Archive for the ‘recessione’ Category

lavorare a Google

mercoledì, gennaio 23rd, 2013

GoogleHQ

Le grandi aziende tecnologiche americane sono spesso anche esperimenti di gestione e convivenza aziendale – a cominciare dalle strutture fisiche che le ospitano. Secondo un analista aziendale intervistato da ZowChow, uno dei motivi per cui sono all’avanguardia nella gestione del personale è perché essendo nuove non hanno passato – nessun fardello di modelli organizzativi precedenti, esuberi, mancanza di aggiornamento dei dipendenti. A settembre vi raccontavo dal nuovo quartier generale di Twitter a San Francisco, mentre Facebook si è fatta progettare una caffetteria interna da due grandi del design come Roman & Williams (gli scenografi di Zoolander). La prosperità delle aziende si vede anche dal flusso continuo di annunci di lavoro e di posizioni aperte, sempre pubbliche, e ognuna si organizza su come offrire benefit ai dipendenti (spesso a supplire alle carenze del welfare americano) e creare un ambiente accogliente per favorire nuove idee (seguendo le orme della Apple) ma anche per limitare quello che chiamano “attrito”, cioè la cadenza con cui i dipendenti lasciano l’azienda, spesso a favore della concorrenza nello stesso ambiente tecnologico, che attinge allo stesso bacino di competenze ingegneristiche. Per il quarto anno consecutivo, Google è arrivata prima nella classifica della rivista Fortune delle “migliori aziende per cui lavorare”, così in questi giorni Farhad Manjoo racconta per Slate di come Google qualche anno fa ha cercato di gestire le opportunità per le lavoratrici nella sua azienda (quelle interne, a Mountain View, perché Google impiega anche decine di migliaia di persone esternalizzate, soprattutto per i ranking delle ricerche) e di come il suo reparto chiamato POPS (People Operations) analizza i dati che riguardano l’efficienza del lavoro e l’abbassamento dell’attrito (la “felicità interna” dei dipendenti, e di conseguenza la loro lealtà) usando questi dati per migliorare le proprie decisioni. Il fatto che Google accumuli e analizzi dati sulla propria organizzazione interna significa anche che in futuro sarà in grado di produrre modelli da studiare anche per le altre aziende, anche se tutti gli osservatori riconoscono che il suo ruolo nel mercato non è imitabile. Contemporaneamente il programmatore Swizec Heller racconta ad Huffington Post il suo colloquio a Google, al quale si è molto divertito. A fine 2011 il Post raccontava qui le domande-tipo dei colloqui a Google.

La canzone di oggi era ”One day” nella versione di Sven Dorau

Ecco la puntata di oggi:

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rimetti a noi i nostri debiti

martedì, settembre 27th, 2011

(uno dei magnifici manifesti creati dai culture-jammer canadesi di Adbusters per OccupyWallStreet)

