che sia, ormai sta un po’ alla cucina come l’Ikea sta ai mobili, la sua idea non è niente male. Si tratta di un’applicazione per l’IPhone con le istruzioni e la ricetta per un pasto da preparare in 20 minuti. Ecco di cosa si tratta nei dettagli.

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Un paio di puntate fa abbiamo sfiorato un post di Alexandra Alder sulle bislacche abitudini dei grandi scrittori che potrebbe piacervi, così ve lo traduco, prima che Murdoch cambi di nuovo idea e gli articoli del Wall Street Journal non si trovino più online:

“Nicholson Baker si alza alle 4 del mattino per scrivere a casa sua nel Maine, lascia le luci spente e imposta il portatile con lo schermo nero e il testo in grigio, in modo da non interrompere la sensazione di buio.  Scrive per un paio d’ore in quello che definisce uno stato onirico, e poi torna a dormire, per risvegliarsi alle 8.30 e correggere quello che ha scritto. Il suo primo romanzo l’ha scritto dettando in un registratore mentre faceva il pendolare aventi e indietro dal lavoro. Per il ultimo romanzo su un poeta frustrato si è fatto crescere la barba per somgliare al suo personaggio, ha messo un cappellaccio marrone, e si è videoregistrato con una telecamera per 40 ore mentre leggeva poesie ad alta voce. Alla fine, quando la bozza del romanzo gli è sembrata troppo ordinata, lo ha diviso in sezioni numerate e le ha mescolate tutte a caso. Ne è venuto fuori un gigantesco casino e ha fatto una fatica terribile per rimettere tutto al suo posto.

Al romanziere turco premio Nobel Orhan Pamuk capita di riscrivere la prima frase dei suoi romanzi da 50 a 100 volte. “La prima frase è la più difficile, è dolorosa”, dice. Pamuk scrive a mano, su taccuini a quadretti, e riempie una pagina di prosa lasciando l’altra libera per le revisioni, che inserisce come balloon di fumetti. Poi spedisce i taccuini a un dattilografo rapidissimo che glieli restituisce sotto forma di dattiloscritto, e questo ciclo va avanti e indietro tre o quattro volte.

Hilary Mantel scrive subito appena sveglia la mattina, prima di aver pronunciato una sola parola o aver toccato un goccio di caffè. Di solito prima butta giù degli appunti su quello che ha sognato, altrimenti si confonde. Ha l’ossessione di prendere appunti e si porta sempre in giro un taccuino su cui annota frasi strane, frammenti di dialogo e descrizioni, che poi attacca su una gigantesca bacheca in cucina, dove rimangono finché non ha trovato loro un posto nella storia che sta scrivendo.  Ha appena passato cinque anni a fare ricerche per il suo romanzo che ha visto il Booker Prize, un dramma alla corte dei Tudor al tempo di Enrico VIII. La parte più difficile è stata far coincidere la sua vicenda con i fatti storici, per questo ha creato un catalogo di schede, una per ogni personaggio in ordine alfabetico. Su ogni scheda aveva scritto dove si trovava ogni figura storica nelle date importanti. “E’ fondamentale sapere se il Duca di Suffolk era lì o no in quel momento, o se si suppone che fosse da un’altra parte”, dice.  Un giorno, in panico sulla lunghezza del romanzo, ha usato il suo trucco migliore, quello di buttarsi sotto la doccia. Ne è uscita gridando che aveva capito che avrebbero dovuto essere non uno, ma due romanzi.

Kazuo Ishiguro, fin da quando era ragazzo,  ha cercato di diventare un cantautore, una prima parte di carriera che lo ha aiutato a sviluppare quel tipo di narrazione succinta in prima persona in cui il personaggio sembra sapere più di quello che dice. Di solito trascorre due anni a fare ricerche per ogni romanzo e un anno a scriverlo. Siccome scrive in prima persona, la voce che sceglie è cruciale, perciò fa delle specie di audizioni di possibili narratori scrivendo qualche capitolo da punti di vista differenti. prima di cominciare una bozza, compila cartelle di appunti e schemi in cui non solo delinea la trama ma anche aspetti più raffinati della narrazione, come le emeozioni o i ricordi di un personaggio. E’ proprio questa preparazione, racconta, che gli permette di omettere degli elementi  o creare equivoci con la voce del narratore.

