Archive for giugno, 2012

saura mustamerra (la rivoluzione che non è ancora finita)

venerdì, giugno 29th, 2012

(foto AP – il canto di Tahrir, “la rivoluzione è ancora in piazza”, potete vederlo qui)

Oggi ultima puntata per la stagione 2011/2012, e ci congediamo con un collegamento in diretta con la nostra corrispondente dal Cairo Laura Cappon, che con le sue interviste agli attivisti egiziani ci ha permesso di passare dal virtuale al reale. Con lei scattiamo un’ultima fotografia in diretta all’Egitto che si prepara al Ramadan con il suo primo presidente civile (che oggi parlerà a Tahrir) e una situazione istituzionale complicatissima. Intanto ringrazio tutti i protagonisti, gli studiosi, i citizen journalist, i blogger senza il cui lavoro Alaska non esisterebbe, e tutti voi che mi avete dato una mano a fare altre esperienze straordinarie anche quest’anno.

Buone vacanze a tutti, e continuate ad esplorare questo blog attraverso la ricerca per parola qui a destra. Ci sentiremo presto nel palinsesto estivo di Radio Popolare che comincia lunedì 2 luglio, e continueremo a sentirci su Twitter!

♫ La canzone di oggi era “Elephant head (I predict a graceful explosion)” di Cold Specks

Ecco la puntata di oggi:

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due voci sul copyright

giovedì, giugno 28th, 2012

(Erin McKeown in concerto)

Andando alla chiusura della stagione, ritroviamo intatta una questione molto dibattuta nel mondo della rete, che ancora non ha trovato uno sbocco o una buona mediazione – fra chi ritiene sacro il copyright (coi guadagni e le tutele che ne derivano, e l’influenza pesante che ha sulle proposte di legislazione della rete, v. Sopa) e chi lo vorrebbe libero. Cory Doctorow postava per il Guardian questa primavera col titolo “Il copyright non è morto solo perché non siamo disposti ad accettare che ci regoli”, mentre la straordinaria musicista indipendente Erin McKeown racconta la sua esperienza alla luce di un plagio.

♫ La canzone di oggi era “You, sailor” di Erin McKeown

Ecco la puntata di oggi:

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il nemico di Sua Maestà

mercoledì, giugno 27th, 2012

Nell’ambito delle celebrazioni per il giubileo di diamanti, la regina Elisabetta d’Inghilterra compie una visita in Irlanda del Nord. Fra le visite e gli incontri in quella che un tempo era la più insanguinata delle sue province, fra cui il sopralluogo simbolico sul luogo del massacro dell’Ira ad Enniskillen, Elisabetta incontrerà oggi a porte chiuse Martin McGuinness, che un tempo era uno dei più acerrimi nemici della corona d’Inghilterra e uno dei “most wanted” dai suoi servizi segreti. McGuinness, che oggi ha 62 anni e che dall’avvio del faticoso processo di pace ha sempre ricoperto incarichi istituzionali ed è stato anche vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, è stato l’uomo-chiave del partito repubblicano Sinn Fein nel passaggio dalla lotta armata dell’Ira alla partecipazione democratica e al progressivo autogoverno a partire dal 1996, anche se aveva svolto un ruolo di negoziatore fin dagli scioperi della fame degli anni Ottanta. Ma McGuinness è stato anche il vice-comandante dell’Esercito Repubblicano Irlandese, e vi militava a 21 anni quando a Derry gli inglesi compirono il massacro passato alla storia come Sunday Bloody Sunday. Anche per ragioni anagrafiche, McGuinness e la regina sono due testimoni storici della relazione burrascosa, e dei rancori ancora irrisolti, seguiti alla separazione forzata delle sei province dal resto dell’isola nel 1921, al controllo politico e militare degli inglesi sul Nord, alla ribellione cattolico-repubblicana, ai Troubles, alle torture in carcere e al confronto fra Ira e Londra a colpi di attentati, intelligence e anti-terrorismo. McGuinness è stato in carcere per due periodi negli anni Settanta, e benché lo abbia sempre negato, diversi giornalisti esperti di Ira lo hanno collocato nel consiglio militare a sette che rappresentava il vertice dell’organizzazione paramilitare.  Per queste ragioni, la stretta di mano che avverrà oggi fra lui e la regina è considerata storica. Dalla rete arriva qualche indiscrezione sul fatto che l’incontro fra i due non sia affatto ben visto dai nazionalisti repubblicani del Nord, anche se il Sinn Fein lo considera un passo importante per il futuro del paese. Vi propongo soprattutto il post di Simon Jenkins per il Guardian, perché illustra bene le difficoltà del processo di riconciliazione e l’incertezza demografica che renderà gli unionisti fedeli alla Corona inglese sempre più residuali. Molto interessanti anche i commenti dei lettori in fondo al suo post.

