Archive for the ‘Yemen’ Category
giovedì, giugno 16th, 2011

(l’eclissi di luna fotografata ieri sera da Amer Sweidan da Amman, Giordania)
Ieri l’eclissi di luna si è cominciata a vedere man mano che faceva buio, da est verso ovest, e questo ha creato nella cronaca in tempo reale su Twitter un curioso effetto, che abbiamo seguito via via sulla timeline di Alaska: a twittare le prime immagini dell’eclissi sono stati infatti i tweep dall’Afghanistan e dal Pakistan. Nel giro di tre ore, l’intera rete connessa dalle rivolte arabe, di solito impegnata a twittare cronache di manifestazioni, di scontri e di guerra, è stata percorsa come da un’onda dai commenti e dalle fotografie in tempo reale. Dal Bahrain alla Siria, dallo Yemen alla Giordania, Palestina e Israele, Libano, Egitto e Tunisia, la comunità online a testa in su ha raccontato la luna che si faceva buia e rossa nel cielo di Gerusalemme, di Amman, di Karachi, del Cairo, di Beirut e sopra le montagne della Libia. E’ stato un lungo momento poetico in una narrazione che di solito di poetico ha poco, con meraviglia, domande esistenziali e il fascino di guardare tutti lo stesso evento naturale nello stesso momento – e non sono mancati anche battute, giochi e prese in giro. Oggi vi racconto qualche frammento di questa ondata che ha percorso Medio Oriente e Nord Africa, raccontata in tempo reale su Twitter.
Contemporaneamente al racconto dell’eclissi, su Twitter si snodava la parabola abbastanza eroica e temeraria di tre giovani donne del Bahrain, moglie, figlie e sorelle di detenuti politici, che si sono presentate all’ufficio delle Nazioni Unite a Manama per recapitare un appello per la liberazione dei prigionieri e il rispetto dei diritti umani in Bahrain. Zeinab Alkhawaja (su Twitter @angryarabiya), che ha padre e marito in carcere, Asma Darwish (su Twitter @eagertobefree), sorella del prigioniero Mohamed Darwish, al 12o giorno di sciopero della fame, e Susan Jawad (su Twitter @sparweezj), anche lei col marito in carcere – hanno consegnato l’appello, ma quando hanno insistito per fermarsi nell’edificio anche “dopo l’orario di chiusura degli uffici”, la polizia che si era radunata all’esterno ha fatto ingresso nella sede locale Onu e le ha arrestate. Sono state portate a una stazione di polizia, interrogate separatamente e in seguito rilasciate, anche se dovranno rispondere di una denuncia (dai contorni molto vaghi, essendo che le sedi Onu dovrebbero essere santuari internazionali e non aziende con orari di chiusura) e non potranno lasciare il paese. Le ragazze sono andate volutamente alla ricerca di un caso eclatante da mostrare all’opinione pubblica, soprattutto quella americana, per attirare l’attenzione sulla situazione dei prigionieri politici in Bahrain. In ogni caso ci è voluto coraggio, e decine di migliaia di persone hanno potuto seguire i loro racconti intrecciati in inglese e le loro foto, spediti via Twitter dai cellulari in tempo reale, coadiuvati dai retweet della sorella di Zeinab Alkhawaja, Maryam, dagli Stati Uniti, e via via da quelli di altri cittadini del Bahrain e del reporter della Cnn Nic Robertson, che in questi giorni si trova a Manama. Vi racconto un po’ quello che hanno testimoniato della loro avventurosa spedizione.
Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.
♫ La canzone di oggi era “I’ll rise” di Ben Harper (da una poesia di Maya Angelou)
Ecco la puntata di oggi:
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martedì, giugno 14th, 2011

