adesso pulisci

Allo stato attuale, un mese esatto dopo lo sprofondamento della Deepwater Horizon:

1) la BP non sta ancora riuscendo a contenere il flusso continuo di petrolio dal fondo dell’oceano nel Golfo del Messico, ma sta riuscendo benissimo a bloccare studi e aiuti alternativi a quelli delle sue squadre.

2) Obama è furioso con la BP per aver aggirato la normativa già troppo lasca, ma gli scienziati sono furiosi con la sua amministrazione che ha autorizzato la piattaforma nei primissimi giorni del mandato.

3) l’agenzia governativa Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) sta cercando di coordinare gli studi alternativi e la raccolta dei dati sull’espansione della macchia nell’oceano profondo, ma i veterani della lotta contro il riversamento della Exxon Valdes dicono che sta facendo un pessimo lavoro, e decisamente troppo tardi.

4) la macchia di petrolio ha raggiunto la bocca del Mississippi, che è già uno dei fiumi più inquinati del mondo. La Florida teme che arrivi anche lì, e non è la sola. Cuba – che è appena stata dichiarata uno dei territori nazionali più puliti al mondo – vorrebbe prendere misure preventive nel caso la macchia si avvicinasse anche alla sua barriera corallina. Si offre di collaborare scientificamente con gli Usa ma la rigida burocrazia in cui sono avvolti i rapporti fra i due stati rischia di vanificare la collaborazione.

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Un ascoltatore mi ha spedito una mappa stupenda di Infographic che illustra la situazione nel Golfo del Messico e i costi vertiginosi che comporterà il disastro ambientale. E’ un jpg da vedere alle massime dimensioni, lo trovate qui. Presenta anche le concentrazioni di fauna protetta e non, i pozzi di sfogo scavati dalla BP, le specie in pericolo, la struttura della famosa “cupola”, il tasso di disoccupazione negli stati interessati, le aziende coinvolte, la suddivisione delle spese, i sondaggi di opinione. Ci ricorda anche che nel Golfo del Messico ci sono altri 3.858 pozzi petroliferi.

Richard Adams posta sul fatto che secondo gli esperti indipendenti che hanno studiato il video subacqueo dei due getti di petrolio, la BP dà i numeri: non sono 5 mila barili al giorno, ma più realisticamente una quantità che sta intorno ai 100 mila. In un arco di 90 giorni (e fra un po’ ci siamo) il disastro della Deepwater Horizon potrebbe diventare 34 volte quello della Exxon Valdez.

Il Noaa – che invita a riferire chi avesse testimonianze utili sul nuovo sito del comando di emergenza che gestisce la situazione,  Deepwaterhorizonresponse - conferma: avvistata nella Corrente del Golfo  ”una piccola porzione di petrolio di superficie” che luccica al sole, che insidia la bocca del Mississippi. Nel tentativo di suonare rassicurante  il Noaa dice però che ci vorrebbe una particolare e improbabile combinazione meteorologica perché le correnti spingessero la macchia fino alla Florida.

La verità è che le imbarcazioni di monitoraggio stanno scrutando la superficie dell’acqua, ma nessuno studia quanto petrolio si stia addensando in profondità, dove è più minaccioso per le specie marine e per l’ecosistema nel suo complesso perché si “mangia” l’ossigeno. Secondo il New York Times le foto satellitari individuano almeno una chiazza sottomarina lunga dieci miglia e larga 3, e spessa 100 metri. Le sostanze chimiche usate dalla BP per tentare di disperdere il petrolio avrebbero aggravato la situazione, rompendo le “piume” di petrolio in piccole gocce che tendono a cadere sotto la superficie. Questo è l’articolo di Justin Gillis che scriveva ieri delle reazioni angosciate e critiche di scienziati, ambientalisti e oceanografi (ve lo traduco nel podcast qui sotto).

Infine, Lesley Clark del Miami Herald riferisce sugli sforzi che Cuba sarebbe pronta a fare per aiutare a studiare e contenere la macchia di petrolio prima che arrivi alla sua (intatta) barriera corallina, casa delle tartarughe verdi di mare. Il governo cubano si è messo subito a disposizione degli oceanografi, e il Dipartimento di Stato americano ha confermato ieri che sono in corsi colloqui informali fra i due paesi, sulla falsariga degli accordi di collaborazione già esistenti in materia di uragani . Ma gli ambientalisti sono preoccupati che le rigidità dei rapporti fra Cuba e Usa possano rallentare o vanificare la collaborazione. Inutile dire che gli oceanografi dei due paesi collaborano già da anni, e che la macchia di petrolio non guarda in faccia burocrazia né confini. L’articolo intero qui via Repeating Islands, ve lo traduco qui sotto nel podcast.

Aggiornamento delle 17: la BP ha ricevuto ordine dal Congresso di trasmettere le immagini della fuoriuscita di petrolio 24 ore su 24 via webcam. Da stasera (domattina per l’Italia) sul sito della Commissione della Camera dei deputati; nel frattempo Huffington Post pubblica la prima galleria di foto della macchia arrivata sulla costa della Louisiana, delle barriere improvvisate al largo dell’Alabama, delle proteste degli ambientalisti e dei tentativi dei veterinari di pulire gli animali. E ancora: 6 ore prima dell’incidente la squadra che testava l’impianto si era licenziata perché la BP non voleva chiudere l’impianto, lo riporta Thom Hartmann.

♫ La canzone di oggi era “The peppery man” di Nathalie Merchant

Ecco la puntata di oggi:

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2 Responses to “adesso pulisci”

  1. Kuda Says:

    Ciao Marina, ti segnala che qualcuno a pulire ci va anche gratis, si fa per dire. Ad Haiti, infatti imprese USA stanno effettuando sgomberi di macerie senza contratti per poi andare a battere cassa in un secondo momento. http://blog.libero.it/KudaBlog/8848274.html
    Kuda

  2. Notizie dai blog su La strage delle tartarughe bruciate vive Says:

    [...] adesso pulisci Allo stato attuale: 1) la BP non sta ancora riuscendo a contenere il flusso continuo di petrolio dal fondo dell’oceano nel Golfo del Messico, ma sta riuscendo benissimo a bloccare studi e aiuti alternativi a quelli delle sue squadre. blog: Alaska | leggi l'articolo [...]

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