Posts Tagged ‘Luca Sofri’

problemi di comunicazione

mercoledì, marzo 6th, 2013

resizer.jsp

La contrapposizione pura fra “noi e “voi” del linguaggio dei grillini rispetto ai giornalisti sta completamente intasando il tentativo della stampa di capire elettori ed eletti del Movimento 5 stelle. E dove i M5S mutuano parole d’ordine dai movimenti internazionali, nell’utilizzo che ne fanno essi sembrano soltanto ingredienti di una retorica di sapore futurista. Intanto, i giornalisti cadono nella trappola ritrovandosi ad inseguire l’uomo mascherato su spiagge toscane. Luca Sofri, direttore del Post, ha scritto in questi giorni sul suo blog sui punti deboli della categoria che Grillo riesce a colpire, mentre Pietro Salvatori, giornalista politico, parte da lì per scrivere sul suo blog di che cosa si interrompe nella “traduzione” fra grillini e stampa, e oggi Serena Danna scrive per Corriere.it di quanto sia poco moderno e interattivo – in realtà – l’utilizzo che il grillismo fa della rete.

La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

tre ritratti

martedì, giugno 22nd, 2010

José Saramago.

Khaled Said.

Manute Bol.

Venerdì scorso nel pomeriggio, quando è giunta la notizia – purtroppo attesa – della morte del grande scrittore portoghese Josè Saramago – ho twittato ai follower di Alaska su Twitter le reazioni di alcuni media online (ve li riposto qui per chi non è su Twitter: il ricordo della BBC, quello del New York Times, quello del Guardian, quello di Le Monde, quello de Il Post, quello del Sole 24 Ore)

Purtroppo non si può dire che nella blogosfera i ricordi spontanei del Nobel portoghese si siano moltiplicati, al contrario di quello che accade con gli autori di lingua inglese (o, nel nostro caso, italiana). Perciò dobbiamo essere grati a Global Voices che traduce una catena di commenti nella lingua madre in cui Saramago scriveva, il portoghese. Potete leggerla con traduzione qui.

*

Sempre Global Voices sta seguendo le manifestazioni di protesta in Egitto seguite all’uccisione del giovane Khaled Said presumibilmente per mano della polizia. Qui un collage in italiano dei testi postati sui blog e su facebook.

*

Sabato se n’è andato, a 47 anni,  il cestista sudanese Manute Bol che aveva militato nell’NBA e nel campionato italiano. Il Post lo ricorda con un profilo che aveva scritto Luca Sofri su di lui nel 2001 per il Venerdì di Repubblica.

♫ Le musiche di oggi erano “Ain’t no grave” di Johnny Cash e “Tornare a casa” di Marco Iacampo

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

post-it

martedì, aprile 20th, 2010

(foto di Örvar Atli Þorgeirsson via Iceland Eyes)

Gli islandesi hanno fatto un piccolo video per prendere in giro le pronunce bizzarre del nome del loro vulcano sui media di tutto il mondo.

Se ne parlava da un po’: ieri l’uscita online del nuovo IL POST, quotidiano online di Luca Sofri. Che cos’è, cosa fa e come si colloca nel mondo dei blog, ce lo spiega lui stesso nel primo editoriale.

Un esempio di notizia centralizzata da Il Post è quella della contestazione delle linee aree alla simulazione del nuvolone di cenere vulcanica realizzata dal MetOffice che ha scatenato il blocco dei voli di questi giorni.

*

Secondo blocco per i voli inglesi, gli stranieri in visita al salone del Mobile bloccati a Milano, e un flop per l’imminente Fiera del Libro di Londra, alla quale dovevano arivare come sempre professionisti dell’editoria da tutto il mondo. Il vulcano è dappertutto, in tutti i blog.

Nel frattempo, in Islanda… Iceland Eyes, via Blue Eyes, condivide la foto del vulcano che vedete in cima al post e ci mette un po’ di poesia… Alda Sigmundottir invece ha rinunciato al suo viaggio a Copenaghen e Bruxelles per ovvie ragioni e continua a occuparsi dello scandalo bancario islandese seguito alla pubblicazione del Black Report, mentre i politici islandesi saranno lieti che la nube del vulcano abbia oscurato la faccenda almeno per un po’.

*

Stavo pensando che l’ultima volta che questo stesso vulcano aveva eruttato, nel 1821, gli aerei non esistevano neanche. Perciò non ho resistito a questo commento sul Guardian online di Stuart Jeffries, che si chiede come sarebbe riavere un cielo vuoto.

Nei taccuini illustrati di Urban Sketchers, James Hobbs posta una vignetta del cielo verso Heathrow visto dalla sua finestra aperta in una Londra “incredibilmente silenziosa”.

(tutte le traduzioni dei post in inglese le potete riascoltare qui sotto nel podcast della puntata)

PS: per chi si fosse incuriosito sulla segnalazione di Saudiwoman dell’altro giorno sulle aperture riguardo il divieto di guida alle donne pubblicato sul quotidiano di Riyadh, adesso lo ha tradotto dall’arabo in inglese e lo trovate qui.

