Archive for dicembre, 2009

lo spirito del tempo

giovedì, dicembre 31st, 2009

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Non è solo la fine dell’anno, ma anche la fine del decennio. Il tempo è volato dal Capodanno del 99/2000, oppure dall’11 settembre, ma intorno a noi le cose sono profondamente cambiate.

Fioccano le classifiche musicali, cinematografiche, di costume, e come ogni anno, Google ha pubblicato il suo Google Zeitgeist, il riassunto delle statistiche annuali che secondo il motore di ricerca riassumono lo spirito del tempo, attraverso i nostri comportamenti di ricerca. Naturalmente questi cambiano a seconda della lingua in cui vengono effettuate le ricerche, e anche Google Italia ha pubblicato i suoi risultati. Ecco come ci siamo comportati come italiani nelle nostre curiosità sulla rete nel 2009, e possiamo trarne le nostre conclusioni.

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La nostra vecchia conoscenza Douglas Rushkoff dice che questo è stato il decennio in cui Google ci ha reso stupidi. Ecco perché:

“Negli ultimi dieci anni la tecnologia ci ha cambiato il cervello, in gran parte in peggio. I risultati fanno abbastanza paura. Non solo i computer hanno cambiato il modo in cui pensiamo, ma hanno anche scoperto cosa fa pensare gli esseri umani, o cosa ci fa pensare di stare pensando. Almeno abbastanza da poter prevedere e perfino influenzare quello che pensiamo. Ecco qiattro cose che una persona con un po’ di discernimento dovrebbe sapere del decennio in cui i computer hanno preso il controllo del nostro processo cognitivo.

Google ci ha reso stupidi.

La maggior parte delle notizie su come il nostro cervello è stato condizionato dall’uso della rete viene raccontato nei toni ottimistici di Google. Come ha scoperto il dottor Gary Small, neurobiologo del Comportamento Neurologico presso l’Istituto Semel dell’Università di Los Angeles, una scansione del cervello di una persona che fa ricerche sul web si illumina in più zone rispetto a quelle coinvolte nel cervello di chi sta leggendo un libro. L’interpretazione che è uscita nei titoli dei giornali? Che Google ci rende più intelligenti. Ma quando poco tempo fa ho interrogato il dottor Small sulla questione, lui si è subito dissociato da questa conclusione: “Be’, sa – mi ha detto – in una scansione del cervello, grosso non significa necessariamente migliore”. Emerge che è piuttosto il contrario. Il cervello che legge potrebbe essere meno illuminato perché sta lavorando in modo più efficiente. “Voglio dire, non è che perché il cervello si sta comportando in modo più efficiente significa che stia lavorando in modo più povero”. In qualità di scienziato fra quelli che più hanno studiato gli effetti dell’uso della rete sul nostro cervello, il dottor Small non è nemmeno tanto convinto che ci siamo potenziati, men che meno dal punto di vista neurologico. Sì, la nostra interazione con la teconologia provoca un cambiamento nella neuroplasticità del nostro cervello, un cambiamento fisico, ma non necessariamente in meglio. “C’è un certo fondamento nell’idea che Google ci renda stupidi, che stiamo diventando meno riflessivi. Si è creata una sorta di ritmo staccato nel nostro modo di pensare – non rallentiamo e non andiamo in profondità nelle questioni. Invece, ci spostiamo da un quesito all’altro sull’onda del momento”. E naturalmente, per quel che concerne il marketing, ciò che ci rende stupidi fa bene agli affari.

Multitasking e distrazione.

Come molti altri entusiasti della prima ora, ho sempre pensato che il fatto che Internet incoraggiasse il multitasking rendesse noi utenti meno vulnerabili alla manipolazione, e contemporaneamente sfruttasse di più le potenzialità del nostro cervello. Invece pare di no. Cliff Nass, direttore del CHIMe Lab, il laboratorio sulla Comunicazione fra Umani e Media Interattivi dell’Università di Stanford, ha studiato i migliori multitasker sulla faccia della Terra: gli studenti di college. “Come fanno? Il loro cervello lavora in modo diverso?”. Anche lui è rimasto scioccato dai risultati della sua ricerca. “Ne emerge che i multitasker sono tremendi in ogni aspetto del multitasking. Non riescono a ignorare le informazioni irrilevanti, non riescono a tenere a mente le informazioni in modo ben organizzato, e fanno fatica a passare da un’attività all’altra. E questo ci ha scioccato.” Nass ha suddiviso i suoi soggetti in due gruppi, quelli che fanno regolarmente molto multitasking sui media, e quelli che non lo fanno spesso. Quando hanno fatto dei semplici test per paragonare degli assortimenti di forme, i multitaskers erano molto più distratti dalle forme casuali e non erano in grado di determinare quali dati fossero rilevanti per il compito che dovevano svolgere in quel momento. E il fatto che non riuscissero a ignorare i dati irrilevanti non significa che fossero più bravi a immagazzinare e organizzare informazioni. I risultati dei loro test erano peggiori sia nella scelta che nella memorizzazione dei dati. Allora cosa significa visto che noi multitasker ci inganniamo pensando di essere competenti quando invece non lo siamo? “Se il multitasking danneggia la loro capacità di assolvere a queste semplici funzioni”, spiega piatto piatto il dottor Nass, “la vita diventa difficile. Alcuni dei nostri studi mostrano che la loro capacità di ragionare in modo analitico è peggiore. Ne siamo scioccati. Loro sono convinti di essere bravissimi.” Così, non solo siamo stupidi e vulnerabili online, ma contemporaneamente pensiamo di essere invincibili. E quell’atteggiamento, dicono le nuove ricerche sul cervello, ha conseguenze massicce sulla vita reale.

Impiantare falsi ricordi, portare via quelli veri.

Al laboratorio sull’interazione fra umano e virtuale della Stanford sono andato a trovare uno psichiatra che si chiama Jeremy Bailenson, che ha studiato il modo in cui le esperienze virtuali vengono immagazzinate nel cervello. Lavora con persone coinvolte in simulazioni virtuali come Second Life, e osserva come queste si riflettono poi nella vita reale. Ha scoperto che le aree del cervello responsabili della memoria non riescono bene a distinguere se un particolare avvenimento è accaduto nel mondo reale o in uno virtuale. In altre parole, proprio come può capitarci di svegliarci da un incubo restando arrabbiati tutto il giorno con la persona che ci ha fatto torto in sogno, tendiamo a ricordare e ad agire sulla base delle nostre sperienze virtuali come se queste fossero realmente accadute. Da un lato, questo costituisce una straordinaria modificazione del comportamento. Ho assistito mentre Bailenson faceva sedere una donna su una sedia facendole simulare un pasto nella realtà virtuale. Mentre lei mangiava, il suo avatar lentamente ingrassava, riprogrammando la comprensione che il suo cervello aveva dell’effetto delle sue abitudini. Naturalmente, in teoria qualunque di queste tecniche potrebbero usate a favore o contro i nostri migliori interessi. In un altro studio, Bailenson ha s coperto che “avere dieci centimetri in più di altezza triplica le probabilità di picchiare qualcuno in un confronto nella realtà virtuale”. Ma non è questa la parte più strana. Tornando al mondo reale, “a prescindere dall’altezza vera, mi picchierai lo stesso se dovessimo avere un confronto. Questo ci ha lasciato di stucco. Una piccola esposizione nella vita reale si trasporta anche nel nostro comportamento faccia a faccia”. La cosa più strana di tutte è che Bailenson ha fornito ad alcuni bambini un’esperienza di realtà virtuale come se avessero nuotato con delle balene, e due settimane dopo ha fatto loro delle domande in proposito. Metà di loro era convinta di essere veramente stata a Sea World a nuotare con le balene. Qua si sta parlando di ricordi impiantati nella memoria. Bailenson ha scoperto il Sacro Graal per coloro che cercano una tecnologia affidabile per controllare la mente. Gli ho chiesto se la cosa lo spaventi. Lui ha detto,”la vedo solo come la direzione in cui stiamo andando”. Non sorprende che l’esercito americano sia in prima linea in queste scoperte e abbia propri laboratori in cui studia come applicare queste tecniche sia sul campo di battaglia che sui reduci traumatizzati. Le simulazioni virtuali permettono a chi soffre di stress post-traumatico di ri-sperimentare gli eventi che li hanno sconvolti per poi lentamente desensibilizzarsi al loro impatto atrarverso ripetute reinvenzioni che coinvolgono non soltanto la vista e l’udito, ma anche l’odorato. Ho provato io stesso una di queste sessioni in un laboratorio finanziato dall’esercito a Marina Del Rey, in California, sostituendo il ricordo di un incidente letale di quando avevo 20 anni e combattevo in Iraq, e la vividezza di quelle emozioni mi ha raggelato. L’esercito sta anche cercando un modo per applicare questa tecnologia prima che avvengano i fatti, essenzialmente inoculando nel cervello dei soldati il trauma della guerra in anticipo.

