Archive for the ‘Bahrein’ Category

fuga dal Bahrain

martedì, maggio 14th, 2013

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la prima fotografia di Ali Abdulemam (che chiacchiera con Weddady, figura chiave della sua fuga), scattata da Andy Carvin all’Oslo Freedom Forum

Ci siamo lasciati quasi due settimane fa, e in mezzo abbiamo vissuto insieme una campagna di sostegno a Radio Popolare fruttuosissima ed entusiasmante, grazie a tutti voi che avete partecipato. Da questa settimana, a causa della riduzione d’orario dei lavoratori della radio secondo gli accordi del contratto di solidarietà, Alaska andrà in onda quattro volte alla settimana anziché cinque, dal martedì al venerdì, anche se con una novità positiva nell’aggiunta della replica anche il venerdì sera.

Oggi comincia la prima vera giornata di lavori dell’Oslo Freedom Forum, che potete seguire anche in streaming. Fra i protagonisti della discussione sulle libertà e i diritti civili nel mondo, anche Ali Abdulemam, la cui sedia era rimasta vuota l’anno scorso perché Ali, il primissimo blogger per la difesa dei diritti umani in Bahrain, dopo l’ennesimo periodo trascorso in carcere, le minacce alla sua famiglia e la condanna a 15 anni di carcere, era diventato latitante. Qui trovate la sua storia in un video di Frontline Defenders Solo oggi sappiamo qual è stato il suo percorso – due anni in attesa dell’occasione giusta per fuggire dal suo paese, lo racconta bene, in esclusiva, The Atlantic qui, grazie alla penna di Thor Halvorssen dell’Oslo Freedom Forum, che ha letteralmente creato un piano internazionale per la fuga di Ali, anche se alla fine la sua fuga si è svolta con una tattica diversa.

Ecco la puntata di oggi:

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free as a bird

mercoledì, marzo 27th, 2013

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Zainab Alkhawaja, 29 anni, di nuovo in carcere per motivi politici in Bahrain, ha cominciato uno sciopero della fame per protestare contro il divieto a ricevere visite dai famigliari, fra cui la sua bambina. Dal carcere scrive una lettera per spiegare le sue ragioni, che dalla rete viene ripresa dalla stampa di tutto il mondo.

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ritorno a casa

venerdì, febbraio 15th, 2013

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(Sitra, 13 febbraio, AP Photo/Hasan Jamali via questa gallery de Il Post)

Maryam Alkhawaja, portavoce del centro per i diritti umani del Bahrain e figlia di uno dei leader della protesta incarcerati, Abdelhadi Alkhawaja, è riuscita a tornare nel suo paese dopo da due anni da esule. Ieri, dagli Stati Uniti, mi ha raccontato cosa ha trovato, a cominciare dalla visita in carcere a suo padre.

La canzone di oggi era “Dust and water” di Anthony & the Johnsons

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due anni da Lulu

giovedì, febbraio 14th, 2013

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(villaggio di Diraz, stamattina, foto Al Wefaq)

