Archive for the ‘cult’ Category
lunedì, marzo 25th, 2013

Alla morte del grande scrittore nigeriano Chinua Achebe, la rete ha reagito con una messe di ricordi, di ritratti critici, di affetto, a cominciare dagli scrittori africani più giovani che lo hanno ricordato, e da coloro che avevano incontrato Achebe nel corso degli anni e hanno recuperato i pezzi scritti su di lui cinque, dieci anni fa.
Qui il ricordo di Chimamanda Adichie, che risponde su Vanguard alla critiche politiche sui suoi ultimi libri, alla storia delle Nigeria “ricordata in modi diversi”. Qui Maya Jaggi per Salon, qui la grande rivista letteraria inglese Granta, qui Ella Wakatama Allfrey per il Guardian, e infine qui ciò che vi traduco oggi: il pezzo scritto dallo stesso Chinua Achebe per il New Statesman del 9 febbraio 1990, riproposto online tre giorni fa alla notizia della sua scomparsa.
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Chimamandia Adichie, Chinua Achebe, Ellah Wakatama Allfrey, Granta, Igbo, Los Angeles Times, Salon, The New Statesman, Things fall apart
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mercoledì, febbraio 13th, 2013

Jim Roberts, straordinario protagonista della svolta digitale del New York Times, è stato licenziato qualche giorno fa nell’ambito del grosso piano di tagli previsto dal giornale. Una vera star del giornalismo in rete, ha ricevuto molta attenzione e solidarietà, ha cambiato il suo nome Twitter (da @nytjim a @nycjim) e si è portato via (come accade normalmente) tutti i follower che avevano cominciato a seguirlo quando lavorava al New York Times – più di 80mila. Tempo qualche giorno e Jim Roberts aveva già trovato un altro lavoro, alla sezione Digital dell’agenzia di stampa Reuters, già all’avanguardia nella sperimentazione digitale. Justin Ellis lo ha intervistato per Nieman Journalism Lab.
La canzone di oggi era “Lucky man” dei Verve
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Tags:avanguardia, giornalismo digitale, Jim Roberts, New York Times, Reuters Digital, Twitter
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giovedì, gennaio 17th, 2013

E’ come l’ha chiamata la deputata democratica Zoe Lofgren, che l’ha scritta, e come la chiama Larry Lessig – giurista di Harvard, fondatore di CreativeCommons e mentore di Aaron Swartz. Il suicidio di Aaron, come sapete, è avvenuto una settimana fa, si sospetta a causa dell’angoscia che gli procurava il possibile esito del processo nei suoi confronti per aver sottratto all’MIT e reso pubbliche ricerche scientifiche. Si tratta di una proposta di legge presentata rapidamente al Congresso, che dovrebbe tutelare dall’accanimento giudiziario per crimini che non comportano vittime. Lo stesso Lessig la spiega in queste ore su The Atlantic. Mentre TechCrunch riporta la reazione alla morte di Aaron di Carmen Ortiz, la procuratrice federale accusata di averlo perseguitato.
La canzone di oggi era “Jubilee Street” di Nick Cave (nuovo singolo)
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Aaron Swarz, Carmen Ortiz, Lawrence Lessig
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lunedì, gennaio 14th, 2013