(Tom MacMaster, l’americano che si è finto una ragazza siriana lesbica in rete per cinque anni)
E così sabato abbiamo saputo, grazie all’investigazione di @avinunu che ha completato quella di Andy Carvin e di Liz Henry, che “Amina la blogger lesbica siriana” non solo non esiste, ma è la creazione, forse morbosa, di un uomo americano bianco di 50 anni, Tom MacMaster, che è sempre stato in Scozia e che adesso sul blog di Amina cade dalle nuvole per l’enorme scompiglio causato dai suoi scritti e dalla falsa notizia dell’arresto – cose che avrebbe inventato “nell’interesse” dei blogger siriani perseguitati. Sua moglie ha chiesto di non disturbarli durante le loro attuali vacanze in Turchia, e si scopre che è un uomo bianco americano anche la finta Paula Brooks a cui si appoggiava “Amina” per la piattaforma del suo blog. La rete è piena di imbarazzo, sconcerto, preoccupazioni per il danno che un unico terribile falso può causare ai veri attivisti del web, siriani e non solo (che hanno assolutamente bisogno della protezione dell’anonimato), anche se, come ha twittato qualcuno, la portata del danno provocato da un falso è stata subito bilanciata dallo splendido lavoro investigativo di Avinunu, Andy Carvin, Liz Henru, @elizrael e @jilliancyork, come se la rete e Twitter avessero già sviluppato i propri anticorpi. Il magnifico (e sconcertato) Andy Carvin sta completando la sua sequenza di quello che è successo con lo strumento di Storify, mentre Esther Addley del Guardian fa il suo post conclusivo per sigillare la vicenda per conto del Guardian, e qui trovate due reazioni diverse a confronto sulla truffa di Amina.
Robert Gates si dichiara cautamente ottimista su una soluzione possibile in Yemen; intanto Saleh sta tornando dall’Arabia Saudita, e Shata al-Harazi per Almasryalyoum posta su cosa pensa l’opposizione dei rischi impliciti nel suo ritorno.
Cosa succede al calcio tunisino ed egiziano dopo la rivoluzione? Matthew Kenyon della Bbc ha ricostruito un po’ di cose interessanti.
♫ La canzone di oggi era “Heaven or hell” di Steve Earle
Ecco la puntata di oggi:
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giovedì, giugno 9th, 2011

Bernie Ecclestone ha assicurato ieri che non c’è quasi nessuna possibilità che il Gran Premio del Bahrain di F1 possa svolgersi a ottobre come vantato dal re dopo la rimozione dello stato di emergenza: le squadre non vogliono. Robert Mackey posta per The Lede del NY Times tutta la storia di come sono andate le trattative.
Qui anche il testo integrale della relazione della FIA sulla sua buffonesca visita di verifica ai centri commerciali di Manama per stabilire quali fossero esattamente le “presunte” violazioni dei diritti umani nel paese.
Mentre l’identità della blogger siriana Amina è sempre più in dubbio, e si continua a investigare (vi teniamo aggiornati sul Twitter di Alaska), andiamo a vedere come funziona l’apparato di sicurezza siriano grazie a un post per Foreign Affairs dell’attivista per i diritti umani Ahed al Hendi, che nelle carceri siriane ha trascorso personalmente 40 giorni.
Minaccia di guerra civile anche in Yemen, dopo che un missile ha colpito il palazzo presidenziale uccidendo diversi uomini vicini a Saleh e ferendo il presidente, costretto a riparare in Arabia Saudita per sottoporsi alle cure necessarie. Il blogger yemenita Nasser Arrabyee immagina quattro scenari possibili per il futuro.
♫ La canzone di oggi era “Ladder song” dei Bright Eyes
Ecco la puntata di oggi:
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mercoledì, maggio 18th, 2011

(Due studenti dell’Università del Cairo mentre seguono il discorso di Obama del 4 giugno 2009, che, a detta di molti nel movimento, è stato il segnale di via libera all’organizzazione della rivoluzione di Tahrir – foto via FreePressers.com)
Dovrebbe tenersi domani il nuovo discorso di Obama ai paesi arabi, quasi due anni dopo quello storico tenuto all’università del Cairo – inclusivo, moderno, politeista – che sembra aver giocato un ruolo fondamentale nella rivolta dei giovani egiziani. Il nuovo discorso cade in uno scenario completamente cambiato, in cui l’amministrazione americana sta cercando di adattare il proprio ruolo alle nuove circostanze, e cade anche alla vigilia dell’incontro – delicatissimo – di Obama con Netanyahu. Per prepararci, tre elementi di scenario: Mark Landler del NYT posta sull’aggiustamento della Casa Bianca al nuovo scenario e le posizioni assunte da Obama in privato sulle rivolte arabe; Nawaf Obaid posta per il Washington Post sulla crescente spaccatura fra i due ex solidissimi alleati Usa e Arabia Saudita (ne emerge qualche rivelazione sulla politica Usa dietro le quinte in Bahrain); e infine, Salon, con Nadia Hijab, cerca di mettere per iscritto la delicatezza e le contraddizioni del momento, e che cosa il mondo musulmano si aspetta di sentire da Obama domani.
Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.
♫ La canzone di oggi era Tarek geddawi “la canzone di Tahrir”
Ecco la puntata di oggi:
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venerdì, maggio 6th, 2011

