L’attenzione dei social media in questi giorni è stata monopolizzata dall’uragano Sandy, ma non al punto da sottrarre a valanghe di commenti tre notizie che a vario titolo riguardano il mondo dei media e del digitale: l’ultima in ordine di tempo, ieri sera, la conferenza stampa con cui la Disney ha annunciato l’acquisizione della Lucas Film e il progetto di un Guerre Stellari 7 per il 2015. George Lucas diventa così il maggior azionista individuale della Disney, record precedentemente appartenuto a Steve Jobs con le trattative per la cessione della Pixar. E qualcuno non manca di sottolineare che l’acquisto della leggendaria casa di produzione di Guerre Stellari vale 4 miliardi di dollari: visti i tempi, solo “l’equivalente di 4 Instagram”. Fra le tante parodie che si sono scatenate sulla rete, qui un articolo scritto da… Darth Vader in persona. L’altra notizia riguarda proprio casa Apple, che all’indomani della presentazione del mini-ipad e dei risultati trimestrali vede la fuoriuscita di due figure importanti, Scott Forstall (vicepresidente della divisione iOS) e John Browlett (che da poco era a capo delle vendite). Due giorni fa, invece, l’annuncio di una fusione che potrebbe cambiare volto al mondo editoriale, quella fra Penguin e Random House, con qualche ricaduta sul mondo del libro digitale. La fusione delle due case farà diventare Penguin-Random House il più grande editore del mondo, con un quarto delle pubblicazioni totali. Qui Sameer Rahim del Telegraph, qui Mark Sweney del Guardian, e qui un bel gioco su come potrebbe apparire il logo della nuova casa editrice nata dalla fusione e come potrebbe chiamarsi.
ps: Alaska riposa domani 1° novembre e vi aspetta venerdì 2. Radio Popolare e Popolare Network stanno preparando una diretta speciale per le elezioni americane dalla sera del 6 novembre alla mattina del 7 novembre. I sondaggi sono attualmente sospesi per via dell’uragano Sandy, ma qui potete seguire le previsioni sulla distribuzione dei voti elettorali.
La canzone di oggi era “A sail” di Lisa Hannigan
Ecco la puntata di oggi:
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La twitter cloud studiata e animata da Amy Davidson dei tweet e retweet prima e dopo le dimissioni di Mubarak (via Daily Dish)
Oggi alcune riflessioni sul ruolo della rete in quello che si sta muovendo nel mondo arabo (mentre Obama a San Francisco incontrava ieri sera a San Francisco Steve Jobs/Apple), Mark Zuckerberg/facebook) e Eric Schmidt/Google); i più svegli sono quelli del New York Times. Qui James Glanz sulle restrizioni a Internet durante gli scontri in Bahrein (sul Twitter di Alaska stiamo seguendo quello che accade: centinaia di migliaia in piazza Tahrir al Cairo per omaggiare i martiri e ribadire le richieste della rivoluzione, giornalisti stranieri bloccati in aeroporto in Bahrein mentre la polizia spara sulla folla, e ancora la Giornata della Collera in Libia e le proteste che proseguono in Yemen). Qui Il Post riassume i dati del NYT sull’età anagrafica delle popolazioni in alcuni paesi e quella dei loro leader. Qui il post di Jennifer Preston su come i rappresentanti di facebook tengano un basso profilo sul ruolo che ha il social network nelle rivolte. Qui il Post riassume James Glanz e John Markoff su come il governo egiziano aveva bloccato la rete.
♫ Le musiche di oggi erano dei Radiohead, “Bodysnatchers” e la nuova canzone “Lotus Flower” diffusa oggi così.
Ecco la puntata di oggi:
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Mentre le statistiche sul lavoro delle donne continuano a registrare un divario di compenso preoccupante rispetto agli uomini, Drunk Literature, il blog di un’avida lettrice che di solito utilizza come filo rosso il tema della letteratura “maledetta” – o molto vicina al bancone del bar, per intenderci, da Francis Scott Fitzgerald a Charles Bukowski - segnala un contenuto dell’edizione online americana di Vanity Fair che esplora il mondo dei grandi classici a cartoni animati con un taglio decisamente inconsueto: il lavoro delle donne che dietro le quinte coloravano a mano i fotogrammi. Qui trovate l’articolo originale di Patricia Zohn, che ha cominciato ad intervistare le inchiostratrici e le coloriste di quell’epoca dopo aver ascoltato i racconti di una zia che aveva lavorato per molti anni alla Disney. E’ la storia di 100 ragazze altamente specializzate che vivevano nell’ombra degli animatori uomini, ma senza le quali la rivoluzione animata del padre-dittatore Walt Disney non sarebbe potuta accadere. La traduzione e il riassunto nel podcast qui sotto.
