testa parlante
martedì, novembre 17th, 2009Non so voi, ma anche quest’anno mi fa un certo effetto vedere i pini innevati e i Babbi Natale in vetrina già ai primi di novembre. Così voglio proporvi qualche spunto sull’osservazione delle vetrine dei negozi. Qui potete trovare un pensiero ricorrente sulle stagioni virtuali delle vetrine, che credo una volta o l’altra abbiamo avuto tutti.
Ecco qui una breve storia della vetrina: (lettura consigliata Emile Zola, Al paradiso delle signore, 1883)
Qui invece un parallelo fra le vetrine e i linguaggi del web. Davide Rapetti, già che c’è, posta anche un piccolo video di Munari all’Università di Venezia nel ’92, che di vetrine appunto discetta.
L’ex Talking Heads David Byrne ha un blog favoloso – soprattutto se vi piace leggere di bicicletta, pittura, fotografia e ovviamente musica. Vediamo cosa ci racconta dell’Anticristo di Internet:
“Ho cominciato a pensare qualche giorno fa a come la digitalizzazione e il networking di tante delle cose che ci sono care abbia cambiato tutto. Intuisco che nel corso della mia vita assisterò alla fine dei libri, o della maggior parte dei libri, delle copie fisiche della musica registrata e probabilmente anche dei giornali di carta. Roba che è esistita per migliaia di anni scomparirà mentre io sono ancora vivo! la fotografia in pellicola è ormai residuale, un mestiere artigianale usato dagli artisti e dai fotografi di moda di lusso. E scriversi lettere? Su carta? Imbucarle nella cassetta della posta? Quando è stata l’ultima volta che ho scritto e spedito una vera lettera? Tutti quei volumi accademici piene delle lettere di Auden o di Jane Austen – è difficile immaginare una raccolta degli sms, dei tweet e delle e-mail di qualcuno. Sospetto che presto scomparirà anche la televisione come la conosciamo D’accordo, la pellicola e la musica registrata esistono soltanto da un centinaio d’anni, ma i libri! E questo mi ha spinto a chiedermi – com’è cominciato tutto questo?
Internet, il World Wide Web, per quanto sia stata un bene, si è lasciata dietro un mucchio di detriti, al di là della mera eliminazione di quei formati che credevamo eterni, e delle industrie che li producevano. L’interconnettività ha facilitato la perdita di privacy di molti cittadini del mondo. Siamo stati liberati e allo stesso tempo fatti prigionieri. Ho l’impressione che la perdita di privacy - che mi appare inevitabile – sia una parte e un allegato di tutto questo progetto. Non si possono avere degli efficaci algoritmi di ricerca, la computazione per nuvole e la digitalizzazione di tutto e aspettarsi ancora di mantenere l’anonimato del passato.
La corsa alla sicurezza è aperta, ma mi chiedo se il sogno dell’accesso illimitato e quello della sicurezza dei dati personali e industriali non siano semplicemente incompatibili. Forse non possiamo averli entrambi. Forse dobbiamo alzare le mani e arrenderci. Smettere di resistere, vivere totalmente e completamente in pubblico. Il mondo sarebbe così davvero quel villaggio predetto da McLuhan – uan piccola città in cui tutti sanno i fatti tuoi. Forse questo ci manterrebbe onesti, e ci spingerebbe a capire che come guardiani del pianeta siamo veramente tutti insieme in questa impresa.
Questa “distruzione creativa” è cominciata negli anni Sessanta, come molte cose che adesso amiamo e di cui ci siamo pentiti, e all’inizio era uno spinoff di un progetto finanziato dalle agenzie militari americane. I militari (e l’agenzia spaziale) ci hanno dato il Velcro e (credo) i circuiti integrati, oltre ai colpi di piccone che hanno contribuito a coltivare i casini in Medio Oriente, in Sud America e in Afghanistan. Il collegamento fra Internet e i militari, anche se mi piacerebbe tanto che fosse una grossa cospirazione segreta, sembra molto più benigna di così. In fondo, Mefistofele arriva a Faust sotto forma di barboncino. In alcune versioni della storia, egli non può entrare in casa se non è invitato, bisogna invitarlo come un vampiro.
