Archive for the ‘stampa’ Category

ritorno al futuro

venerdì, maggio 17th, 2013

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(Mathew Ingram al Festival di Perugia)

Se l’era della condivisione viene interpretata come la fine dei mass media come li conosciamo, e quindi del mondo dei media come sono sempre stati, è altrettanto valida la provocazione di Mathew Ingram: e se l’era dei mass media fosse stata solo una fase episodica, un “incidente della storia”, storia che oggi tende a ricomporsi secondo un processo informativo più organico al passato? Ecco il suo ragionamento per Paidcontent.org.

La canzone di oggi era “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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la promessa della privacy

giovedì, maggio 16th, 2013

wiki-info-final

Il New Yorker è un’altra di quelle esperienze editoriali uniche per la sperimentazione d’avanguardia che può permettersi e che propone; è la app editoriale più letta e copiata del mondo, e quella con la grafica più avanzata. Sebbene il suo stile non sia cambiato di molto dagli anni Venti – intensamente dedicato com’è alla lettura di lungo formato – continua a collocarsi sulla frontiera digitale con notevole piglio. Ieri la testata ha annunciato l’adozione e il lancio di Strongbox, un progetto per tutelare l’anonimato del feedback e del contributo dei lettori in un’era di grande collaborazione ed eccessiva tracciabilità. Strongbox è, fra l’altro, una delle eredità del giovane cyberattivista Aaron Swartz, suicida lo scorso gennaio, che l’aveva progettata insieme a Kevin Poulsen. Qui sopra lo schema di Oneil Edwards che spiega come funziona, qui Amy Davidson per il blog del New Yorker, dal quale si desume il desiderio del New Yorker di incoraggiare ulteriormente il contributo dei lettori alle sue storie investigative e di tutelarsi dalle eventuali richieste sulle fonti delle agenzie di sicurezza federali (che hanno da poco rivelato, per esempio, di aver intercettato le telefonate dei giornalisti della Associated Press).

La canzone di oggi era “You make me want to wear dresses”

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cervello collettivo

lunedì, aprile 29th, 2013

EB

(nella foto, Emily Bell)

Ben ritrovati, oggi una rapida occhiata riassuntiva ai lavori del festival de Giornalismo di Perugia che si sono conclusi ieri, in attesa di vedere qualcuno degli interventi clou più da vicino. Di nuovo appuntamento internazionale di frontiera su informazione, nuovi sistemi organizzativi, rapporto con i social e con “quello” – come dice Emily Bell – “che un tempo era noto come il pubblico”, sopravvivenza e finanziamento, metodi di misurazione del feedback, specializzazione, programmazione, ci ha lasciato pieni di idee e di strumenti, e di materiali da studiare. Attraversato dalla forte consapevolezza del delicato momento politico italiano, il festival di Perugia si è fatto ancora una volta laboratorio sull’informazione che contribuisce a formare le scelte civiche dei cittadini.

La canzone di oggi era “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

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vulnerabili

mercoledì, aprile 24th, 2013

Unknown

In attesa dell’incarico al nuovo presidente del Consiglio, diamo un’occhiata al preoccupante hackering di ieri sull’account Twitter dell’agenzia di stampa Associated Press – un lancio d’agenzia, palesemente mal scritto, ma che annunciava un attacco sulla Casa Bianca e Obama ferito. Due minuti soltanto prima che piovessero tutte le vaste rettifiche, ma abbastanza da far crollare la borsa. Oggi in molti, fra cui Craig Kanalley per Huffington Post, chiedono a Twitter di attrezzarsi con maggiori barriere di sicurezza sulle password degli utenti. The Verge fa un giro fra le grandi agenzie di stampa vulnerabili hackerate in questi mesi.

La canzone di oggi era “Padania” degli Afterhours

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università a cielo aperto

martedì, aprile 2nd, 2013

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(il soffitto del Teatro Pavone di Perugia)

Dal 24 al 28 aprile a Perugia torna il Festival Internazionale del Giornalismo, che attraverso tavole di discussione, laboratori, proiezioni, presentazioni e keynote speech unisce giornalisti italiani e stranieri nello studio delle questioni più rilevanti del racconto giornalistico di oggi. Vera e propria università gratuita e bilingue a cielo aperto, alla 7a edizione, alla quale accorrono studenti e ragazzi da ogni parte d’Italia (per non parlare dei giovani volontari che vi lavorano ogni anno), il Festival è anche il frutto di una grande intuizione di Arianna Ciccone e Chris Potter sul momento di trasformazione epocale che le news stanno attraversando in tutto il mondo sotto la spinta rapidissima del digitale, dei social media, della raccolta di dati, dell’interazione con il pubblico, dei citizen journalist, delle questioni poste da etica, regolamentazione e libertà di stampa, della vendita di contenuti, dei confini sempre più sovrapposti fra professionalità un tempo distinte. Oggi ci colleghiamo in diretta proprio con Arianna Ciccone, sottraendola per qualche minuto ai frenetici preparativi per l’edizione di quest’anno.