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Per restare nel fiabesco, la foto del post di oggi è di Tim Walker, un fotografo inglese dal talento surreale che di solito lavora per Vogue. Se vi interessa, potete vedere le sue fotografie dal vero ancora per pochi giorni a Milano, fino al 7 marzo. Qui una descrizione della mostra.
La canzone di oggi era “You, sailor” di Erin McKeown
Ecco la puntata di oggi:
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No, stavolta non ce l’ho fatta a guardare Sanremo. Per fortuna ci sono i blogger, che rovesciano tonnellate di sarcasmo sulla kermesse televisiva. Se dovessimo giudicare dalla satira che circola in rete, potremmo trarne la conclusione che metà dei milioni di telespettatori che la guardano in tv (facendo vendere quintali di pubblicità) la considerino alla stregua di uno spettacolino circense. Che la guardino, insomma, per il gusto dell’orrido. Melodicamente propone una ComiCronaca.
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Ogni giorno, anche quando a Teheran non sono previste manifestazioni, dò un’occhiata al blog di Homylafayette. Dopo le proteste infiltratesi nelle celebrazioni di piazza per l’anniversario della rivoluzione khomeinista, posta sulle immagini di Khomeini stracciate per le strade e infilate nei cestini dell’immondizia quando tutto è finito. E mentre noi ci balocchiamo con Emanuele Filiberto, lui racconta di un giovane musicista di origine iraniana che vive in Texas, Fared Shafinury (che vedete nella foto qui sopra). Figlio di iraniani emigrati negli Stati Uniti negli anni Settanta, Fared è tornato nel suo paese d’origine a studiare con i grandi della musica tradizionale persiana. Nel post trovate anche una sua intervista televisiva in cui racconta che cosa gli è accaduto a Teheran mentre suonava in piazza (la traduzione qui sotto nel podcast). Oggi Fared Shafinury rifà una canzone tradizionale persiana, “Yarhe Dabestaniyeh Man” (il mio compagno di scuola), e Simon Ampel crea un video in cui bellissime immagini animate si alternano ad alcuni spezzoni di scontri a Teheran. Grazie a Where is my vote, potete vederlo qui.
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Mentre Obama riceve il Dalai Lama per un tè (a cui accidentalmente partecipa anche il suo Segretario di Stato), Robert Woo di Global Voices fa rimbalzare sulla rete la storia di un video cinese anti-censura. Hu Ge, un noto regista amatoriale, ha creato un mini-documentario satirico di 7 minuti che utilizza il linguaggio dei documentari sulla natura per raccontare della Sindrome da Pensiero Compulsivo che affligge gli utenti cinesi della rete – “animali domestici”. Nell’impossibilità di vedere il video, vi traduco qui sotto nel podcast la traduzione i inglese dal cinese dell’audio.
Le musiche di oggi erano “Book of love” (Magnetic Fields) nella versione di Peter Gabriel e “Yarhe Dabestaniyeh Man” nella versione di Fared Shafinury.
Ecco la puntata di oggi:
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Annie Leonard del progetto Story of Stuff, con l’aiuto degli omini animati, ci spiega con questo nuovo filmato come funziona la proposta di Cap & Trade che verrà discussa a Copenaghen, chi sarà in realtà a gestirla, e perché ai paesi poveri del mondo non piace per niente. Presto andremo a visitare anche il suo blog.
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good morning milan è uno dei post del blog diversamenteoccupato. Che è un nostro ascoltatore ma potrebbe essere chiunque, e ci spinge a riflettere sul fatto che vivere sospesi in uno stato di non-lavoro, o di semi-lavoro, o di lavoro contingentato, vuol dire anche non sentirsi coinvolti, non poter contribuire, non partecipare.