Ben ritrovati a tutti!
Sono moltissimi gli spunti e le riflessioni che hanno continuato ad arrivarci dalla blogosfera e dai social media durante la pausa estiva, così in questa prima settimana cercherò di fare un punto di alcune novità che potrebbero restare importanti durante la nuova stagione, nella quale credo che assisteremo a ulteriori riflessioni sul rapporto fra citizen journalism e giornalismo tradizionale, fra attivismo e social media e al surriscaldarsi di alcune situazioni di protesta. Nei prossimi giorni riprenderemo anche il filo delle rivolte arabe, mentre oggi (a maggior ragione perché non ha praticamente copertura sui media tradizionali, men che meno in Italia) voglio cominciare la nuova stagione raccontandovi di #OccupyWallStreet, la catena di sit-in permanenti partita il 17 settembre, che sta entrando nella sua seconda settimana in diverse città americane – 41 (potete vedere la lista qui) – in testa naturalmente l’occupazione di Zuccotti Park (o Liberty Plaza) a New York (col progetto di un’occupazione per l’appuntamento internazionale del 15 ottobre, che toccherà anche l’Italia) e la danza intorno al Toro della Borsa Americana, a due passi da dove avvenne la scena degli impiegati Lehmann Brothers che lasciavano per sempre il loro posto di lavoro con gli scatoloni. La campagna di immagine dei sit-in è stata studiata con grande cura da Adbusters, che è fra i motori della prima chiamata al sit-in, già dallo scorso luglio. La richiesta dei sit-in americani, senza leader, è principalmente di testimonianza – riassumibile a grandi linee in un “noi non paghiamo il debito”, e “siamo il 99% e non staremo più zitti”. La comunicazione via Twitter, nonostante l’ispirazione ricalchi quella dei sit-in delle rivolte arabe e degli indignados spagnoli, è ancora molto grezza e confusa: troppi hashtag diversi (all’inseguimento di un hashtag generale che possa scavalcare nei trending topics la presunta censura di Twitter, e anche perché ogni città ha il suo hashtag), molti slogan, poche foto e poca cronaca; ma il dominio occupywallstreet.org ha 50mila contatti al giorno, 250mila nella prima settimana;  esiste uno streaming video del sit-in di New York, (gestito da un “gruppo media” di tre persone che ammette di non essere ancora abbastanza organizzato), ed è possibile ricostruire la quotidianità dei sit-in dalle richieste di tende per dormire, pizze, medicinali di base e altre necessità. Nelle foto si puà individuare il furgone di Wikileaks. Stanotte il regista Michael Moore, a cui era stato chiesto di partecipare, è comparso al sit-in di New York. Chi si trova a New York può fare una chiamata skype di solidarietà al sit-in contattando Globalrevolution1. Assemblee si tengono su vari temi durante la giornata. Le azioni della polizia vengono fotografate e filmate. Prima del sit-in, OccupyWallStreet ha stabilito un comportamento rigorosamente non violento e ha studiato la normativa sull’occupazione del suolo pubblico, decidendo di limitare l’occupazione ai marciapiedi, anche se l’occupazione notturna non sarebbe consentita e il fatto che quando i numeri crescono, i manifestanti finiscono inevitabilmente per intralciare il traffico. Tre giorni fa, questo ha provocato l’intervento del New York Police Department con spray al pepe e una retata con 80 arrestati, rilasciati nelle ore successive, che ha attirato l’attenzione altrimenti molto debole dei media tradizionali (l’ironia è che il sit-in è anche in solidarietà con gli agenti di polizia che si sono appena visti tagliare i fondi-pensione). Oggi provo a darvi qualche suggestione su #OccupyWallStreet: l’unico quotidiano di grande profilo che si è occupato da subito del sit-in è il Guardian, sia con articoli che con il suo blog; qui un pezzo di David Graeber, qui un un ritratto dei manifestanti,  che come vedrete traccia un identikit molto simile a quello degli attivisti del 2011 in tutto il mondo, a prescindere dalla situazione politica da cui partono: giovani, istruiti,  senza lavoro; qui invece il racconto di Ayesha Kazmi su come alla protesta si sia unito anche Anonymous e come venga usato Twitter in questi giorni. Qualcosa di più dai blog d’opinione del Washington Post, in particolare da James Downie. L’altro grande quotidiano che ha scritto di OccupyWallStreet è il NYTimes, subito sbugiardato da Allison Kilkenny su The Nation, che si fa qualche domanda molto opportuna sul vuoto di rappresentanza. Il NYTimes si rende allora più decoroso con una piccola inchiesta di Joseph Goldstein su cosa si discute negli ambienti della polizia metropolitana a proposito di sit-in, mentre al sit-in di Chicago, la notte scorsa, i manifestanti hanno avviato un’opera metodica di fraternizzazione con la polizia offrendo caffè e donut.