Michael Ondaatje scrive in quaderni di medio formato a righe e le prime tre o quattro stesure le realizza a mano, a volte letteralmente tagliando e incollando interi passaggi con le forbici e lo scotch. Alcuni dei suoi taccuini hanno quattro strati di carta uno sull’altro. Se le parole gli vengono facili, il grosso del lavore è riorganizzare le frasi. Per lui il concetto di blocco dello scrittore non esiste, se mi blocco su qualcosa, dice,  scrivo un’altra scena. Il suo romanzo del ’92, Il paziente inglese , è nato da due sole immagini: quella di un paziente sdraiato a letto che parla con un’infermiera, e quella di un ladro che ruba una fotografia di se stesso.

Richard Powers, i cui libri sono pieni di scienza arcana e trame fittisssime, ha scritto gli ultimi tre romanzi a letto, parlando a un software di riconoscimento vocale. Dan Chaon scrive su chili di schede di colori diversi, che all’inizio della carriera si portava dietro ovunque andava. Poi le trascrive al computer e scrive fuoriosamente dalle undici di sera alle 4 del mattino. La scrittrice canadese Margaret Atwood dice “Metti la mano sinistra sulla scrivania. Alza la destra in aria. Se stai così per un po’, ti verrà in mente una trama”". Un approccio di cui lei però non ha bisogno. Quando le viene un’idea, la butta giù su un foglietto o un tovagliolo di carta, un menu di ristorante, o a margine del giornale. Comincia con un’idea vaga della trama che di solito si dimostra sbagliata, e fa avanti e indietro fra la scrittura manuale e il computer. Edwidge Denticat crea un collage di immagini su una bacheca nel suo ufficio, e ha preso questa tecnica dagli storyboard che i registi usano per delineare lo svolgimento di un film. In più, dice, le piace il fatto che si tratti di un processo tattile, un po’ vecchio stile. A volte riempie anche quattro bacheche, e man mano che la storia le è più chiara, restringe le immagini a una sola tavola. Scrive in registri azzurri da esame e ne usa anche 100 per ogni romanzo. La ditta a cui li ordino, dice, dev’essere convinta che io sia un liceo.

Junot Diaz, ha una memoria terribile e deve scrivere tutto, e quindi scrive anche molto lentamente. Ha gettato via due prime versioni precedenti di Oscar Wao, circa 600 pagine, prima che quella definitiva prendesse forma. Mentre scriveva, si è letto sei volte la Trilogia di Tolkien del Signore degli Anelli per entrare nella testa del suo protagonista, l’adolescente domenicano ossessionato dal fantasy e dalla fantascienza. Spesso mentre scrive ascolta colonne sonore orchestrali, perché le parole dei cantati lo distraggono, e quando ha bisogno di ritirarsi dal mondo, si chiude in bagno e si siede sul bordo della vasca. E’ una cosa che faceva impazzire la mia ex, dice.

Amitav Gosh è arrivato a un punto per cui se una frase gli viene facile, sospetta che ci sia qualcosa che non va. Scrive a mano, poi batte al computer. Ogni frase dei romanzi che pubblica è stata riscritta almeno venti volte. Usa solo inchiostro azzurro Pelikan su carta bianca francese a righe. Lavorando tanto su carta, dice, si diventa ossessivi sullo spazio che ci deve essere fra ogni riga.

Russell Banks scrive la saggistica al computer ma si blocca se deve scriverci un romanzo. Le prime stesure le fa a mano, lavorando dalle 8 del mattino all’una e mezza, nel suo studio che una volta era un capanno per la produzione dello sciroppo d’acero.

