attrezzi di lavoro
giovedì, novembre 12th, 2009(Kurt Vonnegut e Pumpkin)
Vi piace la nuova veste dei link in azzurro?
Partiamo dalla cucina, e da quello che sta combinando Jamie Oliver, che forse ci dice come potrebbero diventare i libri di cucina del futuro, Dissapore recensisce la nuova trovata (niente male) dell’enfant prodige della gastronomia inglese, quello che ha convinto Blair a rifare completamente i menu delle scuole inglesi e che ha portato sulla tavola della regina la dieta mediterranea. Posto che Jamie Oliver, per bello e simpatico che sia, ormai sta un po’ alla cucina come l’Ikea sta ai mobili, la sua idea non è niente male. Si tratta di un’applicazione per l’IPhone con le istruzioni e la ricetta per un pasto da preparare in 20 minuti. Ecco di cosa si tratta nei dettagli.
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Un paio di puntate fa abbiamo sfiorato un post di Alexandra Alder sulle bislacche abitudini dei grandi scrittori che potrebbe piacervi, così ve lo traduco, prima che Murdoch cambi di nuovo idea e gli articoli del Wall Street Journal non si trovino più online:
“Nicholson Baker si alza alle 4 del mattino per scrivere a casa sua nel Maine, lascia le luci spente e imposta il portatile con lo schermo nero e il testo in grigio, in modo da non interrompere la sensazione di buio. Scrive per un paio d’ore in quello che definisce uno stato onirico, e poi torna a dormire, per risvegliarsi alle 8.30 e correggere quello che ha scritto. Il suo primo romanzo l’ha scritto dettando in un registratore mentre faceva il pendolare aventi e indietro dal lavoro. Per il ultimo romanzo su un poeta frustrato si è fatto crescere la barba per somgliare al suo personaggio, ha messo un cappellaccio marrone, e si è videoregistrato con una telecamera per 40 ore mentre leggeva poesie ad alta voce. Alla fine, quando la bozza del romanzo gli è sembrata troppo ordinata, lo ha diviso in sezioni numerate e le ha mescolate tutte a caso. Ne è venuto fuori un gigantesco casino e ha fatto una fatica terribile per rimettere tutto al suo posto.
Al romanziere turco premio Nobel Orhan Pamuk capita di riscrivere la prima frase dei suoi romanzi da 50 a 100 volte. “La prima frase è la più difficile, è dolorosa”, dice. Pamuk scrive a mano, su taccuini a quadretti, e riempie una pagina di prosa lasciando l’altra libera per le revisioni, che inserisce come balloon di fumetti. Poi spedisce i taccuini a un dattilografo rapidissimo che glieli restituisce sotto forma di dattiloscritto, e questo ciclo va avanti e indietro tre o quattro volte.
Hilary Mantel scrive subito appena sveglia la mattina, prima di aver pronunciato una sola parola o aver toccato un goccio di caffè. Di solito prima butta giù degli appunti su quello che ha sognato, altrimenti si confonde. Ha l’ossessione di prendere appunti e si porta sempre in giro un taccuino su cui annota frasi strane, frammenti di dialogo e descrizioni, che poi attacca su una gigantesca bacheca in cucina, dove rimangono finché non ha trovato loro un posto nella storia che sta scrivendo. Ha appena passato cinque anni a fare ricerche per il suo romanzo che ha visto il Booker Prize, un dramma alla corte dei Tudor al tempo di Enrico VIII. La parte più difficile è stata far coincidere la sua vicenda con i fatti storici, per questo ha creato un catalogo di schede, una per ogni personaggio in ordine alfabetico. Su ogni scheda aveva scritto dove si trovava ogni figura storica nelle date importanti. “E’ fondamentale sapere se il Duca di Suffolk era lì o no in quel momento, o se si suppone che fosse da un’altra parte”, dice. Un giorno, in panico sulla lunghezza del romanzo, ha usato il suo trucco migliore, quello di buttarsi sotto la doccia. Ne è uscita gridando che aveva capito che avrebbero dovuto essere non uno, ma due romanzi.
Kazuo Ishiguro, fin da quando era ragazzo, ha cercato di diventare un cantautore, una prima parte di carriera che lo ha aiutato a sviluppare quel tipo di narrazione succinta in prima persona in cui il personaggio sembra sapere più di quello che dice. Di solito trascorre due anni a fare ricerche per ogni romanzo e un anno a scriverlo. Siccome scrive in prima persona, la voce che sceglie è cruciale, perciò fa delle specie di audizioni di possibili narratori scrivendo qualche capitolo da punti di vista differenti. prima di cominciare una bozza, compila cartelle di appunti e schemi in cui non solo delinea la trama ma anche aspetti più raffinati della narrazione, come le emeozioni o i ricordi di un personaggio. E’ proprio questa preparazione, racconta, che gli permette di omettere degli elementi o creare equivoci con la voce del narratore.