Neuromarketing

Mentre lo sforzo per sfruttare la tecnologia per addestrare il cervello umano risale a molto prima del 2000, è stato solo in questo decennio che gli scienziati, e i professionisti per cui essi hanno lavorato – hanno avuto dati affidabili su come il nostro cervello risponde ai propri sforzi. E’ successo quando il BrightHouse Institute ha cominciato ad applicare a soggetti-cavia i macchinari per la risonanza magnetica che si usavano all’Emory University Hospital per le vittime di infarto. Su richiesta di clienti come la Coca-Cola, Kmart e Home Depot, il BrightHouse ha messo delle persone nei macchinari mentre le esponeva a pubblicità, packaging e perfino candidati politici, misurando poi la reazione delle varie parti del cervello per valutare le loro reazioni. Sebbene la scienza resti relativamente grossolana, il monitoraggio tramite risonanza permette agli studiosi e ai ricercatori di marketing di osservare quali parti del nostro cervello si attivano quando veniamo esposti ai loro prodotti e suggerimenti. Se si tratta della stessa parte che si illumina quando pensiamo a del sesso ben fatto, viene considerato un successo. Più dati accumulano questi signori, e più automatico appare loro il nostro procedimento cognitivo di tipo alto. Anni fa sono emersi innumerevoli libri sulla nuova scienza della mente che sostengono che il processo di decisione degli esseri umani accade in un battere di ciglia nell’inconscio, come quello dell’occhio di un rettile. Non solo ci stavano studiando per capire come funziona il nostro cervello, ma questo non aveva importanza a livello etico perché tanto, come stava saltando fuori, i nostri cervelli in realtà comunque non pensano. Nel frattempo, i ricercatori discendenti dell’industria del marketing diretto hanno trovato nella tecnologia un nuovo modo per conservare traccia di milioni di consumatori nei loro database. Invece di analizzare le nostre preferenze individualmente, le aziende come Acxiom e Claritas hanno usato il loro nuovo potere di analisi per individuare delle correlazioni fra tutti i dati, Se i bevitori di Coca-Cola mancini, proprietari di gatti, che facevano più di otto miglia per recarsi al lavoro in un’auto a due porte, rispondevano meglio agli spot sulla birra rispetto a quelli che guidavano auto a quattro porte, gli analisti del mercato avevano un’informazione che si poteva usare. I computer li hanno poi aiutati a creare tutte queste correlazioni, e il nostro utilizzo di tutto ciò che va da Gmail a facebook fornisce loro altri innumerevoli terabyte di dati rispetto a quanti ne abbiano mai avuti a disposizione prima. Ognuno di noi non è più una persona, ma uno dei tanti possibili modelli sovrapponibili. Una volta che essi conoscono il tuo modello, non hanno che da infilare qualcuno del modello simile al tuo in una macchina per la risonanza magnetica, capire come reagisce, e poi applicare anche a te quello che ha funzionato con lui. Se tutti questi sviluppi, sia psicologici che commerciali, possono far sembrare il Manchurian Candidate un gioco da ragazzini, non sono tanto sicuro che il decennio in cui la tecnologia ha conquistato il cervello sarà necessariamente seguito da un decennio in cui sfrutteremo tutte queste scoperte con successo. Il cervello è un organo complesso e adattabile. Pur con tutta la “neuroplasticità” che gli permette di riconfigurarsi secondo i condizionamenti dei nostri computer, siamo altrettanto neuroplastici nella nostra capacità di riprenderci e di adattarci. Agli albori del cinema, la gente saltava sulla sedia per paura che il treno sullo schermo arrivasse in sala e li investisse. Pochi anni dopo, quella che era sembrata una vera minaccia è stata riconosciuta come un’illusione bidimensionale. La nostra biologia potrebbe dimostrarsi più agile dei nostri software. E se non succederà, se non altro probabilmente non ce ne accorgeremo.”

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Buon 2010 a tutti! Alaska torna martedì 5 gennaio, giovedì 7 e venerdì 8, sempre a mezzogiorno, con Nove Gioielli della Blogosfera!

Le musiche di oggi erano “Sign o’the times” di Prince e  ”Map of the world” dei Monsters of Folk

Ecco la puntata di oggi:

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leggere elettronico

mercoledì, dicembre 30th, 2009

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Dopo settimane a ponderare, ecco la puntata sugli e-book e gli e-reader. E mentre io ero lì che cercavo di districarmi fra fautori del leggere elettronico e crociati del buon vecchio libro di carta, fra Kindle, formati proprietari, e-reader della Sony e licenze creative commons, Amazon per Natale ha registrato più vendite di e-book che di libri cartacei, e la grande catena di librerie Barnes & Noble proclama una certa soddisfazione per le vendite del suo oggetto volante (o meglio, leggente), il Nook. Essendo anche loro mega-libreria online, il Nook vuole fare concorrenza diretta al Kindle di Amazon, è touch-screen ma è più lento. Generalmente si tratta di strumenti esteticamente gradevoli, con schermi speciali leggibilissimi e memorie prodigiose nelle quali immagazzinare a fino 3500 volumi.  Ma di fatto, in attesa del prodigioso tablet multifunzione della Apple – che ieri abbiamo appreso potrebbe chiamarsi iSlate - per ora la più grande libreria online del mondo non lascia comunicare il suo aggeggio con altri, e vende principalmente titoli in inglese; qualche e-reader legge i nostri documenti in pdf, ma qualcuno li digerisce nel proprio formato proprietario irreversibile. Alcuni leggono le riviste in abbonamento, alcuni scaricano titoli librari in 60 secondi, praticamente nessuno intende dialogare con gli altri. Un ascoltatore di Alaska, che ringrazio, si è prestato a farsi intervistare via mail sul suo utilizzo dell’e-reader, ma mi sono resa conto che per lui è importante scaricare titoli gratuitamente e per questo può accedere (in italiano) solo a opere di cui siano scaduti i diritti. E poi, per ora possedere e leggere un e-book non significa affatto poterlo scambiare o prestare. Oggi diamo un’occhiata a due pareri sugli e-reader nei blog, più che altro per sapere, ancora una volta, come si prospetta il nostro futuro, non solo per i lettori, ma anche per gli scrittori e per gli editori.

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Ecco come racconta la piega che sta prendendo il mercato degli e-reader e degli e-book, secondo  Giuseppe Granieri.

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Alan Kaufman, americano di origine ebraica, è romanziere, poeta e memorialista, e fra i grandi promulgatori del movimento dello “spoken word”. Questo è ‘il suo accorato appello su quello che chiama il “Rogo elettronico dei libri”.

“Negli ultimi anni a San Francisco ho assistito a una improvvisa epidemia di chiusure di librerie che ha trasformato la mia città in un cimitero di librerie. Staceys’ su Market Street, che un tempo era un emporio esemplare, sontuoso e pieno di gusto con 85 anni di esperienza, sorge ora come un rimprovero, ancora sfitto, un guscio spettrale. Fra le altre librerie che hanno chiuso nella Bay Area ci sono entrambe le filiali di Cody, tutte le filiali della Black Oak Books, e poi anche Ninth Avenue Books, Chelsea Books, Valencia Street Books, ReJoyce Books, Acorn Books… una lista lunga e tragica. Secondo quello che si racconta di altre parti del paese, la stessa brutta scena si ripete ovunque: venerabili, adorate librerie che chiudono e quella porzione della popolazione che ama i libri – una minoranza che si restringe sempre di più – lasciata triste e di stucco; una notte dei Cristalli con cui le grandi aziende decimano il mondo della cultura.

Ad accompagnare questa strage c’è una campagna di propaganda che invita a sentirsi bene, e che vede la collusione fra le principali testate dei media, fra cui i veri credenti dell’hi-tech come il Ny Times e la National Public Radio, canali di stampa e di trasmissione a loro volta allegramente resi obsoleti dall’arrembaggio hi-tech. Questa campagna i modo sottile posiziona la distruzione della cultura dei libri cpsì: i libri di per se stessi non sono niente, solo un’altra tecnologia, come il Walkman o il laptop. Quello che è sacro sono i testi, e questi vengono trasferiti su Internet, dove otterranno un nuovo tipo di immortalità assicurata dall’alta tecnologia. Come anime morte che lasciano i loro corpi mortali, i libri in effetti si dirigono verso un luogo migliore: il Kindle, l’e-book, la rete: versioni hi-tech del Paradiso. Questa massiccia deportazione di testi letterari verso una nuova casa nei cieli elettronici ha un’aria di inevitabilità che rende la sua consumazione certa come un vero atto di Dio.

Google si è assunta l’onere di sfidare la totalità del mondo letterario e dei suoi autori viventi, per prevenire questa inevitabilità. Così la scelta che si prospetta agli autori è chiara; acconsentire o opporsi. Comunque non è possibile astenersi. Il sottile sottotesto che sta sotto a queste manovre legali è che in un modo o nell’altro devi decidere da che parte stai; l’appropriazione da parte di internet di tutti i libri del mondo è data per scontata, quindi bisogna solo decidere se saltare a bordo oppure essere lasciati indietro e scomparire.

Alcuni hanno scelto di opporsi con una misteriosa vertenza legale alla quale può aderire chiunque sia un qualche tipo di autore, agente o editore. abbondano le voci su come questa causa possa andare a finire. C’è chi sostiene che Google e gli auori del mondo, viventi e defunti, abbiano raggiunto un “accordo” ma nessuno lo sa per certo. Google, pare, avrebbe il potere di comunicare con gli autori nei nostri sogni e o anche di contattare scrittori nell’aldi là per negoziare con loro. I reportage dell’NPR o del Times non sono concordi sull’esito della vertenza. La verità è che pochi hanno idea di cosa si tratti o come ci si sono trovati. E’ una vertenza legale simile a quella di Jarndyce vs. Jarndyce in Casa desolata di Charles Dicken’s – una ragnatela infinita e che finisce per avviluppare nella sua sottile filigrana legale chiunque e qualunque cosa.

In tandem con questa gigantesca operazione di trasferimento c’è  lo stupefacente cambiamento nella fisionomia e nelle fortune della cultura dei libri e dell’editoria,  uno sviluppo che indica non solo la rapida scomparsa del libro come oggetto culturale e bene di mercato, ma uno sforzo concertato per promuoverne la svalutazione, perfino la degradazione,  anche da parte dei capitani dell’industria editoriale. Per esempio, in un recente articolo, Barnaull Nourrey, presidente della Hachette, il conglomerato editoriale francese che  possiede una grossa fetta dell’editoria americana, compresa la Time Warner Books (mentre Random House e le sue affiliate sono di proprietà del gigante editoriale tedesco Bertelsmann, —gli europei ora controllano la maggior parte delle pubblicazioni americane) ha avvisato che a meno che l’E-Book non inverta la sua decisione di lasciar scaricare libri elettronici a un prezzo massimo di 9.99 dollari, allora gli hardcover che sono alla base di gran parte dell’editoria e della vita delle librerie, subiranno un colpo mortale. in effetti, questo precipiterà la morte del libro.