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Perché le promesse dell’amministrazione Obama in vista del vertice di Copenaghen non convincono? Eccola lettura che ne dà Giustizia Climatica.
Le musiche di oggi erano “Can’t help but smiling” di Devendra Banhart e “Breathe” dei Pearl Jam
Ecco la puntata di oggi:
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Nel paese in cui muore Brenda e la Costituzione è difesa dai vecchietti, il paese del lodo Alfano, dell’evasione delle tasse, delle veline, dei cervelli in fuga, degli scrittori sotto scorta, ecco a voi, scovato da Massimo Mantellini su facebook e passatomi da C, un curriculum italiano dei nostri tempi.
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L’altro giorno vi ho raccontato di questa nuova mostra del Moma dedicata a Tim Burton, in attesa dell’uscita del suo film di Alice nel paese delle meraviglie. Come promesso, vi ho tradotto l’intervista con cui il regista presenta questa retrospettiva, che trovate qui. Intanto ecco il video:
“Ho disegnato sempre, fin da quando ero bambino; quello che succede quando arrivi a scuola è che gli insegnanti cominciano a dirti, no, non dovresti disegnare così ma cosà, tanto che quando un bambino arriva ai 10 anni si convince di non saper disegnare; a me, anche se pensavo di non essere capace, piaceva lo stesso disegnare, sono stato fortunato ad avere un’insegnante che non imponeva niente, cercava di incoraggiare ciascuno a esprimere i propri punti di forza, il proprio spirito, e quindi anche la propria fantasia, per cui è rimasta una parte importante della mia vita. Tutti questi disegni al Moma, non avevo mai pensato di mostrarli a qualcuno e non li ho mai considerati opere d’arte, perché in realtà non andavano visti, erano parte di un processo, per esplorare delle idee, per sviluppare un progetto. Una cosa che mi piace di questo approccio del Moma è che esce dalle categorie, non c’è solo materiale cinematografico, o illustrazione, hanno fatto un buon lavoro nel mescolare questo tipo di confini. Tutte queste cose, che siano fotografie, piccoli scritti, o bozzetti, per me sono una parte molto importante di qualunque progetto; quando devo comunicare con qualcuno, per me non è facile, così è importante mantenere questa parte del lavoro che si svolge in piccoli progetti privati.
Riguardare tutto questo materiale mi ha infuso nuova energia, è come se mi riconnettesse a tutto il percorso che ho fatto, a quello che sono interiormente; in un certo senso solo adesso mi sono reso conto di essere sempre stato ossessionato da alcune tematiche. Credo che in gran parte siano cose che vengono da come uno è stato cresciuto, dall’infanzia e da come uno si sentiva da bambino o da ragazzo, quella sensazione di essere solo, di essere racchiuso dentro la propria mente, è sicuramente qualcosa che io ho provato intensamente, quel tipo di disconnessione di chi non si sente adatto alla società. Il termine “normale” mi ha sempre spaventato, perché suggeriva qualcosa di sovversivo e terrorizzante, sono cresciuto con i film di mostri e lì questa dinamica era sempre centrale, il mostro era sempre l’escluso, e la gente era sempre un po’ barbara. Questo aspetto ha avuto grande importanza per me, e sembra che non riesca a sbarazzarmene. Quando ero animatore alla Disney, ero molto più strano di come sono adesso, e mi ricordo che mi sentivo più radicato indossando un paio di calzini a righe, c’era questo strano meccanismo circolare per cui mi sentivo molto pazzo, assente, e mettere delle calze a righe mi faceva sentire più calmo, più rappresentato, non so come mai.
Mi colpisce sempre molto come certe immagini mandino fuori di testa gli adulti quando probabilmente hanno fatto parte della loro infanzia come di quella di tanti altri. Le favole per me sono sempre state storie astratte e spaventose, i bambini le capiscono perché rappresentano le astrazioni della loro vita, quello che non riescono a capire, tutte queste strane immagini orribili che credo siano cruciali per l’infanzia, e certe persone le dimenticano diventando adulte. La mia prima risposta al cinema è stata all’espressionismo tedesco, c’era qualcosa in quelle immagini con le ombre, i ritagli di luce, il buio, come in Fritz Lang, erano film che riuscivano a catturare uno stato onirico o il paesaggio della mente, qualcosa che io sentivo in modo molto forte. Un film che sicuramente mi ha colpito moltissimo era The Omega Man con Charlton Heston (1975: occhi bianchi sul pianeta terra), non so come mai ma è uno dei miei film preferiti, mi torna in mente che quand’ero da solo facevo finta di essere Charlton Heston, a ripensarci fa un po’ paura, ma è così.
