(un fotogramma dal video di Subterranean Homesick Blues, 1965, minifilm che apriva il documentario di D. A. Pennebaker’s Don’t Look Back, con la sequenza di cartelli scritti la sera prima da Dylan insieme a Donovan, Allen Ginsberg e Bob Neuwirth)
Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, e anche qui torniamo a occuparcene in onda domani. Intanto oggi Bob Dylan compie 70 anni, è trending on Twitter e viene festeggiato in tutto il mondo, ci leggiamo il post in suo onore di David Jaffe per il Daily Beast e ci ascoltiamo la canzone che tutti volevate sentire da una settimana.
Passato a Cannes il bellissimo This must be the place di Paolo Sorrentino con Sean Penn – David Byrne, che ne ha curato le musiche, oggi di ritorno dalla passerella francese posta sul suo blog raccontando com’è andata.
♫ Le musiche di oggi erano “The times they are a-changing” di Bob Dylan e “One fine day” di David Byrne
Ecco la puntata di oggi:
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Oggi tre storie di strategia e paranoia, due dai paesi arabi e una dal nostro.
Tamer el-Ghobashy ha incontrato negli Stati Uniti per il Wall Street Journal i giovani leader del movimento egiziano 6 aprile, tra i propulsori della rivolta di Tahrir, che stanno cercando di mettere le basi per un dibattito nazionale sulle riforme all’indomani della rivoluzione. Qui il suo post con le interviste. Intanto Nadia Idle e Alex Nunns hanno pubblicato un libro sui tweet da piazza Tahrir, Tweets from Tahrir.
In Bahrain, Mahmood analizza insieme ai lettori del suo blog una questione che si sta facendo molto seria, quella delle conversazioni al cellulare spiate dal regime e dalla polizia. Se all’inizio i suoi amici che chiedono di spegnere il telefono e rimuovere la batteria anche per la più banale delle conversazioni gli sembravano paranoici, si è accorto che ormai non è difficile sorvegliare qualcuno anche con app indipendenti e fatte un po’ in casa.
Qualche giorno fa, una reporter americana, Barbie Latza Nadeau, che scrive per Newsweek dall’Italia, ha raccontato di aver ricevuto a casa la strana visita di un poliziotto dopo aver attaccato le volgarità di Berlusconi sulle donne e aver scritto delle veline di Striscia la notizia, tanto da stare un po’ abbottonata sul tema al successivo Forum Internazionale sulle Donne a New York. Anche se da prendere con le pinze (perché quella che è stata notificata a Nadeau è una delle tante querele per diffamazione che ricevono i colleghi italiani), qui il suo post per il Daily Beast, così come se lo stanno leggendo i suoi lettori americani.
Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain.
♫ Le musiche di oggi erano “Riverside” di Agnes Obel e “Eden” dei Subsonica
Ecco la puntata di oggi:
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Due giorni fa la trasmissione televisiva Psych, dopo un lungo lavoro di preparazione con materiale dell’epoca, ha riunito il vecchio cast di Twin Peaks nello stesso studio, realizzando anche una puntata finta di omaggio alla serie nata dalla mente di James Roday, fan di Peaks fin da piccolo. L’eredità televisiva di Twin Peaks, la serie creata dal regista cinematografico David Lynch insieme a Mark Frost e andata in onda solo fra il 1990 e il ’91, viene raccolta negli anni Duemila molto più che negli anni Novanta, con la sperimentazione delle serie tv nel surrealismo e il proliferare di serie sostenute da una scrittura fortemente cinematografica, da strutture di narrazione ellittica e dalla mescolanza dei registri (per non parlare del brivido che può provocare a uno spettatore de I segreti di Twin Peaks veder rispuntare oggi Kyle McLachlan in Desperate Housewives). Jace Lacob ha intervistato i protagonisti di allora per Daily Beast (escluso soltanto David Lynch) in anteprima rispetto alla messa in onda di Psych. Nel podcast potete sentire anche la musica di Angelo Badalamenti e e alcune voci dei protagonisti sulla reunion. Qui una delle canzoni di Julie Cruise.