(Aaron da piccolo con Larry Lessig)
Aaron Swartz si è impiccato, a 26 anni. Il più giovane fra i grandi saggi della rete, come lo ha descritto in queste ore il padre di Internet Tim Berners-Lee, si è tolto la vita dopo mille invenzioni straordinarie per la condivisione in rete, una lunga lotta con la depressione, e una prosecuzione legale piuttosto accanita nei suoi confronti per aver consentito l’accesso a documenti di ricerca riservati dell’MIT, per i quali rischiava un’ammenda milionaria e molti anni di carcere. La rete, stavolta è il caso dirlo, è in lutto, dal grande padre di Creative Commons, Lessig, che è stato anche uno dei primi mentori di Aaron quando non era nemmeno adolescente, alle migliaia di utenti che lo stanno omaggiando di lettere e racconti personali sui vari tumblr creati a questo scopo.
Qui la notizia su Mashable.
Qui la straordinaria testimonianza di Cory Doctorow per BoingBoing (che vi traduco qui sotto nel podcast)
Qui un vecchio post di Aaron, “se venissi investito da un camion”.
Qui Spundge con una raccolta degli articoli e delle testimonianze uscite in queste ore. Qui il tributo con i messaggi personali per Aaron. qui la PDFProtest in solidarietà con Aaaron dai ricercatori universitari.
In Italia un po’ di polemiche sul trattamento superficiale della notizia su Aaaron, ma intanto qui La Stampa e qui Francesco Marinelli per Il Post.
Qui Matthew Yglesias per Slate, qui John Schwartz del New York Times, qui Salon.
Qui il GuardianTech sulle dichiarazioni di accusa della famiglia di Aaron al procuratore che lo stava indagando e all’MIT. Qui Slashdot con un breve parere sulla questione legale, e anche Blankslate sulla stessa questione. Importantissimo il post di Alex Stamos, esperto per la difesa nel caso legale di Aaron.
Qui David Weinberger, del Berkman Center for Internet and Society dell’università di Harvard, su come Aaron Swartz fosse un costruttore, non un hacker, dove ricorda tutto quello che ha fatto. Qui Jeff Jarvis che racconta cosa gli ha fatto capire Aaron sul vero valore dei contenuti. (ve ne traduco alcuni frammenti). Qui Lessig contro la prosecuzione legale nei confronti di Aaaron.
Qui Aaron, “come ottenere un lavoro come il mio”.
La canzone di oggi era “For today I am a boy” di Anthony & the Johnsons.
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Aaron Swartz, BoeingBoeing, codice, Cory Doctorow, CreativeCommons, David Weinberger, Jeff Jarvis, Larry Lessig, MIT, prosecuzione legale, Reddit, RSS feed
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venerdì, gennaio 11th, 2013

Lo straordinario Andrew Sullivan del Daily Dish, impresa di blogging di enorme successo all’interno di Daily Beast/Newsweek (in precedenza, su scala minore, a The Atlantic, con un’autorevolezza costruita per anni) ha deciso di migrare col suo gruppo di lavoro, finanziandosi grazie alle donazioni degli utenti, e gestendosi in autonomia su The Dish a partire da febbraio, senza pubblicità. Una scommessa commerciale, un segnale della rivoluzione del giornalismo, e una provocazione che sta facendo discutere. Qui il racconto de Il Post, qui il parere di Andrea Salvadore (che conoscete per il suo blog AmericanaTv) per Europa, qui il parere decisamente ostile di Mark Ames. Qui il punto di vista di Giuseppe Granieri per i blog dell’Espresso.
La canzone di oggi era ” A little less conversation” di Elvis Presley (rmx)
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Tags:Andrew Sullivan, The Dish
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martedì, gennaio 8th, 2013

Lo scorso luglio la Library of Congress – la biblioteca di Washington che già cataloga sistematicamente ogni singolo libro pubblicato nel mondo, e centro ricerche di storia, mappe, fotografia e storia orale di importanza planetaria – annunciava di poter procedere dopo un primo anno di lavoro ad una archiviazione di tutti i tweet pubblici dalla nascita di Twitter nel 2006 al 2010, intenzione resa possibile da un accordo con la stessa piattaforma, che si impegnava anche a fornire aggiornamenti periodici per questo archivio. E intanto, fra il 2010 (quando Twitter ha annunciato di voler donare l’archivio alla Library of Congress) e oggi, il senso e la portata storica di questo social, in particolare nel citizen journalism, si sono rivelati assai più radicali e trasformativi di quanto si credesse. Come dichiarato da Dick Costolo alla conferenza annuale di Ona lo scorso settembre a San Francisco, Twitter è sempre più consapevole dell’importanza del suo archivio, particolarmente per giornalisti e ricercatori, e da metà dicembre sta cominciando a mantenere la promessa di rendere accessibile ad ogni utente l’intero archivio storico dei tweet da lui pubblicati. La procedura è cominciata in via sperimentale dagli utenti in lingua inglese e nelle prossime settimane verrà resa disponibile a tutti, quando nelle impostazioni dell’account comparirà anche l’opzione “richiedi archivio”. L’utente invia un semplice messaggio di richiesta a Twitter, che nel giro di qualche giorno gli fornisce un link confidenziale dove sono scaricati, e ordinati per anno e per mese, tutti i tweet e i retweet che ha pubblicato fino a quel momento. Quando tutti avranno questa opzione, finirà l’ansia della “storia liquida” che attanagliava i giornalisti e i social media editor. Ma le caratteristiche dell’archivio raccolto invece dalla Library of Congress sono ancora più mirabili: prima di tutto, la biblioteca riconosce per la prima volta a un social media una produzione di interesse universale; in secondo luogo, si riterrà indagabile dagli studiosi come produzione collettiva una rete di utenze individuali che però twitta pubblicamente; e l’elemento forse più interessante è che la vera missione di un centro studi come quello della Biblioteca del Congresso non è tanto di accumulare un archivio, ma di renderlo ricercabile. Per ora non sono note le chiavi di ricerca che verranno utilizzate, ma sarà certamente possibile fare ricerche nei 170 miliardi di tweet per data, argomento, provenienza, lingua, temi, materiale multimediale, ecc. E in attesa di quel giorno, la prima fase del progetto, lo annunciava la Biblioteca stessa il 4 gennaio, è stata completata.
La canzone di oggi era “3, 6, 9″ di Cat Power
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venerdì, dicembre 28th, 2012

