Posts Tagged ‘Ali Abdulemam’

fuga dal Bahrain

martedì, maggio 14th, 2013

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la prima fotografia di Ali Abdulemam (che chiacchiera con Weddady, figura chiave della sua fuga), scattata da Andy Carvin all’Oslo Freedom Forum

Ci siamo lasciati quasi due settimane fa, e in mezzo abbiamo vissuto insieme una campagna di sostegno a Radio Popolare fruttuosissima ed entusiasmante, grazie a tutti voi che avete partecipato. Da questa settimana, a causa della riduzione d’orario dei lavoratori della radio secondo gli accordi del contratto di solidarietà, Alaska andrà in onda quattro volte alla settimana anziché cinque, dal martedì al venerdì, anche se con una novità positiva nell’aggiunta della replica anche il venerdì sera.

Oggi comincia la prima vera giornata di lavori dell’Oslo Freedom Forum, che potete seguire anche in streaming. Fra i protagonisti della discussione sulle libertà e i diritti civili nel mondo, anche Ali Abdulemam, la cui sedia era rimasta vuota l’anno scorso perché Ali, il primissimo blogger per la difesa dei diritti umani in Bahrain, dopo l’ennesimo periodo trascorso in carcere, le minacce alla sua famiglia e la condanna a 15 anni di carcere, era diventato latitante. Qui trovate la sua storia in un video di Frontline Defenders Solo oggi sappiamo qual è stato il suo percorso – due anni in attesa dell’occasione giusta per fuggire dal suo paese, lo racconta bene, in esclusiva, The Atlantic qui, grazie alla penna di Thor Halvorssen dell’Oslo Freedom Forum, che ha letteralmente creato un piano internazionale per la fuga di Ali, anche se alla fine la sua fuga si è svolta con una tattica diversa.

Ecco la puntata di oggi:

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colpiti al cuore

mercoledì, giugno 22nd, 2011

Stamattina sono arrivate le sentenze per molti degli imputati dei processi per direttissima inscenati dalla giustizia del Bahrain contro attivisti, pacifisti, blogger e giornalisti le cui vicende abbiamo seguito per tanti mesi. Il padre di Maryam e Zeinab Alkhawaja, Abdellah, esponente di spicco internazionale delle associazioni per i diritti umani, ha ricevuto una condanna all’ergastolo, e con lui altri sette imputati. Ebrahim Sharif, ex dirigente del Waad, ha havuto cinque anni di carcere, e con lui alcune figure di spicco della vita religiosa sciita. Condannati anche tre imputati in contumacia, fra i quali il blogger con cui sono cominciati tutti i nostri racconti dal Bahrain, Ali Abdulemam, attualmente in clandestinità dopo essere stato arrestato e torturato due volte, ora condannato a 15 anni di carcere. Zeinab Alkhawaja (su Twitter @angryarabiya), figlia di Abdellah, è stata arrestata dopo aver invocato Allah nell’aula appena udita la sentenza, e ora si trova presso un commissariato di polizia. Vi propongo la cronaca di come queste notizie, e i brevi profili dei condannati, ci sono arrivati stamattina attraverso Twitter.

Ieri 40 lavoratori immigrati del settore edile in Bahrain erano stati licenziati per aver organizzato uno sciopero.

Fra le riflessioni interessanti di questi giorni su identità e anonimato nella rete, ecco quella proposta da Brian Stelter del New York Times.

♫ La canzone di oggi era “Hard Times” (Stephen Foster) Bruce Springsteen & the E Street Band

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turisti per caso

venerdì, maggio 13th, 2011

(la lettera dell’Ambasciata di Siria a Washington sulla deportazione in Iran di Dorothy Parvaz di Al Jazeera – clicca sull’immagine per ingrandire)

 

Dorothy Parvaz, la giornalista di Al Jazeera in inglese con passaporto iraniano, canadese e americano scomparsa da 13 giorni in Siria dove era inviata dalla sua emittente, è stata deportata in Iran dal governo siriano, e dopo questo annuncio, di lei ancora nessuna notizia. Oggi i suoi colleghi fanno circolare su Twitter il freddo comunicato dell’ambasciata siriana a Washington, che spiega che la Parvaz ha cercato di entrare come turista ma è stata riconosciuta come giornalista. E in Siria i giornalisti stranieri non possono entrare, l’unico modo è tentare di entrare come turisti, esattamente come ha fatto, a suo rischio e pericolo, Martin Fletcher del Times, che racconta la sua incursione a Homs al telefono con Sky News.

Intanto si sono chiusi a Oslo i lavoro del Freedom Forum sui diritti umani, che ogni anno raccoglie interventi e riflessioni da ogni parte del mondo. Fra i relatori quest’anno molte delle voci della rivolta e degli attivisti web di Tunisia ed Egitto, a cominciare da Lina Ben Mhemni (A Tunisian girl), Mona Eltahawi. Ali Abdulemam non ha potuto partecipare perché detenuto e scomparso da settimane in Bahrain. A presentare il suo caso e molti altri, compreso quello dei suoi parenti sotto corte marziale, l’instancabile Maryam Alkhawaja, che può viaggiare solo perché lavora negli Stati Uniti. Ecco il video del suo intervento, che fra l’altro ha aperto i lavori di Oslo. In chiusura è intervenuto via videoconferenza anche Wael Ghonim, la “testa” della rivolta egiziana e l’ideatore della pagina facebook “We are all Khaled Said”, con lo sguardo ampio, ottimista e articolato che lo contraddistingue.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Wharane Wharane” di Khaled, che suona domani alla nostra Extrafesta, Carroponte di Sesto San Giovanni

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schiacciati

giovedì, marzo 24th, 2011

Il Bahrain schiacciato e sorvolato ieri tutto il giorno dagli elicotteri. Global Voices cerca un suo collaboratore di cui non ha più notizie – e non è altri che Ali Abdulemam, creatore del più grande forum politico online del Bahrain, già arrestato a settembre e liberato come ricorderete il 23 febbraio insieme ad altri prigionieri politici come segnale di “buona volontà” da parte del regime. Ali è scomparso la notte del 18 marzo, qui Claudia Cassano. Intanto dopo l’ingresso nel paese delle truppe saudite, Najeel Rajab (presidente del più importante gruppo per la difesa dei diritti umani in Bahrain) racconta al giornalista australiano Mark Colvin il suo violento arresto per mano delle forze di sicurezza.