♫ Le musiche di oggi erano “Falling” di Angelo Badalamenti e “into the night di Julie Cruise e Angelo Badalamenti
Ecco la puntata di oggi:
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Violenza nei reality: quanta possiamo sopportarne, cosa ci dice, e come la stanno usando i reality allo stato attuale? E soprattutto, è proprio così vero che riflette i banali scontri della realtà quotidiana fuori dalla tv? Andy Denhart sul Daily Beast fa una panoramica di come secondo lui stanno aumentando gli scontri fisici e verbali, l’aggressività e la violenza nella tv americana (ve lo traduco qui sotto nel podcast)
♫ Le canzoni di oggi erano “These are my hands” di Jimmy Gnecco e “Talk to me ” di Bruce Springsteen
Ecco la puntata di oggi:
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La notizia è arrivata sul filo di lana mentre si chiudeva la puntata di Alaska di venerdì scorso, ho fatto appena in tempo a mettervi il link: la famosa “fusione” fra il settimanale cartaceo Newsweek e il grande blog di Tina Brown Daily Beast è ormai concordata, nonostante le notizie delle ultime settimane che la davano per fallita. Oggi ripercorriamo le tappe e vediamo in cosa consiste davvero – un precedente inedito nel mondo dell’editoria, che ci dice qualcosa delle possibili sinergie, o salvezze reciproche, fra carta e digitale.
Tutto era cominciato con le prime voci, e la polemica su una presunta rivalità fra Arianna Huffington, altra blogger potentissima e capo dell’Huffington Post, e Tina Brown direttrice del Daily Beast, in cui si supponeva che la prima volesse ostacolare la seconda nella fusione con Newsweek. Le due avevano risposto con un post congiunto di cui vi avevo parlato qui, raccontando della loro lunga amicizia, delle vacanze insieme con i figli, e chiedendosi se lo stesso tipo di malignità sarebbero circolate anche su due personalità maschili dello stesso calibro. A quel punto la trattativa fra il magnate novantaduenne di Newsweek, Sidney Harman, assetato di contenuti e di una maggiore diffusione dopo il crollo delle sue vendite cartacee, senza profitti dal 2006, e il Daily Beast, ricco di contenuti e di contatti ma ansioso di assicurarsi un futuro vero e proprio nell’industria editoriale tradizionale, era ancora alle prime fasi. Dopo settimane di speculazioni sull’accordo, il 18 ottobre la rubrica sui media del New York Times dava l’accordo per spacciato. Jeremy Peters scriveva che Tina Brown aveva rilevato “troppe differenze culturali” fra le due organizzazioni, e che “le complessità di Newsweek come infrastruttura ed eredità culturale non è conciliabile con il desiderio di Daily Beast di restare agile, almeno in questo momento”. Al tavolo delle trattative c’erano Tina, che ha creato il Daily Beast due anni fa, insieme a Barry Diller, la cui azienda è di fatto proprietaria del Daily Beast, e Sidney Harman, che ha comprato da poco Newsweek dalla società del Washington Post e voleva assicurarsi il prestigio e l’influenza di un cervello editoriale come quello di Tina, possibilmente come direttore della testata, un posto vacante da due mesi. Peter raccontava anche che una persona anonima, a conoscenza dell’andamento delle trattative, avesse osservato che il problema fra i tre interlocutori fosse anche la difficoltà di stabilire quali competenze e responsabilità spettassero a chi, una questione che nei nuovi ibridi fra rete e carta stampata affiora sempre più spesso. E in sostanza, prima di cedere il timone a Tina, Harman voleva un controllo editoriale che Tina e Diller non erano disposti a concedere. Una settimana più tardi, con un lungo post per il New York Magazine, Steve Fishman cercava di analizzare la questione e cosa potesse essere andato storto nelle trattative, tracciando al contempo un profilo della storia personale dell’anziano Sidney Harman, un proprietario con velleità editoriali. Dall’idea iniziale di chiamare Tina Brown a dirigere Newsweek, si era creata la possibilità di una fusione 50 e 50 fra la tradizione della rivista e l’approccio più giovanile del Daily Beast. Inizialmente, un consigliere di Harman aveva dato per certo che Diller fosse disposto a concedergli il controllo editoriale, tenendo per sé solo una sorta di ruolo genitoriale nella nuova impresa. Un portavoce del Beast, pochi giorni dopo, diceva che la redazione di Tina Brown aveva già progettato un piano complessivo basato sulla convinzione che fosse il Daily Beast a fare molto di più per Newsweek che viceversa, e a harman il piano non piaceva affatto, perché benché stesse per trovasri nel ruolo di amministratore principale del progetto, si sentiva tagliato fuori dall’idea editoriale del Beast. Il presidente di Newsweek, nei piani di Tina, doveva essere Stephen Colvin, già presidente del Beast, mentre Harman voleva uno staff che si potesse assumere ed eventualmente licenziare, non un matrimonio senza uscita. Molte telefonate, e-mail e voli in giro per l’America più tardi, l’accordo tramontava, mentre Sidney Harman temeva di aver condannato il suo Newsweek a restare un “dinosauro” editoriale.
