Posts Tagged ‘HBO’

The Big Easy

martedì, maggio 11th, 2010

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La stretta cronaca è tutta BCE, BP, UK, vulcano, e questa settimana cominciano pure il Festival del Cinema di Cannes (domani) e la Fiera del Libro di Torino (giovedì). Noi per oggi prendiamo fiato e ci dedichiamo a un approfondimento attraverso i blog tutto incentrato sulla New Orleans del dopo-Katrina (e del durante macchia-di-petrolio, purtroppo), che ci porta anche nel mondo della fiction e ci dice qualcosa su casa nostra (nel podcast qui sotto vi traduco il grosso dei post citati ).

Comincio col consigliarvi un libro, Zeitoun, un altra impresa di Dave Eggers nel campo della non-fiction, storia di un imprenditore edile musulmano di New Orleans, della sua canoa di alluminio nella distruzione della città allagata, e di un certo carcere troppo simile a Guantanamo in cui è finito per errore insieme a molti altri grazie all’isteria del controllo del crimine nei giorni dopo il crollo della diga. Un libro imperdibile, a cominciare dalla copertina disegnata da Rachell Sumpter (esce a luglio il 28 maggio in italiano). Ecco la recensione di ricklibrarian. Questa è la pagina di McSweeneys su Zeitoun dove trovate altre recensioni e le interviste radiofoniche ai protagonisti della storia vera.

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Phyllis Montana Leblanc, una delle decine di migliaia di sfollati dell’uragano di cinque anni fa, è diventata una star locale dopo il suo ruolo di narratrice di primo piano nel documentario di Spike Lee When the levees broke. E’ tornata a New Orleans e tutti quelli che incontra la riconoscono per strada dopo averla vista nel documentario. Spike Lee ha visto in lei un grande talento narrativo e l’ha spinta a coltivare le sue aspirazioni da scrittrice, mettendo una buona parola per lei presso un grande editore. Dopo una prima proposta rifiutata, Phyllis Montana Leblanc è riuscita a vendere il suo libro di memorie dell’uragano per 100 mila dollari a Simon & Schuster (il libro, parafrasando il titolo del film di Spike Lee, si intitola Non si è rotta soltanto la diga), ed è fermamente decisa a dedicare la vita alla ricostruzione morale della sua comunità. Qui potete leggere la storia di Phyllis e vedere una breve intervista in video.

Phyllis è diventata anche attrice – infatti è uno dei volti, a metà tra fiction e vera New Orleans, della nuova serie tv HBO Treme diretta dalla regista polacca Agniezska Holland e arrivata al quarto quinto episodio (io ho visto i primi tre). Mentre le conseguenze dello scandalo Lehmann Brothers e i riferimenti alla riforma sanitaria fanno capolino di continuo in tempo reale nelle puntate di CSI, e dopo un tentativo di raccontare la New Orleans del dopo-Katrina con la serie poliziesca K-Ville (poi interrotta), la HBO ha varato una nuova serie di bellezza ed efficacia strabiliante, che racconta l’umanità complessa, la storia antica, la musica, i luoghi comuni del turista, il clima negli alberghi, l’ambiente della ristorazione, l’architettura, il processo di gentrificazione dei quartieri a seguito della ricostruzione, le roulotte di emergenza del Fema, gli scomparsi e gli arrestati, l’avvocato che li cerca, le distinzioni razziali praticate dai creoli, i lavori di carpenteria, i i blog che si scagliano contro la mancata manutenzione della diga, le parate di second line, i finanziamenti alle piccole imprese, le case distrutte, il trasferimento a domino delle scuole, la violenza della polizia, la differenza fra chi ha perso qualcosa e chi ha perso tutto, la diatriba sul fatto di ricostruire o meno perché New Orleans sarebbe condannata dall’acqua, le famiglie ancora divise, perfino i rituali dei capi nativi americani sviluppatisi sulla sponda del Mississippi. Treme, vera patria della musica e della cucina di Nola e ancora considerato poco raccomandabile, è il quartiere confinante a ovest col French Quarter. Le vicende del telefim prendono il via tre mesi dopo l’uragano, quando molti cominciavano a tornare a casa dalle città dov’erano sfollati, come Baton Rouge. Nel telefilm, oltre ai bellissimi personaggi di fiction, compaiono una quantità di figure del sottobosco musicale e culturale di New Orleans, alcune delle quali leggendarie come Alain Toussaint, Dr John e Elvis Costello. Il tutto girato con sapienza cinematografica ma senza funambolismi di montaggio, come se la serie avesse preso il ritmo della città.

