Archive for the ‘Arabia Saudita’ Category
giovedì, aprile 4th, 2013

Da domenica scorsa, dopo una notizia dell’agenzia di stampa statale SPA, si parla dell’ipotesi di chiudere o limitare in Arabia Saudita l’utilizzo di chiamate, messaggistica e chat su Skype, Whatsapp e Viber – cerniera social con l’occidente e ganglio vitale della comunicazione interna, e intensa via di scambio interna sulle riforme che i sauditi chiedono da due anni. L’Arabia Saudita appare completamente raggomitolata in una matassa che non si può sbrogliare, con decine di milioni di donne che crescono istruite nelle migliori università occidentali e poi a casa non possono lavorare né vivere in autonomia; un principe che per fare affari si compra un pezzo di Twitter ma poi il Gran Mufti può dare dei “clown e bugiardi” ai sudditi che lo usano; e, infine, minacce di censura “alla cinese” alle aziende che non si attengono alla legge saudita mentre il mondo arabo è quello dove il mercato delle comunicazioni tecnologiche è quello che sta crescendo più in fretta, e all’interno di quel mercato il paese che cresce di più è proprio l’Arabia Saudita. Oggi da Cnet vediamo le possibili ragioni per cui l’Arabia Saudita potrebbe costringere i fornitori delle app più popolari del mondo ad adeguarsi alle normative del paese, peraltro non chiare e secondo alcuni, perfino inesistenti.
La canzone di oggi era “Postcards from Italy” di Beirut
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Cnet, Riyadh, saudiwoman, Skype, Viber, Whatsapp
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lunedì, marzo 11th, 2013

Sabato scorso, mentre tutti gli occhi dei social media erano puntati sull’Egitto e sul secondo verdetto per la strage di Port Said nella speranza che non si ripetesse la carneficina per le strade che era seguita al primo, il blogger Ahmed Omran seguiva, quasi solo, un altro processo molto vicino a casa sua, a Riyadh, in Arabia Saudita, che ha portato alla condanna di due attivisti sauditi. Chi sono, e perché vanno in prigione, è quello che vi racconto oggi. Qui Jess Hill lo scorso settembre, qui Ahmed Omran sabato.
La canzone di oggi era “Enjoy the silence” nella versione di Tori Amos
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Tags:Ahmed Omran, condanna attivisti sauditi, diritti umani, Fahad al-Qahtani. Abdullah al-Hamed, Jess Hill, Riyadh
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mercoledì, gennaio 16th, 2013

(foto AFP)
Cinque giorni fa l’annuncio che il re dell’Arabia Saudita ha eletto per decreto trenta donne nel consiglio consultivo della Shura, che fino a questo momento era composto solo da uomini. E’ uno dei piccoli passi che la famiglia reale saudita è costretta a fare pena la propria estinzione, con decine di migliaia di donne laureate nelle migliori università e di professioniste di alto livello non in grado di svolgere il loro lavoro né di condurre una vita indipendente senza i loro guardiani – piccoli passi da tempo previsti dagli osservatori della vita sociale saudita che misurano il polso delle forti richieste di riforme sociali rafforzatesi dopo l’inizio della primavera araba – e rese famose, per esempio, da campagne come Women2drive. Qui la notizia AFP da Riyadh, qui il primo dei post di Ahmed Omran – che conoscete su Twitter come @ahmed, ex stagista a NPR accanto a Andy Carvin e fra i più importanti curatori dei video in arrivo dalla Siria, giovane ma blogger di vecchia data, che dopo Saudi Jeans ha aperto un blog di commento della politica interna saudita che si chiama Riyadh Bureau. Qui anche il suo post sulle proteste dei religiosi contro la decisione del re, e qui il punto di vista di Badrai al-Bishr per Al Arabiya.
La canzone di oggi era “Helpless” di k.d.lang
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Tags:AFP, Ahmed Omran, consiglio della Shura, donne saudite, proteste dei religiosi, Riyadh Bureau, women2drive
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martedì, novembre 13th, 2012

Uno dei panel più interessanti al Festival di Internazionale il mese scorso a Ferrara è stato quello in cui il blogger e columnist Sultan al Qassemi e l’attivista del Bahrain Maryam Alkhawaja hanno raccontato i rapporti finanziari, politici e culturali tra i paesi del Golfo all’indomani delle rivolte arabe. Sultan – giovane, benestante e con molti agganci nel suo paese, gli Emirati Arabi, che gli hanno permesso finora di non mettersi nei guai come altri blogger – continua ad arrivare fra i primi nelle liste dei 100 tweep più influenti del mondo arabo, e la nostra Michela Sechi lo ha incontrato per noi a Ferrara e si è fatta fare un quadro della situazione in Arabia Saudita.
La canzone di oggi era “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra
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Tags:ferrara 2012, festival di Internazionale, Michela Sechi, Ryiadh, Sultan al Qassemi
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venerdì, giugno 22nd, 2012