Ma veniamo all’oggi – notizie dell’11 novembre – quando Jeremy Peters torna a scrivere dell’accordo e annuncia che si farà: le due testate manterranno identità separate, Tina Brown sarà direttrice di entrambe, e nasce una nuova compagnia che si chiama Newsweek Daily Beast Company, con proprietà al 50 e 50. In un certo senso, per Newsweek trovare un altro direttore dopo che il posto era stato rifiutato da Tina Brown sarebbe diventato molto difficile, e questa nuova direzione finalmente concordata sarà il vero test del futuro congiunto delle due testate. La conferma arriva da Tina Brown, che racconta sul Daily Beast che l’accordo è stato siglato con tazze di caffé negli uffici del Beast a New York. Qui sotto nel podcast vi traduco come vede lei le possibilità editoriali della fusione.
♫ Le canzoni di oggi erano “Paralyzed” dei Crash Test Dummies e “Mrs Cold” dei Kings of Convenience
Ecco la puntata di oggi:
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Fra i nostri materiali di avvicinamento alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, un pezzo su quel che si desume dai sondaggi, uno su quante probabilità ha Obama di essere rieletto nel 2012, e uno su come Sarah Palin potrebbe correre a sua volta nel 2012 per le presidenziali. Ecco qua:
Stanley Greenberg e James Carville, che nel ’98 si occuparono dei sondaggi sulle elezioni di metà mandato mentre i Repubblicani chiedevano l’impeachment di Clinton dopo lo scandalo Lewinski, ricordano come andò quella volta, e avvisano che anche stavolta potrebbero esserci sorprese.
John Hellerman scrive un pezzo chilometrico sul fatto che il comportamento di Sarah Palin in questa campagna elettorale fa pensare che abbia intenzione di partecipare alla corsa alla presidenza del 2012.
Mentre tutti prevedono scenari difficili per i Democratici al Congresso, Peter Beinart ha una teoria sulle possibilità di Obama di essere rieletto per un secondo mandato, e la desume dai precedenti storici.
(vi traduco una sintesi di questi tre articoli qui sotto nel podcast)
♫ Le canzoni di oggi erano “Magic day” di Lou Rhodes e “Creep along Moses” di Mavis Staples
Ecco la puntata di oggi:
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Chi è più gossip? Le regine dello scandalo politico online o il serissimo quotidiano britannico Guardian? In questi giorni due Grandi Capi di blog americani frequentatissimi (anche da Alaska), in concorrenza con le testate cartacee, nonché due donne molto potenti della sinistra statunitense – Arianna Huffington direttrice di Huffington Post e Tina Brown direttrice di Daily Beast – si sono trovate al centro di supposizioni su una loro aspra rivalità che avrebbe dato dato fuoco alle polveri con le voci del Guardian di un tentativo di fusione del Daily Beast con Newsweek. Hanno deciso di postare il testo di una loro conversazione scherzosa sull’argomento, in cui insinuano soprattutto il dubbio che a una presunta rivalità fra due uomini non sarebbe stato dato tanto risalto, né una connotazione di guerra fra “gatte” – qui trovate il loro articolo, che vi traduco qui sotto nel podcast.
Intanto compie 10 anni di presenza online uno dei pionieri del blog, famoso e frequentatissimo, il Daily Dish di Andrew Sullivan. Andrea Privitera de Il Post racconta i festeggiamenti e cosa il conservatore Sullivan dice di aver imparato dall’esperienza di questi anni.
♫ La canzone di oggi era “The sellout” di Macy Gray
Ecco la puntata di oggi:
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(Bernard McGuigan colpito dai paracadutisti inglesi durante la manifestazione per i diritti civili a Derry del 30 gennaio 1972)
Non capita tutti i giorni che a postare sia un eccellente scrittore, in questo caso Colum McCann, vincitore del National Book Award 2009 con lo stupendo romanzo Let the great world spin (che esce in Italia per Rizzoli col titolo Questo bacio vada al mondo intero), ispirato all’avventura del funambolo francese Philippe Petit che nel ’74 tese la sua fune d’acciaio fra i due tetti delle Torri Gemelle. McCann, classe 1965, è un dublinese trapiantato a New York, e ha postato sul Daily Beast all’indomani delle scuse del governo inglese per la strage della Bloody Sunday del 1972 a Derry, in Irlanda del Nord. Qui il suo post originale, e ve lo traduco qui sotto nel podcast.
