Archive for the ‘Canada’ Category

intelligenza connettiva

mercoledì, febbraio 29th, 2012

Derrick de Kerkchove, l’antropologo che da erede di Marshall McLuhan ha diretto per venticinque anni il programma canadese per la cultura e la tecnologia a lui intitolato, nonché teorico dell’”intelligenza connettiva”, suddivide le epoche del linguaggio in tre fasi: quella creata dal corpo umano, quella creata dall’alfabetizzazione, e quella creata dall’elettricità, e definisce come “mente aumentata” (o incrementata) la trasformazione operata sulle possibilità del linguaggio e della mente umana dalle nuove tecnologie. De Kerckhove continua a riflettere sulle trasformazioni epocali che l’utilizzo del web sta portando alla storia umana, e viene spesso in Italia, dove ha anche insegnato. Qualche giorno fa ha chiacchierato con la nostra Aurora d’Aprile (come sempre nel suo tipico italiano-esperanto) delle sue preoccupazioni sugli utenti del web, inconsapevoli secondo lui dell’enorme portata del nuovo Rinascimento che stanno vivendo. Oggi vi propongo la loro conversazione, che esploriamo meglio con alcuni materiali che spiegano il contributo di de Kerckhove e dell’idea di intelligenza connettiva al dibattito su come il web ci sta cambiando.

♫ La canzone di oggi era “The circle married the line” di Feist

Ecco la puntata di oggi:

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sarà il mondo a cambiare noi

martedì, ottobre 18th, 2011

Claudia Vago (@tigella) ha scritto un post importante su quello che è successo a Roma – unica di 951 città del mondo – il 15 ottobre. Strumenti di riflessione e strategia ci arrivano da mille direzioni, se vogliamo ascoltare. Qui il nuovo spunto di Adbusters. L’occupazione di Zuccotti Park a New York ha compiuto un mese, ecco cosa hanno ottenuto.

♫ Le musiche di oggi erano “Io non mi sento italiano” (G. Gaber) di Daniele Silvestri e “Rise” di Eddie Vedder

Ecco la puntata di oggi:

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a chi va il premio domani?

mercoledì, ottobre 6th, 2010

Dovrebbe essere annunciato domani il premio Nobel per la Letteratura 2010 – almeno così sperano gli editori che si trovano riuniti alla Fiera di Francoforte, anche se l’anno scorso l’annuncio è arrivato l’8 e tecnicamente potrebbe farsi attendere fino al 14. In rete si inseguono le previsioni e il toto-nome: a chi toccherà quest’anno? Una traccia la danno le probabilità di vincita calcolate dalle grandi agenzie di scommesse come Ladbrokes e PaddyPower, che continuano a cambiare soprattutto dalla fine di settembre. Sui blog, in parte, supposizioni e calcolo delle probabilità diventano anche strumenti per pubblicizzare questo o quell’autore (penso alla funzione del gruppo di facebook per il Nobel a Roberto Saviano), ma riflettono anche auspici letterari e politici, quando non tentano addirittura di leggere nella mente (il più delle volte illeggibile) della giuria del Nobel. Invece di cadere dalle nuvole come ogni anno, magari davanti a un candidato fortissimo nella sua lingua di nascita ma semisconosciuto da noi, cogliamo l’occasione per sentire cosa si dice in rete sulla rosa dei possibili candidati al premio, e per approfondire il ritratto di uno degli autori più segnalati dai blogger, il kenyano Ngugi Wa Thiong.

Alcuni dati di partenza sono che 1) l’attuale presidente della giuria del Nobel per la Letteratura ha ammesso che negli ultimi dieci anni il premio è stato troppo eurocentrico, 2) c’è un fortissimo interesse per la letteratura dei paesi africani, sia residenti che oriundi, 3) si fanno spesso i nomi del ceceno Kant Ibragimov e dello scrittore cinese Liu Xiaobo attualmente in carcere, 4) il Nobel non viene conferito a un nordamericano da molti anni, e restano in lizza alcuni candidati di sempre, come Philip Roth e Alice Munro, insieme alle meno probabili Joyce Carol Oates e Margaret Atwood, a El Doctorow,  e all’outsider Bob Dylan, mentre sale ogni giorno nelle quotazioni il nome di Cormac MCcarthy. Ricorrono, come ogni anno, i nomi di Murakami, Adonis, Elias Khouri, John Berger, Thomas Pynchon, Umberto Eco, Edward Albee per il teatro, e prende sempre più quota l’ipotesi di Amos Oz. Gli italiani non sono esclusi, con i nomi di Antonio Tabucchi e di Claudio Magris, e ricorre la sottolineatura che non vinca un poeta dal 96, quando venne premiata Wyslawa Szymborska. Oggi c’è chi auspica una vittoria in questo senso per la peruviana Carmen Ollé, o l’americana Rita Dove, o il coreano Ko Un, o, assai più quotati, la poetessa algerina Assja Djebar (anche se di lingua francese come il recente premio nobel LeClezio) o lo svedese Tomas Transtromer.