(foto di Muhammed Muheisen/AP via @big_picture)
Un altro venerdì di preghiera e battaglia: in Siria, dopo le centinaia di manifestanti uccisi nelle ultime settimane, le strade presidiate dai carriarmati di Assad si preparano a un’altra giornata di manifestazioni, il Giorno del Disprezzo. La tv di stato invita tutti a restare a casa. La UE sta cercando di preparare un piano di sanzioni contro Assad. La giornalista di AlJazeera in inglese Dorothy Parvaz risulta dispersa da sette giorni, dopo le manifestazioni di venerdì scorso. Qui Khaled Yacoub Oweis per Huffington Post su come le forze armate si stanno disponendo nelle ore precedenti ai cortei. Qui un post di Rami Khouri del Daily Star di Beirut sullo scenario che riguarda Assad, tradotto da Internazionale.
Intanto, in Yemen, gli attivisti raccontano i tentativi di attirarli in trappola fuori dalla piazza del Cambio di sana’a, dove dal 1° maggio è scomparsa Badria Ghilan. Qui il post dello Yemen Times. Dopo il rifiuto di di Saleh di firmare una prima bozza di accordo per la sua fuoriuscita in cambio dell’immunità, il GCC (unione degli stati del Golfo presieduta attualmente dagli Emirati Arabi) ha steso una nuova proposta, che Saleh promette di firmare (e la firma dovrebbe avvenire a Sana’a invece che a Riyadh) ma che presenta gli stessi trabocchetti individuati dall’opposizione nella vecchia bozza. Qui la spiegazione dettagliata dell’accordo da un post di GoDubaiNews.
Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.
♫ La canzone di oggi era “Ain’t no grave” di Johnny Cash
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Assad, cavilli accordo GCC, Daily Star di Beirut, Damasco, GoDubaiNews, Internazionale, Joint Meeting Parties, Khaled al-Ansi, Marina Astrologo, Muhammed Muheisen, nuovo accordo GCC per fuoriuscita Saleh, opposizione Yemen, piazza del Cambio, Rami Khouri, rapita Badria Ghilan, repressione manifestazioni Siria, Saleh, Sana'a, Taiz, Tawakol Karman
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venerdì, aprile 22nd, 2011

Oggi da tenere d’occhio le massicce manifestazioni previste in Siria (a Damasco e a Daraa, fortemente militarizzate, e a Homs, dove il regime ha represso con violenza le proteste negli ultimi due giorni) e in Yemen, dove non c’è traccia di cortei a favore di Saleh e migliaia di manifestanti stanno affluendo nel centro di Sana’a e anche nella duramente repressa Taiz si stanno tenendo alcune veglie. Intanto, in Bahrain, Ayat el Qarmazi, giovane studentessa arrestata per aver letto una sua poesia contro il regime a Lulu, è in carcere da venti giorni. Nelle ultime 48 ore alcune testate online hanno ripreso la notizia data da PressTv della sua morte e dello stupro che avrebbe subito in carcere, ma il direttore del Centro per i Diritti Umani del Bahrain, Nabeel Rajab, smentisce con un comunicato. Mi ha aiutato a fare chiarezza uno dei nostri tweep, @SpondaNord, a cui dobbiamo anche di aver notato un dettaglio non trascurabile: i lealisti che sostengono la famiglia reale del Bahrain hanno utilizzato un wikileak dell’ambasciata americana a Manama per sostenere l’ipotesi che gli sciiti bahrainini e il Centro per i Diritti Umani del Bahrain siano “agenti iraniani” – peccato che twittino alla cieca e che il wikileak si concluda con l’asserzione che di questo collegamento non ci siano prove, né di finanziamenti, né di influenze. Intanto oggi Abdulhadi Alkhawaja, per il quale la figlia Zainab (@angryrabiya) ha fatto dieci giorni di sciopero della fame (interrotto su pressione delle associazioni per i diritti umani a causa del rapido deteriorarsi della sua salute, qui la lettera della madre che spiega cos’è successo, e qui il post del Guardian), verrà sottoposto a processo per corte marziale. Qui la dichiarazione a suo sostegno stilata da 102 attivisti per diritti umani del Medio Oriente e del Nord Africa. Ieri Catherine Ashton ha compiuto una visita ufficiale nel piccolo paese del Golfo per conto dell’Unione Europea, qui la lettera che il BCHR le ha scritto chiedendole di incontrare tutti i settori sociali travolti dalla repressione del regime. Le associazioni sindacali internazionali e statunitensi chiedono il reintegro dei 750 sindacalisti licenziati in Bahrain per aver preso parte alle proteste. All’università del Bahrain, la più grande istituzione pubblica del sistema di istruzione del paese, interrogati, inquisiti da un’apposita commissione statale e arrestati docenti e accademici. Il 14 aprile era stato arrestato Masaud Jahromi, il capo del Dipartimento di Ingegneria. Qui la Google Map delle moschee demolite dal regime in questi giorni. La lunga mano degli apparati di sicurezza del Bahrain è arrivata fino in Inghilterra, qui la storia autografa dello studente Suliman al-Bahraini postata dal Guardian.
Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe.
♫ La canzone di oggi era “I’ll rise” di Ben Harper
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Abdulhadi Alkhawaja, appello attivisti per diritti umani, Assad, Ayat el Qarmazi, BCHR, Damasco, Daraa, Google Map moschee demolite, Homs, Manama, Masaud Jahromi, PressTv, Saleh, Sana'a, sindacati del Bahrain, Suliman al-Bahraini, Taiz, UE, università del Bahrain, venerdì santo, visita di Catherine Ashton in Bahrain, Zainab Alkhawaji
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martedì, aprile 5th, 2011