Quanto ad Alice nel paese delle meraviglie, non è che pensassi di doverlo fare, anche se sicuramente è coerente con quello che ho fatto prima, alcune immagini mi sono molto vicine, ma lo faccio comunque con l’idea di un progetto personale, con l’immaginario delle favole, il tipo di simbolismo che aveva per me Edward mani di forbice, ce l’ha anche Alice, è una sorta di non entità, per me è stato così anche con Batman, anche se ero un fan del fumetto, mi interessava una certa idea del personaggio, questa questione della qualità nascosta, del desiderio di nascondere la propria personalità, è di sicuro qualcosa di ben noto, ma che in me fa risuonare qualcosa di molto personale.
Di sicuro il modo di realizzare film è molto cambiato nel corso degli anni, quello che cerco di fare è di mantenere il più possibile un approccio artigianale, fatto a mano, perché mi piace ancora l’idea di avere attori veri, e set fisici, avere delle limitazioni da rispettare, è questo che lo rende veramente divertente. Tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso può diventare un po’ travolgente, è quasi l’opposto di come ero abituato. In ogni caso, cerco di mantenere questo cinema il più umano e tattile possibile, anche se girando in una sorta di vuoto pneumatico è molto più difficile, spesso gli attori non girano nemmeno la stessa scena insieme; io ho sempre avuto la possibilità di godere della fisicità del set, di gioire alla vista dell’attore che recita e si muove in quell’ambientazione, è qualcosa che resta con me.”
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E per finire, India. Da Shekar Khapur, una personalità del cinema di Bollywood che ama dilettarsi anche di yoga e spiritualità, il post di qualche giorno fa sulle resistenze indiane in tema di ambiente e sulle rivolte “rosse”. Non fateci caso se qualcosa vi sembra molto familiare…
“La NTDV mi ha chiesto di partecipare a un programma per discutere con il nostro Ministro dell’Ambiente sul fatto che i ghiacciai dell’Himalaya non si stiano affatto ritirando. Mi chiedo se il ministro ci sia mai stato. Caro Ministro, qua non è questione di statistiche, vada a chiedere alle popolazioni locali. Le statistiche si possono manipolare, come sappiamo tutti. Vada semplicemente lassù e guardi con i suoi occhi. E comunque i dati statistici dicono che i ghiacciai che si stanno ritirando con la più alta rapidità del pianeta sono quelli himalayani.
E adesso qualcosa a proposito dell?india che diventa Rossa. I Naxaliti e i Maoisti. la massiccia ribellione contro l’oppressione e il malgoverno – che ha condotto ambiziosi gruppi armati a trarre vantaggio dalla ribellione della gente oppressa. Mentre la nostra stampa e il nostro governo li chiamano una ribellione contro lo Stato Indiano e la Legge e l’Ordine, la verità è che queste persone lo stato indiano non l’hanno mai visto e che l’unica legge e l’unico ordine che hanno mai visto è il trattamento bieco e le umiliazioni che hanno patito per mano dei rappresentanti del Governo indiano o della Legge. Essi hanno percepito l’ascesa dell’India come superpotenza economica globale attraverso la confisca delle loro terre, in cui si trovano ricche risorse. Mentre l’esercito indiano lancia un attacco vero e proprio contro la sua stessa gente – stavolta senza la possibilità di incolpare una potenza straniera o il fondamentalismo islamico – è arrivato il momento che noi indiani pensiamo seriamente a noi stessi. Che cos’abbiamo che permette ai ricchi e ai potenti di trascurare completamente non solo i bisogni della maggioranza del nostro popolo, ma anche di opprimerli, trattando le loro famiglie e le loro donne peggio che se fossero animali. Non significa niente la nostra costituzione, che garantisce gli stessi diritti fondamentali a tutti i cittadini indiani? Oppure è stata scritta soltanto per la potente elite delle città? Che contraddizione. Mentre il governo indiano parla giustamente di crescita inclusiva, lancia un’enorme offensiva armata contro il suo stesso popolo, e chissà quanti innocenti, donne e bambini perderanno la vita nel fuoco incrociato. Come siamo arrivati a questo punto?”