♫ La canzone di oggi era “I am stretched on your grave” di Sinéad O’Connor (in questa vecchia, fantastica versione live)

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before & after

martedì, giugno 26th, 2012

(Cairo, i ponti e la Corniche deserti durante l’attesa dei risultati delle presidenziali domenica scorsa)

Domenica su Twitter vi ho raccontato minuto per minuto le ore di attesa e paranoia per i risultati delle presidenziali egiziane, condizionate dai colpi di mano dell’esercito degli ultimi giorni, e l’esplosione dei festeggiamenti di massa in piazza Tahrir all’annuncio della vittoria di Morsi, storicamente il primo membro dei Fratelli Musulmani a parlare alla nazione dalla tv di stato e il primo civile da decenni a sedere sulla poltrona di presidente, anche se sotto forte controllo dell’esercito e probabilmente in trattative con i militari su formazione del nuovo governo, elezione del nuovo parlamento, costituzione e garanzie allo Scaf sui suoi futuri privilegi, soprattutto economici. Morsi potrebbe essere perfino un presidente a tempo, intanto però la commissione elettorale non ha che confermato i risultati dai seggi (con una correzione di solo lo 0,6%) comunicati per cautela dai FM già una settimana fa, e il colpo di mano per forzare la vittoria dell’ex ministro di Mubarak Shafiq è stato sventato. Con una semidemocrazia zoppa e poca fiducia nei confronti dei Fratelli Musulmani, nondimeno l’Egitto, forte dei milioni che votarono candidati pro-rivoluzione al primo turno, riesce a tenere la palla in campo e a proseguire la sua letale partita con l’esercito e con i residui del vecchio regime. Vi propongo due riflessioni precedenti ai risultati (Sarah el Sirgany sui negoziati dietro le quinte e Rania al Malki sulla costituzione per l’Egypt Monocle) e due a posteriori, il post collettivo per il NYT e quello di Counterfire, con l’efficacissima sintesi di John Rees).

♫ La canzone di oggi era “Alf Leila wa Leila” di Oum Khaltoum

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ologrammi

venerdì, giugno 22nd, 2012

Lo scorso fine settimana, mentre la rete era ingarbugliata nei colpi di scena egiziani, è giunta la notizia della morte del principe Nayef in Arabia Saudita. Ennesima perdita di una casa reale molto anziana e afflitta dalle continue richieste di riforme che arrivano da una società civile invece sempre più giovane, Nayef era anche l’alleato personale del re del Bahrain e, come racconta Sultan al Qassemi sul Guardian online, una figura chiave dell’antiterrorismo saudita. Intanto lo scrittore americano Dave Eggers, dopo la magnifica prova fornita con la narrazione biografica di Zeitoun sull’uragano Katrina, torna alla fiction con un personaggio che parte per l’Arabia Saudita per vendere ologrammi.

♫ La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles

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“there never was a West” (David Graeber a Radio Popolare)

giovedì, giugno 21st, 2012


(la cantante folk Tea Leigh a Zuccotti Park)

Ad Alaska, come sapete, parliamo moltissimo di teorie, modalità e cronache di Occupy Wall Street, e in genere dei temi su cui i movimenti organizzati dal basso nel mondo – da Tahrir alle acampadas spagnole – hanno imposto alla conversazione internazionale, critiche di sistema che spesso partono da un ragionamento sul concetto di debito. Qualche giorno fa Radio Popolare ha ospitato con grande piacere nei propri studi  l’antropologo David Graeber, molto legato a Occupy Wall Street e autore di diversi libri importanti su democrazia e debito. Molto attivo pubblicamente a partire dal 2000, Graeber venne allontanato dall’insegnamento a Yale e oggi insegna al Goldsmith College di Londra. Fra i suoi libri in traduzione italiana vi segnalo Debito. I primi 5000 anni, uscito da poco per il Saggiatore, oltre a La rivoluzione che viene. Come ripartire dopo la fine del capitalismo, uscito per Manni Editori, e il classico Critica della democrazia occidentale, appena ripubblicato da Elèuthera che ha in catalogo anche Frammenti di antropologia anarchica. Ira Rubini ha intervistato David Graeber in diretta e oggi vi ripropongo la loro conversazione.