♫ Le musiche di oggi erano “Constant now” dei dEUS e “East Harlem” dei Beirut

Ecco la puntata di oggi:

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i giochi di Atene

venerdì, giugno 24th, 2011

(foto di Milos Bicanski/Getty Images)

Oggi è venerdì, e sulla nostra timeline di Twitter continuiamo a seguire le notizie dai paesi arabi che ci mandano i nostri tweep. In Bahrain ieri ancora un’altra condanna per un manifestante pacifico di Lulu, quella a 4 anni di carcere per il capocannoniere della Coppa Asiatica di calcio 2004, Alaa Hubail, di cui vi avevo raccontato la storia qui. Intanto sia la Cnn che SkyNews oggi trasmetteranno in diretta da Damasco, e per oggi è stata indetta via facebook la giornata di blogging per la Siria.

Oggi però dedichiamo qualche spunto di riflessione alla crisi greca, prima con l’opinione di Simon Nixon del Wall Street Journal raccolta da Il Post, che confuta alcuni luoghi comuni sul disastro economico del paese, e poi con il racconto di Daniel Howden dell’Independent, ex corrispondente dalla Grecia che è tornato a vedere come stanno le cose sette anni dopo la sua ultima visita.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

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un maestro del live blogging

giovedì, gennaio 20th, 2011

(foto via Nomfup)

*

Oggi, più ancora che a un tema, ci dedichiamo a una persona, un blogger molto speciale che si chiama Richard Adams. Dovreste conoscerlo perché qui ad Alaska seguiamo molto spesso i suoi racconti, e alcuni dei blog che leggiamo regolarmente li abbiamo scoperti grazie alle sue indicazioni. Adams è una cronista e commentatore inglese del Guardian che guarda le cose di Washington, ma soprattutto ha due grandi capacità: quella di raccontare cose molto serie senza mai rinunciare a un po’ di sarcasmo, e quella di conoscere molto bene il mezzo del blog e del microblog – sue, ve lo ricordate, le cronache minuto per minuto del vulcano islandese, dei colpi di scena al vertice di Copenaghen, nonché degli scontri in Iran di qualche mese fa, dell’attacco alla Flotilla, e di vari eventi elettorali – per alcune di queste giornate, Richard ha fatto avanti e indietro dalla tastiera anche per 20 ore filate. Ieri per lui è stata una giornata di attività molto intensa. Ha seguito direttamente minuto per minuto la conferenza stampa congiunta che ha coronato la visita di stato di Hu Jintao a Washington, con alcuni esilaranti problemi di traduzione, e sempre minuto per minuto, con alcuni collaboratori, ha ricostruito l’annuncio della ripresa di bonus e premi da Goldmann Sachs che ieri teneva la sua conferenza pubblica di fine anno, alla quale si poteva accedere chiamando in anticipo due numeri verdi – un po’ troppo tecnico da tradurre ma pieno di piccole rivelazioni in tempo reale sul linguaggio dei dirigenti Goldman Sachs, sull’attuale numero di impiegati solo rispetto a un anno fa, e sulla bufala dell’investimento di GS in facebook, con tanto di commenti tecnici in tempo reale dalla collega di Richard, Jill Treanor.  Il primo thread, quello di Hu Jintao, si legge dal basso verso l’alto, quello di Goldman Sachs dall’alto verso il basso.

♫ Le musiche di oggi erano “Half Light I” degli Arcade Fire e “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

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Tunisia

giovedì, gennaio 13th, 2011

Le proteste e gli scontri di questi giorni in Algeria e Tunisia e la repressione della polizia sono strettamente monitorate dai blogger, e la comunità di netizens locali usa i blog, i forum e Twitter per scambiarsi informazioni e opinioni, seguite con grande attenzione da Global Voices, sia nell’edizione in inglese che in quella in italiano. Oggi vi propongo quattro post.

Il 7 gennaio Giorgio Guzzetta postava per Global Voices in italiano sul dibattito seguito ai fatti di Sibi Bouzid (dove il giovane tunisino si era dato fuoco per protesta), in particolare riguardo alla situazione degli avvocati.