Colum McCann scrive un paio di capitoli, li stampa in un font molto largo e poi li pinza a forma di libro e se li porta a Central Park. Cerca una panchina libera e fa finta di leggere come se fosse il romanzo di qualcun altro. A volte mentre scrive riduce il carattere a otto punti e si sforza di leggere. Sostiene che in questo modo diventa più critico sulle parole che ha usato. Al contrario, Anne Rice scrive in corpo 14 molto spaziato su uno schermo gigante, e più grande è lo schermo più si concentra. Infine, la giallista Laura Lippman, quella dei romanzi sulla detective Tess Monaghan, traccia interi diagrammi della storia che deve raccontare, con linee di colore per i vari fili della trama, usando schede, schizzi, nastri colorati e pennarelloni.”

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Qualche puntata fa vi ho fatto sentire James Kochalka che raccontava di American Elf, il suo diario a fumetti online – ebbene, ne abbiano uno anche a casa nostra, e ascolta Alaska! Ci siamo collegati in diretta con Dulco per raccontare cosa sta dietro a Fulvo.

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Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat Bruce Springsteen e “Spider’s web” di Jamie T.

Ecco la puntata di oggi:

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carta

martedì, novembre 10th, 2009

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Apriamo oggi con gli auguri di buon decimo compleanno a una libreria – sì, perché la magnifica Spoonbill & Sugartown, nel cuore di Williansburg a Brooklyn, compie gli anni oggi e festeggia in un modo particolare. Da qualche settimana, fra i tascabili usati, i tappeti persiani, i volumi di illustrazione, grafica e fotografia, il gatto nero e il gatto tigrato, le scatole di legno, i quaderni e gli artists book in copia unica, i giovani librai chiedono a ogni cliente di farsi fotografare con il proprio acquisto e di compilare un modulo nel quale descrive com’è avvenuto il suo incontro con la libreria, e cosa ci trova di speciale. In vetrina campeggiano le faccione dei primi clienti fotografati, che esibiscono orgogliosamente l’ultimo libro scovato da Spoonbill. In seguito, le fotografie e le schede compilate andranno a formare a loro volta un libro. Nel frattempo, tutti i clienti sono invitati oggi a partire dalle 10 del mattino ora locale – ancora il 10! – a vedersi un concerto, ma soprattutto a “prendersi 10 momenti di riflessione, silenziosa o meno, su un libro che hanno letto negli ultimi 10 anni”. Un bel gioco che possiamo fare anche noi a distanza, per celebrare la gratitudine per i libri e per una libreria che ci fa scoprire cose di cui non sospettavamo neanche l’esistenza. Anche se non ci sfugge la dolorosa carenza dalle nostre parti di librerie di quartiere calde e affettuose, alle quali sentirsi legati, che rifuggano dalla vetrina preconfezionata con le ultime novità e si facciano paladine della scoperta. E qualcosa ne sanno i librai, sommersi dagli scatoloni di volumi, dai conti da pagare e dagli affitti stellari. Già che ci siamo, voglio proporvi di dare  un’occhiata anche alla libreria virtuale di Mark Sarvas, lo scrittore che oltre che a scrivere riesce anche a tener il miglior blog letterario del mondo secondo il Guardian, spaziando fra recensioni di libri, resoconti di quello che sta scrivendo, eventi letterari, e altri blog a tema. Fra gli ultimi post il richiamo a un articolo di Alexandra Alder sul Wall Street Journal nel quale alcuni autori di nome raccontano le loro fissazioni quando stanno scrivendo un romanzo; oppure un’anticipazione critica del nuovo romanzo di Philip Roth appena uscito negli Stati Uniti, oppure il lancio di una serie di racconti su commissione che verranno venduti su e-bay.

Il miliardario delle news Rupert Murdoch minaccia di ritirare il contenuto dei suoi giornali dalle ricerche di Google. Douglas Rushkoff, esperto di nuovi media, sostiene che un vero conservatore potrebbe salvare il giornalismo dalla libera rete..