♫ La canzone di oggi era “I don’t want to play in your yard” di Peggy Lee

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giochetti

mercoledì, giugno 20th, 2012

(Rugaya al Ghasara, prima donna del Bahrain a partecipare alle Olimpiadi, nei 100 metri del 2004 ad Atene)

Dopo una notte insonne – con Tahrir piena di Fratelli Musulmani, salafiti e attivisti del movimento 6 aprile, che più che festeggiare la vittoria di Morsi al ballottaggio (che non è affatto sicuro verrà ratificata con i risultati ufficiali domani) protestavano contro la dissoluzione del parlamento eletto e l’aggiunta costituzionale dell’esercito, e intanto la notizia della morte di Mubarak che ha fatto il giro del mondo per poi essere smentita – torniamo a cercare di capire cosa succede intorno al processo elettorale egiziano, gravemente compromesso. Il Carter Center, già presente con l’ex presidente Jimmy Carter e i suoi osservatori al primo turno, è stato fra i pochi monitor internazionali delle elezioni, presenti ufficiosamente. Dopo le morbide tirate d’orecchie del primo turno, il Carter Center ha pubblicato un report sul ballottaggio dai toni molto più preoccupati, ve lo propongo in italiano oggi e qui trovate l’originale.

Intanto, se vi ricordate la terribile vicenda delle centinaia di atleti professionisti del Bahrain perseguitati dal regime per aver partecipato alle proteste del 2011 – oltre alle puntate di Alaska che trovate in archivio, vi segnalo anche il brevissimo documentario di ESPN “60 Athletes in Bahrain” – è il caso di chiedersi se vedremo qualche ragazzo o ragazza del piccolo regno del Golfo alle Olimpiadi di Londra, quest’estate. La risposta è no. Qui Diana Sayed che posta per Human Rights First.

♫ La canzone di oggi era “Heavy hands” di Cold Specks

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scacco matto

martedì, giugno 19th, 2012

(foto di Andre Pain/EPA)

Dopo il colpo inferto dalla corte costituzionale (vedi puntata qui sotto) che ha di fatto sciolto il parlamento eletto sei mesi fa, gli egiziani zitti zitti sono andati a votare per il ballottaggio delle presidenziali; fra schede annullate (che potrebbero essere quasi il 15%) e affluenza bassissima nelle città che votarono in massa al primo turno, quello che si è trasformato di fatto in un referendum anti-Fratelli Musulmani o anti-ex regime (molti liberal e laici si sono tappati il naso e hanno votato per Morsi, altri – e molti copti per timore dello stato islamico – hanno fatto altrettanto votando Shafiq) ha portato apparentemente alla vittoria di Morsi. Ma le cifre non combaciano (la somma delle percentuali dichiarate da entrambi i quartier generali dà più del 100%, e la commissione elettorale annuncerà i risultati soltanto giovedì), e intanto pochi minuti dopo la chiusura dei seggi domenica sera l’esercito ha pubblicato sulla sua gazzetta ufficiale (svelata istantaneamente dai tweep e confermata solo il giorno dopo dallo Scaf in conferenza stampa) una “aggiunta costituzionale” che prepara la nuova, terribile roadmap: prima costituente (con vari poteri di veto a bloccarla), se non funziona nuova costituente (con ampi poteri all’esercito per comporla), poi stesura della nuova costituzione (con veti anche qui e non si sa quando), poi si fissa la data per le nuove parlamentari, poi viene eletto il nuovo parlamento. Intanto l’esercito resta con le sue leggi speciali e potere di arresto per i civili, il presidente può formare l’esecutivo (in teoria compreso ministro della difesa e degli interni), e giura davanti alla corte costituzionale, ma tutti i poteri legislativi restano nelle mani dell’esercito, che il 30 giugno avrebbe dovuto lasciare la guida del governo di transizione. Intanto Katatni, presidente della Camera disciolta a maggioranza islamica, rifiuta il verdetto della Corte Costituzionale e oggi i parlamentari provano a rientrare in parlamento, respinti dai militari. Intanto il verdetto di dissoluzione dei Fratelli Musulmani come ONG che poteva arrivare oggi è stato rimandato al 4 settembre. E si riflette, intensamente, su colpe, sospetti, divisioni, scelte, e prospettive per il futuro.  Vi propongo un giro di opinioni che rende l’idea.
Qui Hossam El Hamalawy.
Qui Sandmonkey.
Qui Marc Lynch.
Qui Shaira Abouellail.
Qui Ahdaf Soueif.
Qui Lauren Bohn.
Qui The Arabist.
Qui la BBC sul verdetto della Corte Costituzionale.
Qui Khalid Abdalla.
Qui Jeffrey Fleischman e Reem Abdellatif.
Qui Issandr el Amrani.
Qui Marwan Bishara.
Qui Bel Trew.