Lo scorso fine settimana, mentre la rete era ingarbugliata nei colpi di scena egiziani, è giunta la notizia della morte del principe Nayef in Arabia Saudita. Ennesima perdita di una casa reale molto anziana e afflitta dalle continue richieste di riforme che arrivano da una società civile invece sempre più giovane, Nayef era anche l’alleato personale del re del Bahrain e, come racconta Sultan al Qassemi sul Guardian online, una figura chiave dell’antiterrorismo saudita. Intanto lo scrittore americano Dave Eggers, dopo la magnifica prova fornita con la narrazione biografica di Zeitoun sull’uragano Katrina, torna alla fiction con un personaggio che parte per l’Arabia Saudita per vendere ologrammi.
♫ La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles
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giovedì, aprile 19th, 2012

(Reemah Abdullah in allenamento con le compagne della squadra di calcio del Jeddah)
Oggi – a molti mesi dall’inizio della campagna di protesta civile delle donne saudite per il diritto alla guida – due punti di vista: quello dell’atleta Reema Abdullah, commentatrice sportiva e soprattutto capitano della squadra di calcio femminile del Jeddah, che sarà fra i portatori della torcia olimpica (e di Eman el Natian che raccontandone la storia ci dice qualcosa dei suoi ricordi degli spazi sportivi per le donne in Arabia Saudita), e quello della principessa Basma Bint Saud Bin Abdulaziz, divorziata e in esilio preusmibilmente dorato a Londra, da dove racconta come vede lei il quadro delle possibili riforme e alternative culturali che riguardano la vita delle donne saudite (per un po’ di contesto, vi ricordo le richieste della società civile saudita e le storie di donne che vi ho raccontato qui, e qui, e qui, e qui.
♫ La canzone di oggi era “You won’t let me” di Rachael Yamagata
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mercoledì, dicembre 21st, 2011

Come forse sapete, è arrivata ieri la conferma che è andata a buon fine una lunga trattativa fra Twitter e il principe saudita Alwaleed bin Talal, che avrebbe investito nel sito di microblogging 300 milioni di dollari. Questo significherà che l’arbitro dei destini del Golfo potrà controllare in futuro quello che nell’ultimo anno e mezzo è stato uno spazio straordinariamente libero ed efficace per chi chiede riforme democratiche? Ripercorriamo la trattativa grazie alla ricostruzione online della Associated Press (che è quella su cui si sono basati i grandi quotidiani americani), e vediamo alcune opinioni – la piccola rassegna di pareri raccolta a caldo da Europa, e l’opinione di Jillian C York, che della libertà in rete ha fatto il suo lavoro.
♫ Le musiche di oggi erano “Saturday morning” di Rachael Yamagata e “Beginning of a great adventure” di Lou Reed
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giovedì, settembre 29th, 2011