Per quanto possa suonare improbabile, Rupert Murdoch potrebbe essere la nostra ultima speranza di una soluzione pacifica nella guerra di Internet al giornalismo professionale. Un uomo che molti incolpano di addomesticare, globalizzare e svalutare le notizie sta pensando di prendere posizione contro una forza più grande di lui: i link. In una intervista concessa nel fine settimana a Sky News Australia, Murdoch ha sfidato la Regola Cardinale di Internet avanzando l’ipotesi che l’informazione debba costare qualcosa: “non dovrebbero trovarla sempre gratis, e penso che fin adesso abbiamo dormito. fare un giornale ci costa un sacco di soldi”. Alludendo al fatto di essere pronto a togliere la spina alla reperibilità universale delle notizie, sta invitando altri editori nella sua stessa posizione a prendere in considerazione di fare la stessa mossa.

Murdoch sta parlando di qualcosa di più che semplicemente far pagare l’accesso alla versione online dei suoi giornali, cosa che il Wall Street Journal e qualche altro fanno già con successo da anni. Inveendo contro i “cleptomani di contenuti” come Google, Microsoft e Ask.com – che in effetti è come se si sindacassero alle sue pubblicazioni senza pagare – Murdoch ha perfino suggerito di voler erigere dei muri di protezione che impediscano agli articoli dei suoi giornali di risultare nelle ricerche su Google. Proprio così: invece di sfruttare il sistema per ottenere dei ranking più alti nei risultati delle ricerche, Murdoch sta pensando di ritirare del tutto i suoi contenuti dalle ricerche di Google – un’operazione semplicissima che Google sostiene sia a disposizione di qualunque sito lo desideri.

Naturalmente a Google sono sbalestrati dal fatto che qualcuno voglia farlo. In una dichiarazione rilasciata in risposta alla sfida di Murdoch, affermano che il pensiero di Google è ovviamente questo: “gli editori mettono i loro contenuti sul web perché vogliono che vengano trovati”. Ma come sta imparando la News Corp di Murdoch e molte altre imprese editoriali, a volte Google rende fin troppo facile agli utenti del web trovare i loro contenuti. Nel loro sforzo per allinearsi a Internet e collaborare all’idea che ci vuole un’informazione gratuita, molti giornali hanno trasformato i loro elementi di profitto in un peso. A cosa serve un pubblico globale se nessuno paga? Senza ritorno, virtualmente i giornali se ne vanno gambe all’aria. Così, mentre i giornalisti del New York Times attendono di sapere chi di loro sarà fra i prossimi 100 a restare senza stipendio fra due mesi, l’Associazione degli Scrittori tiene seminari su come guadagnarsi da vivere come autore professionista, e i forum di Mediabistro sono pieni di post di giornalisti che stanno pensando di andare a fare un altro lavoro, è arrivato il momento che qualcuno prenda in considerazione un’alternativa alla fusione fra il giornalismo professionista e la blogosfera sempre disponibile e sempre gratuita.

Certamente, l’ascesa del gratuito è stata una manna del cielo per tante persone: milioni in tutto il mondo, o almeno fra quelli che hanno una connessione internet, godono di un accesso gratuito in qualunque momento a tutta l’informazione di cui hanno bisogno. Ma proprio come l’accesso libero alla musica porta al fatto che nessuno può più vivere di musica, il giornalismo gratuito non può mantenersi, soprattutto quando è un motore di ricerca a fornire tutta la pubblicità. ma quello che ha capito Murdoch è che una rivolta contro la gratuità dei contenuti vorrà dire più che erigere un login per abbonati fra il Google di link e l’articolo. Il login non fa altro che spingere l’utente a trovare una fonte alternativa di informazione. No, quello di cui si è reso conto Murdoch è che un giornale non ha un valore soltanto per i suoi singoli contenuti, articoli o notiziole che possono essere scelti da una lista generica. Un giornale fornisce un contesto. racconta una storia attraverso la sua selezione di articoli per quella determinata giornata, il loro accostamento e anche la loro continuità nel tempo. Aprendosi alla vivisezione immediata tramite ricerca, gli editori invitano alla disconnessione dei loro articoli dal loro contesto e dalla loro sorgente. E più incoraggiano questo sfruttamento dei loro contenuti, più incoraggiano i i lettori a vedere il lavoro dei loro giornalisti come meri dati, isolati da una prospettiva più ampia. Qualcosa che sta al giornalismo come le suonerie dei cellulari stanno alla musica. Quando Murdoch comprò il wall Street Journal, uno dei pochi grandi giornali ad avere un accesso a pagamento, aveva detto che avrebbe presto rimosso il pedaggio per promuovere un maggior numero di lettori e un maggior numero di pagine viste per le pubblicità. Adesso, solo due anni dopo, si sta accorgendo che il Wall Street Journal aveva ragione, che alla fine dei conti, mantenendosi intatto, ha protetto la propria integrità come pubblicazione. E non è che Google sia sul mercato soltanto per il bene pubblico. Google fa i suoi bei soldi tenendo aperti i contenuti di tutti nelle sue pagine di ricerca, ma soprattutto i loro contenuti pubblicitari. Un mondo di contenuti open è un mondo aperto a Google.

