Oggi ultima delle tre giornate di lavori per re:publica – conferenza e hub della “società digitale” a Berlino. Speaker, incontri, laboratori, gruppi di lavoro in tedesco e in inglese su tutti gli aspetti della nostra vita digitale e della sua dimensione pubblica. Ci colleghiamo in diretta con la Station-Berlin a Kreuzberg dove il supertweep e blogger Tommaso Lana, berlinese di adozione, sta seguendo i lavori.
♫ La canzone di oggi era “All I know” di Fabrizio Cammarata
Ecco la puntata di oggi:
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In questi giorni – mentre Alaa Abdel Fattah perde l’appello per la scarcerazione in Egitto, un altro arresto eccellente si aggiunge, purtroppo, alla lunga lista dei cyberdissidenti imprigionati, con la notizia della sparizione della blogger Razan Ghazzawi al confine fra Siria e Giordania. Immediata la campagna online per la sua liberazione, ma dopo qualche speranza nella giornata di ieri, ancora nessuna notizia positiva. Jillian C. York, che la conosce bene, posta la storia di Razzan sul Guardian online. Intanto – anch’ella appena liberata dopo un arresto lampo a Tahrir qualche giorno fa, l’unica candidata donna alla presidenza in Egitto, Bothaina Kamel, parla con la nostra Laura Cappon per Peace Reporter. Infine, Tommaso Lana da Berlino ha seguito il secondo congresso del partito dei Pirati tedesco, trasmesso interamente online, e ha postato le sue impressioni sul suo blog.
♫ Le musiche di oggi erano “Political world” di Bob Dylan e “Back in the fire” di Paul Weller
Ecco la puntata di oggi:
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(gli eletti del Pirate Party a Berlino, foto di Hannibal Hanschke)
Il Pirate Party – il partito per la libertà di Internet, si è guadagnato l’8.9 per cento dei voti alla sua prima prova elettorale a Berlino, riuscendo a far eleggere tutti e 13 i suoi candidati. Scopriamo chi sono, da dove vengono e cosa vogliono.
In queste settimane altre ombre si sono addensate sul comportamento del comitato fondatore di Wikileaks, particolarmente dopo la pubblicazione affrettata e non redatta di una nuova infornata di dispacci diplomatici che lascia visibili i nomi di alcuni degli attivisti di punta della rivoluzione siriana. Forse per capire come sia successo basta ascoltare la testimonianza del giornalista James Ball, che se n’è andato da Wikileaks in grande disaccordo con le decisioni di Assange e dei suoi.
♫ Le canzoni di oggi erano “A voice in the dark” di Elvis Costello e “East Harlem” dei Beirut
Ecco la puntata di oggi:
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Oggi qualche progetto interessante. Valentina Locatelli su Nuok, il blog in italiano degli italiani a New York, ci presenta Dead Drops, un progetto di file sharing ideato dall’artista tedesco Aram Bartholi collegando grandi memorie virtuali di video, musica e immagini a una semplice spina usb che spunta dai muri della città. Qui tutti i dettagli e altre foto del progetto.
Intanto è andato in onda su HBO il documentario di Martin Scorsese su una newyorchese tagliente, umoristica e inquietante, Fran Lebowitz – che riporta il grande regista a una dimensione meno mainstream e ci racconta qualcosa decisamente fuori dalle righe. Ronald Fried ha visto il documentario per il Daily Beast prima della messa in onda e ci racconta un po’ (e io vi traduco il suo post qui sotto nel podcast).
Per finire, quella bella testolina di Thom Yorke dei Radiohead, che non ama particolarmente mettersi in mostra, ha creato un progetto collettivo per il 27 novembre a cui forse fate ancora in tempo a partecipare anche voi. Ce lo racconta Pitchfork (che vi traduco qui sotto nel podcast).
