Archive for the ‘cyberattivismo’ Category

e non era tutto

venerdì, giugno 7th, 2013

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Dopo la nave rompighiaccio del Guardian, che ieri con il superblogger Glenn Greenwald era riuscito a dimostrare che è attiva l’ingiunzione legale alla compagnia telefonica Verizon a consegnare milioni di dati sensibili e generalizzati sulle chiamate dei suoi utenti all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana nella cornice della legislazione anti-terrorismo, oggi ci siamo svegliati all’alba con il seguito della storia, dopo che il Washington Post e lo stesso Guardian si sono attivati con i materiali in loro possesso, dimostrando l’esistenza della struttura PRISM per il monitoraggio dei dati degli utenti stranieri di Facebook, Google, Apple e molte altre aziende con sede negli Stati Uniti, sempre in nome della sicurezza nazionale. Vi propongo un po’ di letture, a cominciare dal pezzo del Washington Post. Qui la “storia continua” del Guardian. Qui una sintesi in italiano del Post. Qui il New York Times. Qui il pezzo del Wall Street Journal, che poi però gli accosta un editoriale a favore della sorveglianza (e di certo non è solo, vedi Slate e altri). Qui Gawker su come il New York Times abbia ammorbidito la prima versione del suo editoriale contro Obama. Qui VentureBeat sulle risposte date finora dalle aziende coinvolte. Qui BusinessWeek, che entra anche nel merito delle implicazioni internazionali della sorveglianza americana su utenti non americani. Qui Cir-ca con uno schema riassuntivo delle rivelazioni di questi giorni. Qui il pezzo del Guardian sulla continuità fra la linea Bush e quella Obama in materia di sorveglianza, e qui ProPublica con una cronologia comparata fra i due.

Qui la riflessione generale di Quartz, qui Quartz su quello che vede come un merito di Twitter, che non è compresa fra le aziende web coinvolte nelle operazioni di PRISM, e qui invece Chris Saad che sostiene che non si tratti di un merito perché i dati di Twitter analoghi a quelli raccolti dalla NSA sono già pubblici e non hanno bisogno di essere consegnati. Il capo dell’intelligence James Clapper sostiene (vedi Forbes) che il pericolo non sta nella sorveglianza ma, al contrario, nel fatto che questa venga svelata dai giornali. Intanto le sue dichiarazioni scritte a caldo, poi scomparse, sono state catturate in tempo da BuzzFeed.

Qui le dichiarazioni della Electronic Frontier Foundation, che da anni sosteneva che esistano programmi segreti di sorveglianza dei dati degli utenti.

Qui un profilo di Glenn Greenwald, che ad Alaska seguiamo da anni come blogger e che ha fornito lo scoop di ieri al Guardian (sul New York Times, e qui Kathy Gill sulla necessità di tutelare il ruolo delle “talpe” nelle indagini sul comportamento del governo, per The Moderate Voice. Qui, dello stesso tenore, il commento di The Atlantic.

E infine, qui Time sulla missione del Guardian per conquistare il mondo scoop dopo scoop (già il 37% dei suoi lettori è negli Stati Uniti), e su come i giornali americani, che pure avevano per le mani materiali scottanti, hanno aspettato il quotidiano inglese per uscire allo scoperto.

PS un saluto all’NSA, che probabilmente sa di questo post  e da quale computer è stato scritto, a che ora, e facendo quali ricerche su Google.

La canzone di oggi era “These boots were made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la puntata di oggi:

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fuga dal Bahrain

martedì, maggio 14th, 2013

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la prima fotografia di Ali Abdulemam (che chiacchiera con Weddady, figura chiave della sua fuga), scattata da Andy Carvin all’Oslo Freedom Forum

Ci siamo lasciati quasi due settimane fa, e in mezzo abbiamo vissuto insieme una campagna di sostegno a Radio Popolare fruttuosissima ed entusiasmante, grazie a tutti voi che avete partecipato. Da questa settimana, a causa della riduzione d’orario dei lavoratori della radio secondo gli accordi del contratto di solidarietà, Alaska andrà in onda quattro volte alla settimana anziché cinque, dal martedì al venerdì, anche se con una novità positiva nell’aggiunta della replica anche il venerdì sera.