Certo, è difficile battersi contro l’apertura dell’universo di Google senza risultare buii, musoni e conservatori come, diciamo, Rupert Murdoch. E io da giornalista professionista che comunque sostiene un internet che sia della gente, sono felice di competere con migliaia di blogger amatoriali che raccontano e commentano le stesse storie che racconto io. Ma il vantaggio di cui godono i giornalisti professionisti è solo quello: di essere professionisti, pagati per avere il tempo e le risorse di cui hanno bisogno per dedicarsi al loro compito. Se non riusciamo a fare di meglio, va bene, ma se continua così non riusciremo nemmeno a dimostrarlo. E’ ovvio che per ora i commenti di Murdoch sono solo una sparata per sondare il terreno. Ha iniziato un discorso che però pochi di noi sono in grado di supportare con un impero mediatico multimiliardario. Suggerendo l’idea di togliere la spina alle notizie universalmente accessibili, sta invitando altri editori a pensare di fare lo stesso, e io spero che lo facciano.

E voi, cosa ne pensate? Commentate qui sotto.

Vi ricordate quando abbiamo parlato della chiusura della grande rivista gastronomica Gourmet? Il nostro ascoltatore Sapo ha trovato una cosa molto interessante che vi consiglio di andare a vedere, un sito fatto interamente con le fotografie dei corridoi vuoti di Gourmet scattate da un redattore che ci lavorava, Kevin DeMaria, che aiutandosi con i secchi dell’immondizia per appoggiare la sua macchina fotografica per le lunghe esposizioni, ha ritratto gli scatoloni impilati, i disegni e le foto staccati dai pannelli, i neon spogli, gli scaffali vuoti, i resti del cibo mangiato ai tavoli delle riunioni e i redattori malinconici alle scrivanie che dovranno presto abbandonare. Gourmet sarà anche stata il simbolo di una certa editoria patinata, ma vedere i segni di un luogo di lavoro che muore fa sempre impressione.

Le musiche di oggi erano “Come home to me” di Steve Earle e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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il coniglio, l’orto e le torte fatte in casa

venerdì, ottobre 30th, 2009

abby pumpkin patch

Questa foto viene dallo stupendo blog di Abby!

Oggi si parte da Londra: Fabio Barbieri riporta sul suo blog la scoperta di un nuovo museo delizioso, il Museum of Everything, dedicato alla “outsider art”, discendente dell’art brut. In realtà è una casa diventata studio di registrazione e poi museo, ma ci trovate ancora le torte fatte in casa. Per leggere integralmente il post di Fabio, andate sul suo post del 26 ottobre. Alaska l’ha chiamato in diretta per farsi raccontare meglio, e potete sentirlo nel podcast della puntata qui sotto.

