Archive for the ‘lavoro’ Category

lavorare a Google

mercoledì, gennaio 23rd, 2013

GoogleHQ

Le grandi aziende tecnologiche americane sono spesso anche esperimenti di gestione e convivenza aziendale – a cominciare dalle strutture fisiche che le ospitano. Secondo un analista aziendale intervistato da ZowChow, uno dei motivi per cui sono all’avanguardia nella gestione del personale è perché essendo nuove non hanno passato – nessun fardello di modelli organizzativi precedenti, esuberi, mancanza di aggiornamento dei dipendenti. A settembre vi raccontavo dal nuovo quartier generale di Twitter a San Francisco, mentre Facebook si è fatta progettare una caffetteria interna da due grandi del design come Roman & Williams (gli scenografi di Zoolander). La prosperità delle aziende si vede anche dal flusso continuo di annunci di lavoro e di posizioni aperte, sempre pubbliche, e ognuna si organizza su come offrire benefit ai dipendenti (spesso a supplire alle carenze del welfare americano) e creare un ambiente accogliente per favorire nuove idee (seguendo le orme della Apple) ma anche per limitare quello che chiamano “attrito”, cioè la cadenza con cui i dipendenti lasciano l’azienda, spesso a favore della concorrenza nello stesso ambiente tecnologico, che attinge allo stesso bacino di competenze ingegneristiche. Per il quarto anno consecutivo, Google è arrivata prima nella classifica della rivista Fortune delle “migliori aziende per cui lavorare”, così in questi giorni Farhad Manjoo racconta per Slate di come Google qualche anno fa ha cercato di gestire le opportunità per le lavoratrici nella sua azienda (quelle interne, a Mountain View, perché Google impiega anche decine di migliaia di persone esternalizzate, soprattutto per i ranking delle ricerche) e di come il suo reparto chiamato POPS (People Operations) analizza i dati che riguardano l’efficienza del lavoro e l’abbassamento dell’attrito (la “felicità interna” dei dipendenti, e di conseguenza la loro lealtà) usando questi dati per migliorare le proprie decisioni. Il fatto che Google accumuli e analizzi dati sulla propria organizzazione interna significa anche che in futuro sarà in grado di produrre modelli da studiare anche per le altre aziende, anche se tutti gli osservatori riconoscono che il suo ruolo nel mercato non è imitabile. Contemporaneamente il programmatore Swizec Heller racconta ad Huffington Post il suo colloquio a Google, al quale si è molto divertito. A fine 2011 il Post raccontava qui le domande-tipo dei colloqui a Google.

La canzone di oggi era ”One day” nella versione di Sven Dorau

Ecco la puntata di oggi:

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la mela lavata

venerdì, marzo 30th, 2012

Qualche puntata fa vi raccontavo delle inchieste sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi della Foxconn che servono Apple, Dell, Hewlett-Packard e altre grandi aziende occidentali. Sotto questo tipo di pressione, la Apple ha chiesto un’investigazione indipendente alla Fair Labour Association, che dopo un mese di lavoro ha pubblicato ieri sera la sua relazione, che rivela e analizza “massicce violazioni dei diritti dei lavoratori” sia rispetto al codice etico della stessa FLA che rispetto alla legge cinese. Il CEO di Apple Tim Cook aveva fatto visita a uno degli stabilimenti poche ore prima che il rapporto venisse pubblicato, e oggi Foxconn annuncia che si atterrà alle misure consigliate dalla FLA adottando grossi cambiamenti nelle condizioni di lavoro, nella retribuzione e anche nel numero di operai impiegati – con una ricaduta sui costi di questo lavoro altamente specializzato sui margini di guadagno delle aziende committenti o sul prezzo del prodotto finale al consumatore (nel caso degli attuali iPhone e iPad alto, ma molto contenuto rispetto al lavoro che la costruzione e l’assemblaggio manuale comportano).  Qui trovate il rapporto originale dell’indagine condotta dalla Fair Labour Association, con le appendici stabilimento per stabilimento e le misure consigliate per il futuro. Qui il resoconto a caldo del NYT, qui Angelo Aquaro per Repubblica.it.