♫ Le canzoni di oggi erano “The way” di Bruce Springsteen e “Bodysnatchers” dei Radiohead
Ecco la puntata di oggi:
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Sempre in attesa di riprendere la trasmissione anche in onda dal 5 ottobre, qualche segnalazione da esplorare:
La nostra Giada Messetti, corrispondente e blogger da Pechino, presenta il suo nuovo sito, quasi un magazine online sulla Cina – favoloso.
Una versione berlinese e molto meno trendy – ma bellissima – di The Selby: è Freunde von Freuden, splendide fotografie di interni e interessanti interviste con artisti e operatori culturali, spesso trasferitisi da poco a Berlino da altri paesi del mondo.
Mentre da noi comincia il festival di Sanremo, sotto la neve di Berlino passano i film che si giocheranno l’Orso d’Oro; i blog che si occupano di cinema sono fitti di segnalazioni entusiastiche suThe ghostwriter (L’uomo nell’ombra), il nuovo thriller di Roman Polanski (che ha dovuto finire di montarlo dal carcere) tratto dal romanzo di Robert Harris, scritto prima che Tony Blair diventasse primo ministro ma in qualche modo presago di quello che sarebbe accaduto: questa la trama. Ecco i commenti di due blogger che il film a Berlino l’hanno visto: Paola Jacobbi di Vanity Fair e il team di Cineblog. Qui il trailer originale.
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Alle provocazioni di Rupert Murdoch – come si è visto non solo teoriche – sulla necessità di chiudere i contenuti dei quotidiani all’accesso gratuito, arriva in questi giorni una lunghissima e dettagliata risposta di Alan Rusbridger, il direttore del Guardian, che ne ha fatto il tema del suo intervento a un convegno in omaggio al defunto direttore del britannico Daily Mirror. E’ la prima volta che un direttore si pronuncia nettamente a favore della partecipazione del giornalismo professionale alla vita del web, e il peso del Guardian nel mondo ne fa un intervento estremamente influente. Come sapete bene perché qui ad Alaska abbiamo usato spesso i contenuti interattivi e in tempo reale del Guardian, il quotidiano inglese ha fatto una netta scelta di campo, e sfida i colleghi a fare altrettanto. Rusbridger lo fa numeri alla mano, dopo essersi confrontato per l’ennesima volta con il settore marketing del giornale, e sostiene che non soltanto restare aperti alla fruizione gratutita sul web alla lunga frutta di più che far pagare l’accesso ai singoli articoli, ma che i giornali prosperano come numero di lettori- e quindi come peso nel dibattito pubblico – proprio sul web, e che in questa apertura c’è il futuro etico del giornalismo, che non deve temere di confrontarsi con le voci del web e deve far propri tutti gli strumenti del web 2.0. Per Rusbridger, la vocazione del giornalismo professionale è quella di far parte del dibattito sociale, non solo di vendere i propri contenuti, e che le nuove possibilità offerte dal web non possono che realizzare e arricchire questa vocazione. Qui trovate la versione integrale del suo intervento (sono 21 cartelle!), nel podcast qui sotto vi propongo un riassunto e la traduzione di molti passaggi.
La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett.
Ecco la puntata di oggi:
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Lunedì cade il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Mentre potete dare un’occhiata alla lista del Guardian dei dieci libri più belli sul Muro (alcuni dei quali si trovano anche in italiano), e all’esperimento che ha in mente un curatore d’arte inglese per lunedì, vi propongo una lettura tratta da Piccolo viaggio nell’anima tedesca, di Vanna Vannuccini e Francesca Predazzi, un vecchio libro che vi consiglio, perché attraverso l’esplorazione dei vocaboli che esistono soltanto in tedesco, ma corrispondono a qualcosa nella mente di tutti (tipo “Weltanschaung” o “Schadenfreude”) mette insieme una quantità di evocazioni e percorsi interessanti. E siccome qui ad Alaska di sentieri si parla…
Vi avevo anticipato che saremmo tornati su Outrospection per un altro esempio, dopo quello di Orwell, di qualcuno che fece dell’empatia, l’arte di mettersi nei panni degli altri, una vera avventura personale. E’ il caso di Patricia Moore. Sentite cosa racconta Roman:
“A metà degli anni Settanta, Patricia Moore, a ventisei anni, lavorava come progettista industriale nella nota azienda newyorchese Raymond Loewy, la stessa che ha disegnato la bottiglia della Coca-Cola e il logo della Shell. Durante una riunione di progettazione pose una semplice domanda: “Non potremmo progettare la porta del frigorifero in modo che qualcuno con l’artrite possa aprirla facilmente?2. E uno dei suoi colleghi più maturi le rispose con disdegno: “Pattie, noi non progettiamo per quelle persone”. Patricia rimase di sasso. Cosa voleva dire, “quelle persone”?
