caccia all’uomo

19 aprile 2013

Stamattina, molto prima che ci arrivasse la cronaca delle tv americane (pur fisse a Boston da giorni), ci siamo svegliati con un flusso ininterrotto di tweet su una sparatoria all’università MIT di Boston e nella zona di Waterfront, dove tuttora sono impiegati cento veicoli della polizia in quella che si è rivelata, dopo una rapina a un 7/11, l’uccisione di un poliziotto e il ferimento di altri agenti, una vera e propria caccia all’uomo per catturare due giovani sospettati per le bombe della maratona di Boston. Uno dei due è morto, l’altro in fuga, e la polizia di Boston ha twittato un impressionante “wanted” che vedete qui sopra, che dovrebbe porci per l’ennesima volta qualche domanda sull’utilizzo dei social media. Abitanti del quartiere (con tanto di foto dei proiettili che hanno colpito le loro pareti di casa), forze dell’ordine, reporter sul posto, studenti, MIT, hanno raccontato minuto per minuto le sparatorie, un’esplosione e il caotico inseguimento. Intanto l’MIT è stato ufficialmente messo in sicurezza, le lezioni sono sospese, e dalle 2 del pomeriggio verrà sospeso il trasporto pubblico della città. Nel caos del flusso di tweet, alcune testate sono riuscite a filtrare e riordinare man mano cronaca e conferme ufficiali su vari liveblog, fra qui quello eccellente di ReutersLive.

La canzone di oggi era “Train in vain” dei Clash

Ecco la puntata di oggi:

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in attesa…

18 aprile 2013

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Oggi Alaska liquida, in attesa dell’esito della prima votazione per il Presidente della Repubblica. Continuate a seguire Radio Popolare in diretta con i nostri inviati, anche via streaming e via Twitter.

il maratoneta

17 aprile 2013

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(gli zainetti della maratona di Boston abbandonati dai corridori dopo le esplosioni)

Giovane, ferito dalla bomba della maratona di Boston, ricoverato in ospedale. Come decine di altri. Ma lui è saudita, e viene tartassato dalla polizia e indicato come “il sospetto” dagli strilli scandalistici dei giornali. Con le esplosioni non c’entra niente, ma il danno ormai è fatto. Amy Davidson gli dedica un post sul blog del New Yorker.

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quando è sufficiente

16 aprile 2013

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Ieri sera abbiamo seguito insieme in diretta – per radio e su Twitter – le notizie che arrivavano via via dal luogo delle due esplosioni alla maratona di Boston. Una serata triste, concitata, con molti contributi validi sul campo e come sempre anche molte ripetizioni a catena di notizie false, particolarmente quelle generate dal New York Post (unico a sostenere che i morti fossero 12 e che fosse in stato di fermo “un giovane saudita”). Dopo due, tre, quattro foto terribili dei feriti e dei marciapiedi imbrattati di sangue, ho sentito che bastava, che non avevo bisogno di nient’altro per comprendere la portata di ciò che era accaduto. Ma il flusso è continuato con una moltiplicazione di voyeurismo, man mano che i social usati sul campo diventavano meno rilevanti e le tv fornivano i loro resoconti complessivi. Oggi vi propongo una riflessione di Hank Stuiver del Washington Post per The Age.

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l’esercito di Evan

15 aprile 2013

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Oggi grazie alla nostra Laura Cappon al Cairo parliamo in diretta con Evan C. Hill, il reporter autore dello scoop del Guardian la settimana scorsa sulle rivelazioni tratte dal rapporto di 800 pagine sulle violenze commesse dalle forze di sicurezza egiziane durante la rivoluzione, stilato da una commissione d’inchiesta indipendente istituita da Morsi, che oggi sostiene di non averlo letto (dice lo stesso anche l’altro destinatario del rapporto, il Procuratore Generale dello Stato) e continua a non volerlo pubblicare. La ragione potrebbe stare proprio nelle scoperte della commissione, confermate dalla doppia verifica di Evan Hill con i testimoni diretti, che dimostrano ampie violazioni dei diritti umani e torture perpetrate sistematicamente non solo dalla polizia ma dall’esercito, il “poliziotto buono” della rivoluzione. Intanto secondo il quotidiano Al Watan Morsi avrebbe ordinato un’inchiesta per scoprire chi siano state le “fonti”. Evan Hill ci racconta in diretta come ha lavorato, la cronologia delle scoperte sul rapporto della commissione d’inchiesta, le reazioni (o non reazioni) sorprendenti da parte dell’esercito, del governo e dell’opinione pubblica, il timore che venga ordinata un’inchiesta che potrebbe coinvolgerlo, e il silenzio dei partiti di opposizione che ritengono probabilmente sconsigliabile criticare l’esercito in questo momento di impasse.