In Siria, dove il numero dei morti di ieri nella strage di Daraa continua a salire (25 mentre andiamo in onda), per domani è previsto il Venerdì della Dignità, con grandi manifestazioni. Intanto Amnas Qtiesh riferisce su un blogger arrestato e un giornalista scomparso nel nulla.

Indetta per domani una nuova manifestazione in piazza Tahrir al Cairo, il movimento sfida la nuova legge anti-manifestazioni approvata ieri per chiederne l’abrogazione, insieme alla fine rapida dello stato di emergenza. Sempre più tensione fra l’avanguardia del movimento #25Jan e l’esercito che gestisce la transizione. Intanto il modello Tahrir diventa “format” su come si organizza e si comunica una piazza – anche in Europa: Filippo Sensi posta per Europa.

Sempre attivo in tempo reale il Twitter di Alaska con la nostra rosa di attivisti sul campo e di reporter internazionali da Egitto, Libia, Siria, Yemen, Tunisia, Bahrain.

♫ La canzone di oggi era “Rivers of Babylon” di Sinéad O’Connor

Ecco la puntata di oggi:

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scuola di rivolta

mercoledì, febbraio 23rd, 2011

(il messaggio del Bahrain, foto Asan Jamali via In Focus via Nomfup)

Le informazioni dalla Libia si fanno via via più chiare. Il professor Mattawa di cui vi riferivo ieri sostiene che ragazzi che offrono la propria vita per liberare il paese stanno offrendo la prova estrema di come si supera la paura – l’incantesimo della paura che avvolge una generazione dopo l’altra sotto i dittatori. Siccome invece, nei commenti politici e giornalistici italiani, di paure e distinguo sulla rivolta libica sembra ce ne siano ancora molte, mi sembra che possiamo almeno dire che se un ragazzo o una ragazza di 18 anni in Libia è disposto a MORIRE per liberare il suo paese dalla dittatura, per avere libertà e rispetto, per far parte del mondo, il minimo che dobbiamo loro è di avere un po’ meno paura a nostra volta, specialmente visto che stiamo a guardare in poltrona. Tutte le fonti di Radio Popolare e i nostri contatti via Twitter confermano che la rivolta in Libia, anche se più diffusa, frammentata e sanguinosamente repressa rispetto a quella egiziana, presenta gli stessi schemi di responsabilità e auto-organizzazione di pza Tahrir: nessuna razzia o vandalismo sulle proprietà, presidi e checkpoint autorganizzati, pane gratis, medicine gratis, esuli che tornano dall’estero per affiancarsi alla rivolta, servizi civici e ronde di quartiere, raccolta e messa in sicurezza delle armi raccolte per strada o abbandonate dai militari, organizzazione laica, bassissima età anagrafica e consulti continui con i saggi dell’opposizione: professori, medici, architetti, avvocati, poeti, scrittori, maestri di scuola, intellettuali. A Tobruk e Benghazi bruciate molte sedi istituzionali, l’est resta saldamente in mano alla rivolta; all’indomani del discorso folle e sanguinario di Gheddafi, si teme per il destino di Tripoli, dove nella notte si è continuato a sparare. Reporter stranieri continuano ad affluire in Libia dall’apertura del confine con l’Egitto, sempre più racconti di prima mano anche su Twitter e di preziose fotografie. Manifestazioni di solidarietà con la rivolta ogni giorno davanti ai consolati libici nel mondo: Milano, Roma, Washington (davanti alla Casa Bianca), Londra, e perfino Dubai, dove manifestare non è propriamente cosa gradita e hanno occupato il consolato.

Intanto in Bahrain, dopo la manifestazione a Lulu di ieri con 100mila persone (equivalente a un settimo della popolazione totale del paese) sono stati liberati (come promesso tre giorni fa) 23 prigionieri politici, fra questi anche Ali Abdulemam, dal cui sito era partita tutta la mobilitazione (come vi raccontavo qui). Riferisce Amira Al Hussaini per Global Voices.

L’Egitto, su pressione del movimento, ha aperto il confine con la Libia, fa rientrare gli egiziani espatriati (1 milione) e accoglie i profughi libici, ha piantato tende di volontari su suolo libico, inviato 25 ambulanze verso le città dell’est, e allestito tre ospedali da campo sul confine per i feriti libici. Intanto piazza Tahrir si è riempita anche ieri all’inverosimile per chiedere la fine della legge di emergenza e la liberazione dei prigionieri politici (una pressione sull’esercito che sta gestendo la transizione). Era il giorno giusto per il movimento 25 Gennaio per mettere online una risorsa stupenda, quasi 10mila fra foto e video della rivoluzione organizzati in un archivio consultabile da tutti, che si chiama iam25jan, “io sono il 25 gennaio”. Fra le mille, vi propongo la voce di Nawal al Sadaawi, medico e attivista ottantenne, lo splendido volto incorniciato dalla trecce candide, che a Tahrir prima della caduta di Mubarak raccontava la differenza di questa rivoluzione rispetto a tutti quello che aveva visto lei protestando contro re Farouk, Sadat e Nasser.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

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