Oggi in Bahrain gli attivisti celebrano due anni dall’inizio della loro rivoluzione, avvenuto in una piazza che oggi non esiste più. Il giorno di San Valentino del 2011, tre giorni dopo la caduta di Mubarak in Egitto, una folla equivalente a più della metà della popolazione nativa del piccolo stato si accampò intorno al suo monumento nazionale, creando la piazza più simile a Tahrir che si sia vista nei paesi arabi. Le richieste erano di riforme sociali sostanziali ma non radicali, eppure la famiglia reale Al Khalifa – che da più di un secolo governa per diritto ereditario un paese a maggioranza sciita – ha evacuato Lulu con la forza, raso al suolo il monumento, incarcerato tutti i leader della lotta per i diritti umani, chiamato in soccorso le vicine truppe saudite, continuato a praticare la tortura in carcere, svuotato le libertà degli organi di stampa, arrestato i migliori medici del paese, represso e incarcerato insegnanti, studenti e sportivi di alto livello, vietato l’ingresso ai giornalisti stranieri, demolito moschee sciite, sparato sui funerali degli uccisi negli scontri, quasi tutti ragazzini. Le manifestazioni e le azioni dimostrative, quotidiane, piccole e grandi e assolutamente vietate, continuano ogni giorno, ma senza mai riuscire a tornare nel centro di Manama, isolato dai quartieri residenziali e dai piccoli villaggi più poveri da un sistema di posti di blocco. I gas lacrimogeni sono una costante delle fotografie che riceviamo dal Bahrain ogni giorno grazie alla rete. Nonostante le risoluzioni della Comunità Europea, un dialogo con il Dipartimento di Stato americano (che ha interessi enormi nel piccolo paese), e l’interessamento di diversi stati europei e di tutte le associazioni per i diritti umani, le riforme in Bahrain sono ancora un sogno lontano – ulteriormente complicato dal ruolo che involontariamente giocano gli stranieri naturalizzati allo scopo di controbilanciare la composizione etnica del paese – quasi tutti impiegati nelle forze di sicurezza e nella costruzione dei grattacieli di downtown, spesso strumentalizzati o ricattati dagli Al Khalifa e vittime dell’odio della popolazione nativa. Stamattina presto, per l’anniversario di Lulu, erano già ripresi i cortei dei giorni scorsi. Ucciso un ragazzino di 16 anni, Hussein al Jaaziri. Il racconto di Ian Black per il Guardian e dell’AP.

La canzone di oggi era “Blue is my heart” di Holly Williams

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cartoline dal 2012

venerdì, dicembre 28th, 2012

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(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)

Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

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il paese più carino del mondo

lunedì, dicembre 3rd, 2012


(Kim Kardashian posa coi cammelli in Bahrain – foto postata da lei sul suo profilo Twitter)

Cosa c’entra Kim Kardashian – socialite americana, cantante, imprenditrice, milionaria, ex moglie di cestisti e fidanzata di Kanye West – con il Bahrain? Qualcosa, dal momento che nei giorni scorsi ha compiuto una visita di lavoro nel piccolo stato del Golfo per l’inaugurazione del suo nuovo negozio di milkshake – evidentemente senza alcun problema ad ottenere il visto, invano ambito invece dai reporter internazionali. Apparentemente ignara delle violazioni dei diritti umani da parte della famiglia Al Khalifa, la Kardashian ha pubblicizzato ai quattro venti la sua visita trionfale attraverso i social media e ha definito il Bahrain “il paese più carino del mondo”, in un tweet retwittato dal Ministro degli Esteri. L’unica pubblicità collaterale creata dalla sua visita è stata quella fornita da un gruppetto di salafiti bacchettoni che protestavano per l’ospitalità concessa a una fanciulla occidentale ospitata dalle pagine centrali di Playboy e i cui video porno hanno fatto il giro del mondo. Ma sulla rete, il dibattito è stato un altro. Global Voices ha ricostruito la vicenda dell’hashtag #MilkShakeTearGas (milkshake ai gas lacrimogeni), del tweet cancellato di Kim Kardashian, e alla star americana, Maryam Alkhawaja, ha scritto una lettera aperta, perché approfittasse della sua visita per incontrare i difensori dei diritti umani in Bahrain.

La canzone di oggi era “Sleeper” dei Branches

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nel regno di Sultan

martedì, novembre 13th, 2012

Uno dei panel più interessanti al Festival di Internazionale il mese scorso a Ferrara è stato quello in cui il blogger e columnist Sultan al Qassemi e l’attivista del Bahrain Maryam Alkhawaja hanno raccontato i rapporti finanziari, politici e culturali tra i paesi del Golfo all’indomani delle rivolte arabe. Sultan – giovane, benestante e con molti agganci nel suo paese, gli Emirati Arabi, che gli hanno permesso finora di non mettersi nei guai come altri blogger – continua ad arrivare fra i primi nelle liste dei 100 tweep più influenti del mondo arabo, e la nostra Michela Sechi lo ha incontrato per noi a Ferrara e si è fatta fare un quadro della situazione in Arabia Saudita.