Le musiche di oggi erano “Can’t help but smiling” di Devendra Banhart e “Just breathe” dei Pearl Jam
Ecco la puntata di oggi:
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Questo è lo spot animato che Tim Burton ha realizzato per la retrospettiva che il Moma di New York gli dedicherà da domani. Infatti, in attesa dell’uscita della sua versione attesissima di Alice nel paese delle meraviglie, il Museo d’Arte Moderna gli dedica una mostra che non è fatta solo, come si potrebbe pensare, di disegni preparatori e storyboard dei suoi film d’animazione, ma di opere a sé stanti vere e proprie, e della proiezione integrale di una serie di lavori meno noti al pubblico del grande schermo, una sorta di grande rassegna d’essai che comprende anche un programma per famiglie, dal Bambino Ostrica alla Lurida Verità dei Mostri. Ecco un resoconto dal Moma via Daily Beast, in attesa di proporvi l’intervista col regista in una delle prossime puntate.
“Questa grossa retrospettiva su Tim Burton, nato negli Stati Uniti nel 1958, consiste in una mostra in galleria e di una serie di film che abbracciano la sua carriera come regista. produttore, autore, e artista concettuale per i film con attori e quelli di animazione. Seguendo la corrente del suo immaginario visivo dai primissimi disegni di quando era bambino fino al lavoro della sua maturità, la mostra presenta opere generate lateralmente dal lavoro sui suoi film, e mette in luce una serie di progetti mai realizzati e di opere mai viste prima, insieme ai suoi lavori di quando era studente d’arte e ai suoi primissimi film amatoriali, e ad alcuni esempi del suo lavoro come narratore e come illustratore per progetti diversi dal cinema, come il web e l’animazione. I temi contrastanti dell’adolescenza e dell’età adulta, e gli elementi di sentimento, cinismo e umorismo informano il suo lavoro in una quantità di media diversi – disegno, storyboard, immagine digitale e in movimento, marionette e maquettes, oggetti di scena, costumi, taccuini e cartoni animati. Prendendo ispirazione dalle fonti della cultura pop, Burton ha reinventato il cinema hollywoodiano trasformandolo in una esperienza spirituale, e influenzando una generazione di giovani artisti che lavora nel cinema, nel video e nella grafica”.
C’è qualcuno che indaga da molti anni sulla nostra esperienza individuale e sociale e suoi riflessi nella comunità virtuale, anche se in rete ha una presenza invisibile. Esploratrice della wilderness reale e virtuale, e come tale fra le muse di Alaska, la saggista americana Rebecca Solnit ha scritto la Storia del Camminare pubblicata in Italia da Bruno Mondadori, e la Field guide to getting lost, un’indagine privata sull’effetto del perdersi negli spazi selvaggi. E’ uscito da poco in Italia il suo nuovo libro, Un paradiso all’inferno (ed. Fandango), un’indagine sulla reazione positiva di auto-organizzazione e solidarietà di diverse comunità in seguito ad alcuni macroscopici disastri naturali – incendi, terremoti, alluvioni – o attentati – come l’11 settembre – o catastrofi in cui si sono mescolati gli effetti della natura e quelli della mano dell’uomo, come l’uragano Katrina. Con una interessante postafzione italiana sullo stesso modello applicato al terremoto dell’Aquila, il libro è un inno al mutuo soccorso e alla comunità utopica che si realizza nel momento in cui cadono le abituali categorie del potere. Vi propongo la nostra conversazione con Rebecca Solnit, da poco passata da Roma.