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Ieri il presidente della Bp Tony Hayward ha incontrato Obama alla Casa Bianca e oggi dovrà tenere un discorso davanti alla commissione d’inchiesta del congresso, che si aspetta toni umili e congrui alla situazione. Le azioni BP hanno ripreso magicamente a salire da qualche ora, dopo che è stata annunciata l’effettiva istituzione del fondo BP di 20 MILIARDI di dollari per coprire le spese del disastro, dalla pulizia delle acque ai risarcimenti ai cittadini. MotherJones ha una “talpa” nella BP che sa cosa sta accadendo ai pulitori impiegati sulle spiagge contaminate: qui potete leggere cosa dice Mac McClelland che gli ha parlato, e io ve lo traduco qui sotto nel podcast.
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Ci sono attori che investono nella ristorazione e altri che investono nell’ecologia. Della serie “lo sapevate che?” – io non lo sapevo – pare che l’attore Kevin Costner stia dedicando tutto il suo tempo libero, e tutto il denaro guadagnato con i film, alla pulizia delle acque inquinate. La sua “conversione” è avvenuta, pare, mentre girava Waterworld su una piattaforma abbandonata. Qualche giorno fa Kate Sheppard postava sulla sua ossessione per l’oceano e il 24 milioni di dollari che ha speso di tasca sua per la Ocean Therapy Solutions, che ha approntato un macchinario per separare il petrolio dall’acqua. Sembrava soltanto una curiosità, invece ieri Adam Gabbatt del Guardian ha postato sul fatto che le macchine di Costner verranno impiegate dalla Bp per tentare la pulizia del Golfo del Messico. Le traduzioni qui sotto nel podcast.
♫ Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “As time goes by” di Billie Holiday
Ecco la puntata di oggi:
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C’è da mettersi le mani nei capelli. Come testimonia la spillcam, il petrolio continua a fuoriuscire forse peggio di prima, la BP prova a incappucciare la falla mentre le sue quotazioni in borsa crollano, Sarah Palin dice che è colpa degli ambientalisti, gli animali muoiono, MotherJones fotografa le insegne delle botteghe e dei negozi in Louisiana (“chiuso per colpa della BP”), Obama cancella il viaggio in Australia e Indonesia per tornare nel Golfo, si è aperta la stagione degli uragani, i commentatori di sinistra lamentano che il disastro oscuri la sua presidenza, mentre scienziati di tutto il mondo ed esperti degli abissi marini sono chiamati a dare il loro parere, fianco a fianco con deputati repubblicani che siedono nei CdA della compagnie petrolifere. E mentre noi ricicliamo le bottiglie di plastica, la macchia di greggio potrebbe arrivare all’Atlantico. Ma potrebbe esserci un simbolo più chiaro della fine di un’epoca e dell’urgenza di cambiare modo di vivere?
Jacqueline Leo, direttrice del Fiscal Times, posta per HuffingtonPost su come la BP abbia comprato i risultati di ricerca di Google in modo da comparire sempre per prima nelle ricerche su “perdita di petrolio”, “petrolio nel golfo”, “perdita sulla costa della Louisiana”, “pulizia del petrolio” (ma non “disastro da petrolio”) spingendo verso le pagine secondarie i risultati delle associazioni non-profit (vi traduco quanto più possibile di questi post nel podcast qui sotto)
Anderson Cooper della Cnn trasmetteva ieri sera dopo il suo sopralluogo in mare nel Golfo. Maureen Miller, della sua redazione, anticipava che la BP ha il coraggio di dire che l’avvelenamento dei pulitori sulle spiagge potrebbe non essere dovuto alle sostanze chimiche che stanno maneggiando ma a un “avvelenamento da cibo”.
Rick Outzen per Daily Beast racconta come mentre tanti pescatori senza lavoro aspettano con le mani in mano, la BP paga i turisti ricchi perché li aiutino con le loro motobarche superveloci.
James McKinley Jr posta per il New York Times su cosa sta accadendo all’industria della pesca nel Golfo.
James Cameron, che per Abyss e Titanic ha lavorato con le troupe di sommozzatori più esperte del mondo, dice che la sua offerta di aiuto è stata rimbalzata dalla BP.
Nel frattempo, dopo che la sega dalla lama di diamante si è incastrata nel condotto, la BP è riuscita a liberarla e sta usando un paio di forbici giganti. Sì. Deve tagliare il tubo per provare a “incappucciarlo”, in attesa che siano completati i pozzi di sfogo (per agosto?) generosamente paga lei le barriere di sabbia con cui la costa della Louisiana sta cercando di proteggersi.
La dimensione delle punizioni civili per la BP – cioè le multe – dipende da quanto petrolio versano in mare, perciò è di assoluta importanza calcolare esattamente quanto petrolio sia stato disperso. Kate Sheppard qui. nel frattempo è investita da una valanga di richieste private di risarcimento, racconta Andrew Clark.