Uno si chiede come mai Nourrey non possa semplicemente consigliare la E- Book di andare al diavolo e produrre libri di alta qualità a prezzi ragionevoli, anche se in quantità più piccole. Ma la verità è che Nourrey, come Bertelsmann, come la maggior parte degli editori americani, sono legati a imperativi tardo-ipercapitalisti del ventesimo secolo che si basano interamente sull’espansione ininterrotta, con una implicita convinzione nei principi darwiniani di obsolescenza e successo come linfa vitale dell’avanzamento della società e dell’economia.  Così, gli editori, come i tecnologi che tagliano loro la gola, sono produttori non di libri ma di denaro, mentre i libri sono diventati semplicemente un altro veicolo, insieme alla lavatrice e all’iPod, per generare capitale.

Come qualunque altro prodotto, il libro deve correre meglio e più veloce sul mercato altrimenti cade e muore. E i libri stanno cadendo. Adesso solo i più adatti sopravvivono. mentre gli autori a metà classifica cadono nella neve, i thriller che sbancano al botteghino e i libri di memorie semiseri e i libri sulle diete si fanno sempre più strada. Presto, però, anche loro cadranno. L’idea è che non ne resti in piedi nessuno. Tutti i libri fisici devono salire su per il camino. Era questo il metodo delle SS che obbligavano i loro prigionieri a gareggiare nudi intorno alle baracche nell’inverno polacco, una gara che non poteva vincere nessuno. Il libro sta diventando in fretta il disprezzato ebreo della nostra cultura. Der Jude è adesso Der Book. I propagandisti dell’hi-tech ci dicono che il libro è una forma di tecnologia inferiore, che assassina gli alberi e divora spazio; che la società starebbe meglio senza se mettessimo fine alla sua esistenza mentre cominciamo a portarci in giro, come bravi piccoli ariani, intere biblioteche in tasca, scaricate nell’Uber-Kindle.

Inoltre, ci viene detto che assegnare ai libri un particolare valore al di sopra e al di là della sua evidente inferiorità come mezzo per il linguaggio equivale a macchiarsi come inqualificabili  retrogradi sociali. E poi, così vuole la storia, pensate alla straordinaria agilità, efficienza e ampiezza di un Kindle, dove migliaia di testi sono a portata delle tue dita. Quale ragazzo o giovane opterebbe per la carta al posto dei testi elettronici? Nessuno, naturalmente. Questa è evoluzione, così vuole la storia. Editori e lettori, autori e agenti, sono ora avvisati che o stanno a questa verità o periranno. Quanto alla libreria, essa è come la sinagoga sotto Hitler: la casa di una religione condannata. Il libro di carta è la sua Torah e la sua pietra tombale: roba da bruciare, o da usare per lastricare la strada per il paradiso di internet.

Conosco molti scrittori che non vedono niente di sbagliato in questo,  e che non hanno troppi problemi a immaginarsi in una carriera passata interamente sui media elettronici, che vedono semplicemente questo sviluppo come il futuro e non sono particolarmente sconcertati dalla prospettiva di un mondo senza libri. I miei sentimenti e le mie opinioni possono sembrare loro esagerati, perfino sciocchi, forse folli. Magari hanno ragione. Forse sono matto. Forse questa è soltanto una lamentazione privata. Perché a me scrivere non viene facile. I miei libri sono duramente guadagnati. valeva la pena di fare quella fatica proprio per il libro, l’oggetto fisico, una sorta di tempio sacro, adatto al testo che conteneva. Se mi avessero detto quando ero giovane che la mia destinazione letteraria sarebbe stato uno aggeggio di plastica di sette pollici contenente i miei testi su cui fare zapping fra migliaia di altri testi, avrei sputato in faccia a una simile professione e sarei diventato invece un sicario o un rabbino. Per me, il libro è uno degli oggetti più sacri della vita, una torah, un testamento, qualcosa per cui non solo vale la pena vivere, ma come mostrato in Fahrenheit 451 di ray Bradbury, qualcosa per cui vale perfino la pena morire. E pure, anche se sono stato disposto a sacrificare tutto per i libri che ho scritto, curato o soltanto letto, anche se ho consacrato al libro tutti i giorni della mia vita, i miei anni, la mia gioventù e la mia età adulta, sia come oggetto sacro che come testo, oggi sono testimone di una cultura che si allontana in massa dal libro. Il mondo si trasforma per abbracciare il media elettronico come principale mezzo di espressione. L’umano ha optato per la macchina, e per i suoi fantasmi, invece che per la compagnia tattile e l’incarnazione didattica del libro cartaceo. E ache se questo sviluppo sembra inevitabile io non posso ugualmente accettarlo, e non lo accetterò. Combatterò. Resisterò. Perché non solo questa tendenza rappresenta il consolidamento della letteratura mondiale nelle mani di un unico deposito centralizzato ed è una prospettiva culturale demoralizzante, ma è anche un passo verso una nuova forma di totalitarismo dell’hi tech. In un recente episodio riportato dal Ny Times, in cui un editore ha deciso di ritirare dei suoi libri dalla circolazione del download elettronico, e Kindle ha unilateralmente eliminato i due libri dagli apparecchi Kindle di ogni singolo utente degli Stati Uniti che aveva acquistato i download.  L’implicazione non potrebbe essere più chiara: i maghi dell’hi-tech possono decidere come pare a loro chi legge cosa, e chi no. Mi sembra appropriato che i due testi cancellati dai Kindle fossero 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell.

E’ dall’avvento del Cristianesimo che il mondo non assiste a un cambiamento così travolgente nel tessuto stesso dell’esperienza umana. Dietro la rivoluzione hi-tech è un’idea di Progresso che per molti aspetti rassomiglia alla premesse del Cristianesimo stesso. Il rimpiazzo della via vecchia con la nuova, del Vecchio Testamento col Nuovo testamento, lo screditamento della tradizione come inferiore o perfino malvagia, un senso di potente eccitazione per ciò che rivoluzionario, e naturalmente , quel che è più importante, la promessa dell’immortalità dei cieli al di là delle limitazioni temporali che devastano il corpo – il libro tattile maledetto contro il benedetto Spirito Santo di Internet – è tutto questo a segnare il pogrom contro i libri. Heinrich Heine, il poeta ebreo tedesco del primo Ottocento, ha scritto: “Dove si bruciano i libri, alla fine si bruceranno le persone”. L’avvento dei media elettronici al primo posto della moderna catena dell’Essere – un posto un tempo occupato da Dio, e poi, in seguito, dopo l’Illuminismo,  dall’essere umano, non è soltanto un 11 settembre dei nostri assunti culturali. E’ una catastrofe che ha le proporzioni di un Olocausto. E il suo finale è la scomparsa non solo dei libri ma di tutto ciò che è umano.

Non sarà che nell’amare i libri avevamo abbracciato senza saperlo non solo una tradizione millenaria, ma anche un vero e proprio culto religioso?

Le musiche di oggi erano “Mrs Cold” dei Kings of Convenience e “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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sangue, fuoco e fumo

martedì, dicembre 29th, 2009

todays hussein

Districarsi fra i blog iraniani non è semplice, molti sono scritti in persiano e  la maggior parte di quelli che vengono scritti in inglese sono severamente filtrati o messi in difficoltà con vari espedienti (il più comune è quello di chiuderli o sospenderli perché non rispetterebbero le regole interne delle piattaforme che usano); l’università di Harvard aveva realizzato l’anno scorso una mappa visuale dei blogger raggruppati per temi (poesia, religione, attivismo secolare, attivismo conservatore, ecc), suddividendoli anche fra blog scritti da dentro l’Iran e quelli, non pochi, scritti da iraniani espatriati (come gli studenti all’estero).  Le liste disponibili elencano spesso blogger che non postano dal 2004, dal 2007 o dall’anno scorso. I post che sono stati tradotti dal persiano o dall’inglese in questi giorni anche sui quotidiani italiani sono tutti anonimi, e le fonti non vengono specificate.

Le forti proteste contro il regime nei centri urbani,  che hanno accompagnato domenica la ricorrenza sacra sciita dell’Ashura (che ricorda il martirio dell’imam Hussein nel massacro di Kerbala del settimo secolo per mano dell’armata del califfo Yazid, quella che sancì la scissione fra sciiti e sunniti – ricorrenza che quest’anno è stata preceduta dalla morte dell’Ayatollah Montazeri), sono però documentate da testimonianze comuni, con  foto e video impressionanti e qualche trascrizione delle telefonate in diretta alla BBC Persia. Negli scontri sarebbero morti almeno quindici dimostranti, e di almeno cinque di loro si conoscono le generalità, mentre  il numero degli arresti di domenica sembra superare il mezzo migliaio, confermando le voci circolate fra i gli stessi dimostranti domenica.

Azarmehr, che ha visitato per l’ultima volta il suo paese durante la “rivoluzione culturale” e dichiara di voler dedicare la sua vita alla secolarizzazione dell’Iran (o alla sua ri-secolarizzazione, se vogliamo), posta alcune testimonianze sugli scontri e la violenza della polizia.

