Archive for the ‘Stati Uniti’ Category
martedì, giugno 18th, 2013

(uno dei meme creati ieri in tempo reale dopo la frase di Snowden sulla Cina*)
Ieri il Guardian, attraverso una connessione indiretta (per sicurezza) al blog di Glenn Greenwald, ha “messo a disposizione” il discusso whistleblower 29enne Edward Snowden perché rispondesse alle domande di lettori e utenti. Le domande arrivavano anche via Twitter con l’hashtag #asksnowden e l’ex contractor della CIA, che nel linguaggio si è rivelato un vero geek, rispondeva per gruppi di concetti (anche se su alcune domande è stato evasivo). Il tutto sul lindo blog del Guardian in scorrimento aggiornato per la durata di due ore. In Italia, Tiziano Toniutti e Raffaella Menichini per Repubblica.it hanno tenuto un blog simultaneo in traduzione. Molte delle domande, per la verità arrivavano da giornalisti e commentatori di nome – prima quelle dei suoi referenti degli scoop (Greenwald e MacCaskill) per lanciare la conversazione e smistare le prime domande dei lettori, poi quelle dei colleghi. Oggi diamo uno sguardo d’insieme e un’occhiata alle risposte più interessanti.
(*il titolo viene dalla dichiarazione sul presunto favorire la Cina con le sue rivelazioni – “se avessi voluto vendere queste informazioni alla Cina, adesso sarei in un palazzo a carezzare una fenice”, ha detto Snowden. “Petting a phoenix” è diventato un meme e un trending topic di Twitter)
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:#asksnowden, Edward Snowden, fenice, Gleen Greenwald, Q&A, Repubblica, The Guardian
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venerdì, giugno 14th, 2013

(vignetta di Chappatte)
Il caso Snowden continua a produrre una grande gamma di reazioni diverse, e gli organi di informazione costretti a seguire la scia degli scoop di Guardian e Washington Post (che a quanto pare non sono ancora finiti) producono biografie surreali della sua fidanzata ed elucubrazioni su dove Snowden potrebbe trovarsi adesso, su quali opzioni giudiziarie si trovi davanti, sull’opportunità per lui di chiedere asilo in Islanda, se l’America sia o no equiparabile alla Cina, sul perché abbia scelto Hong Kong come primo rifugio, sul fatto che sia o no un traditore, e se sia appropriato definirlo un “whistleblower”. Per le agenzie di sicurezza, a cominciare da quella che lo ha appena licenziato, si tratta di un narcisista che mette a repentaglio la sicurezza nazionale, mentre il governo ha scelto il silenzio, e il principale interlocutore di Snowden, Glenn Greenwald, difende il proprio punto come un pugile in diretta sulla Msnbc. Per alcuni Snowden è un eroe, e una petizione sta raccogliendo 100mila firme per chiedere alla Casa Bianca di non perseguirlo. Il New Yorker esplora i propri archivi per trovare le tracce degli studiosi che anticipavano le rivelazioni di oggi, il National Journal trova Google e Facebook pronti a chiedere alle autorità di poter pubblicare tutte le richieste per l’ottenimento di dati che ricevono dalle agenzie federali, Andy Sullivan sostiene che nella sorveglianza indiscriminata non ci sia malizia da parte del governo, e GigaOm continua