(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)
Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!
La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen
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giovedì, dicembre 27th, 2012

Qualche giorno fa ha cominciato a circolare la versione completa di tutti i capitoli di “Snow Fall“, la “multimedia byline” di John Branch per il New York Times sulla valanga del 19 febbraio 2012 a Tunnel Creek, nello stato di Washington. Branch aveva già scritto una bella storia a puntate sull’hockey l’inverno scorso, e stavolta la sua ricerca è l’occasione per creare un pezzo di giornalismo che trae il massimo da tutte le potenzialità della rete. A cominciare dallo sfondo quasi cinematografico del titolo (non è una foto, ma un filmato che mostra il sollevamento della polvere di neve dalla superficie della montagna), Branch utilizza ogni strumento possibile per ricostruire cosa accadde fra gli esperti sciatori fuoripista, gli snowboarder e i giornalisti della rivista Powder che si riunirono al Tunnel Creek lo scorso febbraio – minibiografie interattive delle persone coinvolte, video in soggettiva dello sci fuori pista, le foto e i video amatoriali del raduno che precedette la tragedia, le mappe meteo in movimento dei giorni della valanga, le vedute dall’alto della simulazione in 3D della zona. La storia è un omaggio ai 3 sciatori che restarono sepolti e a coloro che vennero salvati dal soccorso di montagna, ma anche una fiaba morale sull’inconoscibilità della neve, le cui strutture molecolari cambiano impercettibilmente al primo mutamento: un minimo salto di temperatura, un rovescio di vento, il passaggio di un singolo sciatore – che possono trasformare la sua consistenza di cipria in una trappola di ghiaccio o una mole pesante come la montagna stessa.
Lo scritto sta in piedi da solo, senza scorciatoie e senza rinunciare a niente in nome della multimedialità – è una storia investigativa dettagliata, sobria, partecipe ma asciutta, ricca di retroscena, che ha richiesto sei mesi di ricerche. Branch racconta degli airbag che gli sciatori fuoripista si portano nella tuta per darsi una chance di non soffocare sotto la neve, dei 20 centri di monitoraggio valanghe dei parchi montani degli Stati Uniti, dell’imprenditoria giovanile arrischiata che si muove ai margini dello sci convenzionale, dei premi indetti dalle marche più importanti di attrezzature sciiistiche, dell’eccesso di confidenza con la neve dei residenti più esperti, della composizione chimica della neve, e di come il tasso di vittime delle valanghe sia salito negli Stati Uniti man mano che vengono violate le zone più remote delle pinete di montagna, alla ricerca di quell’esperienza nella neve fresca che la sopravvissuta Elyse Saugstadt descrive come “la beatitudine, la purezza, l’adrenalina primitiva”. Ma in questo caso, il gusto della lettura è arricchito dalle animazioni che si aprono da sole senza soluzione di continuità, dalle voci dei testimoni, dalle registrazioni delle chiamate al 911, dai suoni della montagna. Undici persone hanno lavorato alla grafica, le fotografie sono di Ruth Remson, i video di Catherine Spangler. Il Centro Svizzero Valanghe ha fornito la simulazione della valanga di Tunnel Creek, e Branch ha intervistato molti scienziati esperti di neve per tesserne la presenza silenziosa in tutto il racconto. La storia è divisa in 6 capitoli che sembrano altrettanti sviluppi cinematografici, e si vede al meglio (purtroppo) sui pc, dove i materiali multimediali si aprono da soli in modo molto fluido, facendone davvero un’esperienza aumentata. In qualche modo, questo enorme investimento di strumenti narrativi sembra riuscire di più qui dove il bianco della pagina ricorda il bianco della neve, e il nero dei caratteri rammenta le impronte umane – e dove la ricchezza scientifica della storia può essere raccontata attraverso le mappe, le simulazioni e il 3D. Ma “Snow Fall” resta in ogni caso un esperimento splendido, un’eccellenza che ci ricorda in quali e quanti modi i linguaggi della rete possono essere usati per raccontare storie in modo organico.
La canzone di oggi era “Winter solstice” di Cold Specks
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Tags:Centro Svizzero Valanghe, John Branch, mappe meteo, montagna, narrazione multimediale, neve, New York Times, sci fuori pista, soccorsi, valanga, video
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venerdì, novembre 16th, 2012