In rete, naturalmente, il dibattito più appassionante nel toto-Nobel per la Letteratura è quello fra i lettori, appassionati, onnivori e informatissimi sugli autori di tutto il mondo, che soppesano nei forum meriti e controindicazioni di ogni candidato. Tenendo presente che il contributo degli scommettitori  è molto relativo, visto che gli ultimi due vincitori erano dati 50/1, diamo un’occhiata, visto che l’anno scorso ci hanno azzeccato con Herta Muller, a quel che si racconta su Literary Saloon negli ultimi due giorni.

Ecco le previsioni di A Commonplace. E quelle del sito svedese Swedish Wire.

Isak, soprannome della blogger scrittrice Anneleigh Clark, fan di Karen Blixen e attentissima a quel che si muove in narrativa e poesia, esprime il suo auspicio che vinca James Ngugi – Ngugi wa Thiong, Kenya, autore di Chicco di grano e di Spostare il centro del mondo – La lotta per le libertà culturali - e gli dedica un profilo che vi propongo.

♫ Le canzoni di oggi erano “The sellout” di Macy Gray e “Stella d’argento” di Brunori Sas

Ecco la puntata di oggi:

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Stanley Péan

martedì, maggio 18th, 2010

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Oggi ospite in diretta Stanley Péan, scrittore, jazzista, personalità radiofonica e blogger. Stanley Péan è haitiano e vive in Canada, dove è presidente dell’associazione degli scrittori del Quebec. Il giorno del terremoto era proprio in viaggio verso Port-au-Prince per un festival letterario. Il suo ultimo noir & rouge, pubblicato in Italia da Tropea, è Zombi Blues, intriso come sempre della cultura e della storia politica di Haiti. Abbiamo chiacchierato di diaspora haitiana in Canada e del ruolo dello scrittore figlio di immigrati che si trova davanti alla ricerca della propria identità; del rapporto fra la storia del voodoo e la storia del jazz; del suo programma alla radio; del sogno mai realizzato di suo padre di tornare a vivere ad Haiti dopo essere fuggito dalla dittatura di Papa Doc Duvalier; di come la storia di Haiti non abbia fatto che replicare il modello del dominio schiavista; di come la distruzione terribile causata dalla negligenza politica che ha amplificato gli effetti del terremoto possa essere un’opportunità storica per Haiti di cominciare davvero la propria storia come paese indipendente. Potete riascoltare l’integrale dell’intervista nel podcast qui sotto.

Potete incontrare Stanley Péan a Milano giovedì 20 maggio alle 19 sulla terrazza dello Spazio Prospekt di via Vigevano 33; in quell’occasione verrà anche proiettato il video “Spirits in the dust” di Samuele Pellecchia. L’ingresso alla serata è libero, e se comprate una copia di Zombie Blues metà del ricavato andrà alla Fondazione Francesca Rava NPH Italia Onlus per i bambini di Haiti.

La musica di oggi era “Stuff” di Miles Davis

Ecco la puntata di oggi:

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il dono del medico e dello scrittore

venerdì, aprile 30th, 2010

Aiuti ad Haiti: Lisa Paravisini rende conto della lamentela di Norman Girvan, ricercatore all’Università di Trinidad & Tobago, Emily J. Kirk dell’università di Cambridge, e John M.Kirk della Dalhousie University, che sollevano il problema di come i consistenti aiuti sanitari ad Haiti forniti da Cuba dopo il terremoto vengano oscurati dalla lettura degli aiuti proposta dai media nordamericani. Ecco la storia completa, che vi traduco nel podcast qui sotto.

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Ieri parlavamo di grandi scrittori e delle loro opinioni nel dibattito pubblico (anche se manipolate a casa nostra): la grande scrittrice canadase Margaret Atwood, fervida ambientalista e blogger, posta il suo discorso di accettazione del Pen Award che ha pronunciato tre giorni fa alla festa del premio al Museo di Storia Naturale di New York, nella sala della balena azzurra – un appuntamento annuale di raccolta fondi a sostegno del lavoro del Pen con gli scrittori imprigionati o censurati in tutto il mondo  (la traduzione del discorso di Atwood qui sotto nel podcast). E’ un inno alla voce umana, al potere dei libri e alla libertà di parola.

Le musiche di oggi erano “My Blakean year” di Patti Smith (che ha cantato alla festa del Pen award per gli scrittori censurati) e “Walking in the sun” di Fink

Ecco la puntata di oggi:

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parlano le scrittrici

giovedì, febbraio 11th, 2010

pettirosso-23

Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto per dirmi che l’avvistamento del pettirosso è tipicamente invernale! Ero stata mal consigliata da un collega di cui non farò il nome, non riesco a rispondere a tutti ma vi ringrazio perché ho imparato molto! Il mio desiderio di primavera non potrebbe essere più deluso, visto anche il tempo di oggi… Comunque il pettirosso era bellissimo! (potete anche vedere la canzoncina inglese sul pettirosso postata da un ascoltatore nei commenti al post di ieri)

Ma veniamo alla puntata di oggi,  dedicata alle osservazioni sul nostro mondo di questi giorni che traggo dai blog di tre scrittrici di tre nazionalità diverse: Margaret Atwood, Jeanette Winterson e AM Homes.