C’è un uomo che ha previsto una rete globale prima che una cosa simile fosse possibile. J.C.R. Licklider (che sembra il nome di un personaggio dei fratelli Coen!) ha immaginato, in un saggio del 1960 intitolato Simbiosi fra Uomo e Computer, “una rete di computer collegati fra loro da linee di comunicazione a banda larga, a fornire le funzioni delle biblioteche di oggi tutte insieme con la possibilità di archiviare e ritrovare informazioni e altre funzioni simbiotiche”. In altre parole, aveva già capito tutto. Era l’anticristo? O semplicemente un profeta? Per una strana coincidenza, Licklider aveva cominciato la carriera studiando la psicoacustica e aveva scritto un saggio intitolato Duplice teoria della percezione del pitch nel 1951, su cui si basa la concezione contemporanea di come percepiamo il pitch. Che l’uomo che ha previsto l’informazione globale fosse interessato all’inizio a come percepiamo la musica è un po’ strano. Licklider non ha inventato l’online banking e le libraries, ma ne ha “piantato il seme”. Forse, piantare semi incoraggia gli altri a realizzare una visione. In una parola, immaginare è creare.
Negli anni Cinquanta, Licklider lavorò a un progetto della Guerra Fredda noto come Ambiente di terra semiautomatico (il SAGE) concepito per craere un sistema di difesa via aria supportato dai computer. Fu tra i fondatori dell’Arpanet, precedessore di Internet, e nel 57 fece la prima dimostrazione pubblica di time-sharing,”dove, molteplici utenti potevano condividere l’utilizzo di un singolo computer. E nel 1958, divenne presidente della Società Acustica americana. Quando leggo che diceva che le esperienze condivise via computer avvengono “senza caratterizzazione di luogo”, mi sembra che ne avesse colto la incorporeità, quella di un’esperienza fuori dal corpo, che non ha manifestazioni fisiche ma ci sta accadendo lo stesso.
Mentre questi reti si evolvevano, avvennero nello stesso momento anche una quantità di innovazioni e di invenzioni tecnologiche che avrebbero permesso la digitalizzazione di ogni tipo di media. Tutto quello che presto avrebbe viaggiato sulle stesse reti. La tecnologia che permise la digitalizzazione dell’informazione sonora è stata in gran parte sviluppata dalle compagnie telefoniche. I laboratori della Bell, una divisione di ricerca della AT&T, volevano trovare modi più efficienti e affidabili di trasmettere le conversazioni telefoniche. Fino ad allora le linee erano analogiche, e l’unico modo per far spazio a un maggior traffico era quello di differenziare le frequenze alte e basse, trasformando il suono lo-fi così ottenuto in onde che correvano parallele senza interferire una con l’altra, come le trasmissioni radio. La tv e la radio avevano lo stesso problema. Con i loro scienziati, che vinsero anche dei Nobel, quelli della Bell riuscirono a digitalizzare il suono, cioè a campionare un’onda sonora a costi non proibitivi e a suddividerla in frammenti lasciando la voce umana ancora riconoscibile. Molta della ricerca che rende un suono comprensibile fa uso delle lezioni della psicoacustica, cioè di come il cervello percepisce i suoni, e torniamo così di nuovo a Licklider.
Da questa combinazione di psicoacustica e di ricerca tecnologica è emerso l’equipaggiamento digitale che viene usato, fra gli altri, negli studi di registrazione, dove io ho visto questa tecnologia. Negli anni Settanta, gli hamonizer i delay digitali che cominciavano ad apparire erano in effetti dei campionatori primitivi, con campioni che duravano meno di un secondo. vennero presto seguiti da macchine che potevano trattenere campioni più lunghi e a maggior risoluzione, e manipolare questi suoni più liberamente (grappoli di dati più che di suoni, tecnicamente). Ne risultava tutta una serie di bizzarrie. I laboratori della Bell erano coinvolti nella produzione di un processore vocale chiamato vocoder, che conservava alcuni aspetti del parlato o del cantato, come formazioni di discorso, la forma del suono, ma non il suo pitch. Usando questa macchina si potevano trasmettere questi aspetti della voce separati dal resto della vocalizzazione in modi che li rendevano inintelleggibili. Uno degli usi che se ne faceva era la crittologia, che poteva essere decodificata da parte del ricevente. Queste macchine vennero adattate anche alla produzione musicale, come nel caso dei Kraftwerk. Io uuna volta ho usato un vocoder preso in prestito da Bernie Krause quando Brian Eno e io abbiamo fatto il disco di Bush of ghosts. Era fatto meravigliosamente, ma abbastanza complicato e molto costoso.