Oggi comincia la prima vera giornata di lavori dell’Oslo Freedom Forum, che potete seguire anche in streaming. Fra i protagonisti della discussione sulle libertà e i diritti civili nel mondo, anche Ali Abdulemam, la cui sedia era rimasta vuota l’anno scorso perché Ali, il primissimo blogger per la difesa dei diritti umani in Bahrain, dopo l’ennesimo periodo trascorso in carcere, le minacce alla sua famiglia e la condanna a 15 anni di carcere, era diventato latitante. Qui trovate la sua storia in un video di Frontline Defenders Solo oggi sappiamo qual è stato il suo percorso – due anni in attesa dell’occasione giusta per fuggire dal suo paese, lo racconta bene, in esclusiva, The Atlantic qui, grazie alla penna di Thor Halvorssen dell’Oslo Freedom Forum, che ha letteralmente creato un piano internazionale per la fuga di Ali, anche se alla fine la sua fuga si è svolta con una tattica diversa.

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cervello collettivo

lunedì, aprile 29th, 2013

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(nella foto, Emily Bell)

Ben ritrovati, oggi una rapida occhiata riassuntiva ai lavori del festival de Giornalismo di Perugia che si sono conclusi ieri, in attesa di vedere qualcuno degli interventi clou più da vicino. Di nuovo appuntamento internazionale di frontiera su informazione, nuovi sistemi organizzativi, rapporto con i social e con “quello” – come dice Emily Bell – “che un tempo era noto come il pubblico”, sopravvivenza e finanziamento, metodi di misurazione del feedback, specializzazione, programmazione, ci ha lasciato pieni di idee e di strumenti, e di materiali da studiare. Attraversato dalla forte consapevolezza del delicato momento politico italiano, il festival di Perugia si è fatto ancora una volta laboratorio sull’informazione che contribuisce a formare le scelte civiche dei cittadini.

La canzone di oggi era “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

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la Siria in soggiorno

mercoledì, aprile 3rd, 2013

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Brown Moses (@Brown_Moses) è lo pseudonimo di Eliot Higgins, inglese, 34 anni. Disoccupato dall’anno scorso con una bimba di un anno e mezzo a cui badare, è diventato un’autorità sul movimento e l’identificazione delle armi impiegate in Siria (oltre che sullo scandalo intercettazioni in Inghilterra) senza muoversi dal divano del suo soggiorno a Leicester, e gratis. La Cnn parla di lui qui, qui trovate un’intervista video in cui spiega il suo lavoro, e il Guardian lo ha intervistato la settimana scorsa, appena prima che Higgins annunciasse che non riuscirà più a occuparsi del suo blog perché ha trovato un lavoro – mentre i tanti giornalisti che ha aiutato in questi mesi lanciano un appello a trovargli un posto pagato presso una testata internazionale perché possa continuare a fare il suo lavoro di ricerca.

La canzone di oggi era “One day” di Sven Dorau

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l’eroe involontario

martedì, marzo 26th, 2013

 

Cairo, qualche giorno fa; in una sorta di vendetta per le violenze dei Fratelli Musulmani lo scorso dicembre al Palazzo Presidenziale (e sulla scorta degli attacchi di queste settimane a diverse sedi dei Fratelli Musulmani nel paese), alcune migliaia di civili prendono di mira il quartier generale dei FM a Moqattam. Questa volta le televisioni non ci sono, anche se abbiamo ampie documentazioni video e fotografiche (qui il servizio fotografico di Jonathan Rashad). Da entrambe le parti aggressioni fisiche e una guerriglia con tanto di “prigionieri” della parte opposta. Ma quello che sconvolge gli attivisti della rivoluzione, i giornalisti e i testimoni oculari è la crudezza del comportamento degli oppositori dei Fratelli: botte, ferite da coltello, spunta qualche pistola, si dice di un colpo sparato a sangue freddo su un civile. E’ l’ennesimo episodio della disgregazione seguita alle decisioni autoritarie del governo Morsi, e al controllo che i Fratelli Musulmani cercano di esercitare sulla Costituzione, la gestione della piazza e la libertà di stampa. Il pezzo più dettagliato e impressionante sugli scontri al Moqattam lo ha scritto Evan Hill, potete leggerlo qui. Gli avvocati dei Fratelli Musulmani fanno partire 169 denunce a senso unico. Il Procuratore Generale le accoglie tutte, ed emette cinque mandati di arresto e 23 mandati di comparizione. Fra questi ultimi ci sono anche i due ex candidati alle presidenziali Khaled Ali e Bouthaina Kamel. Fra i 5 mandati di arresto per “istigazione alla violenza” c’è anche uno dei giovani leader politici della rivoluzione, il blogger Alaa Abdel Fattah, già incarcerato due volte e liberato grazie a forti campagne internazionali, che parla subito ieri su due televisioni egiziane. Al contrario di un altro compagno, che non riconoscerà l’autorità del tribunale, Alaa annuncia su Facebook (sua zia, la scrittrice Ahdaf Soueif, ha tradotto la sua dichiarazione in inglese) che si consegnerà spontaneamente all’Alta Corte, per non permettere alla polizia di invadere la casa di sua moglie e di suo figlio, e perché non darà alle autorità “alcun pretesto per trasformarmi in un fuggitivo”. Stamattina ha mantenuto la parola, e alle 12 ora italiana le porte dell’Alta Corte si sono chiuse dietro di lui. La nostra Laura Cappon ci racconta in diretta dal tribunale.