Svolte clamorosi, piccoli scandali, solita pizza o forse un po’ meno del solito. E’ l’epopea del contest canoro X Factor su RaiDue, quando mancano due puntate alla finale, e possiamo sostenerla solo grazie a una certa quantità di sana cattiveria: ecco il resoconto dell’undicesima puntata dall’infallibile Diego Cajelli su Diegozilla.
le musiche di oggi erano “Fitz and dizzyspells” di Andrew Bird e “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen
Ecco la puntata di oggi:
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Non so se vi siete mai appassionati, com’è successo a me, alle vicende dell’LHC (Large Hadron Collider), il megatunnel svizzero acceleratore di particelle, il più grande del mondo, quello che si pensava potesse causare la produzione di un gigantesco buco nero, ecc. Ebbene, ogni tanto, proprio quando sembra pronto a scovare la “particella di Dio”, si inceppa per qualche ragione: stavolta si è trattato di una briciola di baguette. Ecco da Mysterium un racconto dell’accaduto. E attenzione perché i lettori commentano convinti che si tratti di un messaggio da “intelligenze sconosciute”, e non sono pochi i blogger a seguire la stessa strada. Mmh.
Fra pochi giorni si inaugura dalle nostre parti una nuova mostra di un artista sudafricano che amo molto, William Kentridge; siccome credo che non siano pochi quelli di voi che hanno caro il racconto di Gogol Il naso (scritto nel 1836, e potete leggerlo integralmente qui) ve ne dò conto perché il nuovo progetto di Kentridge lo riguarda. Bianco nato a Johannesburg, classe 1955, Kentridge ha sempre elaborato le questioni dell’apartheid con una dolorosa lucidità, sviluppando i temi della memoria e della colpa. Se il suo nome non vi dice niente, trovate qui una sua biografia artistica. Lavora spesso con la riproduzione su grande scala di schizzi realizzati a carboncino o col gesso, intrecciata con il video, a sua volta sonorizzato con musiche ed effetti speciali. Ha prodotto nei primi anni Novanta una serie di cortometraggi animati mozzafiato. Questo è quello che realizzò nel 1996, poco dopo l’istituzione in Sudafrica della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (questi i suoni, mentre tutto il corto animato si sviluppa secondo linee nere e grigie e un tratto aspro)
Quella che arriva a Napoli, già passata dalla Biennale di Sidney l’anno scorso, è una mostra ancora differente, che interviene nella sala degli arazzi cinquecenteschi di Capodimonte. Ecco una dettagliata spiegazione della mostra e del suo collegamento con “Il Naso” di Gogol, da Micol di Veroli.
Già è complicato bloggare per radio, figuriamoci parlarvi di mappe, ma tant’è: fra i più creativi animatori delle rete ci sono i feticisti della mappa, a cominciare dal favoloso StrangeMaps, che a sua volta in questi giorni riporta il lavoro di xkcd, dedito a mappare le trame delle saghe, da Guerre Stellari al Signore degli Anelli.
“Disegnata dal figlio di Tolkien, Christopher, e acclusa nella maggior parte delle edizioni della trilogia del Signore degli Anelli, la mappa della Terra di Mezzo è uno degli esempi meglio conosciuti di cartografia fantasy. Questa mappa mitica mostra il continente di finzione in cui si svolge l’azione dei tre libri, da Forodwaith a nord fino a Haradwaith a sud, e dal Golfo di Luhun a ovest al mare di Rhûn a est (ma la Terra di Mezzo era fatta apposta per fare rima?) Egualmente deliziosa, anche se non ancora così famosa, è la carta del flusso del Signore degli Anelli, che mappa l’itinerario della storia dei personaggi principali della storia, sia individuale che di gruppo, mostrando dove essi si incontrano, si separano e si riuniscono. La progressione va da sinistra a destra, sintonizzata non solo con la direzione di lettura tradizionale dell’Occidente, ma anche rispecchiando la traiettoria stessa della storia, che comincia nella Contea sul bordo occidentale della Terra di Mezzo e conduce verso Mordor a est. Il parallelo geografico regge solo fino a un certo punto, infatti alla fine della storia, dopo che sono ritornati nella Contea, alcuni membri della Compagnia dell’Anello si imbarcano diretti a ovest, ma le loro traiettorie si perdono fuori dalla mappa in alto a destra, nell’angolo nordorientale. In ogni caso la mappa è uno strumento eccellente per identificare i vari filoni della storia man mano che essa procede. Il filone principale, in giallo, segue l’Anello; prima con Bilbo, come Portatore dell’Anello, e poi con Frodo, che lo porta a Mordor perché venga distrutto. Le traiettorie sono anche identificate per colore per identificare le diverse razze: verde per gli Hobbit, grigio per gli Stregoni, marrone chiaro per gli Uomini, marrone scuro per i Nani, azzurro per gli Elfi, blu per gli Ents. Sauron, il Malvagio, è rosso scuro. Il nero rappresenta gli Orchi, gli Uruk-Hai e i loro simili. Le battaglie, gli eventi, e altri episodi importanti sono indicate da uno sfondo grigio chiaro: l’attacco a Colle Vento, il Concilio di Elrond, la Rottura della Compagnia dell’Anello, la Battaglia del Fosso di Helm”.