Margaret Atwood (vi ho parlato di lei qui e qui) scrive di ritorno dal Forum Economico Mondiale che si è svolto a Davos a fine gennaio. Ambientalista instancabile, è rientrata in Canada dalla Svizzera, e sempre col suo caratteristico senso dell’umorismo racconta quello che ha trovato laggiù, con lo sguardo della turista. Racconta delle persone che ha incontrato, del ruolo delle donne a Davos, e della strana posizione del Canada, lodato per il suo cammino verso un’economia verde ma debole nelle trattative di Copenaghen e completamente assente dal dibattito a Davos.  (la traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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La scrittrice inglese Jeanette Winterson, autrice di Non ci sono solo le arance e Gli dei di pietra,  scrive ogni mese un post sul suo sito che fa il punto sulla sua situazione nella scrittura, nelle uscite in libreria che la riguardano e in quelle dei suoi amici, nelle sue relazioni personali e nelle sue letture, soprattutto di poesia. La sua pagina di febbraio si apre con le sue impressioni sull’udienza di Tony Blair davanti alla Commissione sulla guerra in Iraq di qualche giorno fa – ne avevamo parlato ad Alaska qui. (La traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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AM Homes, autrice di La figlia dell’altra, In un paese di madri, La fine di Alice e Questo libro ti salverà la vita,  posta sul New Yorker la sua reazione alla morte di JD Salinger , forse un padre migliore per lei dei genitori, veri e adottivi, di cui racconta nei suoi libri.  Possiamo perfino ipotizzare che proprio in omaggio a JD Salinger anche lei abbia scelto di firmarsi con le iniziali del suo nome di battesimo. Nel post racconta dell’imprinting ricevuto dalla lettura di Salinger da bambina negli anni Settanta, della sua ossessione di scrivere lettere a personaggi famosi nella pre-adolescenza, e della commedia che scrisse a diciannove anni con Holden Caulfield e Salinger come protagonisti, e che lo scrittore fece bloccare attraverso la sua agente (la traduzione qui sotto nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Winter winds” di Mumford & Sons e “In the end” di Charlotte Gainsbourg

Ecco la puntata di oggi:

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addii

martedì, gennaio 12th, 2010

noorda_foto1

Ieri sera è arrivata la notizia che ci ha lasciato Bob Noorda. Milano, sempre ombelicale, ricorda il grandissimo designer olandese (e milanese adottivo) con qualche riga di circostanza; ma per i grafici è stato un vero guru, per la nostra metropolitana un dono raro, e il suo occhio ha creato alcuni marchi che vi saranno perfettamente familiari. Così, invece che con un ricordino qualunque di oggi, gli rendiamo omaggio con un profilo di quando Noorda era vivo, in un un post di Oblique.

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Il primo di gennaio ci ha lasciato, ancora giovane, Lhasa de Sela, una delle voci più belle e stupefacenti che la musica ci avesse dato negli ultimi anni. Ecco una sintesi del ricordo di lei che ha fatto il suo webmaster.

“Montreal, Canada, domenica 3 gennaio 2010.

Lhasa de Sela è mancata nella sua casa di Montreal nella notte del primo gennaio, appena prima della mezzanotte. E’ stata sconfitta da un tumore al seno dopo una battaglia di ventuno mesi, che ha affrontato con coraggio e determinazione. In questo periodo difficile ha continuato a toccare le vite di coloro che aveva intorno con la grazia, la bellezza e il senso dell’umorismo che le erano propri. La sua forza di volontà l’aveva portata di nuovo in studio di registrazione per completare il suo nuovo album, seguito dal successo dei lanci al Théatre Corona di Montreal e al Théatre des Bouffes du Nord di Parigi. Due concerti in Islanda lo scorso maggio rimarranno i suoi ultimi. Era stata costretta a cancellare il lungo tour mondiale previsto per l’autunno, e l’album che aveva in mente di canzoni di Victor Jara e Violeta Parra resterà irrealizzato. Lhasa era nata il 27 settembre del ’72 a Big Indian, vicino New York. La sua infanzia insolita è stata segnata dai lungi periodi nomadici in Messico e negli Stati Uniti, con i suoi genitori e le sue sorelle, sullo scuolabus che era la loro casa, sul quale la famiglia faceva le sue improvvisazioni musicali ogni sera. E’ cresciuta in un mondo imbevuto di scoperte artistiche, lontano dalla cultura convenzionale. In seguito sarebbe diventata l’artista eccezionale che il mondo ha scoperto nel 1997 con l’album La Llorona, seguito nel 2003 da The Living Road, e da Lhasa nel 2009. Questi tre album hanno venduto più di un milione di copie. E’ difficile descrivere la sua voce unica e la sua presenza scenica; è stata descritta come appassionata, sensuale, indomabile, tenera, profonda, conturbante, ammaliante, ipnotica, sussurrata, potente, una voce per ogni tempo. Lhasa aveva un modo unico di comunicare col suo pubblico, riusciva ad aprire il suo cuore sul palco, permettendo al pubblico di sperimentare una connessione intima con lei. Un suo vecchio amico, Jules Beckman, ha offerto queste parole: “sentivamo sempre passare attraverso di lei qualcosa di ancestrale. Ci ha sempre parlato dalla soglia fra due mondi, fuori dal tempo. ha sempre cantato della tragedia umana, del trionfo, dello straniamento e di una ricerca degna della saggezza di una grande testimone”. La sua famiglia è grata per questi due giorni quieti di lutto. Da quando lei è morta, a Montreal ha nevicato per 40 ore.”