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un Reuters nei guai

lunedì, marzo 18th, 2013

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La settimana scorsa nella crème de la crème del tweeting giornalistico internazionale è accaduto un episodio bizzarro: Matthew Keys – straordinario giovane talento della rete reclutato qualche mese fa dalla Reuters per svolgere per l’agenzia il lavoro di ricerca giornalistica che già faceva per proprio conto su Twitter – è stato denunciato per hacking.

Ad accusarlo è il suo vecchio datore di lavoro, che sostiene che Keys avrebbe dato le sue vecchie password ad Anonymous per permettere al collettivo di hackerare il sito per cui lavorava. E ironia della sorte, Keys ha appreso di questa accusa da un tweet.


Cosa che non gli ha impedito di dichiararsi innocente e di cercarsi subito un team di avvocati per essere rappresentato, che a sua volta si è “dichiarato” su Twitter.

La canzone di oggi era “Jubilee Street” di Nick Cave & the Bad Seeds

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carriera solista

venerdì, gennaio 11th, 2013

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Lo straordinario Andrew Sullivan del Daily Dish, impresa di blogging di enorme successo all’interno di Daily Beast/Newsweek (in precedenza, su scala minore, a The Atlantic, con un’autorevolezza costruita per anni) ha deciso di migrare col suo gruppo di lavoro, finanziandosi grazie alle donazioni degli utenti, e gestendosi in autonomia su The Dish a partire da febbraio, senza pubblicità. Una scommessa commerciale, un segnale della rivoluzione del giornalismo, e una provocazione che sta facendo discutere. Qui il racconto de Il Post, qui il parere di Andrea Salvadore (che conoscete per il suo blog AmericanaTv) per Europa, qui il parere decisamente ostile di Mark Ames. Qui il punto di vista di Giuseppe Granieri per i blog dell’Espresso.

La canzone di oggi era ” A little less conversation” di Elvis Presley (rmx)

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Al (Gore) Jazeera

lunedì, gennaio 7th, 2013

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Buon anno nuovo a tutti, prima puntata del 2013! Nel mondo della tecnologia e della comunicazione digitale sono accadute diverse cose interessanti anche durante le vacanze. La più particolare è sicuramente l’acquisizione di Current TV da parte di Al Jazeera. Il network panarabo del Qatar si è comprato la (traballante) televisione sperimentale di Al Gore per 500 milioni di dollari, 8 volte la cifra che era costata allo stesso Gore (che ora si riprende un quinto della cifra totale). Current TV, che non sarà più distribuita da Time Warner, sarà anche il cavallo di Troia che Al Jazeera userà in effetti per sbarcare negli Stati Uniti, dove – anche se pare bizzarro – l’emittente araba non si vedeva se non in streaming, totalizzando il 40% del totale degli spettatori di Al Jazeera English. Adesso lo farà come Al Jazeera America, del cui consiglio di amministrazione faranno parte anche Al Gore e John Hyatt, e probabilmente, proprio a causa di questo “sbarco” sulla tv via cavo americana (con una platea potenziale di 40 milioni di utenti), non offrirà più lo streaming via web. Al Jazeera America sarà basata in parte sulla proposizione dei contenuti già esistenti di AJ English, e in parte di materiali originali prodotti negli Stati Uniti. Il tutto accade in un momento di parziale declino della forte credibilità dimostrata da Al Jazeera nel mondo – particolarmente la netta sensazione di affiliazione dei suoi canali in arabo alle componenti politiche di ispirazione musulmana, e qualche errore giornalistico anche da parte del suo – prima autorevolissimo – canale in inglese; ma è nondimeno la definitiva consacrazione dell’anglo-arabizzazione delle news globali, undici anni dopo l’11 settembre. Per capire cosa si è mosso negli accordi e che impatto culturale avranno, qui il Wall Street Journal sulla contrapposizione fra web e tv via cavo, qui Bloomberg, qui l‘International Business Time, qui il Media Decoder del New York Times, qui Inquistr sul tentativo fallito di Glenn Beck di acquistare Current Tv, qui il comunicato ufficiale di Al Jazeera con l’annuncio dell’acquisto.