le musiche di oggi erano “Nanà” di Brunori Sas e “Sweet Jane” dei Cowboy Junkies (Natural Born Killers cut)
Ecco la puntata di oggi:
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Quasi impossibile prescindere, mentre percorriamo le vaste strade dei blog, da uno dei pochi blog italiani ricchi di senso, quello che Alessandro Gilioli tiene sul sito dell’Espresso, “Piovono rane“. A volte Gilioli ospita altri, e così, spinta dall’inquietudine sempre più profonda che mi provocano le notizie degli episodi di aggressioni agli omosessuali a Roma, vi propongo il piccolo testo di Piergiorgio Paterlini di questi giorni.
Spike Jonze, il regista surreale di Essere John Malkovich e del video di “Weapon of choice” di Fat Boy Slim con Christopher Walken che ballava, sta per uscire in tutte le sale del mondo con il suo a lungo rimandato Where the wild things are, kolossal in costume da orsacchiotti e coniglioni tratto da un celebre romanzo per bambini di Maurice Sendak del 1963. E’ la storia del piccolo Max, che una sera mentre gioca in casa combina un guaio. Per punirlo sua mamma lo manda a letto senza cena. Nella sua cameretta, Max immagina una specie di giungla e intraprende un viaggio alla volta del Paese delle Creature Selvagge, di cui diventa il Re.
In Italia trovate qualche copia smarrita della traduzione del libro di Sendak uscita nel 1999 con il titolo Nel paese dei mostri selvaggi. Nel frattempo però, Mondadori pubblica in questi giorni nella collana Strade Blu Creature selvagge, l’adattamento dal romanzo di Sendak realizzato dall’enfant prodige della narrativa americana Dave Eggers, sul quale si è basato Jonze per il suo film.
Ecco il trailer del film con la musica degli Arcade Fire, in cui le Creature Selvagge mostrano a Max come lanciarsi sugli alberi.
Il film uscirà in Italia il 30 ottobre, nel frattempo il Moma, il Museo di Arte Moderna di New York dedica a Spike Jonze una retrospettiva giustamente surreale, a cominciare dal titolo: Spike Jonze: i primi 80 anni. E considerate che il regista ne ha da poco compiuti 39. In questi giorni il blog e aggregatore di Tina Brown, Daily Beast, ospita una lunga intervista in cui Spike Jonze racconta anche dei rallentamenti e delle polemiche sulla realizzazione del film.
Jonze, che ha realizzato forse il primo film per bambini e adulti senza sentimentalismi, e sicuramente senza alcun compromesso visivo, ha anche un blog per accompagnare l’uscita del film, We love you so. Fra collegamenti con altri artisti, a loro volta contigui con le arti visive e la musica, ma anche con la moda e la pubblicità, Jonze si conferma acuto promotore di se stesso e cerniera fantasiosa fra mondi apparentemente separati, e nello spirito di contributo educativo che caratterizza anche il lavoro non letterario di Eggers, ha realizzato anche un documentario sull’autore delle Creature Selvagge, che oggi ha 81 anni. Il documentario, Tell them anything you want, verrà trasmesso domani dalla rete HBO, nel frattempo potete guardare il piccolo video (non lo trovate su YouTube per ragioni di copyright territoriale). Noterete la straordinaria vicinanza fra i disegni originali di Sendak e le Creature del fim di Jonze.
