
Gianni Riotta in questi giorni tesse proprie tesi da quello che ha detto qualche giorno fa Jaron Lanier, guru della rete, pioniere della realtà virtuale e gran firma di Wired. Ma di cosa si tratta in sostanza? In un articolo per Slate, “The Geek Freaks, perché Jaron Lanier si scaglia contro quello che è diventata la rete”, lo spiega Michael Agger, argomentando con lui a distanza: “Lanier è noto soprattutto come pioniere della realtà virtuale e come stella della prima ora della rivista Wired. Era il tizio con i dreadlocks e gli occhiali da sole giganti in equilibrio sulla fronte, l’epitome della corrente di sciamani-guru-hippie della cultura tecnologica. Lanier ha perduto la sua azienda all’inizio degli anni Novanta in un fallimento che all’epoca fu leggendario, e da allora ha sempre lavorato nei meandri dell’accademia e della Silicon Valley. E’ sempre il tizio a piedi nudi in sala riunioni, sempre creativo, come un bambino. You Are Not a Gadget è in sostanza una raccolta dei suoi articoli ed editoriali per la rete, rilegati, stampati e battezzati “manifesto”. Nel corso degli anni, Lanier è diventato scettico verso quella cosa amorfa chiamata Web 2.0. Indirizza gran parte della propria ira verso “i commenti anonimi nei blog, le insulse video-marachelle , e i mashup insignificanti” che volteggiano attraverso i nostri browser e i nostri feed di Twitter. Ma è critico anche nei confronti di alcuni grandi punti fermi di Internet, come Wikipedia, il software open-source Linux, e in generale contro la “mentalità da alveare” (traduzione integrale dell’articolo qui sotto nel podcast! d’ora in poi sarà così!)
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A proposito di avventurosi pionieri della rete, di un decennio di “mashup”, e dei corsi e ricorsi del rapporto fra la creatività dell’utente indipendente e la potenza delle grandi aziende, vi segnalo un libro, Punk capitalismo – come e perché la pirateria crea innovazione, di Matt Mason. Il suo maggior merito è quello di raggruppare in un luogo solo le analisi di tutte le forme di rapporto fra pirateria e cultura di massa, in termini di innovazione, di sfida culturale, di pionierismo tecnologico, e di assalto al conformismo. Non si tratta di una semplice ode alla cultura della strada e all’invenzione individuale. Infatti, in originale il libro si intitolava The Pirate’s Dilemma, “il dilemma del pirata”, in riferimento alla tensione mai risolta fra la produzione e reinvenzione delle idee e l’appropriamento inevitabile (e addomesticamento) da parte delle grandi aziende. Ci trovate la storia del remix come quella dei brevetti farmaceutici, il punk, le radio pirata, i vuoti legislativi e le questioni del copyright, l’impatto di un aggregatore sulle ultime elezioni in Corea del Sud, il trattamento delle notizie dei grandi network e quello dei blog dal basso, Youtube, i troll dei brevetti e il grande litigio sulla proprietà del formato jpg. Nell’insieme, un quadro molto vivido di tutte le forze che agiscono nella nostra vita quotidiana, e un invito ad essere più consapevoli dell’azione dal basso mentre quelli che un tempo chiamavamo “mezzi di produzione” diventano realmente accessibili a masse sempre più grandi di persone qualunque (con quanta consapevolezza, poi, è il problema che ci poneva Lanier più sopra). Naturalmente, Matt Mason ha anche un blog, nel quale fra l’altro annuncia il seguito imminente del suo libro, che si chiamerà The Pirate’s Solution, e affronta nella sua chiave gli spunti del quotidiano. Ve ne propongo uno che riguarda l’impatto della pirateria sugli andamenti al botteghino dei cinema dopo l’uscita di Avatar di James Cameron (traduzione sempre nel podcast qui sotto).
Le musiche di oggi erano “Dandelion” di Charlotte Gainsbourg e “Spider’s web” di Jamie T
Ecco la puntata di oggi:
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