Finlo Rohrer cerca di capire quanta rabbia ci sia negli Stati Uniti, dalle iniziative individuali contro la Bp alle 350 mila persone che protestano su Facebook.
Le musiche di oggi erano “Rise” di Eddie Vedder e “Treme song” di John Boutté
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Mentre Obama decide di tassare di un centesimo al barile le compagnie petrolifere (perché la BP pagherà le “pulizie” fino a un certo tetto stabilito dalla legge) per finanziare le ancora lontanissime soluzioni del disastro ambientale nel Golfo del Messico, oltre a 5000 barili di greggio in mare ogni giorno da 23 giorni in qua la piattaforma Deepwater Horizon sta sputando un po’ alla volta anche i suoi segreti.
La Nasa ha già fotografato la macchia di petrolio dallo spazio, mentre i volontari della Louisiana Bucket Brigade hanno aggiornato la loro mappa dell’avvicinamento della macchia alle coste. Adesso, dopo aver subito innumerevoli pressioni dai media e dal governo, la BP cerca di fare un’operazione di “trasparenza” pubblicando per la prima volta una ripresa video del getto di petrolio emesso dal pozzo in profondità, la più grossa delle due perdite.
Ma nel frattempo salta fuori che i segnali d’allarme c’erano stati tutti. Oltre alla questione delle due valvole di sicurezza mai installate, e delle trivellazioni 7000 piedi più in profondità del consentito, il giorno stesso dell’esplosione la piattaforma non aveva passato un test di sicurezza: era stata rilevata la presenza di una formazione gassosa all’interno del tubo principale, quella che poi avrebbe portato all’esplosione. Invece di chiudere immediatamente le trivellazioni, la Deepwater ha continuato a pompare petrolio fino al disastro. La Associated Press racconta come tutte le scorciatoie della BP (le valvole di sicurezza mai montate, le crepe nel fondo di cemento, le tubature allentate, una batteria esaurita e mai sostituita) rivelino una pericolosa carenza di regolamentazione generale. Il blog di un indignato Richard Adams racconta l’udienza della BP presso la commissione di controllo del Senato – che ha preso tutta l’aria di uno “scaricabarile” (perdonate il gioco di parole) fra la BP (che gestisce la piattaforma), la Hallyburton (che l’ha installata) e la Transocean (che la possiede). Il Daily Beast fa un sunto delle proposte più estreme di soluzione del disastro arrivate da tutto il mondo.
*
La questione degli accordi fra venditori di e-book, editori e piattaforme di lettura, soprattutto dopo l’ingresso sul mercato dell’iPad, è ancora talmente fluida che ne stanno capitando di tutti i colori. Se volete seguire un po’ le puntate precedenti come le abbiamo raccontate qui ad Alaska basta digitare “e-book” nella casella di ricerca qui in alto a destra. Una delle cose bizzarre è che le trattaive in corso per quello che rigurada i diritti dei libri cambiano ogni giorno, e può capitare di vedersi “requisire” un e-book già pagato. E’ da qualche settimana che Inkygirl, fumettista e blogger americana, sta cercando di risolvere (invano) una bella sorpresina che si è ritrovata come utente di e-book. In buona sostanza ha fatto uno dei suoi soliti acquisti digitali di un libro elettronico, ha cominciato a leggerlo, l’ha lasciato da parte per un po’, e quando è tornata ad aprirlo si è vista negare l’accesso: il suo libro, regolarmente pagato, non era più accessibile per “restrizioni geografiche”. Inkygirl ha contattato più volte il servizio di assistenza di Fictionwise/Barnes & Noble e si è sentita dire che la responsabilità non è loro e che la ricontatteranno quando avranno trovato una soluzione. Intanto, per ora, niente rimborso e niente libro. Alla sua maniera, Inkygirl ha raccontato la storia con una vignetta, fingendo che la stessa cosa accaduta con l’e-book fosse successa con un libro tradizionale:
(clicca per ingrandire)
♫ Le musiche di oggi erano “Gli spietati” dei Baustelle e “Tornare a casa” di Marco Iacampo
Ecco la puntata di oggi:
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Su Radio Popolare dal martedì al venerdì alle 12.40 circa, e in replica dal martedì al giovedì alle 21.30, e il venerdì dalle 20.40. Condotta da Marina Petrillo. Esploriamo sentieri digitali, e siccome il mondo è vasto qualche volta ci perdiamo.
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la sigla di Alaska
è "The desert is on circle" dei Six Organs of Admittance