Infine, Michael Moore, il cui nuovo film Capitalismo: una storia d’amore è stato presentato a Venezia e uscirà il 30 ottobre, sul suo diario online che potete ricevere anche iscrivendovi alla sua mailing list, si congratula con Obama per il premio Nobel, e alla sua maniera, ha parecchie cose da dirgli.
“Congratulazioni presidente Obama per il Nobel per la Pace – adesso per favore se lo guadagni”
Caro Presidente Obama,
è notevolissimo che lei venga oggi riconosciuto come uomo di pace. I suoi rapidi e chiari pronunciamenti – che lei chiuderà Guantanamo, che riporterà a casa le truppe dall’Iraq, che vuole un mondo libero dalle armi nucleari, la sua ammissione con gli Iraniani che siamo stati noi a rovesciare il loro presidente democraticamente eletto nel 1953, il grande discorso che ha rivolto al mondo islamico al Cairo, l’eliminazione di quel termine inutile, “guerra al terrore”, la fine della tortura – tutti questi gesti hanno fatto sentire noi e il resto del mondo un po’ più al sicuro conisderato il disastro degli ultimi otto anni. Lei in otto mesi ha assunto un atteggiamenro appropriato e condotto questo paese in una direzione molto più sana di di mente.
Ma…
L’ironia che le venga conferito questo premio nel secondo giorno del nostro nono anno di guerra in Afghanistan non sfugge a nessuno. Lei ora si trova davvero in un momento cruciale. Può dare retta ai generali e espandere la guerra (per portare a una fin troppo prevedibile sconfitta) o può dichiarare finite le guerre di Bush e riportare a casa i soldati. Ora, questo è quello che farebbe un vero uomo di pace.
Non c’è niente di male nel fatto che lei faccia quello che l’ultimo tizio seduto al suo posto ha mancato di fare – catturare l’uomo o gli uomini responsbaili per l’omicidio di massa di 3 mila persone l’11 settembre. MA LEI NON PUO’ FARLO CON I CARRIARMATI E LE TRUPPE. Lei sta perseguendo un criminale, non un esercito. Non si usa un candelotto di dinamite per sbarazzarsi di un topo.
I Talebani sono un’altra faccenda. Questo è un problema che deve risolvere il popolo dell’Afghanistan – così come abbiamo fatto noi nel 1776, i francesi nel 1789, i cubani nel 1959, i nicaraguegni nel 1979 e la gente di Berlino est nel 1989. C’è una sola cosa certa delle rivoluzioni fatte dalle persone che vogliono essere libere: alla fine dei conti, devono trovare quella libertà da sé. Gli altri possono sostenerli, ma la libertà non arriva consegnata sul sedile davanti del blindato di qualcun altro.
Lei adesso deve concludere il nostro coinvolgimento in Afghanistan. Se non lo fa, non avrà altra scelta che restituire il premio a Oslo.
Michael Moore
PS la sua opposizione ha passato la mattinata ad attaccarla per aver portato tanto bene a questo paese. Perché odiano tanto l’America? Ho la sensazione che se lei trovasse la cura per il cancro questo pomeriggio la denuncerebbero per aver distrutto la libertà d’impresa perché i centri di ricerca sul cancro dovrebbero chiudere. Ci sono persone che sostengono che lei non abbia fatto niente per meritare questo riconoscimento. Per quel che mi riguarda, il fatto stesso che lei si sia offerto di camminare nel campo minato dell’odio cercando di disfare il danno irerraparabile fatto dall’ultimo presidente non solo è apprezzato da me e da altri milioni di persone, ma è anche un atto di vero coraggio. E’ così che lei ha vinto questo premio. Il mondo intero dipende dagli Stati Uniti – e da lei, per salvare letteralmente questo pianeta. Non deludiamolo.
Le musiche di oggi erano “As time goes by” di Billie Holiday e “Come home to me” di Steve Earle.
Ecco la puntata di oggi:
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Su Radio Popolare dal martedì al venerdì alle 12.40 circa, e in replica dal martedì al giovedì alle 21.30, e il venerdì dalle 20.40. Condotta da Marina Petrillo. Esploriamo sentieri digitali, e siccome il mondo è vasto qualche volta ci perdiamo.
cerchi qualcosa in Alaska?
la sigla di Alaska
è "The desert is on circle" dei Six Organs of Admittance