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Nelle puntate di inizio d’anno vi ho presentato il blog della scrittrice canadese Margaret Atwood, raro esemplare di blog di uno scrittore, che trova il tempo, anche se ha appena iniziato a lavorare sul suo nuovo romanzo, di postare per i suoi lettori. Vi dicevo anche del suo acuto senso dell’umorismo, del suo ambientalismo, e di come anche a settant’anni sia sempre molto pronta ad abbracciare nuove tecnologie e sistemi di comunicazione, da Twitter a, di recente, quello che permette di autografare i libri a distanza. Qui abbiamo parlato un po’  del futuro del libro elettronico, e dei tormentosi pro e contro, e Margaret Atwood non manca di dire la sua, ma alla sua maniera:

“Ecco che arrivano gli e-readers, una manna del cielo per i viaggiatori e per i lettori veloci, e, ci dicono, una salvezza per gli alberi. Al loro seguito, ecco che arrivano anche i profeti che predicono la condanna del libro cartaceo, e insieme a quello la morte del copyright e ogni sorta di effetti ignoti. Calma. I libri non bruciateli ancora. Non mi sto appellando alla loro venerabile storia, alla bellezza del design, alla tattilità della pagina. Ecco tre ragioni pratiche per cui non buttare via la carta:

1 Le tempeste solari. Una bella grossa potrebbe friggere i trasformatori, come già accaduto in passato, e condizionare i satelliti e le torri di trasmissione in modo talmente massiccio che le comunicazioni potrebbero interrompersi per mesi, provocando vari tipi di disastro. Compresa, magari, la cancellazione di tutte le librerie online e di tutti i download. Inoltre, non permettete a nessuno di installarvi un microchip in testa, non ha importanza quanta memoria in più prometteranno di aggiungervi!

2.Penuria di energia. Vi ricordate che il petrolio raggiungerà un punto massimo oltre il quale non potrà soddisfare le richieste? Sappiamo che l’energia verde sta galoppando in nostro soccorso, ma è ben lungi dal soddisfare la richiesta. Sappiamo che gli stessi  server della rete si stanno divorando enormi quantità di energia. Se verranno trasferiti in Islanda potranno soddisfare i bisogni futuri? Immagino che staremo a vedere… Ma se non succede, ecco che la rete salta. per non parlare della possibilità di ricaricare le pile dell’e-reader.

3.Sovraccarico della rete. Internet è già stracolma, e nuove informazioni si aggiungono ogni giorno. A meno che non vengano spesi miliardi in infrastrutture, ci dicono che i blackout sono molto probabili. Perciò, come si fa con la vacca che si nutre di energia?

Se avrete tenuto da parte dei libri di carta, potrete leggerli a lume di candela, e poi se non vi piacciono potrete arrostirci sopra i marshmallows. Mentre vi accovacciate intorno alle braci del vostro fuoco attentamente custodito, senza televisione, senza computer, e senza telefono, sarete felici di averne tenuto da parte qualcuno. Comunque sia, sono degli ottimi isolanti!

Nel frattempo, i lettori hanno lasciato qualche commento ostile a questo post, e così negli ultimi giorni Margaret Atwood ha postato di nuovo sull’argomento, con qualche precisazione che potete leggere qui.

Le musiche di oggi erano “(Put the fun back in) the funeral” di Erin McKeown e “Mi vanidad” di Lhasa de Sela

Ecco la puntata di oggi:

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nove gioielli dell’anno #3

venerdì, gennaio 8th, 2010

view-from-my-window

(la vista dalla finestra della scrittrice Margaret Atwood il 19 dicembre, mentre cominciava a scrivere il suo nuovo romanzo …)