Anche i video postati da Homylafayette (alcuni dei quali che arrivano dall’agenzia di stampa Associated Press) sono sconvolgenti. Nella puntata qui sotto vi ho tradotto alcune parti del diario della giornata di domenica man mano che venivano postate. Ecco invece la traduzione della trascrizione della telefonata di un uomo alla sede della BBC Persia, giunta dai luoghi degli scontri a Teheran:

“Era circa l’una e trenta del pomeriggio, Eravamo all’angolo fra la via Roudaki e la via Azadi. C’era una grande folla, e la guardia speciale ci attaccava da ogni lato. Non mostravano alcuna pietà. Vecchi, giovani, uomini, donne… Picchiavano chiunque senza trattenersi. Alcuni di noi sono rimasti indietro e le forze di sicurezza hanno puntato su di loro e hanno cominciato a picchiarli selvaggiamente. Fra questi dimostranti c’era un mio amico che non siamo riusciti ad aiutare. E’ stato picchiato fino a diventare irriconoscibile e non potevamo portarlo da nessuna parte. Avevamo paura di portarlo all’ospedale. Abbiamo chiamato le cliniche private ma si sono rifiutate di soccorrerlo. Abbiamo dovuto portarlo a casa nostra. Negli ospedali normali arrestano chiunque sia stato ferito durante le manifestazioni. (Gli si rompe la voce). Pensiamo che il nostro amico possa restare cieco. Ci sono forze di sicurezza dappertutto. Il rumore delle motociclette ha assunto per noi un nuovo significato. Sono entrati in casa della gente e hanno arrestato i dimostranti che si erano rifugiati lì. La gente si è radicalizzata, sia negli slogan che nel modo in cui adesso affronta le forze di sicurezza. Non credo che la gente si arrenderà. “

Una Donna Iraniana si chiede:  “Il collasso del comunismo è stato trasmesso in diretta dalla Russia.  Quando si muoveva Lech Walesa sapevamo tutto minuto per minuto.  Dove sono i reportage in televisivi in diretta dall’Iran?”

La Niac è l’associazione degli Iraniani- Americani, che riporta le fonti americane che riferiscono da Teheran.

Pochi giorni fa, il direttore del Programma di Prevenzione della Proliferazione Nucleare dell’Università del Texas, Alan J. Kuperman, ha scritto un articolo sul New York Times che ha fatto arrabbiare parecchi blogger fuori e dentro l’Iran, nel quale ha sostenuto che l’unico modo per fermare la proliferazione del nucleare iraniano sia quella di bombardare il paese. Tori Egherman e Kamran Ashtary, che bloggano dagli Stati Uniti, hanno spedito una lettera al direttore del giornale, ma siccome pensano che non verrà mai pubblicata, l’hanno anche postata sul blog.

“Caro direttore, Alan J Kuperman scrive che l’azione militare sia l’unica speranza per prevenire le ambizioni nucleari dell’Iran. Il suo commento secondo il quale Mahmoud Ahmadinejad avrebbe rinnegato la sua offerta di un accordo sul nucleare per via della pressione da parte dei suoi oppositori politici è un fraintendimento della complessa politica interna al regime. L’opposizione in Iran, così come molta della sua popolazione, non vuole che l’Occidente negozi con il governo di Ahmadinejad perché sono convinti che esso sia illegittimo e che un patto nucleare rafforzerebbe la sua posizione sia in patria che a livello internazionale. Il fatto che per anni il regime abbia mandato messaggi inconsistenti ai negoziatori sul nucleare è più sintomo di una profonda frattura nella sua struttura interna di potere che non il risultato delle critiche dell’opposizione. Noi siamo convinti che un colpo militare rafforzerebbe il suo regime, non lo indebolirebbe. Siamo anche convinti che esso abbia gettato esche all’Occidente per anni, sapendo perfettamente di aver perso il sostegno della propria popolazione.  Il governo sta cercando una ripetizione dell’invazione irachena dell’Iran, che senza volerlo compattò la popolazione dietro il regime rivoluzionario. Se dovesse subentrare la potere un governo iraniano democratico, le prime cose che probabilmente farebbe sarebbero di 1) cercare la legittimazione della comunità internazionale, e 2) cercare modi per migliorare la sua economia in difficoltà. Un accordo sul nucleare offre entrambe le cose. Il programma nucleare è un enorme prosciugamento di risorse e la mancata osservanza delle risoluzioni dell’Onu sta impedendo all’Iran di rapportarsi col mondo. Stare calmi e permettere al popolo iraniano di esprimere le proprie opinioni è il miglior deterrente a un Iran armato di bomba nucleare. Bombardare l’Iran adesso, quando il suo popolo scende così numeroso  per le strade per esprimere la sua sfiducia nell’attuale regime, sarebbe un regalo ad Ahmadinejad e alla sua genìa. “

Le musiche di oggi erano “Sort of revolution” di Fink e “The rider song” di Nick Cave e Warren Ellis

Ecco la puntata di oggi:

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post sotto l’albero

mercoledì, dicembre 23rd, 2009

tree-12

Ogni anno squonk chiede ad amici e colleghi blogger di scrivere un post natalizio. Gli arrivano lunghissimi racconti di fiction, giochi, battute, ricordi personali, malinconie, provocazioni. Lui li raccoglie tutti in un libro non-profit, i Post Sotto L’Albero. Sotto forma di PDF, lo trovate qui, in fondo al post. Alaska di oggi è dedicata a una piccola rassegna di questi post, per farvi gli auguri.

Le musiche di oggi erano “Personal Jesus” (Depeche Mode) di Johnny Cash, “(Put the fun back in) the funeral” di Erin McKeown e “Silent Night” nella versione di Steve Nicks

Buon Natale a tutti, un grande abbraccio, state al caldo!

Ci risentiamo in diretta martedì 29, mercoledì 30 e giovedì 31 dicembre.

E in differita anche martedì 5 gennaio, giovedì 7 e venerdì 8.

Ecco la puntata di oggi:

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strettamente sorvegliati

martedì, dicembre 22nd, 2009

man and dog

Lo so che è difficile, lo so che siete arrabbiati perché non funziona niente, ma cercate di vedere la magia di questa neve. E’ una di quelle cose che durano pochissimo.

Sui blog fioccano, è il caso di dirlo, resoconti della logistica impazzita di queste ore. Ecco cosa racconta 02blog.

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Con l’applicazione delle norme anti-terrorismo che si è intensificata in queste settimane, in Inghilterra nemmeno il grande Martin Parr potrebbe riuscire a scattare più una delle sue fotografie, e lo sa bene la studentessa italiana Simona Bonomo, che per una foto ha trascorso cinque ore in cella a Londra. Antipatica perquisizione anche per il nostro Fabio Barbieri, proprio mentre, ironicamente, si recava a vedere una mostra di Barbara Kruger, osservatrice dei meccanismi che ci controllano. Fabio lo racconta in uno dei suoi ultimi post, e noi lo sentiamo in diretta.

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Come dice lo scrittore Mark Sarvas, una piccola luce che emenda le scandalose chiusure causate dalla recessione alle edizioni Condé Nast, fra cui come sapete, perché ne abbiamo parlato tanto qui ad Alaska, la chiusura della storica rivista gastronomica Gourmet. Ecco cosa racconta il New York Times:

“I 3500 libri di cucina della biblioteca di ricerca di Gourmet stanno entrando a far parte della collezione a tema culinario della Biblioteca Fales dell’Università di New York, una delle più vaste raccolte di opere culinarie degli Stati Uniti. La Condé Nast ha chiuso Gourmet a ottobre dopo 75 anni di pubblicazioni. Marvin J.Taylor, direttore della biblioteca Fales, ha detto che Ruth Reichl, la direttrice di Gourmet, ha pensato che sarebbe stata una buona dimora per quei libri, “perciò mi sono subito precipitato quando ho saputo che la rivista stava chiudendo”. Ha detto che l’autrice di libri di cucina Rozanne Gold ha donato 14 mila dollari alla New York University perché potesse acquisire i libri dalla Condé Nast. Essi verranno portati alla biblioteca alla fine di questa settimana, raccolti in circa 500 scatole. Mentre la raccolta di New  risale fino all’inizio del Novecento, la data di pubblicazione della maggior parte dei libri risale a dopo che la Condé Nast acquisì la rivista nel 1983. “Rappresentano veramente quello che i redattori consideravano il meglio del meglio”, dice Taylor. “E’ affascinante perché scorrendo questa selezione si vedono le varie tendenze di cui si è occupato Gourmet nel corso degli anni, ci saranno sei o sette ripiani di libri sulla cucina Cajun. Stesso dicasi per i libri sulla cucina mediterranea, e c’è un’ampia selezione di libri sulla cucina asiatica.” In totale, la collezione di libri di cucina della biblioteca Fales arriveràò così a 20 mila volumi, di cui 1500 di prima del Novecento.”

Le musiche di oggi erano “Wicked game” di Chris Isaak e “Don’t take all night” di Nina Simone

Ecco la puntata di oggi:

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Copenaghen e Astrakhan

venerdì, dicembre 18th, 2009

astrakhan volga

Arrivati oggi a Copenaghen i grandi leader mondiali, dopo gli estenuanti, e finora inutili, negoziati dei delegati di stanotte, si attendeva il discorso di Obama mentre si lavorava per mettere almeno una pezza all’esito della Conferenza sul Clima; i racconti in diretta dicono di delegazioni raggruppate a capannelli, in cui molti scuotono la testa, poco convinti dai punti più importanti della bozza di testo, quelli che riguardano i tagli alle emissioni e il sistema per verificarli. Nel frattempo, fuori dal Bella Center è in corso una manifestazione delle Ong accreditate, che si sono viste rifiutare l’ingresso ai lavori delle ultime ore. Qui trovate la foto del gesto di frustrazione degli attivisti per la stagnazione dei lavori. Obama rimanda il discorso previsto al Bella Center, dove intervengono invece Wen Jabao e Lula, e improvvisa un incontro con 20 paesi in un albergo vicino, prima di rivolgersi poi brevemente ai delegati intorno alle 12.30 italiane. Il suo discorso sembra confermare il fallimento dei negoziati. Fra i molti diari da Copenaghen, ecco cosa dice Selvas Blog delle incertezze di questi ultimi due giorni.

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Ginevra, già blogger di viaggio per Tre Uomini in Barca e Radio Popolare, sta tenendo un blog dalla città russa dove studia attualmente, Inbassoadestra. Ci colleghiamo in diretta con lei ad Astrakhan per farci raccontare la vita quotidiana di lassù.