La rete di citazioni e simbolismi di Treme è talmente densa (e illeggibile ai più) che Dave Walker, giornalista del quotidiano di New Orleans Times-Picayune, si è impegnato a tenere un blog di corredo ad ogni puntata (qui l’indice, entrate in ogni puntata per leggere tutti i dettagli). Il Times-Picayune è coinvolto a vario titolo nella serie, perché una gran parte dei materiali di inchiesta su cui si basano le storie di Treme vengono proprio dai reportage del giornale, così Dave Walker vi fornisce anche i link ai reportage originali, vi indica dove trovare il catalogo delle musiche di ogni puntata, vi spiega chi sono le figure che compaiono nella serie, va in cerca di eventuali incongruenze fra la realtà e la fiction (finora solo una: a New Orleans non esistono bar musicali dove si pratichi anche la lap-dance, ma Dave fornisce anche la spiegazione di questa scelta data dal produttore del telefilm), colloca tutte le citazioni musicali, ci spiega perché è così importante un certo lembo di tela cerata blu su un tetto, che cosa significano i cerchi divisi in quadranti tracciati sulle facciate delle case  (indicavano cosa fosse stato trovato nella casa dopo l’alluvione, quanti morti, a che piano, ecc), racconta la storia delle radio di New Orleans e cosa è successo loro dopo l’uragano, il carico simbolico di alcuni luoghi, e cosa c’è di vero nell’ambivalenza fra la necessità di attirare turisti e il loro voyeurismo dopo Katrina. Dave ha cominciato a scrivere ad aprile, quando andava in scena il JazzFest annuale di New Orleans, e quindi postava anche le indicazioni su come andare a vedere dal vivo i musicisti citati o apparsi nella serie.

Questa è la pagina dedicata di Treme su HBO, e qui su YouTube potete vedere la sigla con la musica di John Boutté e altri link a trailer e frammenti di Treme.

Potete seguire e condividere la discussione su Treme anche su Twitter con l’hashtag #treme.

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Se vi sembra veramente tanto per quella che in fondo è solo una serie tv, veniamo a casa nostra: Freddy Nietzsche vede il primo episodio di Treme e mette bene in parole una sensazione che attanaglia chiunque veda le fiction americane e si chieda “perché noi non siamo capaci di raccontarci”? Ecco il suo post (in italiano).

♫ La canzone di oggi era “Treme song” di John Boutté

Ecco la puntata di oggi:

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cose che si possono fare insieme

martedì, novembre 3rd, 2009

this is our moment
Domani cade il primo anniversario dell’elezione di Barack Obama. Potrebbe essere facile dimenticare la portata storica di quella giornata mentre il neopresidente se la sta giocando su alcune cosine da nulla: la ricostruzione della reputazione degli Stati Uniti all’estero, l’amicizia con i paesi arabi, il picco della recessione e il funzionamento del sistema bancario americano, il veto ai nuovi insediamenti israeliani, le nuove risorse energetiche e l’appuntamento di Copenaghen, il nucleare iraniano, la guerra in Afghanistan, il Nobel per la Pace da meritarsi, l’opzione pubblica della riforma sanitaria, l’allargamento dell”accesso all’istruzione, la libertà di movimento dei malati di Aids, la parità di salario per le donne, la visibilità delle bare dei soldati morti in guerra. Quello che più si rischia di dimenticare è che quello che avvenne il 4 novembre dell’anno scorso, con un’affluenza al voto di proporzioni inedite, soprattutto di giovani, neri e latini, non era affatto una vittoria annunciata, e che il percorso di Obama verso la presidenza era cominciato in sordina nel 2004. Una regista americana, Amy Rice, aveva intuito le sue potenzialità molto prima degli altri, ed è riuscita a convincere l’attore Edward Norton, che ha una piccola casa di produzione, a finanziare e produrre un documentario che seguisse in forma di diario la carriera di Obama come senatore. Appena si è affacciata l’eventualità della candidatura alla Casa Bianca, naturalmente, lo staff di Obama ha posto qualche difficoltà sull’accesso illimitato al dietro le quinte che aveva garantito alla troupe fino a quel momento; Edward Norton racconta:

Il segreto è stato… arrivare presto. Nel nostro caso ha signficiato proporre il progetto prima che lui fosse candidato. All’inizio gli abbiamo detto che volevamo fare un diario politico del suo mandato come senatore, volevamo guardare la politica americana da dentro, dal punto di vista di un nuovo giovane politico. Siccome abbiamo cominciato a lavorare con lui e con il suo staff quasi nove mesi prima che venisse candidato alla presidenza, abbiamo avuto il tempo di definire con loro quello che stavamo facendo e di guadagnarci una certa fiducia da parte loro. Avevamo assolutamente colto la sua potenzialità nel partito democratico, e il credito va a una dei nostri registi, Amy Rice, che è venuta a bussare alla nostra porta dicendo, è chiaro che questa persona prima o poi correrà per la presidenza, non sarebbe bello fare una cronaca del suo percorso cominciando molto presto? Eravamo rimasti tutti colpiti da lui, e ci era chiaro che si trattava di una figura di importanza storica nel partito. Amy ha insistito che dovevamo assolutamente cominciare subito, ma per quanto fossimo entusiasti di lavorare con lui, non potevamo avere la più pallida idea della piega che avrebbero preso le cose soltanto nel giro di un anno. Per quanto ci fossimo dati una strategia su cosa girare, era impossibile prevedere l’otto volante di emozioni che ci si sarebbe presentato davanti, e sicuramente non il risultato. Ci eravamo dati una serie di principi, volevamo girare con un approccio non-partisan, da archivisti. Non intendevamo fare un film che celebrasse Obama o la sua campagna o il suo staff. Volevamo registrare le esperienze emotive, l’etica che c’era in ballo, raccontare com’era stare fra la gente che stava facendo quel pezzo di storia. Abbiamo cercato di far tirare fuori a queste persone le emozioni che stavano attraversando, non solo tutta la clinica strategia che ci stava dietro. Soltanto quando hanno annunciato la candidatura alla presidenza, David Axelrod, da stratega sgamato qual è, avendo saputo che stavamo lavorando a questo progetto da quasi un anno, ci ha immediatamente detto che non potevamo continuare, perché stava cominciando una vera campagna elettorale. Ci è voluto un po’ a convincerlo che noi non eravamo la stampa quotidiana, che non ci interessava sfruttare loro e la campagna, che lo facevamo per avere un documento sulla lunga distanza.

potete vedere l’intervista di Edward Norton a Countdown attraverso Huffington Post:

Visit msnbc.com for Breaking News, World News, and News about the Economy

Il documentario finito, By the people – the election of Barack Obama, viene trasmesso oggi per la prima volta su HBO, e naturalmente ha il pregio di catturare anche i mesi della campagna elettorale che avrebbero portato alla vittoria del 4 novembre.

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Urban Sketchers ha compiuto un anno. Questo blog collettivo, un diario fatto di illustrazioni dei taccuinisti di viaggio dalle più disparate città, ha come motto “vedere il mondo un disegno alla volta”. La più brava taccuinista italiana, Simo Capecchi, ci ha raccontato in diretta di cosa si tratta.

La canzone di oggi era “Obama Song” di Michael Franti & Spearhead

Ecco la puntata di oggi:

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mostri e creature

martedì, ottobre 13th, 2009

sendak

Quasi impossibile prescindere, mentre percorriamo le vaste strade dei blog, da uno dei pochi blog italiani ricchi di senso, quello che Alessandro Gilioli tiene sul sito dell’Espresso, “Piovono rane“. A volte Gilioli ospita altri, e così, spinta dall’inquietudine sempre più profonda che mi provocano le notizie degli episodi di aggressioni agli omosessuali a Roma, vi propongo il piccolo testo di Piergiorgio Paterlini di questi giorni.

Spike Jonze, il regista surreale di Essere John Malkovich e del video di “Weapon of choice” di Fat Boy Slim con Christopher Walken che ballava, sta per uscire in tutte le sale del mondo con il suo a lungo rimandato Where the wild things are, kolossal in costume da orsacchiotti e coniglioni tratto da un celebre romanzo per bambini di Maurice Sendak del 1963. E’ la storia del piccolo Max, che una sera mentre gioca in casa combina un guaio. Per punirlo sua mamma lo manda a letto senza cena. Nella sua cameretta, Max immagina una specie di giungla e intraprende un viaggio alla volta del Paese delle Creature Selvagge, di cui diventa il Re.
In Italia trovate qualche copia smarrita della traduzione del libro di Sendak uscita nel 1999 con il titolo Nel paese dei mostri selvaggi. Nel frattempo però, Mondadori pubblica in questi giorni nella collana Strade Blu Creature selvagge, l’adattamento dal romanzo di Sendak realizzato dall’enfant prodige della narrativa americana Dave Eggers, sul quale si è basato Jonze per il suo film.

Ecco il trailer del film con la musica degli Arcade Fire, in cui le Creature Selvagge mostrano a Max come lanciarsi sugli alberi.

Il film uscirà in Italia il 30 ottobre, nel frattempo il Moma, il Museo di Arte Moderna di New York dedica a Spike Jonze una retrospettiva giustamente surreale, a cominciare dal titolo: Spike Jonze: i primi 80 anni. E considerate che il regista ne ha da poco compiuti 39. In questi giorni il blog e aggregatore di Tina Brown, Daily Beast, ospita una lunga intervista in cui Spike Jonze racconta anche dei rallentamenti e delle polemiche sulla realizzazione del film.

