Archive for the ‘Siria’ Category

la Siria in soggiorno

mercoledì, aprile 3rd, 2013

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Brown Moses (@Brown_Moses) è lo pseudonimo di Eliot Higgins, inglese, 34 anni. Disoccupato dall’anno scorso con una bimba di un anno e mezzo a cui badare, è diventato un’autorità sul movimento e l’identificazione delle armi impiegate in Siria (oltre che sullo scandalo intercettazioni in Inghilterra) senza muoversi dal divano del suo soggiorno a Leicester, e gratis. La Cnn parla di lui qui, qui trovate un’intervista video in cui spiega il suo lavoro, e il Guardian lo ha intervistato la settimana scorsa, appena prima che Higgins annunciasse che non riuscirà più a occuparsi del suo blog perché ha trovato un lavoro – mentre i tanti giornalisti che ha aiutato in questi mesi lanciano un appello a trovargli un posto pagato presso una testata internazionale perché possa continuare a fare il suo lavoro di ricerca.

La canzone di oggi era “One day” di Sven Dorau

Ecco la puntata di oggi:

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L’Esercito Elettronico Siriano è stato qui

mercoledì, marzo 20th, 2013

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(il tweet “non autorizzato” sull’account di HRW – e ora cancellato dalla cronologia – spuntato al posto del loro report sulle cluster bombs in Siria)

Se ci fosse ancora qualche dubbio sulla potenza del contro-attivismo digitale del regime di Assad, e che la guerra in Siria abbia anche un braccio elettronico, ne giunge un’ennesima dimostrazione. Tre giorni fa il sito della grande organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch e il suo account Twitter sono stati hackerati dall’Esercito Elettronico Siriano, l’apparato digitale che contrasta l’attivismo anti-Assad online, rintraccia le ubicazioni degli attivisti e tenta di ostruire le comunicazioni degli insorti fra di loro e con l’esterno del paese. Max Fisher racconta per il Washington Post.

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

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l’ultimo chiude la porta

venerdì, marzo 15th, 2013

Free Syrian Army fighters run for cover as a tank shell explodes on a wall during heavy fighting in the Ain Tarma neighbourhood of Damascus

(gennaio, Ain Tarma, Damasco, foto di Goran Tomasevic per Reuters, la serie completa la potete vedere qui)

Damasco: Phil Sands, corrispondente fisso da Damasco per The National, ha dovuto abbandonare la Siria due settimane fa. Con lui se n’è andato dalla capitale l’ultimo corrispondente straniero a tempo pieno. Sands ha postato stamattina presto per l’edizione online del suo giornale una sorta di memoriale delle ultime ore trascorse a Damasco.

La canzone di oggi era “Ain’t no grave” di Johnny Cash

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perché

martedì, gennaio 22nd, 2013

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Don McCullin ha 77 anni. E’ una leggenda della fotografia. Ha raccontato conflitti lontani e vicini fin dall’inizio degli anni Sessanta. Suoi i “blowup” dell’omonimo film di Antonioni.

Anthony Loyd di anni ne ha 46, e McCullin gli chiede di tornare in Siria per accompagnarlo.

Anthony è turbato – dalla soggezione, dalla responsabilità, dalla sfiducia in questo anziano che si espone al pericolo, e cerca di capire perché McCullin ha voluto tornare in uno scenario di guerra dopo 15 anni di lontananza.

Lo scopre. E lo racconta in un articolo mozzafiato per l’Australian online che oggi vi traduco.

La canzone di oggi era ”Ho hey” dei Lumineers

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cartoline dal 2012

venerdì, dicembre 28th, 2012

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(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)

Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

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il silenziatore

venerdì, novembre 30th, 2012


(la stampata del voto Onu sulla Palestina, paese per paese)


(il Transparency Report di Google di ieri sulla Siria)