PS Chi può, prende l’aereo per andare a Copenaghen a dire che così non va. Fra questi, anche Thom Yorke dei Radiohead.

Le musiche di oggi erano “You, sailor” di Erin McKeown e “Mrs Cold” dei Kings of Convenience

Ecco la puntata di oggi:

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la guerra della bici

giovedì, dicembre 17th, 2009

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(cyclechicfromcopenaghen)

Mikael (che ha scattato questa foto), Velomama, Susanne e Lars tengono un blog di celebrazione della bicicletta dalla loro città, che è, guarda un po’, Copenaghen. E’ considerato dalla stampa internazionale uno dei 100 blog più belli del mondo, ha migliaia di lettori in decine di paesi, e nel suo blogroll segnala anche tutti i blog che lo imitano. La ricetta è semplice, brevi post e soprattutto fotografie della vita quotidiana a due ruote nella città. Fra i post dei giorni scorsi trovate anche diverse foto delle manifestazioni in coincidenza con la Conferenza sul Clima, quando 100 mila persone hanno invaso le strade di Copenaghen. Per i blog di Cyclechic, è stata la manifestazione più grande che si sia vista da molti anni nella loro città. Ecco invece cosa postano oggi:

“Let it snow, let it snow, let it snow. Ha cominciato a nevicare un paio di giorni fa e così ho scattato qualche foto tornando a casa. C’è una luce strana perché sullo sfondo c’era una manifestazione e le luci blu delle camionette della polizia e gli strani rossi e verdi dei semafori formavano un arcobaleno surreale nelle strade. Ma le sciarpe verdi si vedono bene lo stesso. Con la conferenza sul clima in corso in città sono stato costantemente intervistato, e tutti chiedono come diavolo faccia la gente qui a continuare a pedalare anche d’inverno. La temperatura è stata intorno allo zero per tutta la settimana, e con questo vento ci stiamo spostando verso -10°. Semplicemente continuiamo ad andare in bici. Abbiamo l’armadio pieno di vestiti invernali che possiamo usare per camminare o andare in bici, e andiamo avanti. La gente pedala da quando è stata inventata la bici, perché la stagione dovrebbe fare qualche differenza? Portatevi anche un amico, si sta sempre più caldi.”

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La storia era già esplosa l’anno scorso, ma la disputa sulle nuove piste ciclabili a Brooklyn si è riaccesa: è una sorta di scontro fra due tipi di fondamentalismo,; potrà suonare superflua a chi come noi le piste ciclabili se le sogna, e va letta tenendo a mente che si parla di una città dove le regole della vita civica sono generalmente tenute care e rispettate, a dispetto delle vaste differenze culturali, linguistiche e religiose delle comunità che la abitano. Tunku Varadarajan la chiama “la deliziosa battaglia fra gli ebrei hassidici del quartiere e i suoi giovani bohemien”,  e soppesa le ragioni dei “poseur  in bicicletta” e quelle dei “vestitissimi hassidici”. “Il casus belli è la pista ciclabile sulla quale i figli dei fiori sfrecciano lungo Bedford Avenue, una lunga strada nel distretto di Williamsburg che sta alla vita hassidica locale come Wall Street sta (o stava una volta) ai banchieri. Le autorità municipali, raccogliendo le lamentele degli Hassidici, hanno recentemente rimosso la pista ciclabile — sabbiando la vernice che segnava la corsia per i ciclisti lungo la strada. Secondo il racconto del New York Post, gli hassidici sostenevano che la pista costituisse un rischio “per la sicurezza e per la religione” e la città, dopo aver esaminato la questione, ha accettato la richiesta che la pista ciclabile venisse rimossa. Ma la reazione alla perdita della pista da parte dei ciclisti-hippie-vigilantes è stata di farsi giustizia da sé: hanno ridipinto la riga  durante la notte, un gesto che ha portato all’arresto di due giovani.  E’ notevole che due principi vasti e illustri – Salviamno l’Ambiente e Salviamo il nostro Puro Diritto di Culto – possano riflettersi in una questione pedestre (ops) come la regolazione del traffico.  Si tratta forse di una parabola sulla regola della legge e – almeno per come la vedono gli hassidici – sul bisogno della vecchia e radicata comunità di Brooklyn di difendersi dai colonizzatori e dagli intrusi? Cominciamo dalla lamentela degli hassidici, il cui aspetto di “sicurezza” dovrebbe essere evidente: se da una parte è un obiettivo sano quello di ridurre l’utilizzo delle auto in città, la creazione di piste ciclabili dappertutto è diventata assurda e indiscriminata. L’aggiunta di una pista ciclabile non allarga magicamente le strade già troppo strette di Brooklyn o di Manhattan. E poi bisogna metterci anche i ciclisti, molti dei quali sono dei crociati ecologisti che nutrono un ingovernabile disprezzo per la plebaglia che non pedala. Chi a New York, che sia pedone o scenda da un’auto, da un taxi o da un autobus, non è mai stato messo in pericolo da un ciclista? E chi facendo jogging non si è mai sentito suonare aggressivamente da un ciclista che sottoscrive il credo che ogni essere deve fargli largo solo perché ha un campanello? Quale genitore a Central Park, con bambino al seguito, non è stato mandato fuori di testa dai ciclisti che gli sfrecciavano accanto? Quale pedone, attraversando il ponte di Brooklyn, non è stato insultato o sfiorato dai ciclisti convinti che non un grammo di vita che non sia in sella dovrebbe passare sulla loro sacrosanta pista ciclabile? E chi se non i ciclisti non crede che la bellicosità dei ciclisti stessi – e la loro fanatica ricerca di spazio vitale – gli sia fuggita di mano? E quindi chi biasimare gli hassidici che cercano di proteggere la vita e le membra Ortodosse dai fondamentalisti delle due ruote?

Però, che dire del “rischio religioso” di cui parlano gli hassidici? facendo luce su questo aspetto della storia, il New York magazine riferisce che i vestitissimi Hassidici siano stati particolarmente turbati dalle “belle ragazze” che attraversano il loro quartiere in bici, spesso in “pantaloncini e gonnelline”. Un anziano del quartiere ha espresso l’angoscia della comunità: “Devo ammettere che si tratta di una questione grossa, quella delle donne che passano di qui abbigliate in quel modo”. (L’anziano ha qualche ragione: in una recente interista lo scrittore Paul Auster, il John Updike di Brooklyn, ha testimoniato del fascino delle donne in bicicletta “devo dire che trovo molto erotiche le ragazze in bicicletta. Perfino a New York pedalano un sacco di belle ragazze. E’ una delle belle cose che si possono vedere nella nostra città”). Come reagire a tutto questo? Sulla questione delle giovani in sella, mi sento più vicino a Auster che agli hassidici, i cui standard castigati possono essere un tantino eccessivi. E poi, possiamo forse lascia r decidere a una particolare comunità il codice di abbigliamento in uno spazio che – a prescindere dalla preponderanza hassidica – fa ancora parte dello spazio pubblico di New York? lasceremmo che un quartiere musulmano richiedesse alle donne di passaggio di coprirsi il capo? Può l’offesa del pudore controllare come ci si comporta negli spazi pubblici? Detto questo, i ciclisti sono intenti in una forma di bigottismo tutto loro. Indossano capi che sono quasi divise religiose (come le giacche fluorescenti), seguono austeri codici di disciplina (tanto moto e pochi grassi), pensano di conoscere l’unico modo di vivere (andare in bici) e richiedono un trattamento speciale alla loro Chiesa della Lycra (le piste ciclabili).Inoltre, si lasciano dietro uno spaventoso odore di sudore. (ma lo stesso si può dire, a volte, in un afoso giorno d’estate, di chi si veste come se fosse inverno a Vilnius. In senso più ampio, è davvero così sorprendente che il rispetto per una comunità religiosa sia una sfida per i giovani che sono stati cresciuti fuori da qualunque tradizione religiosa?

Pongo la questione al mio amico Lionel Tiger, professore di antropologia all’università del New Jersey. La sua saggia risposta è che si tratta di un caso di duello fra due tipi diversi di moralismo. I ciclisti, dice, sostengono di essere “al di là di qualunque critica morale anche quando vanno nel senso sbagliato sulle loro piste riservate, mentre i devoti di Williamsburg fanno tornare alla mente quella barzelletta sulla donna che chiama i detective dell’albergo perché ha visto un uomo nudo che balla nella stanza dalla parte opposta del cortile. ma quando i poliziotti non vedono niente lei dice “sì, ma se salite sul tavolo…”. Ma in questa storia c’è anche un lato buono. L’ultima volta che abbiamo sentito parlare di un assedio agli ebrei hassidici di Brooklyn è stato nel 1991, durante le rivolte di Crown Heights, quando bande di ragazzi neri diedero origine a una rivolta nella quale restò ucciso un hassidico. Oggi il problema più grosso che hanno gli hassidici è un branco di ragazzi viziati in posa da alternativi in bicicletta, non esattamente i cosacchi. Questa storia è più che altro il riflesso di una città che stata radicalmente ristrutturata e migliorata; come vi direbbe perfino un hassidico, quanto è vero Iddio.”

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Minimarketing ci racconta cosa ha imparato nei quattro giorni che ha passato in montagna lontano da connessioni e social network. Se non altro, ha fatto ordine fra l’essenziale e ciò che non lo è.