Le musiche di oggi erano “Who is it” e  ”It’s oh so quiet” di Bjork.

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

She loves you

venerdì, ottobre 23rd, 2009

polar-bear1

Qualche puntata fa, parlando del blog del NoImpactMan, abbiamo raccontato che riceve commenti che vanno dall’ecologismo sfrenato al più assoluto scetticismo. Mi è rimasto impresso il commento di un uomo che diceva che tutta la questione della sofferenza degli orsi polari sarebbe, in sostanza, una grossa balla, inventata probabilmente per non farci pensare a cose più importanti. Oggi mi arriva da Esteri una notizia che una trasmissione che si chiama Alaska non può esimersi dal citare: Il dipartimento Pesca, parchi e fauna degli Affari Interni di Washington ha annunciato che intende riservare un’area di 520 mila chilometri dell’Alaska, una zona più vasta dell’Italia, all’habitat degli orsi polari. Per Tom Strickland degli Affari Interni, questa scelta intende anche marcare il riconoscimento che il cambiamento climatico sta effettivamente minacciando i ghiacci dell’Artico, e con essi anche gli orsi. Questa decisione sembra confermare quella tesi del New Yorker secondo cui il vero ruolo nel tempo dell’amministrazione Obama sarebbe quello del ripristino culturale. Mi sembra che segni in modo chiaro, se non altro, una “preferenza energetica”: non è che George W. Bush non fosse al corrente di come stavano le cose, ma per la sua amministrazione era più importante non contrastare la prospezione petrolifera in Alaska. Qualche zona di estrazione di gas e petrolio si trova ancora anche nell’area designata, quindi vedremo come se la caveranno gli orsi.

Su Wittgenstein, il noto blog di Luca Sofri, c’è una piccola storia da non perdere. Viene dal resoconto della prigionia di David Rhodes, giornalista del New York Times che è stato ostaggio dei Talebani in Afghanistan per sette mesi. Il frammento riportato da Wittgenstein riguarda l’esperienze di Rhodes con le canzoni, e io ve lo traduco:

“Cercavano dei sistemi per spezzare la monotonia. Dopo cena, in molte sere d’inverno, le mie guardie cantavano per ore canzoni Pashtun. La mia voce e la mia pronuncia Pashtun erano terribili, ma le nostre guardie mi incoraggiavano a cantare con loro. Le ballate variavano. Qualche sera mi sono trovato a cantare, riluttante, canzoni talebane che dichiaravano che ‘voi avete le bombe atomiche, ma noi abbiamo gli attentatori suicidi’.

In altre sere, incoraggiato dalle mie guardie, passavo alle canzoni americane. Con voce agghiacciante e stonata cantavo la versione di “New York New York” di Frank Sinatra e la descrivevo come la storia di un paesano che cerca di avere successo in città e di mantenere la famiglia. Ho cantato “Born to run” di Bruce Springsteen e l’ho descritta come un ritratto delle lotte dell’americano medio.

Mi rendevo reso conto che anche le mie guardie avevano bisogno di una pausa dalla nostra triste esistenza. Ma quando mi dicevano di cantare per i comandanti che passavano in visita, mi sentivo come una scimmia ammaestrata. Sapevo che volevano solo ridere di me.
Evitavo intenzionalmente le canzoni d’amore americane, cercando di sfatare la loro convinzione che tutti gli americani fossero edonisti. Nonostante i miei sforzi, le canzoni romantiche – in qualunque lingua – erano le preferite delle guardie. La canzone dei Beatles “She loves you”, che mi è venuta in mente subito dopo aver ricevuto la lettera di mia moglie dalla Croce Rossa, era la più popolare. Per ragioni che mi lasciavano perplesso, alle guardie piaceva cantarla con me. Cominciavo io dalla prima strofa. Le mie tre guardie talebane, insieme a Tahir e ad Asad, si univano a me nel ritornello. “She loves you yeah yeah yeah”, cantavamo, con i Kalashnikov posati sul pavimento tutt’intorno a noi”.

Infine, stanno fioccano sui blog italiani e internazionali i post di addio all’artista Nancy Spero, che è mancata la settimana scorsa. E’ una buona occasione per ricordarla o per cominciare a conoscere il suo lavoro. Susanna Legrenzi la ricorda su Big Ben e non può fare a meno di collegare il suo impegno femminista alla tetra situazione italiana di questo periodo. Su The F word (contemporary UK feminism) citano il ricordo di Adrian Searle del Guardian. La giovane studentessa d’arte Jen la ricorda su safercampus. Tyler Green contribuisce con un sacco di link interessanti alla conoscenza del suo lavoro. Qui trovate anche un piccolo video in cui Nancy ricorda la sua nascita come artista.

Le musiche di oggi erano “She loves you” dei Beatles e “Spoiled” di Conor Oberst

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.