Come potete sentire, un appassionato di art brut è Nick Cave. Vi ho raccontato qualche puntata fa quello che si trova sui blog a proposito del suo nuovo romanzo La morte di Bunny Munro, e oggi vi propongo un estratto dell’intervista che  gli ho fatto qualche giorno fa, in occasione del suo passaggio a Milano con un buffo e intenso reading-concerto al Teatro dal Verme. Anche l’intervista potete ritrovarla nel podcast qui sotto.

In tempo di vendemmia, raccolta delle castagne, delle olive e delle zucche, mentre noi topi di città ci muoviamo ignari di quel che si pianta e si semina, potrebbe piacervi il blog di Sarah Raven. Insegnante inglese appassionata di orticultura, Sarah cura una rubrica per il Telegraph e una trasmissione sulla BBC – la sua agenda sembra decisamente sincronizzata con quella delle stagioni e delle raccolte. Con la sua guida, forse, un davanzale decente di odori riusciremo a metterlo insieme.

Gli ultimi aggiornamenti del suo diario recitano: “settembre – è stato un mese molto pieno qui da noi a Perch Hill. In questo periodo dell’anno progettiamo le coltivazioni dell’inverno e della primavera. L’orto si riempie di insalate e lattughe da raccogliere durante i mesi più freddi. Non c’è ragione di smettere di mangiare l’insalata insieme a una buona ciotola di zuppa calda. Stiamo anche seminando gli ultimi annuali per i fiori perenni dell’anno prossimo, che quest’anno sono cresciuti prima e sono molto più resistenti se riescono ad attecchire prima di primavera, per questo voglio approfittare di questa finestra d’autunno. Sono anche molto contenta dei nostri bulbi e della zona dedicata agli odori che abbiamo annesso al giardino per i fiori da recidere.” Nel blog di Sarah Raven, potete viaggiare tra sedute di fotografia per ritrarre le piantine per le bustine di semi che vedete dal giardiniere, viaggi di studio in Olanda a caccia di dalie giganti, incontri con strani edifici e persone interessanti, e anche ricette legate alla vita dell’orto.

Buon fine settimana a tutti, Halloween compreso!

Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “The rider song” di Nick Cave & Warren Ellis

Ecco la puntata di oggi:

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diario a fumetti

giovedì, ottobre 29th, 2009

101309

Da questo mese c’è un nuovo personaggio su American Elf, il diario a fumetti di James Kochalka; è un gatt0, e le sue prime avventure in famiglia fanno veramente ridere. Prodigio del romanzo a fumetti, pittore e anche musicista con il gruppo rock James Kochalka Superstar, Kochalka ha fatto una strana scelta dieci anni fa, diventando il primo fumettista a tenere un diario della propria vita sotto forma di strisce a fumetti. Nella maggior parte dei casi si tratta di tre o quattro riquadri in sequenza, che catturano, quasi come una breve poesia o un haiku per immagini, quello che Kochalka considera il momento essenziale o più simbolico della sua giornata. In questo modo oggi la raccolta degli Sketchbook diaries ritrae i dubbi esistenziali dell’autore, il rapporto con la moglie, la famiglia che cresce, gli amici, ma anche momenti qualunque della routine personale a cui di solito non facciamo caso. Memorabile la vignetta del giorno della vittoria di Obama. Lo stesso Schultz si era molto appassionato a questo progetto di Kochalka. Col tempo James ha cominciato a pubblicare le strisce anche a colori; ci si può anche abbonare al suo sito web, e il progetto della casa editrice Fernandel, che ha cominciato a pubblicare tre anni fa il primo anno della striscia completamente tradotta per i lettori italiani, è di pubblicare man mano anche gli anni seguenti. Vi ho proposto un frammento di conversazione con James, che ci racconta com’è tenere un blog per vignette, potete riascoltarlo in fondo al post insieme alla puntata.