Questa mattina è arrivata la notizia che Ali Altaweel è stato condannato a morte in Bahrain per l’uccisione di un poliziotto lo scorso marzo durante lo sgombero violento di Lulu, e che 20 dei medici dell’ospedale di Salmaniya arrestati con l’accusa di alto tradimento cinque mesi fa per aver prestato soccorso alle centinaia di manifestanti gravemente feriti (qui il post del 4 maggio in cui vi raccontavo la loro vicenda) sono stati condannati con sentenze che vanno dai 5 ai 15 anni di prigione, lasciando fra l’altro l’ospedale principale di Manama sprovvisto dei migliori specialisti del paese. Non è servito a nulla l’intervento di Amnesty International, di Medicins sans Frontières, della commissione parlamentare irlandese che si è recata in Bahrain per sostenerli dopo che l’Irlanda aveva addestrato la maggior parte di loro nei propri ospedali universitari. Quasi tutti i dottori, i chirurghi e gli infermieri condannati – sia sciiti che sunniti – compaiono, fra l’altro, in uno straordinario documentario sul Bahrain realizzato da Al Jazeera in inglese, che ha visto la luce quest’estate su YouTube (il governo del Bahrain ha formalmente ottenuto la revoca di tutte le repliche televisive). Si chiama “Shouting in the dark” ed è a un tempo un documento potentissimo (vi consiglio di guardarlo integralmente qui) e un caso giornalistico abbastanza misterioso. Si è sempre creduto che AlJazeera non fosse riuscita, come tanti altri reporter internazionali, a entrare in Bahrain, e invece i suoi reporter hanno filmato di nascosto, e con notevoli rischi, tutte le fasi salienti del tentativo di rivoluzione, dai primi giorni festosi di Lulu alla distruzione fisica della piazza, ai corpi torturati rinvenuti nei canali di scolo dei villaggi, i funerali, e i terrori dell’assedio dell’ospedale di Salmaniya. Nel documentario c’è perfino traccia delle rappresaglie degli sciiti massacrati dalle forze di sicurezza sugli operai stranieri costretti alle delazioni dai datori di lavoro. Probabilmente per un codice di autocensura dell’emittente del Qatar, le immagini non sono mai state trasmesse per quattro mesi, finché la parte londinese di Al Jazeera non ha bypassato (per motivi ancora non chiari) il bavaglio del suo canale arabo, montando in ordine cronologico un racconto di impressionante potenza e bellezza. “A voice in the dark” è stato visto da un milione di persone in tutto il mondo, e via satellite dagli attivisti del Bahrain, ed è anche l’unico documento professionale esistente dei giorni gioiosi di Lulu, quando la piazza venne invasa da mezza popolazione del Bahrain. Tutte le immagini – professionali, e non girate con i cellulari – confermano quello che vi ho raccontato per mesi attraverso le uniche fonti che avevamo (blog, twitter e qualche articolo del New York Times e dell’Independent), ed è inevitabile chiedersi che impatto avrebbero potuto avere sull’attenzione internazionale se il documentario fosse uscito subito dopo la militarizzazione di Salmaniya. Al Anstey, direttore di AJE, ha cercato di spiegare la controversia che si è aperta fra l’emittente e la famiglia reale saudita.
Nel frattempo gli attivisti non recedono, ma la frustrazione è troppa. @emoodz, bravissimo tweep del Bahrain, ha annunciato un paio di giorni fa che getta la spugna. Le elezioni farsa dello scorso weekend sono state boicottate dai partiti di opposizione, col risultato che la percentuale di votanti è stata talmente bassa da invalidarle. Gli studenti espulsi dal politecnico di Manama ci raccontano su Twitter che stanno facendo ore di anticamera per cercare di essere riammessi al nuovo anno accademico. Ogni notte i rivoluzionari escono a gruppetti nei vicoli dei villaggi e vengono regolarmente ricacciati nelle case dai gas lacrimogeni. Qualche giorno fa un ragazzo da solo – Mohamed Ali Alhaiki – ha portato correndo di notte una grande bandiera del Bahrain sui cavalcavia e si è fatto filmare di nascosto mentre cercava di portarla nell’area dove un tempo sorgeva il monumento della perla. Nella luce arancione dei lampioni, il video fatto col cellulare da dietro le palme ha ripreso il momento in cui da una camionetta stazionata nella piazza sono scesi alcuni uomini in borghese che lo hanno pestato e preso a calci e lo hanno caricato a bordo per portarlo in carcere. il gesto di Mohamed era una risposta ai fatti del 31 agosto a Sitra, quando la polizia aveva ucciso Ali Jawad Ahmad, un ragazzino di 14 anni (qui la riflessione di Foreign Policy). Pochi giorni dopo, una protesta silenziosa di automobili ha completamente paralizzato il traffico sui cavalcavia intorno a Lulu. Due giocatori della nazionale di pallamano sono stati condannati a 15 anni di carcere lunedì. A proposito della vicenda dei medici che sono stati condannati stamattina, Robert Fisk postava la sua sul sito dell’Independent già a giugno, dopo essere stato con loro in sala operatoria durante la repressione di febbraio: “io quei medici li ho visti lavorare e queste accuse sono una montagna di balle”. Secondo Fisk, il Bahrain è a tutti gli effetti sotto occupazione saudita.
♫ La canzone di oggi era “I still haven’t found what I’m looking for” degli U2
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Tags:@emoodz, Ali Jawad Ahmad, condanne ai medici del Bahrain, elezioni in Bahrain, Foreign Policy, giocatori di pallamano condannati in Bahrain, il ragazzo della bandiera. docuemntario di AlJazeera, lavoratori stranieri Bahrain, Lulu, Manama, Mohamed Ali Alhaiki, ospedale di Salmaniya, politecnico Bahrain, Robert Fisk, Shouting in the Dark, studenti del Bahrain, The Independent, The peninsula, Tiwtter, traffic jam Lulu, uccisione 14enne in bahrain, YouTube
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mercoledì, settembre 28th, 2011