Il 9 gennaio Amira al Hussaini proseguiva raccontando altre reazioni sulla rete, in particolare sulla situazione a Kasserine.

Ieri Giulia Jannelli faceva sintesi di opinioni e iniziative dei blogger e twitterer come alternativa al silenzio delle tv.

Oggi Il Post commenta sulle ragioni del silenzio francese sulle proteste in Tunisia.

♫ Le musiche di oggi erano “Wonderful savior” di Mavis Staples e “Shell games” dei Bright Eyes

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questioni di chilometri

venerdì, novembre 26th, 2010

(Reuters/Salon)

Grazie a Michele che dalla puntata su Dead Drops si è fatto venire in mente una rete di cinema francesi che con le chiavette lasciano caricare film in licenza Creative Commons. Ecco il link che ci consiglia.

Diciamo che la grande catena americana di negozi Walmart non è proprio una paladina della correttezza, a cominciare dal fatto che è stata accusata più volte da Human Rights Watch di violazioni ai diritti dei lavoratori. Coglie di sorpresa, quindi, l’annuncio di metà ottobre con cui il gigante della vendita al dettaglio promette un importante impegno a favore dell’agricoltura sostenibile e dei piccoli agricoltori americani, con tanto di addestramento di 1 milione di coltivatori, e 1 miliardo di dollari in investimenti per rendere più efficiente la catena di distribuzione, allo scopo, dicono, di “rivitalizzare l’economia delle aree rurali in declino acquistando prodotti più freschi per i nostri clienti e diminuendo i chilometri del trasporto di alimentari”. A Salon, fatto un rapido conto della serva che dice 1 miliardo di dollari : 1 milione di agricoltori = 1000 dollari ad agricoltore, si sono chiesti allora dove sta tutta questa grande idea. Per decifrare le intenzioni di Walmart e capire cosa di buono possa venire da questa nuova politica, Michelle Loayiza ha intervistato Linda Berlin, direttrice del Centro per l’Agricoltura Sostenibile dell’Università del Vermont. Qui potete leggere il post integrale di Salon, e qui sotto nel podcast ve lo traduco.

Mentre Haiti continua a soffrire terribilmente, a Miami si apre Haiti Art Expo 2010, per la prima volta fuori dall’isola alcuni capolavori delle arti visive haitiane, una raccolta di opere che secondo Michele Frisch, collezionista e curatrice, mostrano il talento visionario degli artisti haitiani. Arricchita da alcune opere donate anche dall’interno degli Stati Uniti e da fotografie della situazione nei campi, la mostra raccoglierà fondi per i rifugiati e per gli artisti che hanno perso la casa nel terremoto del 12 gennaio. Qui il post con tutta la storia, e nel podcast ve lo traduco.

Blog di orgoglio dai ragazzi americani di origine asiatica, che hanno trasformato il dispregiativo FOB (“fresh off the boat”, appena scesi dalla barca) in una celebrazione di fierezza, che allo stesso tempo, per motivi generazionali, ironizza su vizi e tic delle famiglie di provenienza. Jean Phillips vi indica alcuni di questi blog da andare a vedere.

♫ Le canzoni di oggi erano “Whooping Crane” di Lyle Lovett e “Winter winds” di Mumford & Sons

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risorse

martedì, giugno 15th, 2010

Anche quando non è in onda, il blog di Alaska vive su Twitter
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Perché Sex & the City 2, il secondo film tratto dalla serie tv, è andato così bene al botteghino e invece è stato fatto a pezzi dai critici? Rancore da recessione? Choire Sicha per Daily Beast prova a rispondere (la traduzione qui sotto nel podcast)