Come fu già per l’uragano Irene, l’uragano Sandy ha goduto del suo antidoto satirico, l’inimitabile umorismo del meme su Twitter su Michael Bloomberg, @elbloombito, adorabile e dichiarato impostore che nei panni del sindaco di New York twitta messaggi in un pidgin English sgrammaticato, in cui sia lo spagnolo che l’inglese sono sempre sbagliati ma la battuta arriva chiarissima. Nel suo mondo, Obama è “Baracque Obamba”, il Giorno del Ringraziamento è il “Graciasgiving”, e “quando il gioco si fa duro, la protezione civile va da un’altra parte”. L’unico modo per godere appieno delle vignette folgoranti del Bloombito è leggerle su Twitter, ma qualche elemento si può fornire a priori: 1) El Bloombito ha una straordinaria abilità nell’usare i 140 caratteri 2) la battuta sarebbe divertente a prescindere dal gioco delle lingue 3) Il Bloombito funziona al meglio quando è inserito in un flusso di tweet sullo stesso argomento, meglio ancora se il vero sindaco sta tenendo una conferenza 4) la sua lingua inventata è irresistibile.
A dicembre del 2011, quando El Bloombito vinse un premio del web, il sindaco stesso gli twittò le congratulazioni. Ma la cosa ancora più interessante è che la vera identità del Bloombito è quella di una giovane madre di famiglia di Inwood di origine portoricana, Rachel Figueroa-Levin, che si inventò la parodia nei giorni dell’uragano Irene quando era costretta in casa senza nulla da fare. Bloomberg aveva inaugurato il suo nuovo metodo di comunicazione “inclusivo” con i cittadini: la donna che accanto a lui traduce nel linguaggio dei segni, e alcuni strani foglietti da cui legge in spagnolo una sintesi dei contenuti più importanti del suo messaggio. Peccato che il suo spagnolo sia così tremendo da essere incomprensibile ai latinos di New York, alcuni dei quali credono che Bloomberg parli in realtà in italiano. Rachel, scherza, è terrorizzata che il sindaco impari davvero lo spagnolo, perché a quel punto El Bloombito non avrebbe più senso, ma intanto si chiede se Bloomberg non possa farsi tradurre seriamente da una persona di lingua ispanica, soprattutto quando parla di cose importanti come un’evacuazione di emergenza. A maggior ragione dopo l’uragano Sandy, Mary Elizabeth Williams di Salon è andata a trovare la donna che con 140 caratteri fa felici i newyorchesi e non solo.
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Tags:#Sandy, ElBloombito, Inwood, meme, Michael Bloomberg, New York, Rachel Figueroa-Levin, Salon, satira, Twitter
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martedì, novembre 13th, 2012

Uno dei panel più interessanti al Festival di Internazionale il mese scorso a Ferrara è stato quello in cui il blogger e columnist Sultan al Qassemi e l’attivista del Bahrain Maryam Alkhawaja hanno raccontato i rapporti finanziari, politici e culturali tra i paesi del Golfo all’indomani delle rivolte arabe. Sultan – giovane, benestante e con molti agganci nel suo paese, gli Emirati Arabi, che gli hanno permesso finora di non mettersi nei guai come altri blogger – continua ad arrivare fra i primi nelle liste dei 100 tweep più influenti del mondo arabo, e la nostra Michela Sechi lo ha incontrato per noi a Ferrara e si è fatta fare un quadro della situazione in Arabia Saudita.
La canzone di oggi era “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra
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Tags:ferrara 2012, festival di Internazionale, Michela Sechi, Ryiadh, Sultan al Qassemi
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