Mumford and sons, un gruppo di ventenni inglesi, autonominatisi “gentiluomini della strada”, un solo disco all’attivo, sono carichi di una saggezza da ottuagenari, di una capacità di costruire canzoni, arrangiarle e riempirle di pathos che mi appare abbastanza miracolosa oltre che assolutamente anacronistica. Anche loro, guardacaso, tengono un blog.  Ernesto Assante, sul suo blog di Repubblica, posta alcuni video molto interessanti delle Bookshop sessions del gruppo in una libreria, un’altra splendida dimostrazione che “piccolo è bello”. C’è l’omino che accorda il pianoforte… e il gruppo con chitarra acustica, banjo e contrabbasso che suona fra gli scaffali carichi di libri. Un po’ topi di biblioteca sono, questi Mumford and sons, visto che si sono spartiti i compiti, i loro ultimi post raccontano di una passeggiata fotografica di Ted a Bristol, Ben si occuperà di sopravvivenza alimentare in tournée, Marcus racconta dell’ultimo libro che ha letto, mentre si accinge a cominciare Cavalli selvaggi di Cormac MacCarthy. E’ il primo post del neonato club del libro di Mumford and sons.

E come possiamo parlare di club del libro e non andare a vedere come si è concluso ieri l’esperimento di Nina Sankovitch, un libro al giorno per 365 giorni? L’ultima recensione che ha postato è di un libro di Pete Dexter, ed è’ abbastanza commovente il messaggio che trovate oggi sulla homepage del suo blog: “CE L’HO FATTA! 365 LIBRI! CHE ANNO MERAVIGLIOSO E’ STATO!” Non posso fare a meno di chiedermi cosa farà adesso, se si prenderà un po’ di vacanza, se perderà l’allenamento come un’atleta a riposo, o se se scoprirà di non poter più smettere. Nel frattempo vi propongo un estratto della sua ultima recensione.

Spooner di Pete Dexter è stato assolutamente il libro perfetto da leggere da ultimo in questo mio progetto. Spooner parla di tutto ciò che ha importanza nella vita. Parla di connessioni umane, di comprensione, di resistenza, e – l’aspetto forse più importante  della vita – di narrazione. Come raccontiamo la nostra storia è come comprendiamo noi stessi nell’universo: la verità si manifesta nel modo in cui la nostra storia si dipana. Spooner sfoglia strati su strati di famiglia e tempo e ostacoli della vita, consumati o meno. Me l’ha raccomandato un’amica che è entrata nella mia vita per via del mio progetto di lettura e scrittura, e anche questo è stato perfetto: ho ricevuto tanti doni quest’anno, doni di saggezza, di umorismo, di conforto, e di amicizia, e Spooner parla di questo e di più in una prosa che è intelligente, genuina, precisa e molto spesso assai divertente.

Con un romanzo voluminoso (469 pagine), Dexter ha creato una famiglia che vivrà per sempre nella mia mente, collocata in un mondo che riconosco fin troppo bene, e l’ha lasciata ad affondare, nuotare o librarsi in aria. Dexter è il Dickens dei nostri tempi, che si tuffa nelle questioni del nostro tempo (istruzione, sessualità, giornalismo, assistenza sanitaria, conflitto di classe, sport e terapia). Parla delle grandi questioni su come si può vivere una vita etica, su come resistere davanti ai fallimenti, come superare i complessi di abbandono del passato e forgiare rapporti genuini.”

le musiche di oggi erano “Little lion man” di Mumford and sons e “Take my heart” di Chris Isaak

Ecco la puntata di oggi:

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gustose frivolezze

giovedì, ottobre 15th, 2009

strawberries

Oggi cibo, cinema, televisione, e in genere qualche idea su come si possano sprecare grosse somme di denaro:

Si dice che a vedere il kolossal leghista Barbarossa non ci sia andato praticamente nessuno, un flop al botteghino. Ma Le Malvestite, che fra l’altro ha appena preso il premio annuale per i blogger di Riva del Garda, si è sottoposta a questo strazio anche per il nostro bene. Qui la sua eroica recensione.

