Archive for the ‘trasparenza’ Category

al Genius Bar del Senato

mercoledì, maggio 22nd, 2013

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Ieri il CEO della Apple, Tim Cook, è stato ascoltato dalla commissione del Senato degli Stati Uniti che ha ricostruito in un documento l’indagine sul sistema con cui l’azienda fondata da Steve Jobs riesce a pagare non più del 2% di tasse su ricavi di 74 miliardi di dollari. La ricostruzione sembra aver più affascinato che scandalizzato, a causa della sua innegabile ingegnosità e della predisposizione dei repubblicani a giustificare comportamenti poco etici delle grandi multinazionali. E poco si può fare per costringere Apple a pagare il dovuto negli Stati Uniti per una questione di legislazione territoriale. In pratica, Apple evade macroscopicamente rispetto al fisco americano, ma non viola la legge. Vi propongo qualche materiale per vederci più chiaro, a cominciare dalla ricostruzione del sistema di scatole fiscali fatta da Business Insider. Qui invece trovate il background legislativo raccontato da Tom Bergin, qui Josh Harkinson che ricostruisce che cosa ha scritto Tim Cook nella sua memoria difensiva prima di presentarsi davanti alla commissione, e qui Rebecca Greenfield sul buffo atteggiamento all’udienza dei senatori possessori di iPhone e iPad.

La canzone di oggi era “Blank maps” di Cold Specks

Ecco la puntata di oggi:

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il dilemma della struttura

giovedì, marzo 7th, 2013

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Ieri avete sentito accostati tre punti di vista attenti sulla complicata relazione fra il Movimento 5 Stelle e i media, e sul falso mito della “modernità” di questo movimento in fatto di strumenti e comunicazione sul web. Vi dicevo anche di come mutuare parole d’ordine dai movimenti internazionali degli ultimi due anni (es: acampadas, Occupy) non corrisponda di per sé a soluzioni simili a livello di consultazione, elaborazione e auto-organizzazione, tanto più di fronte all’enorme sorpresa di ritrovarsi dopo il voto al 25%, non più agitatori esterni e commentatori per contrapposizione ma scagliati invece con una grossa rappresentanza nelle istituzioni formali. Ieri sera Pietro Salvatori ha scoperto che di questo problema di funzionalità si è accorto anche qualcuno all’interno dei Cinque Stelle, e ha pubblicato il suo racconto sull’Huffington Post. Potete leggerlo qui e poi ascoltare cosa ci ha detto oggi in diretta.

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la BP sotto processo

giovedì, febbraio 28th, 2013

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Ad aprile saranno tre anni dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon – la prima notizia di rilievo pubblico as essere stata condivisa intensamente sui social network. Dopo un rinvio lo scorso ottobre, è partito il processo, che arriva oggi al terzo giorno, non di fronte a una giuria ma di fronte a un giudice che sta studiando il caso da tre anni. Con un procedimento lungo e tortuoso, prima vengono presentati i casi dell’accusa, e più avanti si ascolterà la difesa della BP. Tom Fowler riassume per il blog del Wall Street Journal, e qui anche il New York Times

La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett

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“la legge di Aaron”

giovedì, gennaio 17th, 2013

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E’ come l’ha chiamata la deputata democratica Zoe Lofgren, che l’ha scritta, e come la chiama Larry Lessig – giurista di Harvard, fondatore di CreativeCommons e mentore di Aaron Swartz. Il suicidio di Aaron, come sapete, è avvenuto una settimana fa, si sospetta a causa dell’angoscia che gli procurava il possibile esito del processo nei suoi confronti per aver sottratto all’MIT e reso pubbliche ricerche scientifiche. Si tratta di una proposta di legge presentata rapidamente al Congresso, che dovrebbe tutelare dall’accanimento giudiziario per crimini che non comportano vittime. Lo stesso Lessig la spiega in queste ore su The Atlantic. Mentre TechCrunch riporta la reazione alla morte di Aaron di Carmen Ortiz, la procuratrice federale accusata di averlo perseguitato.