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un Reuters nei guai

lunedì, marzo 18th, 2013

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La settimana scorsa nella crème de la crème del tweeting giornalistico internazionale è accaduto un episodio bizzarro: Matthew Keys – straordinario giovane talento della rete reclutato qualche mese fa dalla Reuters per svolgere per l’agenzia il lavoro di ricerca giornalistica che già faceva per proprio conto su Twitter – è stato denunciato per hacking.

Ad accusarlo è il suo vecchio datore di lavoro, che sostiene che Keys avrebbe dato le sue vecchie password ad Anonymous per permettere al collettivo di hackerare il sito per cui lavorava. E ironia della sorte, Keys ha appreso di questa accusa da un tweet.


Cosa che non gli ha impedito di dichiararsi innocente e di cercarsi subito un team di avvocati per essere rappresentato, che a sua volta si è “dichiarato” su Twitter.

La canzone di oggi era “Jubilee Street” di Nick Cave & the Bad Seeds

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la nuova informazione cambia il potere?

martedì, febbraio 19th, 2013

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In questi ultimi due anni abbiamo sentito tanti pareri qui sull’influsso che la condivisione (delle notizie, della conoscenza e delle organizzazioni) sta avendo sulla fisionomia del potere. Dagli entusiasmi per l’ondata dei citizen journalist, per la possibilità di accedere alla comunicazione per chi non ne aveva mai avuta, e per i nuovi strumenti di auto-organizzazione, verifica e partecipazione, fino al cinismo di chi pensa che gli stessi strumenti possano essere usati dal potere stesso con efficacia uguale e contraria, la discussione è ampia e costellata di spunti, dati e punti di vista diversi. Joseph S. Nye, professore alla Kennedy School di Harvard e autore di “Smart power”, in tutti i suoi libri indaga la natura del potere, prima di tutto quello americano, e sulle sue trasformazioni. In un post per il blog del World Economic Forum si concentra su quella che chiama la “rivoluzione della nuova informazione” e su come questa possa “cambiare il potere”, e ne scrive sul blog del World Economic Forum.

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I’m being arrested

giovedì, gennaio 24th, 2013

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(la polizia in borghese arresta Noor Noor a Talaat Harb)

Mancano 24 ore al #Jan25, secondo anniversario della rivoluzione egiziana. Prima i Fratelli Musulmani e oggi anche i Salafiti hanno annunciato che non parteciperanno alle celebrazioni di piazza, che diventeranno così una manifestazione dell’opposizione al governo Morsi. Domani ascolteremo l’intervista della nostra Laura Cappon con il giornalista e analista Bassem Sabry, che ci aiuterà a fare un quadro della complessa situazione politica egiziana a tre mesi dal voto per il prossimo Parlamento. Nella puntata di lunedì, invece (anniversario del massacro del #Jan28), sempre Laura intervisterà per noi la direttrice egiziana di Human Rights Watch, Heba Morayef, che analizza per noi le carenze in materia di diritti umani della nuova contestata costituzione, la situazione nelle carceri e la questione dei processi militari ancora in sospeso. Domani naturalmente seguiremo la giornata egiziana momento per momento su Twitter (@alaskaRP). Oggi Rawya Rageh, giornalista di Al Jazeera English molto vicina alla rivoluzione, racconta delle app sviluppate dagli attivisti per gli attivisti – da utilizzare, come Byt’ebed ‘alia (“mi stanno arrestando”) in caso di arresto, su reti protette e con software liberi – intervistando due protagonisti della rete rivoluzionaria come Noor Noor e Ramy Raoof.