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Nuove scoperte sulle ricchezze minerarie in Afghanistan – ma i sovietici lo sapevano già molto bene ai tempi loro, e chissà perché la questione salta fuori proprio adesso. The New York Times e Washington Post illustrano lo scoop – mentre molti altri blog criticano e mettono in guardia. Il Post riassume la vicenda . Nel frattempo Alda Sigmundottir posta sulla nuova legge sull’acqua in Islanda, stilata nel 2006 e implementata a partire dal prossimo 1 luglio. E’ un ennesimo caso di scontro fra interessi pubblici e privati (vi traduco il post qui sotto nel podcast)

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E quanto al petrolio? La continua sorveglianza di media, blogger e comuni cittadini fa sì che la BP sia continuamente sotto pressione. Questa notte il discorso di Obama dalla Casa Bianca alla nazione dopo il rientro dalla sua quarta visita nel Golfo del Messico. Qualche contenuto già si profila, perché le questioni sul piatto in questo momento sono: 1) lo stato anticipa il denaro e la BP non dà segni di volerlo ripagare a breve, perciò i democratici insistono perché venga istituito un fondo della BP di 20 milioni di dollari gestito da indipendenti, e il NYT conferma che uno degli annunci di stanotte potrebbe riguardare questo; 2) altri dirigenti della Bp vengono sentiti oggi dalla commissione d’inchiesta; la questione della legislazione sulle fonti rinnovabili e su come diminuire l’impatto sul cambiamento climatico diventa sempre più pressante, e finora nessuno ha approfittato del disastro BP per spingere l’acceleratore su questo; 4) Obama ha appena rilasciato un’intervista al sito americano Politico, in cui sostiene che il disastro BP darà forma a come penseremo all’ambiente nei prossimi anni; per gli americani avrà lo stesso impatto dell’11 settembre; 5) secondo Terry Macalister e Richard Wachman del Guardian, che riportano la previsione di un’azienda di consulenza sul petrolio, la perdita nel Golfo del Messico potrebbe proseguire fino a Natale. Intanto la BP è stata costretta dalla pressione pubblica a discutere di come i suoi azionisti dovranno autotassarsi per finanziare le spese del disastro. Nei prossimi giorni andiamo a vedere qual è l’atteggiamento sui boicottaggi alla BP, come si sta comportando la BP con i cronisti che si presentano sulle spiagge contaminate, e molto altro.

♫ Le musiche di oggi erano “20 km al giorno” di Nicola Arigliano nella versione di Mike Patton e “Bleezer’s ice cream” di Nathalie Merchant

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legal thriller 3/4

giovedì, aprile 29th, 2010

Legal thriller # 3! Visto che vi aveva tanto impressionato la vicenda del giornalista freelance Tommaso Debenedetti, che avrebbe contraffatto un buon numero di interviste per il Piccolo di Trieste e per Libero con scrittori di fama e premi Nobel, non posso esimermi dal dare risalto all’ultima novità nella vicenda in ordine di tempo. Per il lungo e complesso intreccio completo vi rimando alle due puntate di Alaska in cui ce ne siamo occupati, prima questapoi questa,  con una ripresa in questa puntata. Adesso – tenetevi forte – Tommaso Debenedetti, benché sbugiardato con parecchi scrittori dall’indagine a tappeto di Judith Thurman del New Yorker,  ha deciso di rilanciare e querela Philip Roth, da cui tutta la vicenda era partita. Lo racconta qui Il Post. In coda al loro post trovate anche una piccola ma indicativa rassegna stampa europea di come la vicenda Debenedetti fosse rimbalzata sui quotidiani esteri.