La canzone di oggi era “Jubilee Street” di Nick Cave (nuovo singolo)

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fra i saggi c’era un bambino

lunedì, gennaio 14th, 2013

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(Aaron da piccolo con Larry Lessig)

Aaron Swartz si è impiccato, a 26 anni. Il più giovane fra i grandi saggi della rete, come lo ha descritto in queste ore il padre di Internet Tim Berners-Lee, si è tolto la vita dopo mille invenzioni straordinarie per la condivisione in rete, una lunga lotta con la depressione, e una prosecuzione legale piuttosto accanita nei suoi confronti per aver consentito l’accesso a documenti di ricerca riservati dell’MIT, per i quali rischiava un’ammenda milionaria e molti anni di carcere. La rete, stavolta è il caso dirlo, è in lutto, dal grande padre di Creative Commons, Lessig, che è stato anche uno dei primi mentori di Aaron quando non era nemmeno adolescente, alle migliaia di utenti che lo stanno omaggiando di lettere e racconti personali sui vari tumblr creati a questo scopo.

Qui la notizia su Mashable.
Qui la straordinaria testimonianza di Cory Doctorow per BoingBoing (che vi traduco qui sotto nel podcast)
Qui un vecchio post di Aaron, “se venissi investito da un camion”.
Qui Spundge con una raccolta degli articoli e delle testimonianze uscite in queste ore. Qui il tributo con i messaggi personali per Aaron. qui la PDFProtest in solidarietà con Aaaron dai ricercatori universitari.

In Italia un po’ di polemiche sul trattamento superficiale della notizia su Aaaron, ma intanto qui La Stampa e qui Francesco Marinelli per Il Post.

Qui Matthew Yglesias per Slate, qui John Schwartz del New York Times, qui Salon.

Qui il GuardianTech sulle dichiarazioni di accusa della famiglia di Aaron al procuratore che lo stava indagando e all’MIT. Qui Slashdot con un breve parere sulla questione legale, e anche Blankslate sulla stessa questione. Importantissimo il post di Alex Stamos, esperto per la difesa nel caso legale di Aaron.

Qui David Weinberger, del Berkman Center for Internet and Society dell’università di Harvard, su come Aaron Swartz fosse un costruttore, non un hacker, dove ricorda tutto quello che ha fatto. Qui Jeff Jarvis che racconta cosa gli ha fatto capire Aaron sul vero valore dei contenuti. (ve ne traduco alcuni frammenti). Qui Lessig contro la prosecuzione legale nei confronti di Aaaron.

Qui Aaron, “come ottenere un lavoro come il mio”.

La canzone di oggi era “For today I am a boy” di Anthony & the Johnsons.

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il silenziatore

venerdì, novembre 30th, 2012


(la stampata del voto Onu sulla Palestina, paese per paese)


(il Transparency Report di Google di ieri sulla Siria)

Ieri (e scusate l’assenza di Alaska) giornata di grande movimento sulla rete: il voto all’Onu che ha approvato l’ingresso della Palestina come paese osservatore – prima volta a mia memoria che la lista stampata dei paesi con le specifiche di come hanno votato va online pochi minuti dopo il voto (e Twitter è andato in tilt appena arrivata la notizia); la cronaca dei lavori convulsi della Costituente zoppa in Egitto (dopo la fuoriuscita per protesta di tutte le rappresentanze laiche e copte) prolungati fino all’alba per battere sul tempo i limiti di legge e presentare la bozza oggi (qui Heba Morayef, direttrice di Human Rights Watch Egitto, sulle contraddizioni del testo in materia di tutela dei diritti) – mentre Tahrir si prepara oggi al bis della protesta di martedì e la contromanifestazione dei Fratelli Musulmani prevista per domani è stata spostata al campus dell’Università Americana per evitare scontri. Martedì silenzio stampa di tutti i canali tv privati e 11 giornali. E intanto in Siria, mentre venivano bloccati i voli sull’aeroporto di Damasco e per diverse ore era difficile anche contattare i numeri della rete fissa, la rete è stata tagliata. Grazie a Daniele Raineri del Foglio, l’indagine di Cloudflare, e Amy Chotzik del NYT su come gli host americani forniscano supporto alla rete governativa siriana nonostante il divieto della Casa Bianca. Qui un riassunto del rapporto della rete siriana con gli host canadesi.

