La contrapposizione pura fra “noi e “voi” del linguaggio dei grillini rispetto ai giornalisti sta completamente intasando il tentativo della stampa di capire elettori ed eletti del Movimento 5 stelle. E dove i M5S mutuano parole d’ordine dai movimenti internazionali, nell’utilizzo che ne fanno essi sembrano soltanto ingredienti di una retorica di sapore futurista. Intanto, i giornalisti cadono nella trappola ritrovandosi ad inseguire l’uomo mascherato su spiagge toscane. Luca Sofri, direttore del Post, ha scritto in questi giorni sul suo blog sui punti deboli della categoria che Grillo riesce a colpire, mentre Pietro Salvatori, giornalista politico, parte da lì per scrivere sul suo blog di che cosa si interrompe nella “traduzione” fra grillini e stampa, e oggi Serena Danna scrive per Corriere.it di quanto sia poco moderno e interattivo – in realtà – l’utilizzo che il grillismo fa della rete.
La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles
Ecco la puntata di oggi:
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Le grandi aziende tecnologiche americane sono spesso anche esperimenti di gestione e convivenza aziendale – a cominciare dalle strutture fisiche che le ospitano. Secondo un analista aziendale intervistato da ZowChow, uno dei motivi per cui sono all’avanguardia nella gestione del personale è perché essendo nuove non hanno passato – nessun fardello di modelli organizzativi precedenti, esuberi, mancanza di aggiornamento dei dipendenti. A settembre vi raccontavo dal nuovo quartier generale di Twitter a San Francisco, mentre Facebook si è fatta progettare una caffetteria interna da due grandi del design come Roman & Williams (gli scenografi di Zoolander). La prosperità delle aziende si vede anche dal flusso continuo di annunci di lavoro e di posizioni aperte, sempre pubbliche, e ognuna si organizza su come offrire benefit ai dipendenti (spesso a supplire alle carenze del welfare americano) e creare un ambiente accogliente per favorire nuove idee (seguendo le orme della Apple) ma anche per limitare quello che chiamano “attrito”, cioè la cadenza con cui i dipendenti lasciano l’azienda, spesso a favore della concorrenza nello stesso ambiente tecnologico, che attinge allo stesso bacino di competenze ingegneristiche. Per il quarto anno consecutivo, Google è arrivata prima nella classifica della rivista Fortune delle “migliori aziende per cui lavorare”, così in questi giorni Farhad Manjoo racconta per Slatedi come Google qualche anno fa ha cercato di gestire le opportunità per le lavoratrici nella sua azienda (quelle interne, a Mountain View, perché Google impiega anche decine di migliaia di persone esternalizzate, soprattutto per i ranking delle ricerche) e di come il suo reparto chiamato POPS (People Operations) analizza i dati che riguardano l’efficienza del lavoro e l’abbassamento dell’attrito (la “felicità interna” dei dipendenti, e di conseguenza la loro lealtà) usando questi dati per migliorare le proprie decisioni. Il fatto che Google accumuli e analizzi dati sulla propria organizzazione interna significa anche che in futuro sarà in grado di produrre modelli da studiare anche per le altre aziende, anche se tutti gli osservatori riconoscono che il suo ruolo nel mercato non è imitabile. Contemporaneamente il programmatore Swizec Heller racconta ad Huffington Postil suo colloquio a Google, al quale si è molto divertito. A fine 2011 il Post raccontava qui le domande-tipo dei colloqui a Google.
La canzone di oggi era ”One day” nella versione di Sven Dorau
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La Wikipedia italiana ha (di nuovo) una pagina di apertura di preoccupazione e denuncia, questa volta per via del nuovo disegno di legge anti-diffamazione in discussione al Senato. Il Post spiega di cosa si tratta – e riguarda tutti, non solo l’indipendenza di Wikipedia.