le sue analisi (chiedendosi fra l’altro se non siamo tutti stanchi di preoccuparci del Grande Fratello), e il Washington Post racconta il dietro le quinte dei contatti preliminari fra Snowden e il suo Barton Gellman (nome in codice Brassbanner). In Italia, ValigiaBlu scrive bene del perché il datagate ci riguarda da vicino; ClimateScienceWatch ci ricorda la forte presa di posizione di Obama e Biden di un tempo a favore dei whistleblowers, e Slate inchioda alle sue bugie il direttore dell’intelligence nazionale James Clapper. L’agenzia Gallup produce un sondaggio sulla posizione degli americani sul programma di sorveglianza digitale del governo, mentre Wired cerca di unire i puntini fra i vari nuclei di rivelazione degli scoop. Lucidi e metodici, intanto, quelli di The Atlantic però guardano avanti; Rebecca J. Rosen si chiede esattamente perché bisogna essere preoccupati per la raccolta di metadati*, e Margot Kaminski esamina le basi legali della raccolta di metadati, e il suo destino politico al Congresso.
La canzone di oggi era “Bunker” di Beirut
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Andy Sullivan, asilo politico, Barton Gellman, Biden, Brassbanner, casa Bianca, CIA, Cina, contatti con Snowden, Daily Dish, Edward Snowden, facebook, FBI, GigaOm, Glenn Geenwald, Google, Guardian, intervista Greenwald Msnbc, Islanda, James Clapper, Jong Kong, Kafka, libertà civili, Margot Kaminski, metadata, New Yorker, NSA, Obama, Orwell, petizione per Snowden, Rebecca J Rosen, sondaggio Gallup, sorveglianza elettronica, The Atlantic, ValigiaBlu, Washington Post, Wired
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martedì, giugno 11th, 2013
Edward Snowden ha 29 anni, guadagnava 200mila dollari l’anno lavorando per le agenzie di sicurezza americane, oggi è un fuggiasco, ed è lui la fonte del continuo flusso di rivelazioni del Guardian (qui la sintesi molto bella di Mathew Ingram) sulla raccolta indiscriminata di dati sul traffico telefonico ed elettronico di cittadini americani e stranieri organizzata dal governo Usa con un’interpretazione indiscriminata delle leggi anti-terrorismo. Come sapete, si è rivelato lui stesso con una video-intervista in un hotel di Hong Kong (che intanto ha lasciato) concessa ai destinatari delle sue rivelazioni, Glenn Greenwald (autore degli scoop per il Guardian) e Laura Poitras (a sua volta autrice del co-scoop del Washington Post, qui il suo profilo su Salon). Siccome molti scrivono delle dichiarazioni che ha rilasciato ma non era disponibile finora una traduzione integrale in italiano, l’abbiamo creata in crowsourcing per voi grazie al lavoro stupendo per Alaska e Radio Popolare fatto da Raffaella Brignardello e Alessandra Neve, che ringrazio infinitamente.
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Alessandra Neve, CIA, Edward Snowden, GigaOm, Glenn Greenwald, Hong Kong, Laura Poitras, Mathew Ingram, National Security Agency, NSA, Raffaella Brignardello, Salon, sorveglianza elettronica, The Guardian, traduzione integrale, video intervista, Washington Post
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sabato, giugno 8th, 2013