♫ La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

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l’infiltrata

venerdì, marzo 9th, 2012

(Amazon, foto di Macduff Everton/Corbis)

Vi ho raccontato in varie occasioni (per esempio qui e qui) delle condizioni di lavoro nei centri commerciali americani della catena Walmart e nei magazzini all’ingrosso da cui arrivano le merci che Walmart vende a poco prezzo, e degli espedienti che i lavoratori si stanno inventando per aggirare le misure antisindacali della grande catena. Adesso Mac McClelland, fiore all’occhiello del bellissimo blog d’inchiesta MotherJones, si è cacciata in un’altra delle sue memorabili imprese da infiltrata: forte di una reale esperienza in passato come lavoratrice in magazzino, è stata spedita dai suoi editor a fare l’operaia alla catena di un impianto Amalgamated, immergendosi così nella produzione che sta dietro alle vendite online (nel suo pezzo trovate anche la classifica dei 60 più importanti marchi di vendita online). Vi traduco buona parte del suo reportage e potete ascoltarlo qui sotto nel podcast.

♫ La canzone di oggi era “That’s how it is” di Paul Freeman

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il baco nella mela

giovedì, marzo 1st, 2012

Con un giro d’affari ormai superiore al prodotto interno lordo di diversi paesi del mondo, equivalente al budget della Nasa o al valore della rete autostradale americana, le responsabilità pubbliche della Apple aumentano esponenzialmente. Un moto di indignazione sulla rete, qualche giorno fa, ha costretto il governo americano a inviare in tempi bravissimi una lettera al nuovo CEO di Apple, Tim Cook, intimandogli di riallineare la politica del trattamento dei dati personali sulle app per i social media alle linee guida dichiarate dall’azienda stessa, ottenendo una risposta altrettanto immediata e l’impegno di Apple a rientrare immediatamente nei parametri di trasparenza a cui si era impegnata. Molto meno scalpore dai cittadini della rete sembra destarlo invece il nodo più controverso della produzione Apple, vale a dire il trattamento dei lavoratori nelle fabbriche cinesi a cui è appaltata la produzione degli iPhone e degli iPad. Si tratta probabilmente dell’unico tabù della filosofia produttiva dell’azienda di Cupertino, l’unico argomento, per esempio, solo debolmente sfiorato nella biografia autorizzata di Steve Jobs. La domanda enorme di iPhone e iPad a livello mondiale creata dal passaparola e dal lavoro di immagine dell’azienda (93 milioni di iPhone e 40 milioni di iPad venduti nel 2011) richiede una risposta su scala altrettanto enorme, e molto veloce per garantire tempi di attesa non eccessivi; l’unico modo per soddisfarla è stato decentralizzare la produzione a Shangai, negli stabilimenti gestiti dalla Foxconn (che non fanno pura manovalanza, visto che hanno anche creato da zero alcuni dei componenti esclusivi dei progetti Apple) con turni a rotazione senza soste 24 ore su 24 sette giorni su sette, pagati 1 dollaro e 78 centesimi all’ora per turni di dieci ore. Una situazione che sta provocando una catena di suicidi fra gli operai, in condizioni di lavoro al limite dell’abuso. Qui trovate uno dei reportage di denuncia della giornalista cinese Liu Zhiyi, che ha lavorato in incognito, tradotto da Richard Lai – Liu mette a fuoco che questa esperienza in fabbrica non è solo il lato più misero dei meravigliosi giocattoli Apple, ma il dramma di un’intera generazione di lavoratori cinesi. Qui trovate Charles Arthur che posta sul Guardian sull’annuncio di un amento del 25% nei salari degli operai della Foxconn. Quando mancano sei giorni alla presentazione pubblica del nuovo iPad3, Apple si trova costretta ad agire per riparare a un progressivo danno di immagine che i suoi consulenti chiamano “il momento Nike”, riferendosi allo scandalo del lavoro minorile in Asia impiegato dalle aziende americane di abbigliamento negli anni Novanta. L’azienda ha quindi annunciato di essere pronta all’ingresso di ispettori – oltre che di eventuali troupe televisive – negli stabilimenti Foxconn a Shangai. Le ispezioni, in realtà, faranno capo alla Fair Labor Association, e oggi vi racconto che cos’è e come funziona questa organizzazione non-profit che è in realtà un meccanismo di auto-certificazione delle aziende stesse. Intanto Bill Weir della trasmissione Nightline dell’ABC ha girato un reportage interessante alla Foxconn, accettando di entrare in fabbrica solo se avesse avuto accesso totale, visto che la rete per cui lavora è completamente intrecciata con Disney e Apple. Qui potete vedere il video integrale.