Ieri (e scusate l’assenza di Alaska) giornata di grande movimento sulla rete: il voto all’Onu che ha approvato l’ingresso della Palestina come paese osservatore – prima volta a mia memoria che la lista stampata dei paesi con le specifiche di come hanno votato va online pochi minuti dopo il voto (e Twitter è andato in tilt appena arrivata la notizia); la cronaca dei lavori convulsi della Costituente zoppa in Egitto (dopo la fuoriuscita per protesta di tutte le rappresentanze laiche e copte) prolungati fino all’alba per battere sul tempo i limiti di legge e presentare la bozza oggi (qui Heba Morayef, direttrice di Human Rights Watch Egitto, sulle contraddizioni del testo in materia di tutela dei diritti) – mentre Tahrir si prepara oggi al bis della protesta di martedì e la contromanifestazione dei Fratelli Musulmani prevista per domani è stata spostata al campus dell’Università Americana per evitare scontri. Martedì silenzio stampa di tutti i canali tv privati e 11 giornali. E intanto in Siria, mentre venivano bloccati i voli sull’aeroporto di Damasco e per diverse ore era difficile anche contattare i numeri della rete fissa, la rete è stata tagliata. Grazie a Daniele Raineri del Foglio, l’indagine di Cloudflare, e Amy Chotzik del NYT su come gli host americani forniscano supporto alla rete governativa siriana nonostante il divieto della Casa Bianca. Qui un riassunto del rapporto della rete siriana con gli host canadesi.

Radio Popolare e Popolare Network vi aspettano domenica 2 dicembre per la diretta su seggi e risultati delle primarie del centrosinistra, dalle 10 alle 12.30, dalle 1830 alle 1930, e dalle 19.50 alle 0030. Tutti i contenuti audio sul nostro blog delle primarie nazionali e lombarde.

La canzone di oggi era “New age” nella versione di Tori Amos

Ecco la puntata di oggi:

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taccuino siriano

mercoledì, giugno 13th, 2012

I taccuini da Homs dello scrittore franco-americano Jonathan Littell, entrato in Siria clandestinamente – che già vi citavo mentre uscivano in tempo reale tra gennaio e febbraio su le Monde e il New Yorker e poi su Repubblica – sono diventati un e-book anche in italiano (Einaudi). Oggi ve ne presento alcune parti.

Ecco la puntata di oggi:

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un fronte diverso

giovedì, marzo 29th, 2012

Oggi parliamo di Siria, anche se non ritorniamo sulle sanguinose vicende sul campo, che si fanno ancora più complicate e immerse in una dinamica bellica vera e propria alla luce della lettera aperta pubblicata da Human Rights Watch qualche giorno fa sugli abusi dei diritti umani commessi anche dal Libero Esercito Siriano, in contrasto con la sua immagine di combattente per la libertà (rapimenti, esecuzioni, violenze settarie – potete leggere un riassunto della lettera e un commento postato dal Los Angeles Times qui). Ieri sera la rivista Index on Censorship, che documenta la lotta per la libertà di espressione, ha assegnato i suoi premi annuali, fra i quali il premio per la difesa dei diritti umani al Bahrain Center for Human Rights, e quello per la libertà di espressione nell’arte al disegnatore siriano Ali Ferzat (di cui vi avevo raccontato qui), sopravvissuto qualche mese a una violentissima aggressione da parte della sicurezza segreta siriana. Ferzat era a Londra qualche giorno fa per presentare una mostra di suoi disegni e Sebastian Usher ha postato sul sito della BBC a proposito del loro incontro, in cui Ferzat ha spiegato la trasformazione dell’arte siriana a seguito della rivoluzione.

Intanto anche al Cairo si sono rifugiati in questi mesi molti attivisti siriani, e fra questi anche il tweep più attivo e famoso della rivolta siriana, che abbiamo seguito su Twitter fin dall’inizio con lo pseudonimo di @AlexanderPageSY. Personaggio determinato e controverso, Alexander Page si chiama in realtà Rami Jarrah, e ha raccontato da Damasco l’inizio e l’evoluzione delle proteste in Siria. Scoperto dai servizi di sicurezza del regime, lo scorso ottobre si è rifugiato al Cairo con tutta la famiglia e lì ha fondato con altri attivisti la piattaforma ANA (Activists News Association) il cui scopo è offrire supporto ai citizen journalists in Siria, metterli in collegamento con i giornalisti delle più importanti testate internazionali e in generale offrire informazioni di prima mano e credibili per ricostruire cosa accade all’interno del paese. l’ANA ha collaboratori in molti paesi del mondo, fra cui Cina e Stati Uniti e tre anche in Italia, mentre i suoi contatti in Siria sono circa 200. Ramy è nato a Cipro da genitori dissidenti del regime in esilio, ha vissuto a Londra da quando aveva due anni, ma al terzo anno di università è tornato a Damasco dove è stato costretto a rimanere per tre anni a causa di problemi burocratici; lì ha iniziato a lavorare per una compagnia di import export legata al regime di Assad, e dall’inizio delle rivolte (sino a ottobre 2011, quando è stato espulso dal paese) ha cominciato a usare i social media per raccontare le proteste. La nostra Laura Cappon lo ha incontrato per noi al Cairo pochi giorni fa.