Radio Popolare e Popolare Network vi aspettano domenica 2 dicembre per la diretta su seggi e risultati delle primarie del centrosinistra, dalle 10 alle 12.30, dalle 1830 alle 1930, e dalle 19.50 alle 0030. Tutti i contenuti audio sul nostro blog delle primarie nazionali e lombarde.

La canzone di oggi era “New age” nella versione di Tori Amos

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Alaska pocket n.2/ Ona12 e HuffPost Italia

mercoledì, settembre 26th, 2012

Le prime notizie da Twitter stamattina, l’uccisione di altri due giornalisti in Siria (a margine dell’esplosione al ministero della difesa a Damasco), le fotografie degli scontri della notte scorsa a Madrid, l’arresto della giornalista egitto-americana Mona Elthahawi a New York per aver pasticciato un manifesto, e la condanna a due mesi di carcere per la giovane attivista Zeinab Alkhawaja, (@angryarabiya su Twitter), per aver stracciato una foto del re durante una manifestazione.

Torniamo un momento su Ona12 che si è appena conclusa a San Francisco, ieri vi ho raccontato un po’ dei keynote speech, delle conferenze e delle novità annunciate da Twitter. La BBC ha raccontato com’è fatta la sua nuova newsroom a cerchi concentrici, alla quale potrebbe essere ispirata fra l’altro la nuova sede de La Stampa di Torino. E in un panel sulla migrazione fuori dalle redazioni tre ospiti hanno raccontato come da ex giornalisti abbiano portato la loro esperienza in un altro tipo di azienda, come Yahoo. In generale al convegno è emerso spesso il tema della trans-territorialità delle competenze. Giornalisti che imparano a scrivere in codice, programmatori che diventano giornalisti, aziende e piattaforme che cercano giornalisti per la loro comunicazione esterna – da una parte un sempre crescente e stimolante intreccio di competenze, dall’altra un confine sempre più ambiguo fra testate, reporter, piattaforme, start-up e imprese commerciali.

Alla consegna annuale dei premi di Ona si notava la totale mancanza di gerarchia fra CNN, Jim Roberts del New York Times, Frontline della Pbs e Los Angeles Times e testate indipendenti come ProPublica, CaliforniaWatch, Slate, Salon, MotherJones o, per dire, una piccola catena di radio della costa ovest che ha cominciato a fare progetti di giornalismo digitale integrato solo due anni fa e quest’anno già vince due premi. Nella categoria innovazioni tecnologiche per il giornalismo erano candidati gli ideatori di diverse app, ma hanno vinto, giustamente, i creatori di Storify, lo strumento che permette di comporre storie da una cronologia di tweet, applauditissimo da tutti – e ironicamente il modo migliore per raccontare la serata di gala è stato proprio… uno Storify. I più applauditi in assoluto i due giovani creatori di Homicide Watch, progetto nato “al tavolo di cucina” che riesce a sopravvivere grazie alla raccolta di 40mila dollari di donazioni, e che investiga e racconta la storia personale di ogni singola persona uccisa in episodi di cronaca nera a Washington. Nella categoria “progetti non in lingua inglese”, in lizza per il terzo anno consecutivo i colleghi italiani del Tirreno, anche se ha vinto di nuovo un progetto francese, Rue89. Alcuni vincitori hanno ritirato il premio raccontando di dovere proprio alle conferenze precedenti di Ona un corso o un laboratorio dove hanno acquisito gli strumenti anche tecnici che hanno permesso loro di sviluppare progetti più avanzati.