♫ La canzone di oggi era “Death to my hometown” di Bruce Springsteen

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colpo di mano

venerdì, giugno 15th, 2012

Colpo di scena ieri in Egitto, forse il più terribile per il suo futuro democratico da quando è iniziato il processo di transizione dopo i diciotto giorni di Tahrir. Poche ore dopo l’implementazione di nuovi poteri speciali di arresto per l’esercito (che aveva appena tolto lo stato di emergenza) e a tre giorni dal ballottaggio per le prime elezioni presidenziali, la corte costituzionale del Cairo ha deliberato che fosse incostituzionale la legge che proibisce a persone del vecchio regime di candidarsi alle elezioni (via libera dunque per domani e dopodomani all’ex ministro Shafiq che sfida Morsi per la carica di presidente) e anticostituzionale anche l’utilizzo delle candidature individuali come indipendenti di alcuni parlamentari eletti sei mesi fa. Le candidature individuali erano state effettivamente usate anche da candidati vicinissimi alle liste dei partiti, ma la norma era stata autorizzata dall’esercito proprio pochi giorni prima delle elezioni. La conseguenza dell’invalidazione di un terzo della Camera è che salta l’intero Parlamento, che resta incastrata fra questo evento e l’elezione del presidente la nuova costituente (che dovrebbe definire anche i poteri del presidente) e che il nuovo presidente 1) potrebbe essere un uomo del vecchio regime 2) giurerà senza parlamento davanti al Consiglio Supremo dell’Esercito, che nel frattempo si è inventato nuovi poteri per la gestione dell’ordine pubblico e riavrà in mano tutti i poteri legislativi. Ieri sera tardi la conferenza stampa del candidato dei Fratelli Musulmani, Morsi, dopo quella roboante di Shafiq che non ha neppure menzionato il terremoto istituzionale causato dalla decisione della corte, e dopo una riunione di emergenza dei vertici dell’esercito. Mentre Tahrir è ancora ko per lo scacco matto della vecchia corte costituzionale di Mubarak, vi propongo un po’ di materiali dalle teste migliori che stanno osservando la situazione. Qui il blog aggiornato del Guardian, qui quello di Al Jazeera, qui Matt Bradley per il Wall Street Journal che prima del verdetto spiegava il quadro e ne anticipava le complicazioni, qui i pareri legali raccolti a posteriori da Salma Shukrallah, qui il commento di Wael Ghonim, qui l’editoriale di stamattina del candidato alle presidenziali Mohamed Morsi per il Guardian, qui Marc Lynch per Foreign Policy, qui (imperdibile) John Wrees per Counterfire, qui la dichiarazione di Amnesty International di ieri sera sui poteri speciali dell’esercito,

♫ La canzone di oggi era “What’ll I do” di Lisa Hannigan

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American Justice

giovedì, giugno 14th, 2012

(una delle immagini della campagna a sostegno di Bradley Manning: “Fare la spia sui crimini di guerra non è un crimine”)

A fine maggio ricorrevano due anni dall’inizio della carcerazione del giovane militare Bradley Manning, accusato di esser l’informatore che fornito i milioni di documenti segreti svelati pubblicamente con il nome di Wikileaks. Dopo due anni in carcere, Manning è ancora in attesa di giudizio e sarà sottoposto a processo per corte marziale il prossimo agosto. Greg Mitchell per The Nation riassume la storia del rapporto con il suo accusatore, l’hacker Adrian Lamo, mentre il blogger/giornalista Kevin Gosztola, insieme al quale Mitchell ha scritto “Truth and consequences, the US against Bradley Manning”,  un libro sul caso Manning, racconta della battaglia fra accusa e difesa sulla segretezza delle udienze Manning.

♫ La canzone di oggi era “Here comes the rain again” degli Eurythmics nella versione di Macy Gray

Ecco la puntata di oggi:

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