Tre giorni fa la notizia della concessione alle donne a votare e a candidarsi in Arabia Saudita nell’elezione di organismi di importanza minore (consigli municipali e Shura) e solo fra quattro anni. La richiesta era arrivata dal consiglio saudita della Shura, all’interno di richieste più generali di un nuovo ordinamento costituzionale (ignorato dalla famiglia reale) di cui avevamo parlato nella scorsa stagione, e sulla scorta a caldo della campagna internazionale sui social media delle donne saudite per il diritto a guidare l’automobile senza essere accompagnate da custodi maschi. Per adesso, l’ironia sottolineata dalle donne saudite sui social media è che potranno votare ma non potranno recarsi al seggio guidando la propria automobile. Intanto, nelle ultime ore, due donne saudite sono state arrestate per aver guidato. Una delle due è Madhela Alajroush, che iniziò la campagna per la guida negli anni Novanta. E’ riuscito a parlarle ieri sera dopo il rilascio il tweep saudita @Ahmed, scoprendo che non era stata arrestata nell’atto di guidare ma perché denunciata da un vicino di casa quando è rientrata. L’altra donna arrestata è stata condannata a dieci frustate, da un giudice il cui nome è stato poi diffuso dai tweep. Qui uno sguardo di Bruce Riedel ai terrori della (peraltro solidissima) famiglia reale saudita verso il contagio delle rivolte arabe, qui il blog Al-Bab su questa nuova concessione, qui l’opinione di Amnesty International, qui lo storify (cronologia organizzata di tweet) creato da @Ahmed, nel quale emerge l’ironia di un piccolo passo per le donne in un paese in cui per gli organismi importanti non possono votare nemmeno gli uomini.
♫ Le musiche di oggi erano “Foot in the door” di Fink e “My Cadillac” (Jeffrey Lee Pearce) di Lydia Lunch
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Tags:Ahmed al Omran, al-Bab, Amnesty International, Bruce Riedel, consiglio della Shura, diritto a guidare, diritto di voto, Riyadh, women2drive, Women2vote
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venerdì, giugno 17th, 2011

Quando due anni fa abbiamo cominciato a riferirvi i racconti delle blogger saudite che sfidavano il divieto a guidare l’auto da sole, non avremmo mai immaginato che sarebbe arrivata una giornata come questo 17 giugno: dopo la detenzione di Manal al Sharif, l’ultima e la più nota a sfidare il divieto, le donne saudite hanno lanciato sui social media la giornata del #Women2drive, e oggi usciranno a guidare da sole o a gruppi in vari luoghi del paese alla faccia dei loro sorveglianti morali (non sorretti dalla legislazione saudita) che le vorrebbero sempre accompagnate da un uomo, finanche uno sconosciuto. La campagna ha avuto un immediato successo internazionale e potete seguirla su Twitter, dove l’hashtag #Women2drive viene usato sia dalle donne saudite che riferiscono della loro spedizione individuale, sia dalle donne e dagli uomini di tutto il mondo che le sostengono, inviando auguri, saluti, considerazioni, canzoni a tema automobilistico. In Italia su facebook le donne si fotografano al volante con il cartello “io guido con Manal”, e questa notte, dopo che la prima donna saudita ha sfidato il divieto a mezzanotte lanciando ufficialmente la giornata, ci siamo accorti che in vari paesi era nata l’idea un po’ casuale di suonare il clacson in segno di solidarietà. @nomfup ha lanciato l’idea di farlo tutti insieme in Italia alle 15 e di raccontarlo con tweet e foto con gli hashtag aggiuntivi #suonalletre e #honkinmyname, e abbiamo deciso che varrà ogni tipo di campanello, anche quello delle bici e di casa. Qui Nomfup con il suo post di stamattina. Qui il canale YouTube per la campagna dei clacson. Per ora, nonostante un rafforzamento della presenza della polizia sulle strade rilevato da molti tweep, nessuna donna è ancora stata fermata. Qui dal blog al-Bab una cronaca dei primi tweep delle donne saudite. Leilani Munter, pilota di professione, annuncia la sua adesione alla giornata. Qui uno dei primi video realizzati dalle donne saudite, twittato da Saudiwoman anche se ancora senza nome e data.
Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.
♫ Le musiche di oggi erano “Drive my car” dei Beatles e “Mr cab driver” di Lenny Kravitz
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Tags:17 giugno, al-Bab Al Huwaider, change.org, divieto di guida, donne saudite, donne saudite che guidano da sole, Eman Al Nafjan, facebook, io guido con Manal, Leilani Munter, madawi al rasheed, manal al sharif, mashable.com, movements.org, primo video del 17 giugno, Rhadika Marya, saudiwoman, suonalletre, Twitter, women2drive
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