Jonze, che ha realizzato forse il primo film per bambini e adulti senza sentimentalismi, e sicuramente senza alcun compromesso visivo, ha anche un blog per accompagnare l’uscita del film, We love you so. Fra collegamenti con altri artisti, a loro volta contigui con le arti visive e la musica, ma anche con la moda e la pubblicità, Jonze si conferma acuto promotore di se stesso e cerniera fantasiosa fra mondi apparentemente separati, e nello spirito di contributo educativo che caratterizza anche il lavoro non letterario di Eggers, ha realizzato anche un documentario sull’autore delle Creature Selvagge, che oggi ha 81 anni. Il documentario, Tell them anything you want, verrà trasmesso domani dalla rete HBO, nel frattempo potete guardare il piccolo video (non lo trovate su YouTube per ragioni di copyright territoriale). Noterete la straordinaria vicinanza fra i disegni originali di Sendak e le Creature del fim di Jonze.

Infine, Michael Moore, il cui nuovo film Capitalismo: una storia d’amore è stato presentato a Venezia e uscirà il 30 ottobre, sul suo diario online che potete ricevere anche iscrivendovi alla sua mailing list, si congratula con Obama per il premio Nobel, e alla sua maniera, ha parecchie cose da dirgli.

“Congratulazioni presidente Obama per il Nobel per la Pace – adesso per favore se lo guadagni”

Caro Presidente Obama,
è notevolissimo che lei venga oggi riconosciuto come uomo di pace. I suoi rapidi  e chiari pronunciamenti – che lei chiuderà Guantanamo, che riporterà a casa le truppe dall’Iraq, che vuole un mondo libero dalle armi nucleari, la sua ammissione con gli Iraniani che siamo stati noi a rovesciare il loro presidente democraticamente eletto nel 1953, il grande discorso che ha rivolto al mondo islamico al Cairo, l’eliminazione di quel termine inutile, “guerra al terrore”, la fine della tortura – tutti questi gesti hanno fatto sentire noi e il resto del mondo un po’ più al sicuro conisderato il disastro degli ultimi otto anni. Lei in otto mesi ha assunto un atteggiamenro appropriato e condotto questo paese in una direzione molto più sana di di mente.
Ma…
L’ironia che le venga conferito questo premio nel secondo giorno del nostro nono anno di guerra in Afghanistan non sfugge a nessuno. Lei ora si trova davvero in un momento cruciale. Può dare retta ai generali e espandere la guerra (per portare a una fin troppo prevedibile sconfitta) o può dichiarare finite le guerre di Bush e riportare a casa i soldati. Ora, questo è quello che farebbe un vero uomo di pace.
Non c’è niente di male nel fatto che lei faccia quello che l’ultimo tizio seduto al suo posto ha mancato di fare – catturare l’uomo o gli uomini responsbaili per l’omicidio di massa di 3 mila persone l’11 settembre. MA LEI NON PUO’ FARLO CON I CARRIARMATI E LE TRUPPE.  Lei sta perseguendo un criminale, non un esercito. Non si usa un candelotto di dinamite per sbarazzarsi di un topo.
I Talebani sono un’altra faccenda. Questo è un problema che deve risolvere il popolo dell’Afghanistan – così come abbiamo fatto noi nel 1776, i francesi nel 1789, i cubani nel 1959, i nicaraguegni nel 1979 e la gente di Berlino est nel 1989. C’è una sola cosa certa delle rivoluzioni fatte dalle persone che vogliono essere libere: alla fine dei conti, devono trovare quella libertà da sé. Gli altri possono sostenerli, ma la libertà non arriva consegnata sul sedile davanti del blindato di qualcun altro.
Lei adesso deve concludere il nostro coinvolgimento in Afghanistan. Se non lo fa, non avrà altra scelta che restituire il premio a Oslo.

Michael Moore

PS la sua opposizione ha passato la mattinata ad attaccarla per aver portato tanto bene a questo paese. Perché odiano tanto l’America? Ho la sensazione che se lei trovasse la cura per il cancro questo pomeriggio la denuncerebbero per aver distrutto la libertà d’impresa perché i centri di ricerca sul cancro dovrebbero chiudere. Ci sono persone che sostengono che lei non abbia fatto niente per meritare questo riconoscimento. Per quel che mi riguarda, il fatto stesso che lei si sia offerto di camminare nel campo minato dell’odio cercando di disfare il danno irerraparabile fatto dall’ultimo presidente non solo è apprezzato da me e da altri milioni di persone, ma è anche un atto di vero coraggio. E’ così che lei ha vinto questo premio. Il mondo intero dipende dagli Stati Uniti – e da lei, per salvare letteralmente questo pianeta. Non deludiamolo.

Le musiche di oggi erano “As time goes by” di Billie Holiday e “Come home to me” di Steve Earle.

Ecco la puntata di oggi:

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