Nonostante siano tanti i blog sui libri che consultiamo periodicamente qui ad Alaska, per questo inizio d’anno voglio proporvi il blog di un autore. In realtà è assai difficile che uno scrittore tenga un vero e proprio blog, per nessun’altra ragione che il fatto che se tenesse un blog dovrebbe sottrarre tempo prezioso alla scrittura dei libri. Fa eccezione, naturalmente, lo stupendo, essenziale blog del premio Nobel portoghese Jose Saramago. Allora per questo inizio d’anno ci regaliamo una visita a un nuovo blog, quello della grandissima scrittrice canadese Margaret Atwood, autrice de La donna da mangiare, L’assassino cieco, Occhio di gatto, La donna che rubava i mariti e altri romanzi, ma anche di poesie e saggi, nonché storica della letteratura canadese, protettrice della natura e dei giardini, e sempre spiritosamente pronta, a settant’anni, ad adeguarsi a nuovi linguaggi. Forse pensando così di raccogliere in un luogo solo tutte le persone che le chiedono consigli sulla nuova scrittura, gli studenti, i giovani autori e i lettori che le scrivono lettere a cui non riesce più a rispondere personalmente, ha pensato bene di scrivere su Twitter e di tenere un blog nel quale racconta via via i suoi tour promozionali, le persone che incontra, le colazioni di lavoro, posta consigli sulla revisione, sulla fiction, sulla saggistica, sulla poesia, posta le ricette che prova in viaggio, consiglia i 10 libri da regalare a un aspirante scrittore, risponde ai quesiti che le vengono inviati, racconta dei libri che legge, di come si prepara il bagaglio prima di partire per un tour librario, e così via. Si tratta di una rarissima possibilità di curiosare nel dietro le quinte della scrittura ad alto livello. Prometto che col nuovo anno ci torneremo su e vi tradurrò qualcosa. In sostanza, Margaret Atwood ha più energie di quattro ventenni, e una tonnellata di saggezza da condividere. E poi, cosa rara nella blogosfera, scrive proprio bene…

*

Fra i blog che abbiamo esplorato nella prima parte della stagione, uno di quelli che mi sembrano più vitali e ricchi di informazioni è quello di Colin Beavan, il No Impact Man. Nel 2007, Colin ha lanciato online il suo esperimento: un anno di graduale eliminazione dei consumi superflui, della spazzatura, degli inquinanti, degli involucri, perfino dell’uso della tv, dell’ascensore, delle scale mobili – per se stesso, sua moglie Michelle, la loro bambina di quattro anni e il loro cane. Tutto questo, a New York, una città che è già diventata estremamente razionale nel consumi energetici e nella condivisione degli spazi comuni, ma che continua a rappresentare, ci racconta Colin, una “bomba ecologica”, come molte città del pianeta. L’idea di Colin, e in modo più recalcitrante di sua moglie Michelle, era quella di andare a scoprire in cosa esattamente una singola, normale famiglia urbana che lui definisce “dipendente dal take-away”, nella città delle comodità per eccellenza, potesse ridurre o compensare nel proprio impatto sull’ambiente, senza predicare l’ascetismo o l’anoressia ecologica. Oggi la storia di questo anno della vita di  Colin è diventata un libro e un film, mentre la riflessione sul suo esperimento prosegue sul blog. Il libro, tutto stampato su carta riciclata da altri libri al 100 per 100, si chiama L’uomo a impatto zero, le avventure di un liberal col senso di colpa che tenta di salvare il pianeta e le scoperte che fa nel frattempo su se stesso e il nostro stile di vita. Il film, No Impact Man, è un documentario, a sua volta accompagnato da un sito, che segue la famiglia di Colin negli alti e bassi delle sue scoperte. A parte la quantità di preparazione che il suo anno a impatto zero ha richiesto, benché Colin e Michelle abbiano affrontato tutti i cambiamenti e le rinunce per gradi, lo scetticismo lo ha circondato sia prima che dopo: “una cosa del genere a New York è impossibile”, è la prima cosa che gli ha detto un amico liberal che è stato anche portavoce di un deputato. A esperimento concluso, libro pubblicato e film in uscita, il conduttore televisivo Stephen Colbert lo ha invitato in tv per buttarla in burla: cosa accadrebbe alla grande economia se tutti facessero come te, riducendo all’osso i consumi? Hai veramente fatto nove piani di scale a New York per un anno? La tua bambina come fa a sapere chi è Scooby Doo se non le fai vedere la televisione? Colin Beavan è stato al gioco ma è riuscito a far passare un messaggio, il più interessante di tutti: il risultato complessivo del suo esperimento è che meno consumi vuol dire più contatti umani. Una teoria non proprio nuova, visto che già vent’anni fa Lewis Hyde spiegava che il capitalismo ha come mira quella di soddisfare a tal punto i bisogni dei singoli da fare in modo che essi non abbiano più bisogno uno dell’altro, ma almeno Colin l’ha sperimentata nella vita reale, nella metropoli per eccellenza. Meno consumi = più creatività, semplicità, felicità? Detta così, può sembrare una teoria semplicistica. Ma sul blog di Colin Beavan, in attesa che il suo documentario a impatto zero arrivi anche da noi, potete leggere per esteso della natura complessa e informata del progetto, dei passi dettagliati nella vita quotidiana, del tentativo di aggiungere al minore impatto ambientale anche un maggiore impegno in prima persona, per esempio nella riforestazione. Un buon contributo alla riflessione sullo stile di vita che dovremo inventarci per il futuro, animata anche da una gran quantità di commenti ai post, dal più polemico al più solidale. Colin Beavan sostiene che stiamo delegando le alternative nello stile di vita a chi vive in campagna, ma che sarà quello delle città a cambiare il mondo.