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Ma non tutti danno addosso a Tommaso Debenedetti: se a noi interessava il merito delle interviste contraffatte in quanto tali, è anche vero che Judith Thurman, e prima di lei Philip Roth e John Grisham, avevano individuato nei falsi di Debenedetti una tendenza a mettere in bocca agli scrittori dichiarazioni politiche sorprendentemente conservatrici o di destra (che poi gli autori, ognuno per conto suo, hanno disconosciuto). Anzi, era proprio per via della difficoltà di riconoscere in bocca a quegli autori certe dichiarazioni che il falso è venuto a galla. Così adesso c’è qualcuno che vede il giornalista come una vittima delle calunnie della sinistra: oggi Liquida fa una rassegna di interventi sui blog, e fra questi ce ne sono alcuni che citano dalle interviste di Debenedetti come fossero vere, riazzerando la questione in modo giusto un tantino manipolatorio, alcuni senza nemmeno il riassunto della vicenda con tutta l’indagine del New Yorker.  Come si può vedere dalla strana coda di commenti di uno degli ultimi frammenti dell’inchiesta di Judith Thurman, quando ha aggiornato a fine marzo con la verifica fatta con Gore Vidal, gli italiani citano e commentano secondo la loro logica interna anche sui media americani. E la gravità del falso giornalistico in sè va in fanteria?

Siccome a volte questi dettagli sfuggono o non c’è tempo per leggere proprio tutto, vi segnalo che nei commenti a uno dei post segnalati da Liquida c’è anche menzione di un falso di Debenedetti già scoperto dal Guardian nel 2006, un’intervista con John le Carrè ricordata qui: “Nel 2006, John Le Carré disse a De Benedetti che non avrebbe esitato un momento prima di votare Berlusconi. Eppure quando il Guardian gli ha telefonato, Le Carré ha detto che una simile intervista non aveva mai avuto luogo e che se lo fosse stata lui avrebbe detto che “Berlusconi è pazzo e pericoloso”.

(in centro alla pagina di Liquida che vi ho linkato, dove ci sono le foto, trovate anche i due post Legal Thriller di Alaska!)

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Due giorni fa vi proponevo una riflessione sui sondaggi, sulla sorpresa Clegg e sulle posizioni dei quotidiani inglesi alla vigilia delle elezioni nazionali del 6 maggio. Per chi non avesse visitato il blog, vi raccomando un commento che ci ha lasciato il nostro blogger londinese per eccellenza, Fabio Barbieri, perché può essere utile a illuminare alcuni stati d’animo legati alle elezioni. Il 6 maggio, naturalmente, Fabio ci racconterà la giornata elettorale in diretta da Londra ad Alaska.

Le musiche di oggi erano “Equestrienne” di Nathalie Merchant e “Lungo il fiume” del Club dei Vedovi Neri

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parlano le scrittrici

giovedì, febbraio 11th, 2010

pettirosso-23

Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto per dirmi che l’avvistamento del pettirosso è tipicamente invernale! Ero stata mal consigliata da un collega di cui non farò il nome, non riesco a rispondere a tutti ma vi ringrazio perché ho imparato molto! Il mio desiderio di primavera non potrebbe essere più deluso, visto anche il tempo di oggi… Comunque il pettirosso era bellissimo! (potete anche vedere la canzoncina inglese sul pettirosso postata da un ascoltatore nei commenti al post di ieri)

Ma veniamo alla puntata di oggi,  dedicata alle osservazioni sul nostro mondo di questi giorni che traggo dai blog di tre scrittrici di tre nazionalità diverse: Margaret Atwood, Jeanette Winterson e AM Homes.

