Archive for the ‘Danimarca’ Category

anche se è verde è sempre un posacenere

mercoledì, gennaio 20th, 2010

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(ecoalfabeta.blogosfere.it)

Ci avete fatto caso? Dopo Copenaghen sembra scoppiata in televisione la febbre dello spot filo-ambientalista. Soprattutto le case automobilistiche, ma anche i produttori di detersivi, sembrano dirci, in realtà, che consumare va ancora bene se puoi metterti a posto la coscienza con l’ultima illusione di risparmio energetico. Alessandra Retico fiutava già la tendenza nel 2007, prima dell’impatto colossale della recessione. Tutto bene, direte voi. Ma non sia mai che questa ondata di apparente coscienziosità insinui nel consumatore il dubbio che la recessione e lo stato del pianeta possano insegnarci che è semplicemente ora di consumare meno, di possedere meno, di desiderare meno, e magari di andare meno in macchina – per non parlare del fatto che anche Richard Gere per guidare in un ambiente incontaminato deve farselo ricostruire al computer, a meno che non si tratti di una soluzione per risparmiare le emissioni di anidride carbonica di quei famosi viaggi in luoghi esotici che tanto piacevano alle agenzie pubblicitarie fino agli anni Novanta. Senza dubbio i messaggi pubblicitari stanno cercando di sintonizzarsi con una sensibilità sempre più diffusa (e con alcune effettive modifiche industriali), ma sembra che la droga dello shopping – principale passatempo e calma-nervi delle società occidentali – debba restare quello che è, purché sia dia una mano di verde. Le riviste di design, non a caso, ci parlano di “nuovo lusso sostenibile”, e sembrano non accorgersi della contraddizione: se il design diventa di nuovo “durevole”, chi avrà bisogno di comprare ogni anno nuovo design? La sostenibilità può essere ridotta semplicemente a una nuova corrente del marketing?

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In Danimarca due anni fa l’autorità statale sulla pubblicità ha stabilito che nei messaggi di vendita un’auto non possa proclamare di “aiutare l’ambiente”; semmai, ha scritto, “può soltanto inquinare un po’ meno di prima”. Mi sono chiesta se la questione avesse colpito anche i blogger. Ecoalfabeta prendeva in giro alcune campagne, segnalandoci fra l’altro la vecchia campagna di una nota azienda di abbigliamento italiana che giocava sulla provocazione ritraendo i suoi modelli tra gli effetti degli effetti del riscaldamento globale: la tour Eiffel tra le palme, pappagalli tropicali a San Marco, il monte Rushmore raggiunto dalle acque, la muraglia cinese coperta di sabbia. Allegria. Inspirational Room l’aveva sviscerata a suo tempo. Invece Ecoblog ci ricorda cos’era successo in Inghilterra allo spot della Prius. Politikos ci racconta cosa ne pensa quest’inverno l’Adiconsum.

mappa viaggio 50cc.

Si avvia alla conclusione un blog del tutto particolare, la storia tappa per tappa di un curioso viaggio in motorino in Nord Africa. Protagonista un nostro ascoltatore, Simone, che potrebbe esservi già noto per i suoi spericolati diari di viaggi in Asia per la nostra trasmissione estiva Tre Uomini in Barca. Anche stavolta Simone ha tenuto un blog della sua esperienza, dove potete leggere delle prime tappe e vedere via via altri aggiornamenti e foto in questi giorni. Fallito il tentativo di raggiungerlo tramite satellitare durante il suo attraversamento del Marocco e della Mauritania, adesso che è appena rientrato ci colleghiamo in diretta con lui per farci raccontare com’è andata.

Le musiche di oggi erano “Free to walk” di Jeffrey Lee Pearce nell’omaggio di Debbie Harry e Nick Cave, e “Senegal Fast Food” di Amadou et Mariam

Ecco la puntata di oggi:

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Copenaghen e Astrakhan

venerdì, dicembre 18th, 2009

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Arrivati oggi a Copenaghen i grandi leader mondiali, dopo gli estenuanti, e finora inutili, negoziati dei delegati di stanotte, si attendeva il discorso di Obama mentre si lavorava per mettere almeno una pezza all’esito della Conferenza sul Clima; i racconti in diretta dicono di delegazioni raggruppate a capannelli, in cui molti scuotono la testa, poco convinti dai punti più importanti della bozza di testo, quelli che riguardano i tagli alle emissioni e il sistema per verificarli. Nel frattempo, fuori dal Bella Center è in corso una manifestazione delle Ong accreditate, che si sono viste rifiutare l’ingresso ai lavori delle ultime ore. Qui trovate la foto del gesto di frustrazione degli attivisti per la stagnazione dei lavori. Obama rimanda il discorso previsto al Bella Center, dove intervengono invece Wen Jabao e Lula, e improvvisa un incontro con 20 paesi in un albergo vicino, prima di rivolgersi poi brevemente ai delegati intorno alle 12.30 italiane. Il suo discorso sembra confermare il fallimento dei negoziati. Fra i molti diari da Copenaghen, ecco cosa dice Selvas Blog delle incertezze di questi ultimi due giorni.