♫ La canzone di oggi era “Constant now” dei dEUS

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The Artist

martedì, febbraio 28th, 2012

In un momento di relativa calma nella situazione egiziana, oggi si riunisce per la prima volta il consiglio appena eletto della Shura, si vanno definendo le date per la presentazione dei candidati alle presidenziali e ieri ha tenuto la sua prima conferenza stampa Khaled Ali, che sarà il più giovane candidato alla presidenza nonché il candidato laico sostenuto da molte delle formazioni giovanili e rivoluzionarie. Proseguono le tensioni nel sud del Sinai, dove le proteste dei beduini nei confronti del governo centrale sfociano spesso in sequestri-lampo di comitive di turisti stranieri, la situazione economica continua a peggiorare, si è aperta l’inchiesta sulla strage allo stadio di Port Said, mentre il nuovo parlamento temporeggia, impegnato in alcune discussioni di basso profilo come il possibile divieto sulla pornografia online (del tutto teorico). Intanto gli attivisti online discutono preoccupati soprattutto di una nuova aggressione ai copti avvenuta giorni fa in un quartiere del Cairo – più o meno fomentata ad arte come già in passato – e continuano a produrre iniziative sul campo. Mahmoud Salem (@sandmonkey) ha aperto una nuova “casa” per i graffitisti e l’arte di strada sbocciata dopo la rivoluzione, e si continua a lavorare per il rafforzamento della rappresentanza sindacale dei lavoratori. Nelle prime file di questo movimento, come sapete, c’è Hossam el Hamalawy, classe 1977, uno dei blogger e reporter più influenti della rivoluzione egiziana, oltre che uno degli straordinari fotografi fioriti nel movimento di piazza Tahrir. A ventitre anni, Hossam era stato detenuto dalla polizia segreta di Mubarak e torturato in carcere.  Subito dopo la caduta di Mubarak, un enorme gruppo di giovani invase il quartier generale della sicurezza segreta egiziana per mettere in salvo i documenti e i dossier che gli agenti stavano distruggendo. Fotografarono tutto, sequestrarono molti documenti per consegnarli a un giudice civile (fra cui il dossier su Khaled Said) e fotografarono le montagne di documenti già distrutti, fatti a striscioline e accumulati negli angoli per essere bruciati. Per qualcuno quella fu anche l’occasione per rivedere le celle in cui era stato detenuto, interrogato e torturato, e Hossam era fra quelli. Quel giorno twittò: “Sono entrato nel piccolo edificio in cui ero stato rinchiuso. Ancora non riesco a crederci… Molti intorno a me stanno letteralmente piangendo. Non riusciamo a trovare la stanza degli interrogatori, qui è come una fortezza”. Da quel giorno ha fatto partire una campagna per la denuncia e la documentazione delle identità dei torturatori (qui l’articolo del Washington Post che raccontava quel lavoro). Militante dei Rivoluzionari Socialisti egiziani, Hossam si occupa in particolare dei sindacati indipendenti (dall’inizio della rivoluzione ne sono nati più di 120), e l’anno scorso ha ricevuto il premio Anna Politkovskaja al Festival di Internazionale a Ferrara. Su Twitter lo conoscete come @3arabawy. Con lui completiamo un primo quadro di interviste sul Cairo cominciato con @sandmonkey e proseguito con Gigi Ibrahim, Alaa Abdel Fattah e Ahmed Maher del movimento 6 aprile. La nostra Laura Cappon ha incontrato Hossam el Hamalawy pochi giorni fa in un caffè del Cairo, e parla con lui di come è nato il suo impegno politico, dell’esperienza con i socialisti rivoluzionari, del fallimento dello sciopero generale dell’11 febbraio, del meccanismo di integrazione fra social media e media tradizionali, e della dittatura militare che sta gestendo la transizione.