La canzone di oggi era “Gioia e rivoluzione” nella versione degli Afterhours

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“la legge di Aaron”

giovedì, gennaio 17th, 2013

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E’ come l’ha chiamata la deputata democratica Zoe Lofgren, che l’ha scritta, e come la chiama Larry Lessig – giurista di Harvard, fondatore di CreativeCommons e mentore di Aaron Swartz. Il suicidio di Aaron, come sapete, è avvenuto una settimana fa, si sospetta a causa dell’angoscia che gli procurava il possibile esito del processo nei suoi confronti per aver sottratto all’MIT e reso pubbliche ricerche scientifiche. Si tratta di una proposta di legge presentata rapidamente al Congresso, che dovrebbe tutelare dall’accanimento giudiziario per crimini che non comportano vittime. Lo stesso Lessig la spiega in queste ore su The Atlantic. Mentre TechCrunch riporta la reazione alla morte di Aaron di Carmen Ortiz, la procuratrice federale accusata di averlo perseguitato.

La canzone di oggi era “Jubilee Street” di Nick Cave (nuovo singolo)

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fra i saggi c’era un bambino

lunedì, gennaio 14th, 2013

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(Aaron da piccolo con Larry Lessig)

Aaron Swartz si è impiccato, a 26 anni. Il più giovane fra i grandi saggi della rete, come lo ha descritto in queste ore il padre di Internet Tim Berners-Lee, si è tolto la vita dopo mille invenzioni straordinarie per la condivisione in rete, una lunga lotta con la depressione, e una prosecuzione legale piuttosto accanita nei suoi confronti per aver consentito l’accesso a documenti di ricerca riservati dell’MIT, per i quali rischiava un’ammenda milionaria e molti anni di carcere. La rete, stavolta è il caso dirlo, è in lutto, dal grande padre di Creative Commons, Lessig, che è stato anche uno dei primi mentori di Aaron quando non era nemmeno adolescente, alle migliaia di utenti che lo stanno omaggiando di lettere e racconti personali sui vari tumblr creati a questo scopo.

Qui la notizia su Mashable.
Qui la straordinaria testimonianza di Cory Doctorow per BoingBoing (che vi traduco qui sotto nel podcast)
Qui un vecchio post di Aaron, “se venissi investito da un camion”.
Qui Spundge con una raccolta degli articoli e delle testimonianze uscite in queste ore. Qui il tributo con i messaggi personali per Aaron. qui la PDFProtest in solidarietà con Aaaron dai ricercatori universitari.

In Italia un po’ di polemiche sul trattamento superficiale della notizia su Aaaron, ma intanto qui La Stampa e qui Francesco Marinelli per Il Post.

Qui Matthew Yglesias per Slate, qui John Schwartz del New York Times, qui Salon.

Qui il GuardianTech sulle dichiarazioni di accusa della famiglia di Aaron al procuratore che lo stava indagando e all’MIT. Qui Slashdot con un breve parere sulla questione legale, e anche Blankslate sulla stessa questione. Importantissimo il post di Alex Stamos, esperto per la difesa nel caso legale di Aaron.

Qui David Weinberger, del Berkman Center for Internet and Society dell’università di Harvard, su come Aaron Swartz fosse un costruttore, non un hacker, dove ricorda tutto quello che ha fatto. Qui Jeff Jarvis che racconta cosa gli ha fatto capire Aaron sul vero valore dei contenuti. (ve ne traduco alcuni frammenti). Qui Lessig contro la prosecuzione legale nei confronti di Aaaron.

Qui Aaron, “come ottenere un lavoro come il mio”.

La canzone di oggi era “For today I am a boy” di Anthony & the Johnsons.

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