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Simone Perotti, che tanto tempo fa scrisse Zenzero e nuvole, ha pianificato a lungo la ribellione al mondo aziendale e al superlavoro, ha lasciato un lavoro molto ben pagato da manager e ha scelto la libertà, abbracciando il downshifting che in Italia tarda ancora a prendere piede. Oggi si arrangia con vari mestieri che gli permettono di dedicarsi alle sue due passioni, il mare in vela e la scrittura, e ha pubblicato da qualche mese un libro nel quale spiega, a chi volesse seguire il suo esempio, come fare. Nel frattempo tiene non uno ma due blog, e alterna i viaggi alla vita stanziale nel fienile in Liguria che ha messo a posto con le sue mani. Il post con cui chiude il 2009 possiamo leggerlo come uno sprone e un augurio che ci arriva da chi si è sfilato, non senza fatica, dallo stritolante meccanismo capitalista del lavoro.

Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat. Bruce Springsteen, “Just breathe” dei Pearl Jam e “Come into my sleep” di Nick Cave & the Bad Seeds

Ecco la puntata di oggi:

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nove gioielli dell’anno #2

giovedì, gennaio 7th, 2010

rachel from habit

Ecco altri tre gioielli della blogosfera del 2009, che promettono bene anche per il nuovo anno. Due giorni fa ne abbiamo visitati tre tutti realizzati a New York, oggi invece saranno tutti al femminile.

Cominciamo dall’illustratrice e guerrilla artist canadese Keri Smith, che ha da poco pubblicato il suo nuovo libro interattivo, This is not a book, e già annuncia che ne sta già preparando uno nuovo. Il suo celebre e visitatissimo blog è un luogo di riflessione sul rapporto fra conoscenza e tecnologia, e sull’importanza dell’errore, dell’improvvisazione, della sorpresa, del fatto a mano. Le guide artistiche di Keri Smith vanno da Bruno Munari a John Cage a Italo Calvino, e Keri non ha mai ceduto alla tentazione di guadagnare del denaro dal suo blog, diventando invece la madrina dell’Ad Free Blog – il blog senza inserzioni pubblicitarie per cui ha anche creato il logo con la civetta ripreso da moltissime imitatrici. Da quando è diventata mamma, posta un po’ meno spesso, ma anche qui, non sembra avere l’urgenza di essere presente sulla rete a tutti i costi, e questo l’ha resa forse ancora più desiderabile. Il suo blog, fra piccole scoperte, disegni, giochi e provocazioni, diventa anche il luogo dove postare i risultati dell’interattività dei suoi libri, come le vere e proprie opere d’arte in cui i suoi lettori hanno trasformato ognuno la propria copia del recente This is not a book. Pur essendo una pioniera della rete, rimasta online praticamente per tutto il decennio, è sempre molto guardinga sulle nuove tendenze della blogosfera e della ricerca in rete.

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Finalmente un blog di casa nostra; scostumate, dissacranti, sboccate, Le Malvestite si può soltanto amarle. Sezionano e massacrano con cognizione di causa quello che vedono in televisione, al cinema, in dvd. Indimenticabile la loro recensione del kolossal leghista Barbarossa.

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In conclusione della puntata di oggi, un blog tutto al femminile ma fotografico e collettivo, Habit. Ha da poco compiuto un anno. Ecco cos’hanno scritto Emily e Molly il 1° dicembre: “Ciao! Oggi è un anno che postiamo su habit. Dodici mesi fa eravamo soltanto noi due, a catturare frammenti della nostra vita quotidiana, ma nel corso dell’anno si sono unite a noi 33 donne affascinanti, e ci siete stati anche voi. Abbiamo apprezzato i vostri messaggi e quando ci avete citato nei blog, Siamo onorate di sapere che questo progetto abbia trovato in voi tanta risonanza. A dicembre posteremo tutte insieme e speriamo che vi piacerà“. Non potrebbe essere altrimenti, perché habit è un’opera d’arte. Ogni giorno posta una donna, o tre o quattro, o dodici, o quindici, e poi di nuovo, una, sette, o magari quattro, e così via. Sono spesso sposate e hanno dei bambini, lavorano, si occupano della casa, cucinano. Ognuna posta soltanto col proprio nome, una foto che fa da diario della sua vita quotidiana di quel momento, e un commento di una frase al massimo. I volti non si vedono, perciò tutte le foto di casa e di famiglia, delle commissioni e delle passeggiate, delle visite ricevute e di quelle fatte, del meccanico, del cibo preparato in cucina sono sempre primi piani ravvicinatissimi, frammenti spezzati, dettagli a volte quasi irriconoscibili. A loro volta, i commenti scritti sono allusioni, la sintesi sprigiona una vera e propria poesia del quotidiano, che si scatena anche per effetto dell’accumulo dei post di tutte e del loro accostamento. Le giornate storte e quelle stupende, si scopre sfogliando habit, alla fine sono fatte di piccoli cerotti sulle ferite, di barattoli aperti, di libri aperti, di sciarpe appoggiate sulle sedie, di depliant, di biciclette, di brina sui vetri delle finestre, di gatti che dormono e cani che giocano, di costruzioni, di segni di stanchezza, e di una quantità impressionante di piatti da lavare. Habit è un capolavoro del blog, potente perché pur svelando pochissimo riesce a essere fedelissimo alla realtà.