♫ La canzone di oggi era “Danse Carribe” dal nuovo album di Andrew Bird

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mutanti

mercoledì, gennaio 18th, 2012

Lo scorso giugno vi avevo parlato della nascita di OUR(Walmart), la nuova associazione che si prefiggeva di aggirare il blocco alle organizzazioni sindacali del colosso americano della vendita al dettaglio. Sorvegliata speciale di Human Rights Watch per le sue pesanti violazioni dei diritti dei lavoratori, Walmart ha sfidato l’ingegnosità dei suoi impiegati, che affrontano un mercato senza regole con la loro nuova associazione – che in realtà ripercorre le orme dei sindacati anni Trenta, pre-New Deal. Spencer Woodman posta per The Nation sulla strada che OUR ha fatto fin qui.

E nell’amorfa e sempre mutevole realtà del lavoro, Robert Capps di Wired intervista Robert Neuwirth sul suo nuovo libro (Stealth of Nations: the global rise of informal economy) e gli fa raccontare che cos’è l”economia informale” e perché bisogna farci i conti.

(vi ricordo che oggi il feed di @alaskaRP su Twitter sarà fermo dalle 14 alle 2 italiane in adesione al #SOPAblackout che vi raccontavo nella puntata di ieri)

♫ La canzone di oggi era “Which side are you on” nella nuova versione di Ani di Franco

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prendere il toro per le corna

venerdì, ottobre 14th, 2011

(La regina dei tweep di piazza Tahrir, Gigi Ibrahim, e il toro di Wall Street).

Critical mass negli spazi pubblici più che manifestazioni politiche tradizionali, tutte le iniziative cittadine e nazionali che confluiscono domani nella giornata del 15 ottobre hanno un filo comune – fallimento delle regole di un sistema economico, eliminazione del futuro perché strangolati dal debito a favore di un elite finanziaria, riconquista degli spazi pubblici, spaccatura di rappresentanza fra classe politica e maggioranza dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, spaccatura fra livello di istruzione e accesso tecnologico delle persone da una parte e la loro possibilità di far parte della società – e anche, si direbbe, un ritorno piuttosto cospicuo alla lettura di Marx, esattamente come in Egitto. In Italia c’è ancora disorientamento sia nella lettura di quello che accade (fin dalle prime acampadas spagnole accese da pza Tahrir) che nell’attuazione della versione italiana del #15O. Radio Popolare e Popolare Network seguiranno tutta la giornata con diretta da Roma e corrispondenze da tutto il mondo dal mattino alla notte, e sperimenteremo per la prima volta una diretta Twitter in streaming anche sulla homepage del sito di Radio Popolare – www.radiopopolare.it. Mentre andiamo in onda, la rivista Time dedica la copertina al 99% evocato dalla protesta di OccupyWallStreet e titola “il ritorno della maggioranza silenziosa”, mentre Zuccotti Park a New York, il sit-in di Denver e quello di Seattle sono a rischio sgombero nonostante il sostegno di molte personalità di spicco. Molti di questi sit-in diventano luoghi di confronto e di studio, su questioni sociali ed economiche, di cui si sente evidentemente una forte necessità. Perché possiate incrociare i fili comuni del #15O, vi propongo tre manifesti: quello di MilanoX e Reteeuromayday in rappresentanza dell’Italia, la convocazione spagnola raccolta da Dundun e Claudia Vago, che stanno facendo un lavoro di informazione sull’identità di queste piazze (qui lo Scoop.it di Claudia), e il manifesto dell’assemblea generale di #OccupyWallStreet a New York.