La canzone di oggi era “I’m goin’ down” nella versione dei Vampire Weekend
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♫ Le musiche di oggi erano “Pay me” di Tom Waits e “Moon” di Bjork
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Oggi è venerdì, e sulla nostra timeline di Twitter continuiamo a seguire le notizie dai paesi arabi che ci mandano i nostri tweep. In Bahrain ieri ancora un’altra condanna per un manifestante pacifico di Lulu, quella a 4 anni di carcere per il capocannoniere della Coppa Asiatica di calcio 2004, Alaa Hubail, di cui vi avevo raccontato la storia qui. Intanto sia la Cnn che SkyNews oggi trasmetteranno in diretta da Damasco, e per oggi è stata indetta via facebook la giornata di blogging per la Siria.
Oggi però dedichiamo qualche spunto di riflessione alla crisi greca, prima con l’opinione di Simon Nixon del Wall Street Journal raccolta da Il Post, che confuta alcuni luoghi comuni sul disastro economico del paese, e poi con il racconto di Daniel Howden dell’Independent, ex corrispondente dalla Grecia che è tornato a vedere come stanno le cose sette anni dopo la sua ultima visita.
♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis
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(nella foto, manifestazione a Washington per chiedere la chiusura di Guantanamo, i manifestanti sfilano con i nomi dei detenuti, quasi tutti di origine araba)
Misurata arriva all’ottava settimana sotto assedio, la quinta sotto i bombardamenti coordinati dal comando Nato sulla Libia. Fra i pochissimi reporter che stanno raccontando i combattimenti di strada in strada, due giornalisti dello Spiegel online, Jonathan Stock e Marcel Mettelslefen, che postavano questo racconto pochi giorni fa, descrivendo la città, la situazione negli ospedali, e un maestro elementare diventato cecchino.
NYT, Le Monde, Washington Post e Guardian – fattisi pastori dei WikiLeaks nel tentativo di dare ai dispacci nudi e crudi una qualche parvenza di contesto e di senso – affrontano adesso i circa 700 che riguardano il carcere di Guantanamo, limbo legale senza precedenti internazionali, nodo di imbarazzo sui diritti umani per gli Stati Uniti e la spina nel fianco più contestata a Obama dalla sinistra liberal americana rispetto alle promesse elettorali fatte due anni fa. Da noi in Italia si occupa di farne sintesi il Post. Uno degli uomini catturati dopo l’11 settembre in Pakistan, un libico “sospettato di appartenere ad al-Qaeda” e in seguito riconsegnato alle carceri di Gheddafi, è oggi uno dei leader del Comitato di Liberazione degli insorti in Libia.
Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain, e oggi l’avvio in Egitto del controverso processo all’ex ministro degli Interni, responsabile dell’ordine di sparare sui manifestanti che ha causato la morte di quasi 700 persone a piazza Tahrir.
♫ La canzone di oggi era “Bodysnatchers” dei Radiohead
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La twitter cloud studiata e animata da Amy Davidson dei tweet e retweet prima e dopo le dimissioni di Mubarak (via Daily Dish)
Oggi alcune riflessioni sul ruolo della rete in quello che si sta muovendo nel mondo arabo (mentre Obama a San Francisco incontrava ieri sera a San Francisco Steve Jobs/Apple), Mark Zuckerberg/facebook) e Eric Schmidt/Google); i più svegli sono quelli del New York Times. Qui James Glanz sulle restrizioni a Internet durante gli scontri in Bahrein (sul Twitter di Alaska stiamo seguendo quello che accade: centinaia di migliaia in piazza Tahrir al Cairo per omaggiare i martiri e ribadire le richieste della rivoluzione, giornalisti stranieri bloccati in aeroporto in Bahrein mentre la polizia spara sulla folla, e ancora la Giornata della Collera in Libia e le proteste che proseguono in Yemen). Qui Il Post riassume i dati del NYT sull’età anagrafica delle popolazioni in alcuni paesi e quella dei loro leader. Qui il post di Jennifer Preston su come i rappresentanti di facebook tengano un basso profilo sul ruolo che ha il social network nelle rivolte. Qui il Post riassume James Glanz e John Markoff su come il governo egiziano aveva bloccato la rete.
♫ Le musiche di oggi erano dei Radiohead, “Bodysnatchers” e la nuova canzone “Lotus Flower” diffusa oggi così.