Le musiche di oggi erano “Let it snow” nella versione di Michael Bublé e “Bycicle Ride” dei Queen

Ecco la puntata di oggi:

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ghiaccio

mercoledì, dicembre 16th, 2009

arctic

Radio CKIQ trasmette soprattutto notiziari e musica leggera da Iqaluit, sul limitare della Tundra canadese, dove oggi ci sono -16 gradi, temperatura percepita -28 per via del vento. Gli Inuit – 160 mila persone che abitano fra Alaska, Canada, Russia e Groenlandia – come molte comunità indigene dell’America del Nord patiscono un distacco fortissimo fra il loro stile di vita e le spinte dell’industrializzazione, e hanno un tasso di alcolismo e di suicidi molto alto. Allo stesso tempo, negli ultimi anni hanno creato delle istituzioni che li rappresentano a livello transnazionale, e sono diventati più consapevoli e rivendicativi sulle questioni che riguardano l’equilibrio del loro ecosistema, fino al punto di fare causa agli Stati Uniti per i danni da CO2 inflitti all’ambiente artico. Gli scienziati che lavorano sul cambiamento climatico si stanno rivolgendo alla loro esperienza e alle conoscenze indigene: “L’Artico è nell’epicentro del cambiamento climatico. Le tradizioni Inuit e le loro pratiche di sussistenza sono già state aggredite“, afferma Il Consiglio Circumpolare Artico chiamando all’azione la conferenza di Copenaghen nella Cornice dei lavori Onu sul cambiamento climatico in corso in questi giorni. Non soltanto i leader politici mondiali non stanno facendo abbastanza per limitare il riscaldamento globale, ma perfino la parte migliore del grande mondo scientifico non riesce a predire con esattezza l’impatto del cambiamento climatico sull’Artico. Questa è una delle ragioni per cui i ricercatori si stanno rivolgendo agli stessi Inuit per leggere i segnali del riscaldamento globale. I ricercatori dell’ICC e i veterani dell’esplorazione polare come Will Steger, fra gli altri, hanno cominciato a intervistare i pescatori, cacciatori e contadini Inuit nel tentativo di incrociare la scienza istituzionale con una migliore comprensione della natura. Gli Inuit, che conoscono la meteorologia e i rilievi e vedono coi loro occhi le alterazioni portate dal riscaldamento globale, vengono anche inclusi negli esercizi di mappatura per stabilire precisamente gli effetti locali del cambiamento climatico. Il loro coinvolgimento è cruciale anche perché le alterazioni da clima incrementano le possibilità che venga modificato il loro stile di vita, una cosa impensabile fino a dieci anni fa. Kasper Brandt, un cacciatore Inuit della Groenlandia, ha detto ai ricercatori che un barometro usato da generazioni nella sua famiglia “non ha più fiducia nel tempo”. Gli Inuit non hanno più la stessa mobilità di una volta, a causa della modernizzazione del loro stile di vita, tanto che non so più abbastanza flessibili da adattarsi ai cambiamenti nei comportamenti del tempo meteorologico, ha spiegato Lene Holm, direttore per l’ambiente dell’ICC della Groenlandia a Copenaghen sabato scorso. Le temperature nell’estremo Nord stanno aumentando più in fretta che in qualunque altro luogo del mondo, provocando lo scioglimento dei ghiacci a un ritmo accelerato. D’altro canto, questo ha portato a un accorciamento della stagione della caccia, con un impatto negativo sui rifornimenti per la sussistenza. L’aria in primavera si è fatta più umida, rendendo più difficile tenere il passo con la pratica tradizionale del disseccamento del pesce. I cambiamenti nell’Artico non colpiranno solo gli Inuit. Segnali d’allarme arrivano anche dallo scioglimento del permafrost siberiano, che libera massicce quantità di gas serra nell’atmosfera, accelerando ulteriormente il riscaldamento globale di origine umana. E lo scioglimento della coltre di ghiacci in Groenlandia potrebbe far alzare i livelli dei mari di sette metri, ha spiegato sempre da Copenaghen il biologo marino Stephen Schneider dell’università di Stanford. Schneider, che è anche uno dei principali scienziati che studiano il cambiamento climatico, dice che la ricerca attuale è insufficiente per capire chiaramente la correlazione fra l’aumento globale delle temperature e l’innalzamento dei mari, e ha detto di dubitare che si possano impedire cambiamenti drastici. Usando una metafora, ha detto che raggiungere il punto di non ritorno di un innalzamento dei mari pari a sette metri sarebbe come trovarsi in cima a una collina dopo la quale l’autobus scenderebbe senza più controllo, come se a guidarlo non fosse “un autista professionista, ma una banda di adolescenti che bisticciano”.

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Gli Inuit sono presenti al vertice di Copenaghen con una delegazione di giovani. Qui trovate una rassegna stampa aggiornata su Inuit, ambiente e Copenaghen. Ma vediamo quali sono per loro le questioni più importanti del vertice, nel racconto di Stephen Messenger:

“A causa delle influenze del cambiamento climatico soprattutto nelle regioni settentrionali, i comportamenti di pesac degli Inuit devono cambiare, sostiene Violet Ford dell’ICC (Consiglio Circumpolare Inuit). Per alleviare l’impatto di questi cambiamenti, la Ford chiede assistenza alla comunità globale per acquistare cose come i frigoriferi industriali per la comunità per immagazzinare il cibo durante la stagione morta che si allunga sempre di più. Tradizionalmente, gli Inuit hanno sempre cacciato per il loro nutrimento animali artici come foche, caribou, balene e orsi polari. Mentre vengono stese le bozze dell’accordo sull’ambiente e vengono decise le destinazioni dei fondi per aiutare a combattere i cambiamenti climatici, Violet Ford dice che gli Inuiti sono fra i primi ad averne diritto. mentre essi chiedono aiuto per mantenere lo stile di vita tradizionale che rende la loro cultura così ricca e importante, non tutti i loro interessi sono in linea con quella tradizione. Solo giovedì scorso, Jimmy Stotts dell’ ICC ha parlato a favore delle proprietà Inuit in petrolio, gas e miniere di uranio – chiedendo che questi progetti vengano esentati dalle risoluzioni che verranno adottate da Copenaghen,  sostenendo che “non sembra giusto che gli Inuit, che sono riusciti a portarsi a questo punto di sviluppo per migliorare le loro comunità, non abbiano accesso al denaro che si ricava da queste industrie”. Questi interessi apparentemente confliggenti hanno creato agli Inuit una sorta di dilemma morale: da una parte, richiedono aiuti globali per combattere i cambiamenti climatici che minacciano il loro stile di vita tradizionale, ma dall’altra hanno anche bisogno dei guadagni tratti da industrie che emettono gas serra per mantenere la loro indipendenza culturale. Sheila Watt-Cloutier, ex presidente dell’ICC, non accetta la riflessione finanziaria come base perché gli Inuit contribuiscano senza controllo ai livelli globali di CO2: “mentre chiediamo al mondo di cambiare le sue degradanti pratiche ecologiche, non dobbiamo accettare queste pratiche a casa, a prescindere da quanto sia disperato il nostro bisogno di lavoro o di sviluppo economico. Il guadagno economico non deve prendere il sopravvento sull’esistenza e il benessere di un intero popolo il cui modo di vivere è già severamente compromesso dal cambiament0 climatico.” Il dilemma che si presenta agli Inuit non ha risposte facili. Con tutti gli avvisi e le oscure predizioni sull’effetto del cambiamento climatico sul futuro delle società e delle culture, anche implementare misure per combatterlo può avere degli effetti catastrofici nel presente.”

Ancora qualcosa sulle divisioni di opinione fra gli Inuit, dalla tv canadese.

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I blog sono spesso per loro stessa natura diaristici e soggettivi; lo diventano anche di più in una comunità perduta fra i ghiacci, dove un blog può raccontare la vita di una poliziotta che si muove per centinaia di miglia con un gatto delle nevi, gli hobby della stagione fredda, le gare in slitta o o le festicciole di compleanno dei bambini piccoli di un paese minuscolo.Il Nunavut, terra artica e parlamento Inuit, ha anche i suoi bravi premi annuali per i migliori blog, che stanno per essere assegnati alla fine dell’anno. Ce lo ricorda il bel blog di Clare Kines da Arctic Bay, che pur preoccupato dei cambiamenti climatici, se la ride delle ingenuità dei media internazionali che parlano di orsi polari costretti al cannibalismo, e racconta un po’ le loro abitudini. Inoltre, propone alcune foto di come si presenta il cielo in questi giorni cortissimi. Tenere un blog a quelle latitudini assume un significato diverso… in una terra sterminata in cui le comunità sono unite dalle stesse tradizioni ma spesso separate da migliaia di miglia di ghiaccio.  In generale, i blog Inuit ci mostrano un mondo in cui in due settimane di pesca decine di pescatori riescono a uccidere un’unica balena e a dividersene tutte le parti riportandola a riva. Il loro modo di cacciare e pescare, antichissimo e a misura d’uomo, non ha parentele con la crudeltà, la scala e dagli sprechi del nostro sistema di vita, e molti blog riportano l’indignazione degli abitanti quando sentono il sistema tradizionale Inuit accusato di contribuire all’estinzione delle foche o degli orsi polari. Il 2010 sarà un intero anno dedicato alle iniziative per fare chiarezza su alcuni pregiudizi che riguardano la vita Inuit, ecco il sito.

le musiche di oggi erano “Six weeks” di Fink e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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ruggiti e ringhi

martedì, dicembre 15th, 2009

Lion Charge Etosha NAtional Park Africa Namibia

Davanti allo scambio di opinioni più varie e al fiorire di post e commenti sui blog a proposito dell’aggressione subita da Silvio Berlusconi domenica a Milano, il ministro dell’Interno Maroni avrebbe già pronta la ricetta: oscurare i siti che “inneggiano alla violenza” (in questo link trovate le principali dichiarazioni in merito raccolte ieri dalle agenzie di stampa). Potrebbe trattarsi soltanto di spauracchi, ma intanto oggi Maroni conferma che se ne discuterà dopodomani in Consiglio dei Ministri, insieme a misure “anti-contestazione” che riguardano le manifestazioni, per consentire al governo di operare “in tranquillità”.