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Ginevra, già blogger di viaggio per Tre Uomini in Barca e Radio Popolare, sta tenendo un blog dalla città russa dove studia attualmente, Inbassoadestra. Ci colleghiamo in diretta con lei ad Astrakhan per farci raccontare la vita quotidiana di lassù.

PS Chi può, prende l’aereo per andare a Copenaghen a dire che così non va. Fra questi, anche Thom Yorke dei Radiohead.

Le musiche di oggi erano “You, sailor” di Erin McKeown e “Mrs Cold” dei Kings of Convenience

Ecco la puntata di oggi:

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la guerra della bici

giovedì, dicembre 17th, 2009

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(cyclechicfromcopenaghen)

Mikael (che ha scattato questa foto), Velomama, Susanne e Lars tengono un blog di celebrazione della bicicletta dalla loro città, che è, guarda un po’, Copenaghen. E’ considerato dalla stampa internazionale uno dei 100 blog più belli del mondo, ha migliaia di lettori in decine di paesi, e nel suo blogroll segnala anche tutti i blog che lo imitano. La ricetta è semplice, brevi post e soprattutto fotografie della vita quotidiana a due ruote nella città. Fra i post dei giorni scorsi trovate anche diverse foto delle manifestazioni in coincidenza con la Conferenza sul Clima, quando 100 mila persone hanno invaso le strade di Copenaghen. Per i blog di Cyclechic, è stata la manifestazione più grande che si sia vista da molti anni nella loro città. Ecco invece cosa postano oggi:

“Let it snow, let it snow, let it snow. Ha cominciato a nevicare un paio di giorni fa e così ho scattato qualche foto tornando a casa. C’è una luce strana perché sullo sfondo c’era una manifestazione e le luci blu delle camionette della polizia e gli strani rossi e verdi dei semafori formavano un arcobaleno surreale nelle strade. Ma le sciarpe verdi si vedono bene lo stesso. Con la conferenza sul clima in corso in città sono stato costantemente intervistato, e tutti chiedono come diavolo faccia la gente qui a continuare a pedalare anche d’inverno. La temperatura è stata intorno allo zero per tutta la settimana, e con questo vento ci stiamo spostando verso -10°. Semplicemente continuiamo ad andare in bici. Abbiamo l’armadio pieno di vestiti invernali che possiamo usare per camminare o andare in bici, e andiamo avanti. La gente pedala da quando è stata inventata la bici, perché la stagione dovrebbe fare qualche differenza? Portatevi anche un amico, si sta sempre più caldi.”