Conseguenze della recessione: fra le tantissime riviste che stanno chiudendo, in Italia e nel mondo, c’è anche la rinomata Gourmet americana, 68 anni di storia, una delle innumerevoli testate Condé Nast, che a causa del crollo negli investimenti pubblcitari chiuderà, sappiatelo, anche Sposa Moderna e Sposa Elegante (a proposito di appetiti, Playboy invece resiste). Ho trovato la notizia su Gourmet qualche giorno fa sul blog di Mav, che sta nel Vermont ed è costernata, visto che il suo blog è un inno al cibo, e che come molti anglosassoni delle ultime generazioni, anche lei ha scoperto la venerazione per il cibo grazie a Jamie Oliver e a Gourmet. Mentre su twitter si scatena la campagna Savegourmet, a Route 66 del Corriere ecco cosa scrive Alessandra Farkas. Su dissapore.com, invece, in coda al post di Massimo Bernardi, i lettori commentano raccontando di quali riviste non potrebbero fare a meno. Invece su World of Mouth, il bog culinario del Guardian, il racconto di qualcuno che la sa lunga perché a Gourmet ci ha lavorato:

“Il fatto che la Condé Nast abbia deciso che economicamente non ci fosse più ragione di continuare Gourmet, per noi che ci abbiamo scritto è stato un fatto sconvolgente. Lavorare per Gourmet era come sorvolare l’Atlantico in prima classe. Ti rovinava tutte le altre riviste gastronomiche. Non era soltanto una questione di compenso, che comunque poteva toccare diversi dollari a parola. Era anche la perizia delle manovre, che incutevano soggezione: il modo in cui le sedute fotografiche del cibo venivano organizzate come se fossero dei set hollywoodiani, con tanto di chiamate del casting e catering sul posto; le attenzioni dei molti redattori; l’inseguimento da parte dei famosi controllori dei fatti – un episodio famoso è quello della controllora che chiamò un autore, che in un pezzo per Gourmet faceva riferimento a Colazione da Tiffany, chiedendogli il numero di telefono di Miss Holly Golightly in modo che potesse verificare cosa si diceva di lei nell’articolo…
Gourmet era anche celebre per le rigorose verifiche delle ricette. Mi ricordo di una volta che ho fatto un giro negli uffici; mi mostrarono le leggendarie cucine presso il quartier generale della Condé Nast a Times Square. Occupavano metà dell’edificio, con i soffitti a doppia altezza così da ottenere una vista perfetta di Manhattan. Quel giorno sembrava che ci fossero decine di squadre al lavoro, lì a cucinare ogni ricetta da capo più e più volte. Per il lettore britannico il risultato era un po’ difficile da digerire. Sulle pagine di
Gourmet tutto era sempre solare e leggero e morbido e piacevole. Era una glassa burrosa con doppia panna e ciliegie. La rivista si era specializzata in fotografie di pranzi, cene, feste in barca o in spiaggia – piene di gente dai denti luccicanti che si divertiva come non mai. Quando assunse la direzione della rivista, Ruth Reichl, che era stata il critico gastronomico del New York Times, dichiarò di volerla far diventare il New Yorker del cibo. Cosa che molti di noi interpretarono come l’intenzione di riempirla di pezzi chilometrici, approfondimenti e meravigliosi capricci. In realtà, ella ha realizzato quell’ambizione soltanto una volta, quando pubblicò un pezzo monumentale del defunto scrittore David Foster Wallace, “Considera l’aragosta”. Lo aveva mandato alla fiera dell’aragosta nel Maine e lui aveva scritto un trattato sul fatto che le aragoste potessero provare dolore, completo delle sue famose note a pié di pagina. Migliaia di lettori di Gourmet scrissero per protestare. Non era per quello che compravano la rivista. Volevano ricette a prova di bomba per fare la torta di zucca, complete di fotografie pornografiche del cibo”.

Se non avete mai letto il favoloso saggio di David Foster Wallace qui citato, lo trovate nella raccolta Considera l’aragosta.

E infine, visto che ieri era la serata di RaiDue monopolizzata da X Factor, ecco un estratto dalla recensione del giorno dopo dell’ineffabile Diegozilla.

Le musiche di oggi erano “Beato me” di Dente e “Baby Boomer” dei Monsters of Folk

Ecco la puntata di oggi:

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