Le musiche di oggi erano “Bachelorette” di Bjork con il Brodski Quartet e “Maybe not” di Cat Power

Ecco la puntata di oggi:

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ghiaccio

mercoledì, dicembre 16th, 2009

arctic

Radio CKIQ trasmette soprattutto notiziari e musica leggera da Iqaluit, sul limitare della Tundra canadese, dove oggi ci sono -16 gradi, temperatura percepita -28 per via del vento. Gli Inuit – 160 mila persone che abitano fra Alaska, Canada, Russia e Groenlandia – come molte comunità indigene dell’America del Nord patiscono un distacco fortissimo fra il loro stile di vita e le spinte dell’industrializzazione, e hanno un tasso di alcolismo e di suicidi molto alto. Allo stesso tempo, negli ultimi anni hanno creato delle istituzioni che li rappresentano a livello transnazionale, e sono diventati più consapevoli e rivendicativi sulle questioni che riguardano l’equilibrio del loro ecosistema, fino al punto di fare causa agli Stati Uniti per i danni da CO2 inflitti all’ambiente artico. Gli scienziati che lavorano sul cambiamento climatico si stanno rivolgendo alla loro esperienza e alle conoscenze indigene: “L’Artico è nell’epicentro del cambiamento climatico. Le tradizioni Inuit e le loro pratiche di sussistenza sono già state aggredite“, afferma Il Consiglio Circumpolare Artico chiamando all’azione la conferenza di Copenaghen nella Cornice dei lavori Onu sul cambiamento climatico in corso in questi giorni. Non soltanto i leader politici mondiali non stanno facendo abbastanza per limitare il riscaldamento globale, ma perfino la parte migliore del grande mondo scientifico non riesce a predire con esattezza l’impatto del cambiamento climatico sull’Artico. Questa è una delle ragioni per cui i ricercatori si stanno rivolgendo agli stessi Inuit per leggere i segnali del riscaldamento globale. I ricercatori dell’ICC e i veterani dell’esplorazione polare come Will Steger, fra gli altri, hanno cominciato a intervistare i pescatori, cacciatori e contadini Inuit nel tentativo di incrociare la scienza istituzionale con una migliore comprensione della natura. Gli Inuit, che conoscono la meteorologia e i rilievi e vedono coi loro occhi le alterazioni portate dal riscaldamento globale, vengono anche inclusi negli esercizi di mappatura per stabilire precisamente gli effetti locali del cambiamento climatico. Il loro coinvolgimento è cruciale anche perché le alterazioni da clima incrementano le possibilità che venga modificato il loro stile di vita, una cosa impensabile fino a dieci anni fa. Kasper Brandt, un cacciatore Inuit della Groenlandia, ha detto ai ricercatori che un barometro usato da generazioni nella sua famiglia “non ha più fiducia nel tempo”. Gli Inuit non hanno più la stessa mobilità di una volta, a causa della modernizzazione del loro stile di vita, tanto che non so più abbastanza flessibili da adattarsi ai cambiamenti nei comportamenti del tempo meteorologico, ha spiegato Lene Holm, direttore per l’ambiente dell’ICC della Groenlandia a Copenaghen sabato scorso. Le temperature nell’estremo Nord stanno aumentando più in fretta che in qualunque altro luogo del mondo, provocando lo scioglimento dei ghiacci a un ritmo accelerato. D’altro canto, questo ha portato a un accorciamento della stagione della caccia, con un impatto negativo sui rifornimenti per la sussistenza. L’aria in primavera si è fatta più umida, rendendo più difficile tenere il passo con la pratica tradizionale del disseccamento del pesce. I cambiamenti nell’Artico non colpiranno solo gli Inuit. Segnali d’allarme arrivano anche dallo scioglimento del permafrost siberiano, che libera massicce quantità di gas serra nell’atmosfera, accelerando ulteriormente il riscaldamento globale di origine umana. E lo scioglimento della coltre di ghiacci in Groenlandia potrebbe far alzare i livelli dei mari di sette metri, ha spiegato sempre da Copenaghen il biologo marino Stephen Schneider dell’università di Stanford. Schneider, che è anche uno dei principali scienziati che studiano il cambiamento climatico, dice che la ricerca attuale è insufficiente per capire chiaramente la correlazione fra l’aumento globale delle temperature e l’innalzamento dei mari, e ha detto di dubitare che si possano impedire cambiamenti drastici. Usando una metafora, ha detto che raggiungere il punto di non ritorno di un innalzamento dei mari pari a sette metri sarebbe come trovarsi in cima a una collina dopo la quale l’autobus scenderebbe senza più controllo, come se a guidarlo non fosse “un autista professionista, ma una banda di adolescenti che bisticciano”.