*

La storia era già esplosa l’anno scorso, ma la disputa sulle nuove piste ciclabili a Brooklyn si è riaccesa: è una sorta di scontro fra due tipi di fondamentalismo,; potrà suonare superflua a chi come noi le piste ciclabili se le sogna, e va letta tenendo a mente che si parla di una città dove le regole della vita civica sono generalmente tenute care e rispettate, a dispetto delle vaste differenze culturali, linguistiche e religiose delle comunità che la abitano. Tunku Varadarajan la chiama “la deliziosa battaglia fra gli ebrei hassidici del quartiere e i suoi giovani bohemien”,  e soppesa le ragioni dei “poseur  in bicicletta” e quelle dei “vestitissimi hassidici”. “Il casus belli è la pista ciclabile sulla quale i figli dei fiori sfrecciano lungo Bedford Avenue, una lunga strada nel distretto di Williamsburg che sta alla vita hassidica locale come Wall Street sta (o stava una volta) ai banchieri. Le autorità municipali, raccogliendo le lamentele degli Hassidici, hanno recentemente rimosso la pista ciclabile — sabbiando la vernice che segnava la corsia per i ciclisti lungo la strada. Secondo il racconto del New York Post, gli hassidici sostenevano che la pista costituisse un rischio “per la sicurezza e per la religione” e la città, dopo aver esaminato la questione, ha accettato la richiesta che la pista ciclabile venisse rimossa. Ma la reazione alla perdita della pista da parte dei ciclisti-hippie-vigilantes è stata di farsi giustizia da sé: hanno ridipinto la riga  durante la notte, un gesto che ha portato all’arresto di due giovani.  E’ notevole che due principi vasti e illustri – Salviamno l’Ambiente e Salviamo il nostro Puro Diritto di Culto – possano riflettersi in una questione pedestre (ops) come la regolazione del traffico.  Si tratta forse di una parabola sulla regola della legge e – almeno per come la vedono gli hassidici – sul bisogno della vecchia e radicata comunità di Brooklyn di difendersi dai colonizzatori e dagli intrusi? Cominciamo dalla lamentela degli hassidici, il cui aspetto di “sicurezza” dovrebbe essere evidente: se da una parte è un obiettivo sano quello di ridurre l’utilizzo delle auto in città, la creazione di piste ciclabili dappertutto è diventata assurda e indiscriminata. L’aggiunta di una pista ciclabile non allarga magicamente le strade già troppo strette di Brooklyn o di Manhattan. E poi bisogna metterci anche i ciclisti, molti dei quali sono dei crociati ecologisti che nutrono un ingovernabile disprezzo per la plebaglia che non pedala. Chi a New York, che sia pedone o scenda da un’auto, da un taxi o da un autobus, non è mai stato messo in pericolo da un ciclista? E chi facendo jogging non si è mai sentito suonare aggressivamente da un ciclista che sottoscrive il credo che ogni essere deve fargli largo solo perché ha un campanello? Quale genitore a Central Park, con bambino al seguito, non è stato mandato fuori di testa dai ciclisti che gli sfrecciavano accanto? Quale pedone, attraversando il ponte di Brooklyn, non è stato insultato o sfiorato dai ciclisti convinti che non un grammo di vita che non sia in sella dovrebbe passare sulla loro sacrosanta pista ciclabile? E chi se non i ciclisti non crede che la bellicosità dei ciclisti stessi – e la loro fanatica ricerca di spazio vitale – gli sia fuggita di mano? E quindi chi biasimare gli hassidici che cercano di proteggere la vita e le membra Ortodosse dai fondamentalisti delle due ruote?

Però, che dire del “rischio religioso” di cui parlano gli hassidici? facendo luce su questo aspetto della storia, il New York magazine riferisce che i vestitissimi Hassidici siano stati particolarmente turbati dalle “belle ragazze” che attraversano il loro quartiere in bici, spesso in “pantaloncini e gonnelline”. Un anziano del quartiere ha espresso l’angoscia della comunità: “Devo ammettere che si tratta di una questione grossa, quella delle donne che passano di qui abbigliate in quel modo”. (L’anziano ha qualche ragione: in una recente interista lo scrittore Paul Auster, il John Updike di Brooklyn, ha testimoniato del fascino delle donne in bicicletta “devo dire che trovo molto erotiche le ragazze in bicicletta. Perfino a New York pedalano un sacco di belle ragazze. E’ una delle belle cose che si possono vedere nella nostra città”). Come reagire a tutto questo? Sulla questione delle giovani in sella, mi sento più vicino a Auster che agli hassidici, i cui standard castigati possono essere un tantino eccessivi. E poi, possiamo forse lascia r decidere a una particolare comunità il codice di abbigliamento in uno spazio che – a prescindere dalla preponderanza hassidica – fa ancora parte dello spazio pubblico di New York? lasceremmo che un quartiere musulmano richiedesse alle donne di passaggio di coprirsi il capo? Può l’offesa del pudore controllare come ci si comporta negli spazi pubblici? Detto questo, i ciclisti sono intenti in una forma di bigottismo tutto loro. Indossano capi che sono quasi divise religiose (come le giacche fluorescenti), seguono austeri codici di disciplina (tanto moto e pochi grassi), pensano di conoscere l’unico modo di vivere (andare in bici) e richiedono un trattamento speciale alla loro Chiesa della Lycra (le piste ciclabili).Inoltre, si lasciano dietro uno spaventoso odore di sudore. (ma lo stesso si può dire, a volte, in un afoso giorno d’estate, di chi si veste come se fosse inverno a Vilnius. In senso più ampio, è davvero così sorprendente che il rispetto per una comunità religiosa sia una sfida per i giovani che sono stati cresciuti fuori da qualunque tradizione religiosa?