(foto scattata a Shibam da Evelyn Hockstein per il New York Times)
Soltanto domenica il regime di Saleh in Yemen ha ucciso un manifestante e ne ha feriti più di 400 a Taiz, dove gli scontri proseguono anche oggi. E come avevamo già avuto occasione di raccontare, la situazione nel paese è talmente delicata – fra storici movimenti indipendentisti, passate repressioni nel sangue e sacche di reclutamento di Al Qaeda – che il movimento per la democrazia originato dagli studenti che hanno dato il via alle proteste di questi due mesi sembrava non avere alcun respiro. L’ostacolo più forte erano gli Stati Uniti, stretti alleati di Saleh nella politica anti-terrorismo e apparentemente non disponibili a facilitare il movimento di riforma come già fatto invece in Tunisia e in Egitto. Qui vi davo un quadro della situazione, e qui trovate un quadro ancora più dettagliato della cronologia dell’anti-terrorismo in Yemen postato da The Nation pochi giorni fa. Ma negli ultimi due giorni è emersa qualche novità. I segugi del New York Times sono riusciti a farsi raccontare da rappresentanti del governo americano e di quello yemenita sotto anonimato le trattative segrete di queste settimane per la rimozione di Saleh. Lo Yemen Observer posta i cinque punti della richiesta della coalizione dei partiti di opposizione per l’uscita di scena di Saleh. Intanto, per il movimento studentesco una transizione guidata da un ex rappresentante del governo di Saleh sarebbe comunque inaccettabile.
Il Twitter di Alaska per seguire i tweep (attivisti e reporter) sulle rivolte arabe.
♫ La canzone di oggi era “Hard sun” di Eddie Vedder
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:apertura Usa su Yemen, cinque punti richieste opposizione Yemen, cronologia anti-terrorismo in Yemen, New York Times, Saleh, Sana'a, The Nation
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martedì, marzo 29th, 2011

Siamo sempre su Twitter col resoconto ora per ora delle rivolte nei paesi arabi. Oggi attenzione alla Siria, il governo potrebbe dimettersi e formare un nuovo gabinetto entro 24 ore, ma bisogna vedere formato da chi. Atoun Issa per Global Voices cerca di sbrogliare le complessità che stanno dietro alla protesta di questi giorni, repressa nel sangue a Daraa, a Latakia e in altre città, e riporta alcune testimonianze delle manifestazioni popolari a favore di Assad, sottolineando l’importanza che la rivoluzione investa con spirito secolare la divisione sociale (trasversale alle varie confessioni religiose e minoranze) anziché quella verticale fra confessioni.
L’esperienza degli ultimi mesi ci insegna che blogging, microblogging e citizen journalism stanno trasformando lo scenario dell’informazione, soprattutto quando arrivano prima delle testate tradizionali. Ma ci vorrà molto tempo per capire effettivamente con quali conseguenze, e il dibattito si è aperto da qualche settimana. Matt Wells ci mette la sua opinione postando per il Guardian – benefici e svantaggi portati dall’informazione digitale aperta al contributo di tutti.
Nomfup è riuscito a intervistare Andy Carvin della National Public Radio americana, uno dei supereroi della mediazione di Twitter sui paesi arabi, che per chi segue Alaska su Twitter è nient’altri che il familiarissimo @acarvin, da ieri candidato anche per i 140 migliori tweep del mondo secondo Time. Qui il post originale su Nomfup con la foto di Andy.
♫ Le musiche di oggi erano “One” di Johnny Cash
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Tags:Andy Carvin, citizen journalism, Europa, Global Voices, informazione dal basso, Matt Wells, mediazione su Twitter, Nomfup, NPR, scenario Siria, social media
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venerdì, marzo 25th, 2011