I temi ricorrenti nei progetti più premiati, che sono tutti di integrazione fra racconto-reportage, analisi di dati, mappe elettroniche e social media: candidati molti reportage su Occupy, che nonostante i numeri piccoli – al contrario della percezione che se ne ha in Europa – è ancora molto influente nella discussione nazionale, anche adesso nei temi sulla redistribuzione del reddito nella campagna elettorale; e così gli approfondimenti sulla pratica dello stop & frisk della polizia, specialmente a New York; progetti sulla riforma sanitaria, sui musulmani negli Stati Uniti, sull’immigrazione messicana, sull’istruzione pubblica, e molti finanziati da università, borse di studio e fondazioni. In generale l’orientamento di Ona è su progetti fortemente progressisti e su reportage multimediali lavorati a lungo, alcuni anche per molti mesi.

In chiusura una breve segnalazione, è da ieri online la divisione italiana dell’Huffington Post di Arianna Huffington, redazione di blogger diretta da Lucia Annunziata, potete andare a vedere qui com’è fatta. Credo che i livelli di impressione debbano essere due, il primo è quello dell’impressione generale di primo acchito sul taglio, la gerarchia delle notizie, i titoli, e l’altra quella che valuteremo più avanti, cioè se e come l’Huffington Post italiano riuscirà a produrre scrittura, opinione e commento di rilievo. Questa la rimandiamo al futuro. Detto questo, la mia prima impressione, è decisamente sfavorevole. La scelta forte stamattina di aprire con i lavoratori dell’Ilva è obliterata dal logo pubblicitario della Tod’s che sormonta la foto, dall’inesorabile boxino in homepage su come il cibo grasso rovina il sonno, e dai post nella colonna di sinistra firmati, fra gli altri, da Antonio di Pietro. Vero è che anche negli Stati Uniti l’Huffington Post è politica e costume, ma evidentemente la cronica bruttezza del costume italiano di oggi si riflette necessariamente nel HuffPost italiano.

La canzone di oggi era “Today I am a boy” di Anthony and the Johnsons

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Alaska pocket n.1/ Ona12

martedì, settembre 25th, 2012

(Eric Carvin AP, Liz Heron WSJ, Niketa Patel CNNMoney, Anthony DeRosa Reuters a #ONA12, San Francisco)

In questa prima puntata della stagione, qualche racconto dall’edizione 2012 a San Francisco di Ona, la conferenza annuale dei membri dell’associazione per il giornalismo digitale, dalla quale sono appena tornata. Lo spirito ancora pionieristico dei temi era chiaro fin dalla battuta di apertura di uno dei relatori: “è passato un anno, sono successe tante cose, ma se credete che i vostri colleghi non pensino più che siete dei marziani, be’, non è così”.

In generale si respirava ancora l’atmosfera di una sperimentazione nel giornalismo digitale ancora in via di definizione, come se tutto fosse ancora liquido e mobile e non esistessero percorsi predefiniti.

Temi di quest’anno: poca primavera araba, molta progettazione e miglioramento nell’uso delle piattaforme, la questione spinosa delle linee guida delle testate nell’uso dei social media, il dilemma legale di come si risolvono le controversie della rete in assenza di una legislazione internazionale, e l’aspirazione all’integrazione organica di tutti gli strumenti dei social media nel giornalismo tradizionale, che ancora non si è realizzata nonostante alcuni esempi eccellenti – e le nuove sfide della trasparenza nel rapporto con gli utenti – ascoltatori, lettori e spettatori.