Michael Ondaatje scrive in quaderni di medio formato a righe e le prime tre o quattro stesure le realizza a mano, a volte letteralmente tagliando e incollando interi passaggi con le forbici e lo scotch. Alcuni dei suoi taccuini hanno quattro strati di carta uno sull’altro. Se le parole gli vengono facili, il grosso del lavore è riorganizzare le frasi. Per lui il concetto di blocco dello scrittore non esiste, se mi blocco su qualcosa, dice, scrivo un’altra scena. Il suo romanzo del ’92, Il paziente inglese , è nato da due sole immagini: quella di un paziente sdraiato a letto che parla con un’infermiera, e quella di un ladro che ruba una fotografia di se stesso.
Richard Powers, i cui libri sono pieni di scienza arcana e trame fittisssime, ha scritto gli ultimi tre romanzi a letto, parlando a un software di riconoscimento vocale. Dan Chaon scrive su chili di schede di colori diversi, che all’inizio della carriera si portava dietro ovunque andava. Poi le trascrive al computer e scrive fuoriosamente dalle undici di sera alle 4 del mattino. La scrittrice canadese Margaret Atwood dice “Metti la mano sinistra sulla scrivania. Alza la destra in aria. Se stai così per un po’, ti verrà in mente una trama”". Un approccio di cui lei però non ha bisogno. Quando le viene un’idea, la butta giù su un foglietto o un tovagliolo di carta, un menu di ristorante, o a margine del giornale. Comincia con un’idea vaga della trama che di solito si dimostra sbagliata, e fa avanti e indietro fra la scrittura manuale e il computer. Edwidge Denticat crea un collage di immagini su una bacheca nel suo ufficio, e ha preso questa tecnica dagli storyboard che i registi usano per delineare lo svolgimento di un film. In più, dice, le piace il fatto che si tratti di un processo tattile, un po’ vecchio stile. A volte riempie anche quattro bacheche, e man mano che la storia le è più chiara, restringe le immagini a una sola tavola. Scrive in registri azzurri da esame e ne usa anche 100 per ogni romanzo. La ditta a cui li ordino, dice, dev’essere convinta che io sia un liceo.
Junot Diaz, ha una memoria terribile e deve scrivere tutto, e quindi scrive anche molto lentamente. Ha gettato via due prime versioni precedenti di Oscar Wao, circa 600 pagine, prima che quella definitiva prendesse forma. Mentre scriveva, si è letto sei volte la Trilogia di Tolkien del Signore degli Anelli per entrare nella testa del suo protagonista, l’adolescente domenicano ossessionato dal fantasy e dalla fantascienza. Spesso mentre scrive ascolta colonne sonore orchestrali, perché le parole dei cantati lo distraggono, e quando ha bisogno di ritirarsi dal mondo, si chiude in bagno e si siede sul bordo della vasca. E’ una cosa che faceva impazzire la mia ex, dice.
Amitav Gosh è arrivato a un punto per cui se una frase gli viene facile, sospetta che ci sia qualcosa che non va. Scrive a mano, poi batte al computer. Ogni frase dei romanzi che pubblica è stata riscritta almeno venti volte. Usa solo inchiostro azzurro Pelikan su carta bianca francese a righe. Lavorando tanto su carta, dice, si diventa ossessivi sullo spazio che ci deve essere fra ogni riga.
Russell Banks scrive la saggistica al computer ma si blocca se deve scriverci un romanzo. Le prime stesure le fa a mano, lavorando dalle 8 del mattino all’una e mezza, nel suo studio che una volta era un capanno per la produzione dello sciroppo d’acero.
Colum McCann scrive un paio di capitoli, li stampa in un font molto largo e poi li pinza a forma di libro e se li porta a Central Park. Cerca una panchina libera e fa finta di leggere come se fosse il romanzo di qualcun altro. A volte mentre scrive riduce il carattere a otto punti e si sforza di leggere. Sostiene che in questo modo diventa più critico sulle parole che ha usato. Al contrario, Anne Rice scrive in corpo 14 molto spaziato su uno schermo gigante, e più grande è lo schermo più si concentra. Infine, la giallista Laura Lippman, quella dei romanzi sulla detective Tess Monaghan, traccia interi diagrammi della storia che deve raccontare, con linee di colore per i vari fili della trama, usando schede, schizzi, nastri colorati e pennarelloni.”
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Qualche puntata fa vi ho fatto sentire James Kochalka che raccontava di American Elf, il suo diario a fumetti online – ebbene, ne abbiano uno anche a casa nostra, e ascolta Alaska! Ci siamo collegati in diretta con Dulco per raccontare cosa sta dietro a Fulvo.
Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat Bruce Springsteen e “Spider’s web” di Jamie T.
Ecco la puntata di oggi:
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