La canzone di oggi era “I will wait” dei Mumford & Sons

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cartoline dal 2012

venerdì, dicembre 28th, 2012

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(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)

Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

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la valanga

giovedì, dicembre 27th, 2012

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Qualche giorno fa ha cominciato a circolare la versione completa di tutti i capitoli di “Snow Fall, la “multimedia byline” di John Branch per il New York Times sulla valanga del 19 febbraio 2012 a Tunnel Creek, nello stato di Washington. Branch aveva già scritto una bella storia a puntate sull’hockey l’inverno scorso, e stavolta la sua ricerca è l’occasione per creare un pezzo di giornalismo che trae il massimo da tutte le potenzialità della rete. A cominciare dallo sfondo quasi cinematografico del titolo (non è una foto, ma un filmato che mostra il sollevamento della polvere di neve dalla superficie della montagna), Branch utilizza ogni strumento possibile per ricostruire cosa accadde fra gli esperti sciatori fuoripista, gli snowboarder e i giornalisti della rivista Powder che si riunirono al Tunnel Creek lo scorso febbraio – minibiografie interattive delle persone coinvolte, video in soggettiva dello sci fuori pista, le foto e i video amatoriali del raduno che precedette la tragedia, le mappe meteo in movimento dei giorni della valanga, le vedute dall’alto della simulazione in 3D della zona. La storia è un omaggio ai 3 sciatori che restarono sepolti e a coloro che vennero salvati dal soccorso di montagna, ma anche una fiaba morale sull’inconoscibilità della neve, le cui strutture molecolari cambiano impercettibilmente al primo mutamento: un minimo salto di temperatura, un rovescio di vento, il passaggio di un singolo sciatore – che possono trasformare la sua consistenza di cipria in una trappola di ghiaccio o una mole pesante come la montagna stessa.

Lo scritto sta in piedi da solo, senza scorciatoie e senza rinunciare a niente in nome della multimedialità – è una storia investigativa dettagliata, sobria, partecipe ma asciutta, ricca di retroscena, che ha richiesto sei mesi di ricerche. Branch racconta degli airbag che gli sciatori fuoripista si portano nella tuta per darsi una chance di non soffocare sotto la neve, dei 20 centri di monitoraggio valanghe dei parchi montani degli Stati Uniti, dell’imprenditoria giovanile arrischiata che si muove ai margini dello sci convenzionale, dei premi indetti dalle marche più importanti di attrezzature sciiistiche, dell’eccesso di confidenza con la neve dei residenti più esperti, della composizione chimica della neve, e di come il tasso di vittime delle valanghe sia salito negli Stati Uniti man mano che vengono violate le zone più remote delle pinete di montagna, alla ricerca di quell’esperienza nella neve fresca che la sopravvissuta Elyse Saugstadt descrive come “la beatitudine, la purezza, l’adrenalina primitiva”. Ma in questo caso, il gusto della lettura è arricchito dalle animazioni che si aprono da sole senza soluzione di continuità, dalle voci dei testimoni, dalle registrazioni delle chiamate al 911, dai suoni della montagna. Undici persone hanno lavorato alla grafica, le fotografie sono di Ruth Remson, i video di Catherine Spangler. Il Centro Svizzero Valanghe ha fornito la simulazione della valanga di Tunnel Creek, e Branch ha intervistato molti scienziati esperti di neve per tesserne la presenza silenziosa in tutto il racconto. La storia è divisa in 6 capitoli che sembrano altrettanti sviluppi cinematografici, e si vede al meglio (purtroppo) sui pc, dove i materiali multimediali si aprono da soli in modo molto fluido, facendone davvero un’esperienza aumentata. In qualche modo, questo enorme investimento di strumenti narrativi sembra riuscire di più qui dove il bianco della pagina ricorda il bianco della neve, e il nero dei caratteri rammenta le impronte umane – e dove la ricchezza scientifica della storia può essere raccontata attraverso le mappe, le simulazioni e il 3D. Ma “Snow Fall” resta in ogni caso un esperimento splendido, un’eccellenza che ci ricorda in quali e quanti modi i linguaggi della rete possono essere usati per raccontare storie in modo organico.

La canzone di oggi era “Winter solstice” di Cold Specks

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