Pongo la questione al mio amico Lionel Tiger, professore di antropologia all’università del New Jersey. La sua saggia risposta è che si tratta di un caso di duello fra due tipi diversi di moralismo. I ciclisti, dice, sostengono di essere “al di là di qualunque critica morale anche quando vanno nel senso sbagliato sulle loro piste riservate, mentre i devoti di Williamsburg fanno tornare alla mente quella barzelletta sulla donna che chiama i detective dell’albergo perché ha visto un uomo nudo che balla nella stanza dalla parte opposta del cortile. ma quando i poliziotti non vedono niente lei dice “sì, ma se salite sul tavolo…”. Ma in questa storia c’è anche un lato buono. L’ultima volta che abbiamo sentito parlare di un assedio agli ebrei hassidici di Brooklyn è stato nel 1991, durante le rivolte di Crown Heights, quando bande di ragazzi neri diedero origine a una rivolta nella quale restò ucciso un hassidico. Oggi il problema più grosso che hanno gli hassidici è un branco di ragazzi viziati in posa da alternativi in bicicletta, non esattamente i cosacchi. Questa storia è più che altro il riflesso di una città che stata radicalmente ristrutturata e migliorata; come vi direbbe perfino un hassidico, quanto è vero Iddio.”

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Minimarketing ci racconta cosa ha imparato nei quattro giorni che ha passato in montagna lontano da connessioni e social network. Se non altro, ha fatto ordine fra l’essenziale e ciò che non lo è.

Le musiche di oggi erano “Let it snow” nella versione di Michael Bublé e “Bycicle Ride” dei Queen

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lettere d’amore

venerdì, dicembre 4th, 2009

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(Mysterious Letters)

Elizabeth Clark Wessel racconta sul blog dei libri del New Yorker una storia incantevole.

“Da dove cominciate se decidete di scrivere a tutte le persone del mondo? Gli artisti Lenka Clayton e Michael Crowe hanno cominciato da Cushendall, in Irlanda. Nel mese di aprile di quest’anno, tutti i quattrocentosessantasette abitanti delle case del paese hanno ricevuto una lettera scritta a mano Clayton e Crowe. Le lettere erano composte su cartoline, carta di taccuino, cartellette, ritagli, targhette e Post-It. I messaggi variavano in lunghezza ma tenevano sempre un tono personale e spiritoso: “Cara Theresa, ho perso un calzino alla lavanderia la settimana scorsa. Era il mio preferito, fatto a maglia dalla mia nonna! L’ho trovato oggi! Sì! Buona fortuna a te, per tutto il giorno e tutto l’anno! Con affetto, Lenka e Michael”. Nonostante la bellezza visiva e il gusto delle lettere in quanto tali,  Clayton e Crowe dicono che il cuore del loro lavoro sta nella conversazione allargata messa in modo nella comunità dal mistero delle lettere inattese. Recentemente hanno preso di mira il quartiere di Polish Hill a Pittsburgh, innescando un tumulto di richieste di informazioni all’associazione civica di zona. Secondo la Associated Press, le reazioni sono state molto varie: Anna Misiaszek, che gestisce la Alfred’s Deli Plus con il marito, dice che la lettera arrivata al negozio le è sembrata sciocca; diceva: “la prossima volta che qualcuno cerca di rimbambirti col gioco delle tre carte (quando sei in vacanza in Turchia, o alla fermata dell’autobus) scegli il bicchierino a destra” Anna dice “l’ho preso come uno scherzo”.  Sulle prime ha stracciato la lettera e l’ha buttata nella pattumiera, ma in seguito l’ha recuperata quando ha saputo che si trattava di un progetto artistico. Clayton e Crowe rispondono di rendersi “ben conto che a non a tutti piaceranno le lettere, ma siamo anche felici all’idea che fra vicini si possa chiacchierare di quanto sono brutte, mettendo insieme una di quelle belle lamentele di una volta.” I due artisti hanno appena raggiunto l’obbiettivo di riuscire a finanziare il loro progetto per continuare, perciò le conversazioni di molte altre cittadine stanno per trasformarsi in opere d’arte”.

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Migliaia di attivisti provenienti da tutte le parti del mondo converranno a Copenaghen con un solo messaggio: che i leader del mondo dovranno raggiungere un accordo efficace per la riduzione delle emissioni globali e giusto per le popolazioni che sono più vulnerabili al cambiamento climatico. Centinaia di ONG mainstream, come Greenpeace e Friends of the Earth, rappresenteranno le “voci inascoltate” e tenteranno di influenzare i negoziatori al lavoro dentro la convention. Fuori, molti altri  faranno da portavoce di coloro che in questi incontri internazionali non vengono ascoltati. Commentatori della giustizia sociale come Naomi Klein sostengono che l’attivismo è molto cresciuto rispetto alla Battaglia di Seattle di 10 anni fa. Oggi perfino alcune figure della politica istituzionale riconoscono l’importanza della pressione popolare. Ed Miliband, segretario all’energia e al cambiamento climatico, ha detto l’anno scorso che la “mobilitazione popolare” era vitale per convincere i politici ad agire sul cambiamento climatico. Di recente, l’ex vicepresidente americano Al Gore ha detto che in politica c’è posto per la “disobbedienza civile”. Ecco un calendario delle azioni principali che si svolgeranno durante la conferenza.