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l’incantesimo della comunità

12 aprile 2013

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(alla mensa; dall’archivio Flickr dello sciopero dei minatori del 1984/85)

Fiumi d’inchiostro versati per la Thatcher, fra i quali è abbastanza facile individuare i conti in sospeso che ha lasciato, la dicotomia fra privatizzazione e statalismo, l’odio creativo con cui a suo tempo incendiò musicisti, cineasti e scrittori, e anche la sensazione che l’epoca da lei inaugurata non sia in realtà ancora finita. Impossibile non notare anche i fiumi di articoli di suoi connazionali maschi (quello dello scrittore Ian McEwan è uscito anche in italiano per Repubblica) che da qualunque parte della barricata si trovassero allora, non riescono a fare a meno di misurarsi con la donna non-donna, la donna algida, la donna-maschio, la maestra severa, la donna sadica, la donna-guerriero, e via discorrendo con categorie che un Primo Ministro di Downing Street maschio non avrebbe mai potuto aspirare ad evocare. Ma se un grande capo di governo maschio porta spesso con sé la metafora del padre (del popolo, del paese, ecc), inevitabile per Thatcher anche la metafora della madre o non-madre. Fra tutti i commenti altolocati di questi giorni, ho scelto per voi quello – meno prevedibile e nativo della rete – del giovane attore Russell Brand. Più famoso per le sue presentazioni degli eventi di MTV, per il suo divorzio da Katy Perry e per i suoi eccessi, Brand potrebbe sembrare una fonte improbabile di saggezza politica, ma in realtà ce ne aveva già dato dimostrazione con una cosa splendida che aveva scritto per il Guardian sulle rivolte di strada dell’estate 2011. Sul blog dell’Huffington Post ha scritto una riflessione da giovane adulto inglese che è stato bambino sotto la Thatcher, individuando uno dei nodi dell’eredità oscura del Primo Ministro: che ciò che ruppe coi minatori non fu uno sciopero ma l’incantesimo di essere comunità, è che “se ti comporti come se non ci fosse nessuna società, alla fine davvero non ci sarà”.

La canzone di oggi era “Ain’t got no home” di Woody Guthrie nella versione di Billy Bragg

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era tutto vero

11 aprile 2013

Egypt's first Islamist president Mursi meets with Field Marshal Tantawi and Egyptian Armed Forces Chief of Staff Anan at the presidential palace in Cairo

(Morsi con Anan e Tantawi al Palazzo Presidenziale)

Il 18 marzo vi raccontavo su Twitter del lungo intervento al Centro Hariri per il Medio Oriente di Washington di Heba Morayef, direttrice di Human Rights Watch in Egitto. Fra tutte le precondizioni per un’uscita della rivoluzione egiziana dal suo impasse – ancor prima che le elezioni parlamentari, il prestito del Fondo Monetario Internazionale, il rispetto degli spazi democratici anche in attesa o in assenza di un’opposizione efficace che possa utilizzarli, l’indipendenza del sistema giudiziario e civile, e la ridiscussione nel futuro parlamento di alcuni punti fondamentali della Costituzione approvata di corsa dopo le proteste al Palazzo Presidenziale lo scorso dicembre – Heba raccomandava vigorosamente la completa riforma del Ministero degli Interni e delle forze di sicurezza, esercito compreso, che non è mai avvenuta. In quel contesto, spiegava che la famosa commissione indipendente di fact-finding sui crimini commessi dalle forze di sicurezza nei giorni della rivoluzione è stata davvero costituita; che ha portato a termine il suo incarico, e che esiste realmente un rapporto completo sulle ricerche che ha svolto finora. Rapporto che però non è stato reso pubblico dalla presidenza Morsi, secondo lei a causa delle scoperte fatte sui crimini commessi non solo dalla polizia, ma dall’esercito. Qui trovate un buon riassunto delle affermazioni di Heba Morayef.