(la mappa dell’accampamento di Zuccotti Park creata dal New York Times)

Jeff Madrick, dopo aver tenuto una conferenza per gli occupanti di Zuccotti Park insieme al premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ha scritto un post sulla sua esperienza nella piazza per il blog della New York Review of Books.

♫ La canzone di oggi era “Working Class Hero” di John Lennon

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per niente facile

martedì, giugno 28th, 2011

Sulla nostra timeline di Twitter potete continuare a seguire le rivolte arabe, e in questi giorni anche la Freedom Flotilla e altri argomenti. Entriamo oggi nell’ultima settimana di Alaska per questa stagione, ma la timeline su Twitter resterà aggiornata durante l’estate, e posterò qui i contenuti e i podcast del programma settimanale estivo, che avrà inizio domenica 10 luglio.

Fra tre giorni è previsto l’inizio di presunti colloqui di riconciliazione con l’opposizione in Bahrain (i cui leader sono quasi tutti in carcere, mentre all’altro capo del tavolo siederà un uomo notoriamente implicato in casi di tortura), e intanto la situazione dei rapporti fra Stati Uniti e Bahrain si complica, anche solo semplicemente perché il mondo è piccolo, e i casi delle centinaia di lavoratori licenziati in questi mesi per aver aderito alle manifestazioni per le riforme hanno finito per infrangere proprio l’accordo di libero scambio fra Usa e Bahrain (la maggior parte delle grandi imprese che gestiscono i cantieri edili del paese, per esempio, sono inglesi o americane, con manodopera del posto o immigrata). E cosa fa ora il governo del Bahrain per tutelarsi? Assolda un grande studio legale americano, naturalmente. Qui il post di Farah Halime per The National. Intanto, non solo in Bahrain, si registra un’impennata nei suicidi dei lavoratori e lavoratrici migranti.

La questione di processi nazionali o internazionali ai vecchi leader macchiatisi di crimini contro l’umanità è centrale alla discussione in molti paesi arabi che si sono sollevati in questi mesi. La Tunisia ha processato e condannato Ben Ali, l’Egitto tentenna dopo aver incarcerato Mubarak, Saleh e Assad potrebbero restare nel mirino della legge internazionale se non prevalgono interessi nazionali che vogliono altrimenti. Ieri la notizia del mandato di arresto internazionale per Gheddafi, per uno dei suoi figli e per il capo dell’intelligence libica, emesso dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia, presieduta dal procuratore generale Luis Moreno-Ocampo. Festeggiata a Benghazi come un altro passo verso la caduta del regime (mentre i bombardamenti Nato sembrano protrarsi senza risultati apprezzabili), questo tentativo di perseguire Gheddafi per crimini contro l’umanità ha tutta una serie di peculiarità legali che lo rendono speciale, e sembra improbabile che potrà essere implementato a breve. Quasi due mesi fa, sul blog enoughgaddafi, Mariam Elhadri si avventurava fra i cavilli e i precedenti della legge internazionale.

♫ La canzone di oggi era “Slow was my heart” di Richard Ashcroft

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come liberarsi

mercoledì, giugno 15th, 2011

Il blog A Cookie, scritto dal bahrainino Shehab dall’Inghilterra, studia alcuni articoli di Robert Fisk, il grande esperto e cronista sul Medio Oriente, datati 1996. Non solo oggi Fisk è “persona non grata” alle autorità del Bahrain perché accusato dalla famiglia reale al Khalifa di diffondere false notizie sul paese, ma Shehab ha ritrovato nei racconti del 1996 (quando l’ingerenza inglese negli affari del Bahrain era ancora molto forte) la stessa identica struttura repressiva che si osserva oggi. Con la differenza che nel 1996 non si usavano i social media.