Dopo la puntata di venerdì, il Guardian ha pubblicato in serata un’altro documento-rivelazione sulla sorveglianza elettronica operata dal governo americano. Poco prima, il principale autore degli scoop, il blogger e avvocato Glenn Greenwald (anticipando fra l’altro l’uscita di nuovi materiali), aveva ritenuto di dover rispondere a quanti cominciano a ventilare ipotesi di azioni legali nei confronti degli informatori. Ne è uscita una dichiarazione appassionata sui compiti del giornalismo, sulla vita pubblica e sulla tutela degli informatori, che vi propongo anche nella traduzione in italiano di Alessandra Neve per Alaska.
Tags:Glenn Greenwald, NSA, Obama, The Guardian, traduzione
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venerdì, giugno 7th, 2013

Dopo la nave rompighiaccio del Guardian, che ieri con il superblogger Glenn Greenwald era riuscito a dimostrare che è attiva l’ingiunzione legale alla compagnia telefonica Verizon a consegnare milioni di dati sensibili e generalizzati sulle chiamate dei suoi utenti all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana nella cornice della legislazione anti-terrorismo, oggi ci siamo svegliati all’alba con il seguito della storia, dopo che il Washington Post e lo stesso Guardian si sono attivati con i materiali in loro possesso, dimostrando l’esistenza della struttura PRISM per il monitoraggio dei dati degli utenti stranieri di Facebook, Google, Apple e molte altre aziende con sede negli Stati Uniti, sempre in nome della sicurezza nazionale. Vi propongo un po’ di letture, a cominciare dal pezzo del Washington Post. Qui la “storia continua” del Guardian. Qui una sintesi in italiano del Post. Qui il New York Times. Qui il pezzo del Wall Street Journal, che poi però gli accosta un editoriale a favore della sorveglianza (e di certo non è solo, vedi Slate e altri). Qui Gawker su come il New York Times abbia ammorbidito la prima versione del suo editoriale contro Obama. Qui VentureBeat sulle risposte date finora dalle aziende coinvolte. Qui BusinessWeek, che entra anche nel merito delle implicazioni internazionali della sorveglianza americana su utenti non americani. Qui Cir-ca con uno schema riassuntivo delle rivelazioni di questi giorni. Qui il pezzo del Guardian sulla continuità fra la linea Bush e quella Obama in materia di sorveglianza, e qui ProPublica con una cronologia comparata fra i due.
Qui la riflessione generale di Quartz, qui Quartz su quello che vede come un merito di Twitter, che non è compresa fra le aziende web coinvolte nelle operazioni di PRISM, e qui invece Chris Saad che sostiene che non si tratti di un merito perché i dati di Twitter analoghi a quelli raccolti dalla NSA sono già pubblici e non hanno bisogno di essere consegnati. Il capo dell’intelligence James Clapper sostiene (vedi Forbes) che il pericolo non sta nella sorveglianza ma, al contrario, nel fatto che questa venga svelata dai giornali. Intanto le sue dichiarazioni scritte a caldo, poi scomparse, sono state catturate in tempo da BuzzFeed.
Qui le dichiarazioni della Electronic Frontier Foundation, che da anni sosteneva che esistano programmi segreti di sorveglianza dei dati degli utenti.
Qui un profilo di Glenn Greenwald, che ad Alaska seguiamo da anni come blogger e che ha fornito lo scoop di ieri al Guardian (sul New York Times, e qui Kathy Gill sulla necessità di tutelare il ruolo delle “talpe” nelle indagini sul comportamento del governo, per The Moderate Voice. Qui, dello stesso tenore, il commento di The Atlantic.
E infine, qui Time sulla missione del Guardian per conquistare il mondo scoop dopo scoop (già il 37% dei suoi lettori è negli Stati Uniti), e su come i giornali americani, che pure avevano per le mani materiali scottanti, hanno aspettato il quotidiano inglese per uscire allo scoperto.
PS un saluto all’NSA, che probabilmente sa di questo post e da quale computer è stato scritto, a che ora, e facendo quali ricerche su Google.
La canzone di oggi era “These boots were made for walking” di Nancy Sinatra
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Tags:anti-terrorismo, AOL, Apple, Businees Week, BusinessWeek, Chris Saad, Cir-ca, Electronic Frontier Foundation, facebook, FBI, Forbes, Gawker, george W. Bush, Gleen Greenwald, Google, Guardian, James Clapper, Kathy Gill, Microsoft, National Security Agency, New York Times, NSA, Obama, PalTalk, Patriot Act, PRISM, ProPublica, Quartz, Skype, Slate, sorveglianza, Talpe, The Atlantic, The Moderate Voice, Time, Twitter, Verizon, Wall Street Journal, Washington Post, whistlebowers, YouTube
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giovedì, giugno 6th, 2013

(il pdf dell’ordine del tribunale che ordina a Verizon di fornire in segreto i dati delle chiamate dei suoi clienti alla National Security Agency)
Se i due senatori americani che da tempo avvertivano sull’ampiezza gigantesca del monitoraggio di dati delle telefonate dei cittadini americani da parte dell’FBI non potevano produrre i relativi documenti strettamente riservati per dimostrarlo, ci ha pensato Glenn Greenwald per il Guardian, entrando in possesso della copia dell’ordine del tribunale di aprile che vedete sopra. Lo scoop è di quelli grossi, e lo trovate qui. La compagnia telefonica Verizon (uno dei cinque colossi della telefonia mobile americana) raccoglie in pianta stabile, indiscriminata e segreta una vastissima serie di dati sulle telefonate di milioni di comuni cittadini (numeri, percorsi e durate delle chiamate) che consegna al governo, in una cornice anti-terrorismo certamente resa legale dal Patriot Act ma in assenza di una ricerca precisa di illeciti. Nel 2006 l’azienda aveva dichiarato di non fornire affatto dati di questo tipo al governo, l’anno dopo si era richiamata al Primo Emendamento quando erano nate le prime cause per “spionaggio illegale”, che il governo americano aveva messo a tacere. Qui la reazione di Al Gore, qui quella del senatore Mark Udall, e quella dell’American Civil Liberties Union.
La canzone di oggi era “Play with fire” nella versione di Rickie Lee Jones
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mercoledì, giugno 5th, 2013