I keynote speech erano affidati a una conferenza del giornalista Jose Antonio Vargas e a un botta e risposta fra la giornalista Emily Bell e l’amministratore delegato di Twitter, Dick Costolo. Vargas ha raccontato la sua esperienza di reporter filippino, gay e immigrato negli Stati Uniti senza documenti (una storia straordinaria che ha narrato anche sul New York Times), mentre Costolo ha difeso alcune scelte recenti di Twitter e ha annunciato i progetti a breve termine della piattaforma. Un po’ sulla difensiva per le domande incalzanti di Emily Bell, Costolo ha spiegato la nuova criticatissima API di Twitter, ha ammesso che Twitter ha ancora un problema nel comunicare felicemente le sue iniziative agli utenti, ha raccontato che hanno in mente nuovi strumenti per la curatela editoriale a partire dalla piattaforma di Tweetdeck di recente acquisita, e anche se con una certa titubanza e dopo aver confermato che per gli strumenti di archiviazione Twitter conta ancora sull’utilizzo di strumenti esterni, ha ipotizzato una possibilità di accedere all’archivio di tutti i propri tweet entro la fine dell’anno. L’impressione è che se da una parte Twitter deve continuare a funzionare per una comunità di utenti molto più ampia, è però ben consapevole della sua vocazione alle news e dell’utilizzo che ne fanno i suoi utenti densi di tutte le testate giornalistiche del mondo. Costolo ha dovuto anche rispondere alle critiche sulla joint venture fra Twitter e la NBC per la copertura delle Olimpiadi. Il modello commerciale di Twitter è Amazon, anche se è ancora presto per capire in che senso. Mark Luckie del dipartimento news di Twitter ha raccontato in altri panel il tipo di lavoro che fa la piattaforma per svilupparsi.

In un incontro successivo, Eric Carvin della Associated Press, Liz Heron ex capo social media editor del New York Times e ora al Wall Street Journal, Anthony de Rosa social media editor della Reuters, e Niketa Patel di CNN Money – un’eccezione perché nei progetti più interessanti del giornalismo digitale i grandi network televisivi sono vistosamente assenti – hanno discusso soprattutto di linee guida sull’utilizzo dei social media, di metodi di verifica delle notizie, dell’annosa questione dell’”arrivare primi”, che secondo loro è diventata completamente ininfluente, a favore invece dell’importanza dell’”avere ragione per primi”; hanno raccontato un po’ il rapporto con le loro redazioni tradizionali, e hanno rivelato di avere uno stretto contatto con le piattaforme come Twitter, e di sapere per certo che queste tengono conto delle loro sperimentazioni nell’uso giornalistico di Twitter, come dimostra la risposta data il giorno prima da Dick Costolo sui futuri sviluppi di Tweetdeck.

Altre tre figure del social media editing dell’Associated Press, del blog del NYT The Lede e dell’ufficio newyorchese del Guardian hanno raccontato che tipo di materiale sensibile raccolgono da Facebook e quali linee etiche si danno nel decidere quali contenuti e commenti pubblicare, e come far vivere le comunità di lettori e utenti a cominciare dalle sezioni commenti dei blog; per alcuni progetti al Guardian riutilizzano addirittura i thread di commenti a distanza di anni, perché fanno parte della storia che hanno raccontato, e spesso contattano direttamente i loro lettori per avvisarli che i loro commenti sono stati incorporati, per esempio, nella storia sul primo anniversario di Occupy Wall Street.

Altri panel si sono occupati nello specifico dell’analisi dei dati per raccontare storie, di droni impiegati per il giornalismo, di testate non-profit che vendono inchieste a testate commerciali.

Nella puntata di domani, i temi che emergono dall’assegnazione annuale dei premi di Ona, e uno sguardo alla home di Huffington Post Italia, che nasce oggi sotto la direzione di Lucia Annunziata.