Intanto per la prima volta un giornalista straniero, Nic Robertson della CNN, sta riuscendo a seguire i processi per direttissima in Bahrain – negli ultimi due giorni quelli a centinaia di medici e infermieri dell’ospedale di Salmaniya accusati di aver curato e protetto i manifestanti feriti a Lulu a metà marzo, e oggi quello, già riaggiornato, ai giornalisti accusati di “diffondere notizie false” sulle agitazioni nel paese. Potete seguire i tweet di Nic da Manama nella nostra timeline su Twitter.

Dopo la detenzione di Manal, la giovane donna saudita che si è messa alla testa del movimento che chiede per le donne il diritto a guidare (e che possiamo vedere come il primo passo nella richiesta di poter votare), la scrittrice Mai Yamani fa qualche considerazione interessante su come e perché le donne saudite stanno uscendo dal guscio.

Le proteste e i sit-in dei lavoratori in Wisconsin sono stati la prima forte iniziativa dopo il netto declino della presenza dei sindacati americani sui luoghi di lavoro. Ora anche i lavoratori della catena Wal-Mart – così carente nel rispetto dei diritti dei suoi impiegati da essere entrata nel mirino dell’associazione per i diritti umani Human Rights Watch – sembra abbiano trovato un modo per aggirare l’impedimento alla presenza del sindacato nei loro negozi, costituendosi a migliaia in una nuova associazione, l’OUR. Qui Stephen Greenhouse posta per il NYT.

Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.

♫ Le musiche di oggi erano “Satellite” di Eddie Vedder e “Le navi” di Daniele Silvestri

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taxi

giovedì, marzo 25th, 2010

taxi_driver

Anche se passa tutto il giorno in macchina, e forse a casa è troppo stanco per postare, il tassista è una delle creature più adatte a tenere un blog: fra osservazioni sulla varia umanità che gli capita di trasportare, e la vita fitta e intricata di regolamenti, licenze e problemi di traffico, è un osservatore nato della vita delle città vista dalla strada. In fondo, il tassista è un narratore nato, e di storie da raccontare ne ha a profusione. Anche nella nostra trasmissione del mattino, Ancora 10 minuti, c’è un tassista protagonista. In Italia i blog dei tassisti sono soprattutto tecnici o rivendicativi; da Milano, però, scrive il Blogtassista, che raccoglie tutte le notizie degne di nota sul mondo dei taxi cittadini, e fornisce qualche indicazione logistica interessante per tutti. Potete vederne qualche esempio qui.

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Un esempio eccelso, invece, di tassista come narratore, è quello delle Cronache di un Tassista di Las Vegas, che fra deserto e casinò, grandi alberghi e slot machine, si diletta nella composizione di un affresco urbano che qualche volta ricorda James Ellroy. In traduzione vi propongo uno dei suoi post che racconta il tipico braccio di ferro col cliente sulla strada migliore da imboccare, con tanto di dialoghi e sceneggiatura in cui monta la tensione…  (potete leggerlo qui e  riascoltarlo tradotto qui sotto nel podcast)

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A New York (con un’appendice altrettanto interessante che riguarda Buenos Aires) esiste invece un blog molto frequentato, Taxi Gourmet, che si propone di mappare locali, chioschi e ristoranti a poco prezzo preferiti dai tassisti della città. Nell’insieme, è un’avventura culinaria da acquolina in bocca fra i segreti di tutte le etnìe di New York, soprattutto quelle latine, sullo sfondo di una serie di leggende urbane. Taxi Gourmet è diventato una bibbia persino per i critici gastronomici e per i blogger che si occupano di cucina.  Qui potete trovare la storia di Layne e di come è nata l’idea di questo blog (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Le musiche di oggi erano “Mr Cab Driver” di Lenny Kravitz e “Big yellow taxi” di Joni Mitchell; il frammento di dialogo era di Robert De Niro da Taxi driver di Martin Scorsese.

Ecco la puntata di oggi:

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