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Gli Inuit sono presenti al vertice di Copenaghen con una delegazione di giovani. Qui trovate una rassegna stampa aggiornata su Inuit, ambiente e Copenaghen. Ma vediamo quali sono per loro le questioni più importanti del vertice, nel racconto di Stephen Messenger:

“A causa delle influenze del cambiamento climatico soprattutto nelle regioni settentrionali, i comportamenti di pesac degli Inuit devono cambiare, sostiene Violet Ford dell’ICC (Consiglio Circumpolare Inuit). Per alleviare l’impatto di questi cambiamenti, la Ford chiede assistenza alla comunità globale per acquistare cose come i frigoriferi industriali per la comunità per immagazzinare il cibo durante la stagione morta che si allunga sempre di più. Tradizionalmente, gli Inuit hanno sempre cacciato per il loro nutrimento animali artici come foche, caribou, balene e orsi polari. Mentre vengono stese le bozze dell’accordo sull’ambiente e vengono decise le destinazioni dei fondi per aiutare a combattere i cambiamenti climatici, Violet Ford dice che gli Inuiti sono fra i primi ad averne diritto. mentre essi chiedono aiuto per mantenere lo stile di vita tradizionale che rende la loro cultura così ricca e importante, non tutti i loro interessi sono in linea con quella tradizione. Solo giovedì scorso, Jimmy Stotts dell’ ICC ha parlato a favore delle proprietà Inuit in petrolio, gas e miniere di uranio – chiedendo che questi progetti vengano esentati dalle risoluzioni che verranno adottate da Copenaghen,  sostenendo che “non sembra giusto che gli Inuit, che sono riusciti a portarsi a questo punto di sviluppo per migliorare le loro comunità, non abbiano accesso al denaro che si ricava da queste industrie”. Questi interessi apparentemente confliggenti hanno creato agli Inuit una sorta di dilemma morale: da una parte, richiedono aiuti globali per combattere i cambiamenti climatici che minacciano il loro stile di vita tradizionale, ma dall’altra hanno anche bisogno dei guadagni tratti da industrie che emettono gas serra per mantenere la loro indipendenza culturale. Sheila Watt-Cloutier, ex presidente dell’ICC, non accetta la riflessione finanziaria come base perché gli Inuit contribuiscano senza controllo ai livelli globali di CO2: “mentre chiediamo al mondo di cambiare le sue degradanti pratiche ecologiche, non dobbiamo accettare queste pratiche a casa, a prescindere da quanto sia disperato il nostro bisogno di lavoro o di sviluppo economico. Il guadagno economico non deve prendere il sopravvento sull’esistenza e il benessere di un intero popolo il cui modo di vivere è già severamente compromesso dal cambiament0 climatico.” Il dilemma che si presenta agli Inuit non ha risposte facili. Con tutti gli avvisi e le oscure predizioni sull’effetto del cambiamento climatico sul futuro delle società e delle culture, anche implementare misure per combatterlo può avere degli effetti catastrofici nel presente.”

Ancora qualcosa sulle divisioni di opinione fra gli Inuit, dalla tv canadese.

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I blog sono spesso per loro stessa natura diaristici e soggettivi; lo diventano anche di più in una comunità perduta fra i ghiacci, dove un blog può raccontare la vita di una poliziotta che si muove per centinaia di miglia con un gatto delle nevi, gli hobby della stagione fredda, le gare in slitta o o le festicciole di compleanno dei bambini piccoli di un paese minuscolo.Il Nunavut, terra artica e parlamento Inuit, ha anche i suoi bravi premi annuali per i migliori blog, che stanno per essere assegnati alla fine dell’anno. Ce lo ricorda il bel blog di Clare Kines da Arctic Bay, che pur preoccupato dei cambiamenti climatici, se la ride delle ingenuità dei media internazionali che parlano di orsi polari costretti al cannibalismo, e racconta un po’ le loro abitudini. Inoltre, propone alcune foto di come si presenta il cielo in questi giorni cortissimi. Tenere un blog a quelle latitudini assume un significato diverso… in una terra sterminata in cui le comunità sono unite dalle stesse tradizioni ma spesso separate da migliaia di miglia di ghiaccio.  In generale, i blog Inuit ci mostrano un mondo in cui in due settimane di pesca decine di pescatori riescono a uccidere un’unica balena e a dividersene tutte le parti riportandola a riva. Il loro modo di cacciare e pescare, antichissimo e a misura d’uomo, non ha parentele con la crudeltà, la scala e dagli sprechi del nostro sistema di vita, e molti blog riportano l’indignazione degli abitanti quando sentono il sistema tradizionale Inuit accusato di contribuire all’estinzione delle foche o degli orsi polari. Il 2010 sarà un intero anno dedicato alle iniziative per fare chiarezza su alcuni pregiudizi che riguardano la vita Inuit, ecco il sito.

le musiche di oggi erano “Six weeks” di Fink e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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