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Copenaghen, fra l’ottavo e il nono giorno dei lavori del summit: in attesa dell’arrivo dei capi di stato nella capitale danese il 18, gli stimoli più interessanti continuano ad arrivare dalle comunità che con l’ambiente intrattengono ancora un rapporto fondamentale: gli ambientalisti del Bangladesh sono determinati ad agire anche a dispetto delle opinioni dei loro leader politici; uno dei capi di stato più attesi è il presidente delle piccole Maldive, l’ex prigioniero politico Mohamed Nasheed; e gli scienziati che studiano i cambiamenti climatici lavorano di concerto con gli Inuit per capire meglio cosa stia accadendo intorno all’Artico – 160 mila persone che abitano fra Groenlandia, Russia, Canada e Stati Uniti e che gli effetti del cambiamento climatico li osservano nella loro esperienza di tutti i giorni. Servaas van den Bosch, che vive e lavora in Namibia, scrive di come i giornalisti dei paesi africani stanno vivendo i lavori di Copenaghen.

“I giornalisti prosperano sulle speculazioni, e questo è particolarmente vero per quei reporter provenienti dal sud dell’Africa che raccontano i negoziati di Copenaghen sul cambiamento climatico. Il cambiamento climatico colpirà gravemente questa regione, che non ha molte possibilità di adattamento. Eppure, a parte il Sudafrica, le loro emissioni di Co2 sono trascurabili. Dopotutto, per avere delle emissioni che assomiglino a qualcosa su cui si possa contrattare, bisogna prima di tutto essere sviluppati. Purtroppo questo significa anche che i paesi africani hanno pochissima possibilità di fare leva nei negoziati, e mentre il concetto di “responsabilità storica” dell’Occidente diventa sempre più fluido, la carta migliore dell’Africa è di restare unita. Però, per via dei bisogni molto diversi dei vari paesi africani, presentare una posizione unitaria è difficile. Così, come avvoltoi, noi giornalisti osserviamo il gregge africano per vedere chi si tira fuori per primo. Corriamo da una delegazione all’altra seguendo le voci di una frattura o di una fuoriuscita. Storie di mani alzate al cielo e piedi pestati con rabbia. La stampa africana ci mette un paio di giorni a capire che non sono i delegati a opporci un muro di gomma, è proprio che, come noi, la maggior parte delle delegazioni africane non ha idea di quanto siano profonde le divisioni nel gruppo. Nel frattempo io ho pochi dubbi che a casa in Namibia, le notizie sul cambiamento climatico stiano a metà fra l’ultima sconfitta della nazionale di calcio, i Brave Warriors, e la pubblicità della birra Windhoek. A differenza di molti giornalisti che si trovano qui, alcuni reporter africani non sono liberi di raccontare il summit. Per via del costo economico di restare per due settimane alla conferenza di Copenaghen, molti giornalisti sono aggregati a un entourage presidenziale. Uno di loro mi ha detto “quando il leader va, lo si segue”. E quando parla, lo si trasmette. La questione dei costi crea anche altre restrizioni: spesso noi non facciamo telefonate non previste dal budget per seguire una storia; facciamo invece chilometri e chilometri dentro i locali della conferenza in cerca della persona o dell’informazione che stiamo cercando. Al tavolo della colazione, diversi colleghi africani confessano di essersi ritratti dalle manifestazioni di protesta fuori dal Bella Centre. Avendo raccontato gli attacchi xenofobi di Johannesburg o le rivolte di Kampala, hanno visto giornalisti picchiati o colpiti da armi da fuoco. Nemmeno gli amichevoli poliziotti di Copenaghen possono rimuovere la paura che si è instillata in loro. Inoltre, fuori fa un freddo cane. Un’altra differenza che vedo fra noi e i nostri colleghi occidentali: quando a un giornalista viene cortesemente richiesto di cancellare una fotografia scattata in una delle aree vietate, i reporter africani lo considerano sinceramente fortunato. Un amico mi dice: “a casa da noi per una mossa come quella ci si caccerebbe seriamente nei guai”. L’avanguardia della squadra della tv di stato dello Zimbabwe è stata spinta alla disperazione dalla quantità di volte in cui si è sentita chiedere quando arriverà il loro “capo”. Stiamo tutti aspettando con ansia l’arrivo di Mugabe, forse tanto quanto lui si sta godendo la rara opportunità di mettere piede su un palcoscenico internazionale. Molti di noi pensano che “Bob” dovrebbe andare in pensione e che il suo regime sia criminale. Ma il suo instancabile rintuzzare l’arroganza del nord, che a sua volta pervade questi colloqui, è largamente condivisa fra i giornalisti, e molto citata. C’è molto da migliorare nella rappresentanza africana a questi negoziati. le delegazioni dei paesi sono piccole e quindi devono sempre scegliere dove far sentire la propria voce. Ed è una vergogna andare a un seminario in cui si discute della deforestazione del Congo e vedere soltanto scienziati bianchi occidentali. Eppure, speriamo tutti che verrà concluso un accordo giusto – giusto per l’Africa, intendo. Come giornalisti, da qualunque paese veniamo, preferiremmo che venisse concluso all’ultimo momento, con la quantità appropriata di tensione per ricavarne dei bei titoli. Ma nessuno vuole che i negoziati falliscano. E se non possiamo fermare il cambiamento climatico qui o l’anno prossimo in Messico, allora sistemeremo le cose nel 2011 a Johannesburg, sul nostro terreno”.

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Con oggi facciamo un bilancio delle vostre divertenti votazioni per il film più pauroso che avete mai visto; avete votato una quantità di film e raccontato le più belle storie possibili di quello che ricordate del momento in cui li avete visti. A dimostrazione della soggettività della paura, molti film sono stati citati soltanto una volta. Piuttosto votati invece La Cosa di Carpenter, La notte dei morti viventi di Romero, Suspiria di Dario Argento, l’Esorcista di Friedkin e Carrie – lo sguardo di Satana di Brian De Palma (che avrei preferito continuare a non ricordarmi e invece… brrr….); tallonano il vincitore due classici assoluti come  Profondo Rosso di Dario Argento e Shining di Stanley Kubrick e il recente The Ring di Gore Verbinski. Ma stravince per voi La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, che io non ho mai visto e a questo punto non so se oserò mai… Grazie a tutti quelli che sono stati al gioco e hanno raccontato le loro scene di terrore.

le musiche di oggi erano “Bachelorette” di Bjork & Brodski Quartet e “Click Song” di Miriam Makeba

Ecco la puntata di oggi:

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esorcismi

venerdì, dicembre 11th, 2009

Kertesz-Newspapers

(Andre Kertesz, 1944)

Dopo le notevoli discussioni sollevate dal discorso di accettazione del premio Nobel per la Pace ieri a Oslo di Barack Obama, che attengono in parte al merito del Nobel in sé, e in parte alla sua difesa dell’esistenza del concetto di “guerra giusta”, vorrei proporvi come spunto il post del commentatore politico inglese Michael Tomaski, che riflette sulla natura complessiva del suo discorso.

“L’intervento di 36 minuti di Barack Obama per il Nobel non passerà alla storia come uno dei suoi più grandi discorsi, ma mi ha colpito come il più suo più interessante da molto tempo, o forse da sempre. A seconda dei momenti storico, politico o teologico, Obama ha parlato di argomenti come la riconciliazione del desiderio di pace con la necessità a volte di ingaggiare una guerra, dell’importanza della non-violenza così come delle sue mancanze e dei suoi fallimenti, e altre Grandi Domande. L’ho trovato ammirevole nel non dare esattamente quello che volevano sentirsi dire né al suo pubblico europeo di sinistra né al suo pubblico americano. E’ stato un discorso molto complicato, particolarmente duro da seguire per alcuni. A me le sfumature piacciono, ma non si può dire che facciano impazzire le masse. “I miei successi sono deboli”, ha riconosciuto subito Obama, prima di offrire la seconda e più importante ammissione che tutti attendevano. Sì, ha detto, sono il capo di stato di una nazione che oggi è coinvolta in due guerre, una che si sta esaurendo (detto con ottimismo) e l’altra che non abbiamo scelto noi (una affermazione con cui molti di coloro che lo ascoltavano potevano non essere d’accordo). Avrebbe potuto continuare con una serie di banalità per autogiustificarsi dell’escalation programmata per l’Afghanistan. Non che George Bush avrebbe mai potuto ricevere il Nobel, ma lui avrebbe fatto proprio così, come gli abbiamo spesso sentito fare nell’arco di otto anni – giustificazioni di parte, sofistiche e intellettualmente deboli, smodatamente sulla difensiva verso le malvagie elite liberali (una retorica di cui i conservatori non si stancano mai). Naturalmente qui l’autogiustificazione era, in parte, la motivazione di Obama. Ma il suo discorso è andato molto più in profondità. Ha evitato, in gran parte, di fare balletti sulle questioni spinose o di andare in cerca di simpatie. “Io sono responsabile dei soldati”, ha detto in quella che è stata la frase forse più franca e urticante del suo discorso. “Alcuni di loro uccideranno. E alcuni di loro verranno uccisi”. E lungi dall’usare questa occasione per cercare di spostare l’opinione pubblica europea o internazionale a favore della guerra in Afghanistan, Obama ha parlato a lungo della necessità della guerra nella ricerca della pace. “Gli strumenti della guerra”, ha detto, “hanno un ruolo nel preservare la pace”. E’ da notare che, per quanto ho osservato io, il discorso è stato interrotto dagli applausi dei presenti soltanto una volta, quando Obama ha detto “l’America deve restare un portabandiera nel modo di condurre le guerre”. Si tratta naturalmente di una frase anti-tortura, e il pubblico ne avrebbe voluto di più. Ma allo stesso tempo, non è stato nemmeno un discorso pensato per alzare i sondaggi a favore di Obama in America. Egli può aver citato Richard Nixon e Ronald Reagan come costruttori di pace, ma nel discorso anche la destra avrà trovato parecchio da attaccare per la destra. E un attacco diretto a Bush era furbamente travestito da critica verso i jihadisti: “Quando si è veramente convinti di realizzare una volontà divina, allora non si sente il bisogno della misura”. Dunque, se il discorso non era inteso a compiacere un pubblico internazionale, e neanche per aiutare politicamente Obama a casa sua, a cosa serviva? Be’, qua c’è quello che mi piace di questo tizio. Forse il discorso era pensato per… essere sincero su come vede il mondo, e sincero col mondo e con i posteri sulle complessità che ci troviamo ad affrontare. Immaginatevi un po’. Ci sono tutta una serie di critiche da fare alle decisioni di Obama in materia di politica estera, e le sue mosse principali – riequilibrare il Medio Oriente, negoziare con l’Iran, e naturalmente raddoppiare le forze in Afghanistan – possono ancora fallire. Ma almeno abbiamo un leader che riflette, e che è intellettualmente onesto, e che non insulta la nostra intelligenza. Questo costituisce già un qualche tipo di vittoria.”