La canzone di oggi era “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

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giochetti

mercoledì, giugno 20th, 2012

(Rugaya al Ghasara, prima donna del Bahrain a partecipare alle Olimpiadi, nei 100 metri del 2004 ad Atene)

Dopo una notte insonne – con Tahrir piena di Fratelli Musulmani, salafiti e attivisti del movimento 6 aprile, che più che festeggiare la vittoria di Morsi al ballottaggio (che non è affatto sicuro verrà ratificata con i risultati ufficiali domani) protestavano contro la dissoluzione del parlamento eletto e l’aggiunta costituzionale dell’esercito, e intanto la notizia della morte di Mubarak che ha fatto il giro del mondo per poi essere smentita – torniamo a cercare di capire cosa succede intorno al processo elettorale egiziano, gravemente compromesso. Il Carter Center, già presente con l’ex presidente Jimmy Carter e i suoi osservatori al primo turno, è stato fra i pochi monitor internazionali delle elezioni, presenti ufficiosamente. Dopo le morbide tirate d’orecchie del primo turno, il Carter Center ha pubblicato un report sul ballottaggio dai toni molto più preoccupati, ve lo propongo in italiano oggi e qui trovate l’originale.

Intanto, se vi ricordate la terribile vicenda delle centinaia di atleti professionisti del Bahrain perseguitati dal regime per aver partecipato alle proteste del 2011 – oltre alle puntate di Alaska che trovate in archivio, vi segnalo anche il brevissimo documentario di ESPN “60 Athletes in Bahrain” – è il caso di chiedersi se vedremo qualche ragazzo o ragazza del piccolo regno del Golfo alle Olimpiadi di Londra, quest’estate. La risposta è no. Qui Diana Sayed che posta per Human Rights First.

♫ La canzone di oggi era “Heavy hands” di Cold Specks

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Guida non autorizzata del Bahrain

martedì, aprile 24th, 2012

(i funerali ieri di Salah, l’attivista ucciso in Bahrain nella notte prima del GP)

Il fine settimana è stato dominato dalla diretta Twitter sul Gran premio di F1 del Bahrain: metà dei giornalisti, sportivi e non, bloccati senza visto, l’altra metà che hanno scritto e twittato da dentro il circuito e dalle strade di Manama documentando manifestazioni, incontri con gli attivisti, irrigidimento dei controlli di polizia e presidi militari per le strade. Gran Premio che si è svolto regolarmente, a tribune vuote (il Ministero degli Interni dava l’evento tutto esaurito), le telecamere puntate solo sulle vetture che sfrecciavano nel deserto. Anonymous che ha bloccato tutti i siti ufficiali della Formula 1 e quello dello sponsor Gulf Air. Zeinab Alkhawaja di nuovo arrestata (era inginocchiata in mezzo alla strada, e suo padre è al 75esimo giorno di sciopero della fame in carcere, da alcuni giorni rifiuta anche l’acqua), e arrestati e picchiati e poi rilasciati i fixer che accompagnavano la troupe di Channel4, deportata ieri dal paese con un volo British Airways, telecamere e computer sequestrati. Salah, attivista 37enne del movimento per i diritti civili, ucciso nella notte prima del Gran Premio quando la polizia ha ripreso ad attaccare i manifestanti – i suoi funerali si sono svolti ieri. All’interno del circuito il giorno della gara sono state arrestate alcune donne che manifestavano in silenzio con la foto di Alkhawaja. All’esterno si levavano le nubi di fumo scuro dalle gomme bruciate per strada dai manifestanti per lanciare un segnale alle telecamere del GP. Tutti i grandi giornali inglesi e il New York Times hanno messo il Bahrain in prima pagina, e l’operazione di PR tentata dalla famiglia regnante si è rivelata un boomerang. Oggi vi propongo la guida turistica non autorizzata del Bahrain messa a punto da Bahrain Watch.