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Al terzo giorno di ricovero in ospedale a Johannesburg, Nelson Mandela viene dimesso proprio nei minuti in cui andiamo in onda, le cure proseguiranno a casa e la sua fondazione insiste che non c’è ragione di preoccuparsi – mentre i media si erano scatenati sulle ipotesi peggiori. Celia W. Dugger del NYT racconta dalla città sudafricana, un post appena precedente alla notizia del ritorno a casa di Mandela (che vi traduco qui sotto nel podcast). Intanto in questi giorni sui blog sono emerse due questioni ancora critiche per il Sudafrica, una che riguarda la lingua (qui il Post), e l’altra, ancora una volta, il colore della pelle (fa sintesi del dibattito lanciato dal blogger sudafricano Sentletse Diakanyo Claudia Borrello per Global Voices in italiano).
♫ Le musiche di oggi erano “These are my hands” di Jimmy Gnecco e “Jimmy standing in the rain” di Elvis Costello
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Le proteste e gli scontri di questi giorni in Algeria e Tunisia e la repressione della polizia sono strettamente monitorate dai blogger, e la comunità di netizens locali usa i blog, i forum e Twitter per scambiarsi informazioni e opinioni, seguite con grande attenzione da Global Voices, sia nell’edizione in inglese che in quella in italiano. Oggi vi propongo quattro post.
Il 7 gennaio Giorgio Guzzetta postava per Global Voices in italiano sul dibattito seguito ai fatti di Sibi Bouzid (dove il giovane tunisino si era dato fuoco per protesta), in particolare riguardo alla situazione degli avvocati.
♫ Le musiche di oggi erano “Wonderful savior” di Mavis Staples e “Shell games” dei Bright Eyes
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Proprio nei giorni del lancio dell’inchiesta che subirà dall’antitrust europeo (ne parlavamo ieri), Google ha annunciato due giorni fa di aver fatto un’offerta di 6 miliardi di dollari per acquisire Groupon, una massiccia struttura di lancio di coupon di sconto online per vari tipi di merce, che con i suoi 3100 dipendenti dovrebbe aiutare il motore di ricerca a mettere radici là dove non gli è riuscito con un suo social network e dove invece riesce facebook, cioè nel radicamento del messaggio pubblicitario presso le persone in carne e ossa e il passaparola concreto. E’ una mossa finanziaria talmente corposa che gli azionisti di Google la vedono con preoccupazione, ma se dovesse avere esiti positivi rafforzerebbe l’efficacia pubblicitaria di Google e ne rappresenterebbe una prima emanazione concreta “sulla strada”. Lo racconta il Dealbook del NYT qui.
Intanto, mentre Amazon è sbarcata in Italia, e IBS lancia la sua alternativa al Kindle, (il Leggo), in rete la riflessione sul ruolo di Google e di Amazon sul futuro del libro ha ripreso a ribollire. Robert Darnton torna sulla creazione della Biblioteca Digitale d’America e sul ruolo che potrebbe giocarvi Google se solo volesse. Il Post ci racconta che cos’è Google Editions. E Isak ci raccomanda un link alla lunghissima disquisizione di Onnesha Roychoudhuri (storia di copertina della Boston Review) su “i libri dopo Amazon”. Onnesha racconta come Amazon sta cambiando il mercato dei libri, e dice, “capisco che Amazon vuol essere re, ma deve decidere che tipo di re vuole essere”. Un po’ come Google. Vi invito alla lettura integrale del suo post mentre vi dico invece come Isak commenta il suo pezzo, mettendo anche in discussione che l’unico valore culturale che il lettore mette in campo sia il prezzo basso del libro (vi traduco tutto il possibile dei post scritti in inglese nel podcast qui sotto)
♫ La canzone di oggi era “Nothing compares 2 U” di Sinéad O’Connor
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Su Radio Popolare dal martedì al venerdì alle 12.40 circa, e in replica dal martedì al giovedì alle 21.30, e il venerdì dalle 20.40. Condotta da Marina Petrillo. Esploriamo sentieri digitali, e siccome il mondo è vasto qualche volta ci perdiamo.
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è "The desert is on circle" dei Six Organs of Admittance