♫ La canzone di oggi era “A sail” di Lisa Hannigan

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l’inenarrabile

mercoledì, marzo 7th, 2012

via @ilpost, L’attivista siriano Khaled Abu-Salah davanti a un oleodotto bombardato dalle truppe siriane nel quartiere di Baba Amr, a Homs, il 15 febbraio 2012 (AP Photo/Local Coordination Committees in Syria, File)

“E’ la storia più difficile da raccontare che abbia mai trovato – non puoi sentirla addosso, non puoi sentirne l’odore, non puoi vederla”, ha detto del suo lavoro sulla Siria da Beirut la corrispondente di NPR Deborah Amos. Anche se oggi abbiamo se non altro più immagini (per esempio le foto degli insorti armati), del lavoro “in remoto” sulla Siria abbiamo raccontato, è stata una delle ultime affermazioni decisive del reporter Anthony Shadid prima di morire. Per Shadid si lavorava in remoto non solo quando si monitorava la situazione attraverso Skype e i social media, ma perfino una volta riusciti ad arrivare sul campo. E il ferimento e l’uccisione mirati di tanti reporter non ci aiutano a comporre un quadro complessivo di quello che sta accadendo. Una lettura obbligatoria sono i “taccuini siriani” che Jonathan Littell sta redigendo per la London Review of Books. Dopo tanti tributi altrui, Il fotografo Tyler Hicks, che ha portato il corpo del collega Anthony Shadid oltre il confine in Turchia, scrive delle loro ultime ore passate insieme. Ed Pilkington del Guardian online ha incontrato a New York il gruppo Avaaz che finora ha fornito sostegno esterno agli insorti ma man mano che la situazione diventa più simile a una guerra, si trova ad affrontare alcuni dilemmi.

♫ La canzone di oggi era “La tempesta è in arrivo”, nuovo singolo degli Afterhours (l’album esce il 17 aprile)

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senza Shadid

venerdì, febbraio 17th, 2012

E’ morto questa notte in Siria, per una forte crisi dell’asma che lo affliggeva da tempo, il giornalista arabo-americano Anthony Shadid, forse il più grande reporter vivente fra quelli che si occupavano dei paesi arabi. Il fotografo Tyler Hicks, che lavorava con lui da tempo in vari scenari di guerra ed era stato suo compagno di prigionia in Libia la scorsa primavera (ve ne avevo raccontato qui) ne ha portato il corpo oltre il confine in Turchia, e dalla sua redazione, quella del New York Times, la notizia è circolata all’alba in tutto il mondo, destando reazioni unanimemente commosse. Tutti i colleghi gli riconoscono non solo di essere stato un reporter di gigantesca statura ma di aver sempre dimostrato straordinaria umiltà. Giovani giornalisti raccontano come fosse sempre pronto a fare complimenti ai più giovani e a condividere con loro prontamente la sua rubrica di contatti. Mona Elthahawi raccontava stamattina su Twitter di esserselo trovato davanti con un sorriso in piazza Tahrir quando è stata liberata dopo l’aggressione subita al Cairo. Shadid era di origine libanese (uscirà a marzo il suo libro di memorie sulla città dei suoi antenati), era cresciuto a Oklahoma City, per tutti gli anni Novanta era stato in Iraq, aveva vinto due Pulitzer e aveva soltanto 43 anni. Prima di tornare in Siria in questi giorni, era appena stato in Libia. Particolarmente in Siria, dove le chiavi di interpretazione per capire la complessità della guerra civile sono preziosissime, l’assenza di Shadid si farà sentire, non essendo il suo lavoro intercambiabile con quello di nessun altro. L’unico cenno di ottimismo lo danno i messaggi di questa mattina di centinaia di blogger e di giornalisti, che affermano di volerlo tenere come esempio di un giornalismo rigoroso e allo stesso tempo profondamente umano. Vi propongo qualcuno dei materiali attraverso cui potete conoscerlo. Qui il lungo reportage dalla Siria dell’estate scorsa, qui quello dal Bahrain dello scorso settembre, qui l’intervista che gli ha fatto MotherJones venti giorni fa, qui una rassegna di estratti dei suoi articoli preparata stamattina dal New York Times, da cui potete arrivare ai materiali che ha scritto dalla Libia (dove oggi si celebra l’inizio della rivolta di Benghazi un anno fa), qui l’intervista che gli fece NPR a dicembre (di cui vi faccio ascoltare un estratto audio).

♫ La canzone di oggi era “Bluer is my heart” di Holly Williams

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