Così decise di condurre un esperimento di empatia per scoprire la realtà della vita di una donna di ottant’anni. Si truccò in modo da smebrare vecchia e rugosa, mise degli occhiali che le confondevano la vista, indossò un sostegno e si bendò tutta in modo da stare curva, si mise dei tappi alle orecchie in modo da non sentire bene, e indossò delle scarpe strane e rirregolari che la obbligavano a camminare col bastone.
Adesso era pronta. dal 1979 al 1982, Patricia Moore visitò col suo nuovo personaggio più di cento città americane, cercando di scendere a patti col mondo che la circondava e di scoprire come venivano trattate le persone anziane, e le sfide quotidiane che affrontavano. provò a fare la spesa al supermercato, a scendere e salire le scale, a entrare e uscire dai grandi magazizni, a prendere l’autobus, ad aprire le porte dei frigoriferi, a usare gli apriscatole e molto altro. A un certo punto venne derubata, picchiata e lasciata quasi morta da una band di adolescenti.
E il risultato della sua immersione? Patricia Moore portò il design industriale in una direzione completamente nuova. basandosi sulle sue esperienze e quello che aveva capito, fu in grado di di progettare tutta una serie di prodotti innovativi che fossero adatti ad essere usati da persone anziani, per esempio da quelle che soffrivano di atrite alle mani. Avete presente quei pelapatate con i manici di gomma spessa? Li ha inventati lei. a lei va il credito di essere una delle fondatrici del Design Universale, un approccio per cui i prodotti vengono progettati in modo non esclusivo, per essere usati dalla più vasta fascia di consumatori possibile, e questo nell’industria è ormai diventato uno standard.
Oltre a fondare la propria azienda di design e a scrivere di quello che chiamò il “design empatico”, diventò un’esperta nel campo della gerontologia, un’addestratrice all’empatia per i nuovi infermieri delle case di riposo, e un militante per i diritti degli anziani.”
Roman ha postato anche un video di Patricia Moore in azione:
In rete si trovano una quantità di commenti sapidi su quello che offre la tv. Non sfugge ai più, e chissà quanti di noi lo fanno, che si può rimanere ipnotizzati anche dalla trasmissione più repellente, un po’ come da un insetto spaventoso dal quale non si riesce a ritrarre lo sguardo. A Marco Cattaneo dev’essere successo con Voyager. Se volete seguire la sua recensione di un programma che sembra guardino due milioni e mezzo di italiani (magari credendoci) o siete affascinati dallo strano miscuglio di scienza, storia e superstizione che va in onda in prima serata, leggetelo qui.
le musiche di oggi erano “Inno nazionale del mio isolato” di Giuliano Dottori e “Please baby please” di David Bazan
Ecco la puntata di oggi:
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Su Radio Popolare dal martedì al venerdì alle 12.40 circa, e in replica dal martedì al giovedì alle 21.30, e il venerdì dalle 20.40. Condotta da Marina Petrillo. Esploriamo sentieri digitali, e siccome il mondo è vasto qualche volta ci perdiamo.
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la sigla di Alaska
è "The desert is on circle" dei Six Organs of Admittance