Ieri Evan Hill con Mohamad Mansour ha pubblicato sul Guardian un articolo straordinario (ripreso dalla stampa e dalle tv di tutto il mondo), che si basa proprio su una parte della bozza in arabo del rapporto della commissione di factfinding sulle violenze commesse dall’esercito, incrociata con alcune ricerche autonome e interviste dirette a persone che hanno testimoniato per la commissione. Il rapporto non è affatto pubblico, ma Evan Hill riesce a farne emergere gli aspetti più inquietanti – sopra ogni cosa, torture sui manifestanti da parte dei militari che in piazza sembravano neutrali, e i casi dei quasi mille desaparecidos. Per gli attivisti e le associazioni, che vanno raccogliendo testimonianze su questi episodi da due anni, non è niente di nuovo, ma a livello internazionale la reputazione dell’esercito egiziano come equilibratore laico e cuneo fra manifestanti e polizia non sarà più la stessa, e dopo questa fuga di notizie, il governo dei Fratelli Musulmani potrebbe essere costretto a pubblicare il rapporto completo.

Intanto, le reazioni dall’opinione pubblica egiziana arriveranno a scoppio ritardato, seguendo la diffusione dei giornali cartacei di questa mattina.

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l’e-book africano

9 aprile 2013

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Questa settimana vorrei proporvi alcune delle ultime riflessioni che ho raccolto sul tema della crisi della libreria tradizionale, del comportamento degli editori sullo sviluppo degli e-book e dei dati di vendita che si stanno monitorando, aggiornando un tema che ad Alaska abbiamo trattato spesso. Di solito consideriamo il mercato anglosassone il campione di frontiera dei comportamenti di editori e lettori, e quello americano in particolare il campione di frontiera su tecnologia e vendite. L’Europa, come vi raccontavo qualche tempo fa, è ancora alle prese con le prime fasi della crisi di transizione, ma non ci chiediamo mai cosa sta succedendo al libro digitale in Africa, dove l’utilizzo di dispositivi mobili ha scavalcato l’arretratezza di diffusione dei computer, e dove si scrive e si legge molto e mercato al quale gli editori anglosassoni possono ambire. Oggi vi propongo un post di Ekenyerengozi Michael Chima, scrittore e blogger nigeriano, per The Creative Penn – non casualmente pubblicato poco dopo la morte del grande scrittore nigeriano Chinua Achebe. E qui trovate la spiegazione di cos’è il progetto Worldreader per la diffusione del libro elettronico in alcuni paesi africani.

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what’s up?

8 aprile 2013

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Altre acquisizioni in vista, Google compra Whatsapp. O almeno, è in trattativa per acquisire una delle app che crescono più velocementem, troppo velocemente per costruirne e lanciarne una alternativa. Qui con Digital Trends.

La canzone di oggi era “I will wait” dei Mumford & Sons

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preziosi consigli

5 aprile 2013

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Il colosso delle vendite online Amazon ha annunciato qualche giorno fa di aver fatto un’acquisizione strategica comprando GoodReads – la più grande comunità libera di lettori e consigli di lettura nel mondo – per 150 milioni di dollari. Il CEO di GoodReads, Otis Chandler, ha annunciato allegramente di essersi “unito alla famiglia” di Amazon, ma come l’ha messa Rob Spillman di Salon, “sì, un po’ come la Polonia si era unita al Terzo Reich”. Comprare dati, utenti che producono contenuti e consigli mirati, creatività, è anche un modo per impedire ad altri di fare altrettanto. Qui Salon sulla delusione degli utenti di GoodReads, qui invece The Atlantic con le ragioni per cui Amazon ha fatto questa mossa, e un sacco di dati interessanti su come si muovono negli Stati Uniti i consigli di lettura – cioè cosa sta inseguendo Amazon ora che si scopre che gli algoritmi di suggerimento non funzionano un granché.

La canzone di oggi era “Water’s edge” di Nick Cave & The Bad Seeds

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