(veglia in Bahrain)
Mentre siamo a una settimana dall’inizio dei bombardamenti occidentali sulla Libia e la situazione continua a non essere chiara, è venerdì in Yemen: Saleh, indebolitissimo, ha appena parlato ai suoi sostenitori dalla Moschea presidenziale dopo la preghiera, e intanto si avviano altre manifestazioni. Qui Brian Whitaker che posta per il Guardian su come si sono messe le cose in Yemen negli ultimi giorni. E’ venerdì in Giordania, dove si chiedono riforme con altri sit-in e manifestazioni, soprattutto al Dakahlia circle, per ora tutto tranquillo. E’ venerdì in Siria, oggi il Giorno della Dignità dopo la sanguinosa repressione dei giorni scorsi, funerali in corso adesso per i morti dei giorni scorsi a Daraa, paura di nuove aggressioni. Qui Linkiesta, Jacopo Barigazzi con Rime Allaf sulla differenza fra le rivolte siriane di oggi e quelle dell’82. E’ venerdì in Egitto, manifestazione in piazza Tahrir per sfidare le nuove norme anti-dimostrazioni, per ora sembra che l’esercito lasci montare altoparlanti e non ostacoli i manifestanti – un altro raduno a Maspero. E infine, è venerdì in Bahrain, dopo il terribile giro di vite del governo nei giorni scorsi, sono in corso nuove proteste, i tweeps segnalano che i luoghi di riunione sono presidiati da agenti sicurezza con il volto coperto dai passamontagna, e come ieri avvistano caccia in volo sopra Manama.
Global Voices ci racconta cos’è il Manuale del Despota Arabo che i tweep arabi stanno costruendo su Twitter (Amira al Hussaini tradotta da Alice Rossi)
♫ Le musiche di oggi erano “Rise” di Eddie Vedder e “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Alice Rossi, Amira al Houssaini, Brian Whitaker, Cairo, Daraa, Giorno della Dignità, Global Voices in italiano, il Manuela del Despota Arabo, Linkiesta, Manama, Maspero, rivolta siriana, rivolta yemenita, Saleh, tahrir, The Guardian
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martedì, marzo 22nd, 2011

Mohammed Nabbous. Per tutti noi Mo e basta. Citizen journalist. Benghazi 27 febbraio 1983 – Benghazi 19 marzo 2011.
Twitter ha compiuto ieri 5 anni, e il giornalista NickKristof ha twittato gli auguri chiamandolo “l’haiku delle news”. Abbiamo per così dire festeggiato il compleanno stando insieme a seguire le ultime sulle rivolte dai paesi, notizie durissime, fra i bombardamenti sulla Libia (mappa interattiva del Guardian) dopo la risoluzione dell’Onu 1973, l’uccisione in Libia del giovane citizen journalist Mohammed “Mo” Nabbous, la crudele repressione in Bahrain e l’abbattimento del monumento della Perla a Lulu, l’indebolimento del presidente dello Yemen dopo il grande numero di morti provocati dalle forze di sicurezza che hanno attaccato i manifestanti nei giorni scorsi. A parte lo svolgimento quasi regolare del voto per il referendum sulle riforme costituzionali in Egitto, non c’è niente da festeggiare, se non la nuovissima e straordinaria maturità che Twitter ha trovato in questi mesi rendendosi utile per raccontare le rivolte arabe dal basso, aggiungendo una terza dimensione (ma a volte l’unica) al lavoro dei media tradizionali. Oggi i materiali che vi propongo vengono tutti da Twitter.
Un ricordo di Mohammed “Mo” Nabbous, grande citizen journalist libico, ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre come sempre registrava i suoni della battaglia di Benghazi, soltanto poche ore prima che arrivassero i primi caccia francesi.
Il manuale di MotherJones sullo Yemen.
Evan Hill (@Evanchill) per ALJ sulla giornata di voto sabato in Egitto.
♫ Le musiche di oggi erano “Bodysnatchers” dei Radiohead e la canzone di Tahrir di Tarek Geddawi
Ecco la puntata di oggi:
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