Margaret Atwood (vi ho parlato di lei qui e qui) scrive di ritorno dal Forum Economico Mondiale che si è svolto a Davos a fine gennaio. Ambientalista instancabile, è rientrata in Canada dalla Svizzera, e sempre col suo caratteristico senso dell’umorismo racconta quello che ha trovato laggiù, con lo sguardo della turista. Racconta delle persone che ha incontrato, del ruolo delle donne a Davos, e della strana posizione del Canada, lodato per il suo cammino verso un’economia verde ma debole nelle trattative di Copenaghen e completamente assente dal dibattito a Davos.  (la traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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La scrittrice inglese Jeanette Winterson, autrice di Non ci sono solo le arance e Gli dei di pietra,  scrive ogni mese un post sul suo sito che fa il punto sulla sua situazione nella scrittura, nelle uscite in libreria che la riguardano e in quelle dei suoi amici, nelle sue relazioni personali e nelle sue letture, soprattutto di poesia. La sua pagina di febbraio si apre con le sue impressioni sull’udienza di Tony Blair davanti alla Commissione sulla guerra in Iraq di qualche giorno fa – ne avevamo parlato ad Alaska qui. (La traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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AM Homes, autrice di La figlia dell’altra, In un paese di madri, La fine di Alice e Questo libro ti salverà la vita,  posta sul New Yorker la sua reazione alla morte di JD Salinger , forse un padre migliore per lei dei genitori, veri e adottivi, di cui racconta nei suoi libri.  Possiamo perfino ipotizzare che proprio in omaggio a JD Salinger anche lei abbia scelto di firmarsi con le iniziali del suo nome di battesimo. Nel post racconta dell’imprinting ricevuto dalla lettura di Salinger da bambina negli anni Settanta, della sua ossessione di scrivere lettere a personaggi famosi nella pre-adolescenza, e della commedia che scrisse a diciannove anni con Holden Caulfield e Salinger come protagonisti, e che lo scrittore fece bloccare attraverso la sua agente (la traduzione qui sotto nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Winter winds” di Mumford & Sons e “In the end” di Charlotte Gainsbourg

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Un anno nella Casa e la fuga di Google

giovedì, gennaio 21st, 2010

white-house-basement-1950

Per Obama è passato un anno dall’insediamento alla Casa Bianca. Le letture politiche del primo anno del suo mandato differiscono molto fra l’Europa, dove hanno più peso le grandi speranze pacifiste che avevano circondato la sua vittoria elettorale, e gli  Stati Uniti, dove le questioni più calde sono la crisi economica, la riforma sanitaria, il peso delle lobby in parlamento, e il rapporto fra Repubblicani e Democratici, e dove le riflessioni a un anno di distanza non si fanno adesso ma sono state fatte nel primo anniversario delle elezioni, lo scorso novembre.  Nel frattempo la popolarità del presidente nei sondaggi cala, i Democratici perdono il seggio che era di Kennedy nel Massachussets, e già si parla di fine della politica bipartisan. Qui trovate una linea cronologica dell’operato di Obama giorno per giorno nel corso del primo anno di mandato. e qui una serie di articoli di vario segno sul bilancio del suo operato. In occasione dell’ anniversario dell’insediamento vi propongo un pezzo della blogger più potente di tutti gli Stati Uniti, Arianna Huffington, la giornalista da cui prende il nome il blog-magazine informatissimo e tagliente The Huffington Post. Arianna metteva a confronto il motto della campagna che fu (l’Audacia della Speranza) con il titolo del racconto autobiografico di quella campagna pubblicato appunto a novembre dallo stratega David Plouffe in un libro ( “l’Audacia di Vincere”) – con quello che invece le sembra il motto sottinteso dell’attuale strategia di Obama: la Timidezza di Governare. Nel post, il resoconto del suo incontro di quei giorni a Washington con David Plouffe  (traduzione e riassunto qui sotto nel podcast)

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La nostra Piumetta, alias Giada Messetti, scrive da Pechino che è nell’aria la chiusura del motore di ricerca Google, che minaccia di ritirarsi dalla Cina dopo il compromesso con il governo che fece nel 2006. Dai precedenti interventi di Giada sappiamo che la fruizione attuale del motore di ricerca è già a macchia di leopardo, ma una chiusura totale cosa comporterebbe? E cosa cela dal punto di vista commerciale? Come verrà utilizzato dal punto di vista dei diritti di espressione, e cosa ha intenzione di fare il governo cinese? Ci siamo collegati con lei in diretta.

La canzone di oggi era “The void” di Jay Farrar e Benjamin Gibbard (tratta da Big Sur di Jack Kerouac)

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