
(piazza San Bernardino all’Aquila, via Miss Kappa)
La prima cosa che vedrete su Twitter fra i nostri contatti egiziani, è che molti di loro da venerdì scorso hanno cambiato le icone del proprio profilo: dopo 18 giorni di stretto anonimato, di nickname e di tentativi per non far incrociare informazioni personali su di loro alla polizia militare, adesso si fanno avanti con le loro vere facce, pubblicando anche fotografie che li ritraggono in piazza, nelle strade, davanti al palazzo della tv di stato, davanti al museo egizio e alla sede del Parlamento. Nel fine settimana sono tornati a casa a dormire, a lavorare, a studiare, a ritrovarsi con le famiglie e gli amici. Molti di loro dicono che stanno “solo ricaricando le batterie”, perché i 18 giorni di piazza Tahrir hanno cambiato tutto, e vogliono restare protagonisti della lenta e complessa rivoluzione. Dopo il trionfo della piazza Tahrir di venerdì sera – che dopo la puntata in onda abbiamo seguito tutti insieme su Twitter, in diretta su Radio Popolare e grazie alle immagini di AlJazeera – la situazione al Cairo è solo apparentemente tranquilla. I reporter che non sono residenti al Cairo sono ripartiti, e i manifestanti hanno completamente ripulito la piazza dalla spazzatura e dalle tende dopo giorni di presidio, ma a Tahrir restano piccoli gruppi o singole persone a protestare per varie questioni individuali legate al lavoro e al salario. L’esercito, che si è fatto carica della transizione verso la democrazia dopo la cacciata di Mubarak, ha posto loro diversi ultimatum e il rischio è che usi la forza per sgomberare i pochi dimostranti rimasti. L’ironia della cosa non è sfuggita ai twitterer del movimento, che per sicurezza continuiamo a tener d’occhio: commentavano sul fatto che l’esercito conosce un solo modo di fare le cose, cioè da esercito, e si scambiavano battute sull’enormità di fidarsi dei militari affidando proprio a loro il compito, in pratica, la transizione verso il momento in cui l’Egitto sarà libero dalle leggi di emergenza e si potrà manifestare liberamente senza essere sgomberati, un Egitto in cui la Costituzione prevederà la formazione spontanea di legittimi sindacati dei lavoratori. La sorveglianza del movimento verso i militari è molto forte, una fiducia che potrebbe essere messa in discussione in ogni momento con un riaccendersi delle proteste. Intanto il colossale ritratto di Mubarak è stato rimosso dalla sala del governo, e ieri Wael Ghonim e gli altri organizzatori del 25 Gennaio si sono incontrati con il Consiglio Supremo dell’Esercito per tracciare la road map verso la nuova Costituzione, che dovrebbe essere implementata secondo i desideri dei manifestanti entro due mesi, per preparare la strada a nuove libere elezioni a settembre e la legalizzazione di tutti i partiti politici che vorranno concorrere. Nel frattempo, gli scioperi dei lavoratori proseguono in varie città dell’Egitto, oggi va in onda su AlJazeera lo speciale sulle persone sparite durante la rivolta del cairo che SherineT ha preparato nei giorni scorsi quasi sotto i nostri occhi, e i ragazzi del movimento stanno tenendo d’occhio la miccia che da venerdì pare bruciare – con tutte le debite differenze -verso Algeria, Tunisia, Siria, Yemen, e perfino il Bahrein, dove si sta rivoltando la minoranza sciita che costituisce la bassa manovalanza del paese e oggi è morto un ragazzo colpito ieri da un proiettile; sulle nostre coste meridionali, così intrinsecamente nordafricane, sbarcano in queste ore migliaia di giovani tunisini in cerca di lavoro). E siccome la domanda di tutti oggi sembra essere “ma che cosa sappiamo del Bahrein?”, Qui un’esplorazione delle questioni legate a Internet in Bahrein e qui il manifesto della loro manifestazione di ieri. Nella ricchissima Arabia Saudita sono molto preoccupati per la mutazione dell’Egitto, e in Iran ieri migliaia di manifestanti sono tornati per le strade, a farsi pestare e disperdere dalla polizia con i gas lacrimogeni, in una situazione che i giovani egiziani seguono con tragica trepidazione perché hanno la sensazione che la situazione iraniana sia molto più complicata della loro. Non sono pochi quelli su Twitter che lanciano messaggi ai follower italiani: e voi che cosa aspettate? La prima risposta sono state le centinaia di migliaia di donne e uomini del “Se non ora, quando?” di domenica 13 febbraio, la nostra prima piazza senza la lingua morta della politica, percorsa da una grande ammirazione per il movimento egiziano. Secondo il Washington Post di ieri, la situazione dell’Italia è così ambigua e compromessa da indebolire tutte le lezioncine di democrazia dell’Unione Europea al Nord Africa. Intanto nella stessa giornata in cui si svolgevano le grandi manifestazioni del “se non ora, quando?”, all’Aquila gli abitanti pulivano una volta per tutte – da soli e a mani nude – la spettacolare scalinata della chiesa di San Bernardino, infestata dalle erbacce e ancora ingombra di macerie dal terremoto. Ce lo racconta dall’Aquila l’infaticabile Anna, alias Miss Kappa.
♫ La canzone di oggi era “Revolution #1″ dei Beatles
Ecco la puntata di oggi:
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