Un harmonizer costava migliaia di dollari, un riverbero digitale poteva costare a uno studio anche diecimila dollari, e un aggeggio per il campionamento come il Fairlight o, più tardi, un Synclavier costava molto molto di più. Ma presto il prezzo delle memorie e del meccanismo con cui il suono veniva processato crollò, e la tecnologia divenne più abbordabile. Gli economici campionatori Akai divennero la spina dorsale della musica hiphop e dei remix dei dj, e i suoni di batteria campionata o derivata digitalmente dai suoni reali presero il posto dei batteristi nelle registrazioni da studio. E così, eccoci in corsa, nel bene e nel male. Divenne possibile la digitalizzazione del suono, la registrazione digitale e poi il CD, e non molto tempo dopo i computer erano già in grado di registrare, archiviare e processare la musica. Qualche anno fa ho visitato i laboratori della Bell e mi hanno mostrato la famosa camera anecoica, quell’ambiente perfettamente insonorizzato in cui John Cage disse di poter sentire il suono del proprio cuore e il sibilo del suo sistema nervoso. La sua scoperta fu che il silenzio non esisteva, perché quando anche blocchiamo tutti i suoni, non possiamo smettere di sentire noi stessi.
Dopo il 1988, in cui con il grafico Tibor Kalman vidi a Long Island il Sytex, il macchinario digitale che poteva manipolare le immagini della copertina di un disco dei Talking Heads a un costo incredbile, il prezzo delle scansioni è crollato, ed è diventato comune rimaneggiare immagini in Photoshop. Oggi chi mai acquisterebbe la pellicola per la macchina fotografica? Qualcuno resiste, e non ho dubbi che parte di quella ricchezza delle immagini sia andata perduta, ma lo scambio sembra equo, e soprattutto, inevitabile. Una cosa simile era già successa prima che il fotogiornalismo scoprisse le infinite possibilità di archiviazione del digitale. Maneggiando del materiale d’archivio dei telegiornali per una mia ricerca, mi accorsi che già qualcosa si perdeva quando veniva trasferito su 16mm.
Il mondo incorporeo che aveva immaginato Licklider si è realizzato, facendo scomparire i mestieri di coloro che avevano a che fare con i supporti fisici. La prima cosa che si è perduta è la posta. Continuo a ricevere bollette e pubblicità, ma la mia comunicazione personale e quella dei miei amici avviene solo via e-mail e sms, ormai da un pezzo. Non mi ha sorpreso assistere alla scomparsa del vinile, delle cassete o dei CD, o forse è accaduto così gradualmente che non è stato uno shock. Non mi mancano nemmeno. Ma immaginare di assistere alla fine del processo di stampa, libri, riviste e giornali, mi sconvolge. Anche se si tratta di materiale molto diverso dalla musica, gli schemi sono troppo simili per poterli ignorare, a meno di non farlo apposta. I libri sono rimasti uguali praticamente dai tempi di Gutenberg, ma anche questo sembra stia per diventare storia antica. Non sto dicendo che non deve succedere, e la comodità di accesso alle informazioni diventerebbe incalcolabile, anche se la democrazia così come la conosciamo potrebbe scomparire. Non possiamo lasciare ai blogger il monitoraggio del potere. Il flusso che sembra sfiorare perfino la Cina ha i suoi pro e i suoi contro. Non possiamo immaginare la nostra vita senza l’ultilità di Internet, e in fondo non sembriamo troppo preoccupati della nostra perdita di privacy, o della massiccia quantità di informazioni su di noi accumulata da Google da altre imprese commerciali. Nonostante i dubbi sulla privacy sollevati da tanti articoli di giornale, a me sembra che la persona media sia piuttosto disponibile a cedere qualcosa della propria vita privata in cambio di certe comodità. Ho scoperto che pagando una piccola quota posso trovare in Google quanto una persona comune ha pagato la sua ultima casa, e ne sono rimasto sconvolto. E si trattava di me, non di una potente agenzia del governo. E’ innegabile che il flusso delle informazioni si muove sempre in entrambi i sensi.
In alcune parti del mondo la fine della privacy è vicina, per alcuni sarà traumatica, per altri sarà perfino un conforto, perché cedere la propria privacy fa confluire nel gregge, e questo a volte è liberatorio e rassicurante. Come la nostra cultura delle grandi industrie, e il suo gemello, il governo, userà questo massiccio processo di cambiamento, spinge a immaginare qualcosa di vicino alle paranoie di Philip Dick piuttosto che un villaggio globale accogliente che ci nutra e ci protegga. Questo cambiamento contiene forze opposte e confliggenti, entrambe vere. Il libero flusso delle informazioni, e la possibilità di digitalizzare tutti i media appena entrano nella corrente, ha molte più ripercussioni che non la fine dei libri, dei giornali o dei cd – essa tende a un massiccio slittamento sociale e politico. Forse Licklider aveva previsto anche questo, ma non ce l’ha detto.”
le musiche di oggi erano “Don’t follow” degli Alice in Chains e “And she was” di David Byrne
Ecco la puntata di oggi:
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