(la mappa dei turni di raccolta rifiuti di Miami)
Del ritmo vitale della metropoli fanno parte mappe e mestieri quotidiani che diamo spesso per scontati. Il più pericoloso, umile e tecnicamente complesso non è quello dei pompieri o delle forze dell’ordine, ma quello di chi lavora con le pattuglie della nettezza urbana per la raccolta dei rifiuti. Robin Nagle ha scritto un bel libro di giornalismo investigativo, “Picking up”, usando la tecnica dell’immersione: ha conquistato la fiducia di alcuni di questi lavoratori notturni nella metropoli per eccellenza, New York, e ha anche superato l’addestramento per lavorare con loro. Heather Horn l’ha intervistata per The Atlantic online, scoprendo che indagare il lavoro degli operatori ecologici costringe a porsi alcune domande dure sulla sostenibilità del nostro stile di vita; e che l’organizzazione dei parcheggi per la pulizia delle strade è un’arte raffinatissima che non riceve applausi da nessuno.
La canzone di oggi era “Dust and water” di Antony & the Johnsons
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Tags:Heather Horn, Miami, nettezza urbana, New York, Picking up, Robin Nagle, The Atlantic
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giovedì, maggio 30th, 2013
Due giorni fa l’annuncio dell’imminente passaggio del social media editor della Reuters, Anthony DeRosa, alla startup Circa, e ieri sera tardi l’annuncio dei nuovi incarichi per due dei più famosi social media editor del mondo, Liz Heron (ex New York Times) e Neil Mann (ex SkyNews), entrambi al Wall Street Journal. La sparizione del nome di “social media editor” dalla definizione dei loro nuovi incarichi ha generato qualche battuta sulla morte di questa figura, anche se a giudicare dalla fusione degli incarichi social e mobile in nuove diciture sugli “emerging media” si tratterebbe invece di un segnale di ulteriore integrazione, ormai naturale, fra news social, news tradizionali e fruizione delle testate su piattaforme mobili. Intanto però BuzzFeed qualcosa da dire sulla morte del social media editor ce l’ha. Il post originale di Rob Fishman, rilanciato ieri sera dal Journalism Fest, ve lo traduco qui sotto nel podcast ma lo trovate qui.
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Tags:Anthony DeRosa, BuzzFeed, David Carr, Liz Heron, Matthew Keys, Neil Mann, New York Times, Rob Fishman, social media editor, Wall Street Journal
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martedì, maggio 28th, 2013

(la mappa per riflettere, di Nate Silver, sulle conseguenze che la cittadinanza a milioni di immigrati ispanici e asiatici avrebbe sulla composizione del voto; sul link originale qui sotto potete scorrerla con le previsioni fino al 2048)
Primo via libera al senato americano per la bozza di legge sull’immigrazione fortemente voluta da Obama, che se approvata permetterebbe a undici milioni di irregolari di avviare le procedure per ottenere la cittadinanza (anche se molti resterebbero comunque esclusi perché non hanno più i requisiti dell’età). Qui trovate un buon riassunto di Internazionale. Qualche settimana fa, il profeta matematico dei risultati elettorali, Nate Silver (molto appassionato a come la propensione di voto si trasforma in base all’etnìa di provenienza) aveva postato sul suo blog Five Thirty Eight uno studio e infografica su cosa accadrebbe nella composizione elettorale se la riforma passasse. Sebbene la vittoria di Obama l’anno scorso sia stata ricondotta in alcuni collegi all’aumento della componente ispanica dell’elettorato, secondo Nate Silver non è così automatico, e aiutare a far approvare la riforma sull’immigrazione potrebbe perfino aiutare i Repubblicani a rinnovare la loro immagine presso l’elettorato ispanico e asiatico più favorevole ai Democratici. La sua mappa, e il suo ragionamento, aiutano a sondare tutte le ipotesi.
La canzone di oggi era “This land is your land” (Woody Guthrie) nella versione di Bruce Springsteen
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Tags:asiatici, composizione etnica del voto, Democratici, demografia, Five Thirty Eight, ispanici, Nate Silver, New York Times, repubblicani, riforma immigrazione
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mercoledì, maggio 22nd, 2013

Ieri il CEO della Apple, Tim Cook, è stato ascoltato dalla commissione del Senato degli Stati Uniti che ha ricostruito in un documento l’indagine sul sistema con cui l’azienda fondata da Steve Jobs riesce a pagare non più del 2% di tasse su ricavi di 74 miliardi di dollari. La ricostruzione sembra aver più affascinato che scandalizzato, a causa della sua innegabile ingegnosità e della predisposizione dei repubblicani a giustificare comportamenti poco etici delle grandi multinazionali. E poco si può fare per costringere Apple a pagare il dovuto negli Stati Uniti per una questione di legislazione territoriale. In pratica, Apple evade macroscopicamente rispetto al fisco americano, ma non viola la legge. Vi propongo qualche materiale per vederci più chiaro, a cominciare dalla ricostruzione del sistema di scatole fiscali fatta da Business Insider. Qui invece trovate il background legislativo raccontato da Tom Bergin, qui Josh Harkinson che ricostruisce che cosa ha scritto Tim Cook nella sua memoria difensiva prima di presentarsi davanti alla commissione, e qui Rebecca Greenfield sul buffo atteggiamento all’udienza dei senatori possessori di iPhone e iPad.
La canzone di oggi era “Blank maps” di Cold Specks
Ecco la puntata di oggi:
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Tags:Apple, evasione, Irlanda, offshore, tasse, Tim Cook
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