♫ La canzone di oggi era “Everything is broken” di Bob Dylan

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la pista interna

venerdì, aprile 20th, 2012

(foto di @MazenMahdi)

71° giorno di sciopero della fame in carcere per Abdulhadi Alkhawaja e meno due giorni al GP del Bahrain, in un’atmosfera surreale. Ecclestone arriva oggi al circuito per il primo giorno di prove, indifferente ai cortei di protesta e ai feriti delle ultime ore negli scontri con la polizia; uno dei due meccanici di Force India feriti da una molotov due giorni fa ha chiesto di essere rimpatriato (la loro squadra sta meditando di ritirarsi), mentre un gruppo di parlamentari britannici chiede ancora l’annullamento della gara o, in seconda battuta, al campione Lewis Hamilton di ritirarsi dalla corsa. La famiglia regnante al- Khalifa, però, si trova adesso in un curioso impasse. Da ieri ha cominciato a negare i visti d’ingresso ai reporter: bloccati a Doha o a Dubai i giornalisti sportivi di SkyNews, France Press, Associated Press, ITN, Reuters, e Simeon Kerr del Financial Times che ha twittato tutti i dettagli del suo fermo, in quella che sembrerebbe una reazione all’ingresso della prima ondata di reporter, quelli che erano entrati tre giorni fa al seguito delle squadre e dei meccanici. Questi giornalisti – fra i quali spiccano Kevin Eason del Times, Tom Cary del Telegraph e Byron Young del Mirror, infatti, che teoricamente avrebbero dovuto limitarsi a seguire i preparativi per la gara, hanno immediatamente utilizzato la rara possibilità di entrare in Bahrain (dove come sapete l’ingresso ai giornalisti è vietato e Al Jazeera bandita) per descrivere anche via Twitter quello che vedono, incontrando gli attivisti per diritti umani come Nabeel Rajab, le migliaia di manifestanti in nero e di parenti dei feriti e degli uccisi di questi mesi, e raccontando le due metà del Bahrain, da una parte quella degli agenti di sommossa che spuntano ovunque in pieno giorno correndo davanti alle vetrine dei caffè, sparando gas lacrimogeni ogni sera sui villaggi, impedendo i sit-in pacifici, e dall’altra quella dei centri commerciali di Manama dove la vita sembra svolgersi regolarmente. Kevin Eason oggi annuncia di essere dentro alla “bolla”, cioè al lavoro sul circuito, consapevole di quello che succede fuori (corteo oggi alle 16 e domenica durante il GP), mentre altri twittano delle continue perquisizioni e le fotografie degli 80 veicoli militari contati sul percorso fra l’hotel e il circuito, registrando un grande intensificarsi del presidio di sicurezza intorno all’autodromo, composto per la maggior parte da mercenari stranieri. Quell’operazione di maquillage di immagine tentata dalla famiglia reale con l’aiuto del mezzo miliardo di dollari di sponsor e tv, insomma, sta creando un effetto boomerang, e una delle particolarità di questi giorni è che a mettersi in gioco sono soprattutto giornalisti inglesi, precedentemente assenti dal commento sul Bahrain. Oggi vi riassumo cosa ha raccontato in questi giorni Kevin Eason (putroppo i suoi articoli integrali per il Times sono dietro a un paywall, quindi dobbiamo fare affidamento sui suoi tweet e sui commenti che ha concesso ad altre testate) e l’editoriale sul blog del Guardian.

Oggi su @alaskaRP seguiremo sia piazza Tahrir, che torna a riempiersi di tutte le componenti della rivoluzione, e quello che si muove intorno al GP.

♫ La canzone di oggi era “Jumpin Jack Flash” nella versione dei Gomez

Ecco la puntata di oggi:

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