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Abbiamo tanto seguito la vicenda Murdoch contro Google, e la questione del futuro dei giornali se i contenuti continueranno ad essere disponibili gratis online attraverso i motori di ricerca. Nel frattempo la trattativa fra Murdoch e Microsoft per trovare un’alternativa conveniente si è fermata, e una delle testate di Murdoch più importanti al centro di questa controversia, il Wall Street Journal, ha ospitato nei giorni scorsi una contro-risposta del presidente di Google, Eric Schmidt. Non risponde a una delle questioni cruciali poste da Murdoch – quella della frammentazione che elimina il contesto culturale  e l’accostamento delle notizie fra di loro – ma ha il pregio di porre piuttosto chiaramente la visione di come potrebbero mettersi le cose in futuro.

“E’ l’anno 2015. Lo strumento compatto che ho in mano mi porta il mondo intero, una storia alla volta. Sfoglio i miei giornali e le mie riviste preferite, le immagini nitide come se fossero stampate, e non devo diventare matto ad aspettare che si carichino. Ancor meglio, questo strumento sa chi sono, cosa mi piace, e quello che ho già letto. Così mentre ricevo tutte le notizie e i commenti, vedo anche degli articoli commisurati ai miei gusti.  Passo da una storia sulla sanità del Wall Street Journal a un pezzo sull’Iraq dall’egiziano Al Gomhuria, tradotto automaticamente dall’arabo in inglese. Batto col dito sullo schermo, dicendo così al cervello dello strumento che si trova al di sotto che ha azzeccato il suggerimento. Alcuni di questi articoli fanno parte di un pacchetto abbonamenti mensile. Alcuni, quando l’anteprima gratuita mi cattura, costano pochi centesimi che vengono addebitati sul mio conto. Altri sono disponibili senza costi, che sono coperti dalla pubblicità. ma queste pubblicità non sono richiami statici a prodotti che non userei mai. Come le notizie che sto leggendo, sono studiati su misura per me. Gli inserzionisti sono disposti a spendere molto per questo tipo di specificazione del target. Questo scenario è lontano da dove ci troviamo oggi. La tecnologia attuale – in questo caso il prestigioso giornale che state leggendo – può essere relativamente vecchio, ma è un modello di semplicità e di velocità se paragonato all’esperienza delle notizie online di oggi. Posso voltare le pagine molto più rapidamente nell’edizione fisica del giornale di quanto possa fare sul web. E ogni volta che ritorno su un sito, vengo trattato come uno sconosciuto. Perciò, quando penso all’attuale crisi dell’industria della stampa, comincio da qui: una tecnologia tradizionale che lotta per adattarsi a un nuovo mondo distruttivo.  E’ una storia familiare: il declino della circolazione dei giornali è cominciato con l’arrivo della radio e della televisione. le prime vittime sono state le edizioni pomeridiane dei quotidiani. Poi l’avvento dei notiziari 24 ore su 24 ha trasformato i contenuti dei giornali del mattino in notizie vecchie. Ora Internet ha spezzettato il pacchetto delle notizie in articoli che si leggono uno per uno, raggiunti attarevrso un  blog o un motore di ricerca, e abbandonati se non c’è un buon motivo per continuare a leggere una volta finito l’articolo. E’ quello che fra addetti ai lavori siamo arrivati a chiamare l’”unità atomica di consumo”. Per quanto questo sia doloroso per i giornali e le riviste, la pressione sui loro ritorni pubblicitari da Internet sta causando un danno anche maggiore. una volta, la scelta che avevano di fronte gli inserzionisti che volevano fare pubblicità sui clienti di  San Francisco era fra una pagina sul Chronicle o una sull’ Examiner. Poi è arrivata Craigslist, che rende possibile vedere gratuitamente le inserzioni, seguita poi da eBay e dai siti specializzati. Adesso i motori di ricerca come Google collegano gli inserzionisti direttamente a quei clienti che cercano quello che loro vendono. Con guadagni oscillanti e risorse diminuite, i dirigenti frustrati dei giornali stanno cercando qualcuno a cui dare la colpa. Molta della loro rabbia è diretta a Google, che molti dirigenti pensano si prenda tutti i benefici di questo rapporto commerciale senza dare molto in cambio. I fatti, però suggeriscono altrimenti. Google è una grande fonte di promozione. Noi mandiamo online a chi pubblica notizie un miliardo di click al mese da Google News e più di tre miliardi di visite extra provenienti da tutti gli altri nostri servizi, come Web Search e iGoogle. Questo significa  100,000 opportunità al minuto di guadagnarsi dei lettori leali e di generare profitto – e gratis. In termini di copyright, un’altra delle pietre dello scandalo, noi mostriamo solo un titolo e un paio di righe dell’articolo a cui si riferisce. Se i lettori vogliono continuare a leggere devono cliccare entrando nel sito del giornale, e fanno eccezione soltanto gli articoli che ospitiamo attraverso un accordo di licenza con alcune agenzie di stampa. E se lo desiderano, gli editori possono togliere i loro contenuti dal nostro indice di ricerca, o da Google News. Anche sostenere che stiamo facendo grossi profitti sulle spalle dei giornali equivoca la realtà.  nel lavoro di ricerca, noi guadagnamo principalmente dalle pubblicità di prodotti. Qualcuno digita “fotocamera digitale” e gli escono delle pubblicità di fotocamere. Una ricerca di notizie tipica – per esmepio sull’Afghanistan – può dare origine ad alcune pubblicità. Il guadagno generato dalle inserzioni che compaiono accanto ai risultati delle ricerche è solo una minuscola porzione dei nostri guadagni dal motore di ricerca. E’ comprensibile che si cerchi qualcun altro a cui dare la colpa. ma , come ha detto Rupert Murdoch, è la compiacenza dei monopoli del passato, non la tecnologia, ad aver davvero minacciato l’industria dell’informazione. Riconosciamo, comunque, che una crisi della raccolta di notizie non è soltanto una crisi che riguarda l’industria dei giornali. Il flusso di informazioni accurate, di punti di vista diversificati e di analisi vere e proprie è cruciale al pieno funzionamento di una democrazia. Riconosciamo anche che che è stato difficile per i giornali guadagnare dai loro contenuti online. ma proprio come non c’è un’unica ragione per gli attuali problemi dell’industria, non esiste un’unica soluzione. Noi vogliamo lavorare con gli editori per aiutarli a costruire un pubblico più ampio, per coinvolgere di più i lettori, e per guadagnare di più. Raccogliere questa sfida significherà usare la tecnologia per sviluppare nuovi modi per raggiungere i lettori e trattenerli più a lungo, e anche nuovi modi per raccogliere denaro combinando accesso gratuito e accesso a pagamento. Credo anche che richiederà un cambiamento di tono nel dibattito, il riconoscimento che dobbiamo lavorare tutti insieme per realizzare la promessa del giornalismo nell’era digitale. Google vuol fare la sua parte e fa sul serio. Stiamo già testando, con più di trenta partner importanti dell’industria dell’informazione, un servizio che si chiama Google Fast Flip. la teoria – che nella pratica sembra funzionare – è che se rendiamo più facile leggere articoli, le persone ne leggeranno di più. I nostri partner editoriali riceveranno la maggior parte dei guadagni generati dalle pubblicità che accompagneranno gli articoli. Non c’è nemmeno una scelta obbligata, come invece sembrano sostenere alcuni giornali, fra l’accesso a pagamento per i contenuti online e l’accessibilità attraverso i motori di ricerca. Si possono avere entrambe le cose. Questo è un inizio ma insieme possiamo muoverci verso quel gadget di fantasia che ho descritto all’inizio. L’accelerazione nella sofisticazione e nella proprietà dei cellulari offre un enorme potenziale. Man mano che sempre più di questi cellulari si connettono a Internet, diventano e-readers, offrono articoli, contenuti finanziari e pubblicità. Questi telefoni sanno dove sei e possono offrire informazioni rilevanti dal punto di vista geografico. In futuro ci saranno più notizie, più commenti, più opportunità di discussione, non di meno. I giornali migliori hanno sempre offerto uno specchio alle comunità che li leggono. Adesso offrono ai loro lettori un luogo digitale dove riunirsi e parlare. E proprio come abbiamo visto diversi modelli di pagamento per la tv man mano che aumentava la scelta e venivano coinvolti nuovi fornitori di servizi, credo che assisteremo a un processo analogo con l’informazione. Potremo facilmente vedere un accesso gratuito per contenuti di massa finanziato dalla pubblicità accanto a un sistema di abbonamento e di pay-for-view per i contenuti che hanno un pubblico più di nicchia. Di certo non credo che Internet significhi la morte dell’informazione. Attraverso l’innovazione e la tecnologia, essa può perdurare con nuovi profitti e nuova vitalità. Il video non ha ucciso la stella della radio, ha creato un’intera nuova industria in più”.

Le musiche di oggi erano “I’ll take care of you” di Mark Lanegan e “Little lion man” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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