Il 5 dicembre è l’ultima chiamata per gli attivisti di Londra prima che il vertice di Copenaghen abbia inizio. Organizzato dalla  Stop Climate Chaos Coalition, che comprende Greenpeace, Friends of the Earth, ActionAid e una serie di altri gruppi, ha l’obbiettivo di richiamare decine di migliaia di persone a sfilare per le strade di Londra per “manifestare il loro sostegno a un futuro climatico sicuro per tutti”. La manifestazione avrà inizio a mezzogiorno in Grosvenor Square e farà il giro intorno al Parlamento, seguita da una festa che comincerà alle 4.40 presso la London School of Economics. L’11 dicembre Climate for Life ha organizzato il Summit per Salvare l’Himalaya, che porterà a Copenaghen 22 sherpa nepalesi e scalatori in coincidenza con la Giornata Internazionale della Montagna.  Il 12 dicembre i Friends of the Earth vogliono “inondare”di gente le strade di Copenaghen per chiedere un accordo che sia giusto nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Cambiamento nel Sistema non nel Clima è lo slogan dell’ampia colazione di sindacalisti, attivisti per l’ambiente, e per i diritti umani riuniti da  Climate Justice Action, Climate Justice Now! e il Klimakollektivet danese. Prenderà il via dall’ingresso del parlamento danese all’una del pomeriggio, per concludersi al Bella Centre. Alcuni palchi mobili seguiranno il corteo per intrattenere il pubblico per le due ore di camminata. Sempre il 12 dicembre, la Giornata Globale di iniziative organizzata dalla Global Climate Campaign vedrà eventi simultanei in 104 paesi, con una manifestazione che attraverserà il cuore di Copenaghen.  Il 13 dicembre Climate Justice Action, una coalizione che comprende Climate Camp, cercherà di chiudere il porto della città per tutto il giorno per evidenziare il peso del commercio e dei viaggi nel riscaldamento globale causato dall’uomo, e per chiedere che negli accordi di Copenaghen vengano contemplate anche le emissioni dei trasporti. La Via Campesina lancia un’iniziativa contro l’industria della carne, e potrebbe scegliere di concentrarsi su un allevamento di maiali in Danimarca, paese che è il più grande sportatore mondiale di bacon. Il 14 dicembre, gli attivisti di No Borders Action! No Climate Refugees! evidenzieranno come le conseguenze delle siccità e dei disastri naturali causati dal cambiamento climatico provochino la dispersione e la migrazione delle comunità.  Il 15 dicembre è la Giornata dell’Agricoltura promossa fra gli altri da A SEED Europa, La Via Campesina e Reclaim the Fields, che chiederanno allevamenti sostenibili e diritti sulla terra. Il premio della Sirena verrà conferito al gruppo di pressione che fa di più per “sabotare i gesti che portano al cambiamento climatico”. Il 16 dicembre si terrà Reclaim Power! Pushing for Climate Justice: negoziati e iniziative si intensificheranno man mano che nella capitale danese arrivano ministri e capi di stato per studiare un accordo da firmare subito o l’anno prossimo. I Bike Bloc promettono di “mettervi il divertimento fra le gambe” con una critical mass in bici al Bella Center che si concluderà con l’Assemblea dei Popoli per la Giustizia Climatica. Chi partecipa potrà contribuire fin dal 5 dicembre alla fabbrica della Candy a Copenaghen alla progettazione di un “dispositivo di trasporto di massa e  macchina di resistenza a pedali”. Ecco il video dei Bike Bloc:

Trent Reznor lo aveva detto: i Nine Inch Nails non esistono più. Conferma evidente e malinconica arriva dalla vendita su eBay degli strumenti usati in vent’anni di carriera live. Altre notizie qui.

Le musiche di oggi, in un modo o nell’altro, erano tutte di Johnny Cash: la prima canzone era la sua “Sea of heartbreak” cantata da sua figlia Rosanne insieme a Bruce Springsteen, e la seconda era la sua versione di “Hurt” dei Nine Inch Nails.

Ecco la puntata di oggi:

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