La canzone di oggi era “I will” dei Beatles

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alla faccia della trasparenza

martedì, giugno 5th, 2012

Per proseguire il discorso sulle nomine AGCOM cominciato nella puntata del 22 maggio, e per prepararci con voi al voto di domani in Parlamento e alla discussione sull’argomento nel microfono aperto di questa sera su Radio Popolare alle 20 – ospiti Alessandra Poggiani, Riccardo Luna e Giorgio Scorza, fra i più impegnati in queste settimane nella battaglia online per la trasparenza delle nomine – riprendiamo qui la questione anche perché è di ieri sera la conferma che nonostante gli sforzi, il grande successo della candidatura pubblica di Stefano Quintarelli, il gesto di Fini di far raccogliere e protocollare circa 300 curriculum per i parlamentari della Camera (procedura del tutto spontanea e che non ha paralleli al Senato), il coinvolgimento di alcuni parlamentari nella battaglia per cambiare le regole di nomina degli organismi come AGCOM, cda Rai e Garante della Privacy, la spartizione fra PD e PDL sulle nomine sarebbe comunque avvenuta, immaginando quattro figure sotto la presidenza di Cardani, indicato da Monti (francamente superflua la proposta di queste ore del capogruppo Franceschini di condurre miniprimarie interne sui vari candidati in quota PD). In questo discorso ricadono diversi temi: futuro del ruolo dell’AGCOM, che in parte governa insieme agli altri organismi sul nostro vecchio tema politico del conflitto d’interessi, che governa sulle frequenze radiotelevisive, che gestirà i passi dell’Italia sull’agenda digitale nazionale (che non è da vedersi solo come regolamentazione delle libertà di Internet ma anche come seria e moderna fonte di sviluppo economico) e su quella europea; e ancora, i criteri richiesti a gran voce dai cittadini riguardano trasparenza delle nomine e competenze in molti altri settori della vita pubblica, così come la questione tutta italiana dell’anzianità eccessiva dei candidati e della bassissima inclusione di donne. Vi propongo quello che scriveva il Post il 30 maggio e quello che scrive oggi Wittgenstein alla notizia della spartizione tradizionale delle nomine, e quello che ha scritto Alessandra Poggiani per Chefuturo.it, che di rete e agenda digitale se ne intende anche a livello europeo, su quello che ha scoperto quando ha provato a candidarsi. Qui quello che scritto Chiara Saraceno sulle quote rosa negli organismi di sorveglianza e non per Repubblica.

♫ La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles

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guardiani a confronto

venerdì, aprile 6th, 2012

Lo scorso fine settimana si è svolto a Londra il Guardian Open Weekend, giornate di lavoro aperte a esaurimento dei posti nella sede del grande quotidiano inglese con molti ospiti di rilievo, fra i quali lo scrittore Ian McEwan, per discutere del giornale, del ruolo dei quotidiani e della costante evoluzione del giornalismo in rapporto alle nuove tecnologie e opportunità di convidisione a fronte dei problemi di costo e vendita del contenuto. Una delle chiacchierate più intense è stata quella fra il direttore del Guardian, Alan Rusbridger, e il docente della New York University Clay Shirky, che come sapete è una delle personalità più in vista nella riflessione complessiva sulla rete (sempre vive, per esempio, le sue contrapposizioni filosofiche con Morozov). Shirky è docente e consulente sugli effetti economici e sociali di Internet e autore di “Uno per uno, tutti per tutti – il potere di organizzare senza organizzare”. Stimolato dalle domande di Rusbridger, ha portato a Londra principalmente la sua osservazione di quello che accade nei media americani. Oggi vi traduco tre dei punti salienti della lunga intervista che potete vedere in video integralmente quiil primo riguarda le riflessioni sul modello del quotidiano a pagamento e come il problema di pagare i contenuti si sta trasformando in un tipo diverso di rapporto fra il quotidiano e i suoi lettori. Il secondo riguarda il rapporto fra il giornalismo e la trasparenza e disponibilità dei dati. Il terzo la protesta contro il SOPA e l’agitazione che ogni trasformazione tecnologica provoca in un medium tradizionale.

♫ La canzone di oggi era “Get it wrong get it right” di Feist

Ecco la puntata di oggi:

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