
Apriamo oggi con gli auguri di buon decimo compleanno a una libreria – sì, perché la magnifica Spoonbill & Sugartown, nel cuore di Williansburg a Brooklyn, compie gli anni oggi e festeggia in un modo particolare. Da qualche settimana, fra i tascabili usati, i tappeti persiani, i volumi di illustrazione, grafica e fotografia, il gatto nero e il gatto tigrato, le scatole di legno, i quaderni e gli artists book in copia unica, i giovani librai chiedono a ogni cliente di farsi fotografare con il proprio acquisto e di compilare un modulo nel quale descrive com’è avvenuto il suo incontro con la libreria, e cosa ci trova di speciale. In vetrina campeggiano le faccione dei primi clienti fotografati, che esibiscono orgogliosamente l’ultimo libro scovato da Spoonbill. In seguito, le fotografie e le schede compilate andranno a formare a loro volta un libro. Nel frattempo, tutti i clienti sono invitati oggi a partire dalle 10 del mattino ora locale – ancora il 10! – a vedersi un concerto, ma soprattutto a “prendersi 10 momenti di riflessione, silenziosa o meno, su un libro che hanno letto negli ultimi 10 anni”. Un bel gioco che possiamo fare anche noi a distanza, per celebrare la gratitudine per i libri e per una libreria che ci fa scoprire cose di cui non sospettavamo neanche l’esistenza. Anche se non ci sfugge la dolorosa carenza dalle nostre parti di librerie di quartiere calde e affettuose, alle quali sentirsi legati, che rifuggano dalla vetrina preconfezionata con le ultime novità e si facciano paladine della scoperta. E qualcosa ne sanno i librai, sommersi dagli scatoloni di volumi, dai conti da pagare e dagli affitti stellari. Già che ci siamo, voglio proporvi di dare un’occhiata anche alla libreria virtuale di Mark Sarvas, lo scrittore che oltre che a scrivere riesce anche a tener il miglior blog letterario del mondo secondo il Guardian, spaziando fra recensioni di libri, resoconti di quello che sta scrivendo, eventi letterari, e altri blog a tema. Fra gli ultimi post il richiamo a un articolo di Alexandra Alder sul Wall Street Journal nel quale alcuni autori di nome raccontano le loro fissazioni quando stanno scrivendo un romanzo; oppure un’anticipazione critica del nuovo romanzo di Philip Roth appena uscito negli Stati Uniti, oppure il lancio di una serie di racconti su commissione che verranno venduti su e-bay.
Il miliardario delle news Rupert Murdoch minaccia di ritirare il contenuto dei suoi giornali dalle ricerche di Google. Douglas Rushkoff, esperto di nuovi media, sostiene che un vero conservatore potrebbe salvare il giornalismo dalla libera rete..
Per quanto possa suonare improbabile, Rupert Murdoch potrebbe essere la nostra ultima speranza di una soluzione pacifica nella guerra di Internet al giornalismo professionale. Un uomo che molti incolpano di addomesticare, globalizzare e svalutare le notizie sta pensando di prendere posizione contro una forza più grande di lui: i link. In una intervista concessa nel fine settimana a Sky News Australia, Murdoch ha sfidato la Regola Cardinale di Internet avanzando l’ipotesi che l’informazione debba costare qualcosa: “non dovrebbero trovarla sempre gratis, e penso che fin adesso abbiamo dormito. fare un giornale ci costa un sacco di soldi”. Alludendo al fatto di essere pronto a togliere la spina alla reperibilità universale delle notizie, sta invitando altri editori nella sua stessa posizione a prendere in considerazione di fare la stessa mossa.
Murdoch sta parlando di qualcosa di più che semplicemente far pagare l’accesso alla versione online dei suoi giornali, cosa che il Wall Street Journal e qualche altro fanno già con successo da anni. Inveendo contro i “cleptomani di contenuti” come Google, Microsoft e Ask.com – che in effetti è come se si sindacassero alle sue pubblicazioni senza pagare – Murdoch ha perfino suggerito di voler erigere dei muri di protezione che impediscano agli articoli dei suoi giornali di risultare nelle ricerche su Google. Proprio così: invece di sfruttare il sistema per ottenere dei ranking più alti nei risultati delle ricerche, Murdoch sta pensando di ritirare del tutto i suoi contenuti dalle ricerche di Google – un’operazione semplicissima che Google sostiene sia a disposizione di qualunque sito lo desideri.
Naturalmente a Google sono sbalestrati dal fatto che qualcuno voglia farlo. In una dichiarazione rilasciata in risposta alla sfida di Murdoch, affermano che il pensiero di Google è ovviamente questo: “gli editori mettono i loro contenuti sul web perché vogliono che vengano trovati”. Ma come sta imparando la News Corp di Murdoch e molte altre imprese editoriali, a volte Google rende fin troppo facile agli utenti del web trovare i loro contenuti. Nel loro sforzo per allinearsi a Internet e collaborare all’idea che ci vuole un’informazione gratuita, molti giornali hanno trasformato i loro elementi di profitto in un peso. A cosa serve un pubblico globale se nessuno paga? Senza ritorno, virtualmente i giornali se ne vanno gambe all’aria. Così, mentre i giornalisti del New York Times attendono di sapere chi di loro sarà fra i prossimi 100 a restare senza stipendio fra due mesi, l’Associazione degli Scrittori tiene seminari su come guadagnarsi da vivere come autore professionista, e i forum di Mediabistro sono pieni di post di giornalisti che stanno pensando di andare a fare un altro lavoro, è arrivato il momento che qualcuno prenda in considerazione un’alternativa alla fusione fra il giornalismo professionista e la blogosfera sempre disponibile e sempre gratuita.
Certamente, l’ascesa del gratuito è stata una manna del cielo per tante persone: milioni in tutto il mondo, o almeno fra quelli che hanno una connessione internet, godono di un accesso gratuito in qualunque momento a tutta l’informazione di cui hanno bisogno. Ma proprio come l’accesso libero alla musica porta al fatto che nessuno può più vivere di musica, il giornalismo gratuito non può mantenersi, soprattutto quando è un motore di ricerca a fornire tutta la pubblicità. ma quello che ha capito Murdoch è che una rivolta contro la gratuità dei contenuti vorrà dire più che erigere un login per abbonati fra il Google di link e l’articolo. Il login non fa altro che spingere l’utente a trovare una fonte alternativa di informazione. No, quello di cui si è reso conto Murdoch è che un giornale non ha un valore soltanto per i suoi singoli contenuti, articoli o notiziole che possono essere scelti da una lista generica. Un giornale fornisce un contesto. racconta una storia attraverso la sua selezione di articoli per quella determinata giornata, il loro accostamento e anche la loro continuità nel tempo. Aprendosi alla vivisezione immediata tramite ricerca, gli editori invitano alla disconnessione dei loro articoli dal loro contesto e dalla loro sorgente. E più incoraggiano questo sfruttamento dei loro contenuti, più incoraggiano i i lettori a vedere il lavoro dei loro giornalisti come meri dati, isolati da una prospettiva più ampia. Qualcosa che sta al giornalismo come le suonerie dei cellulari stanno alla musica. Quando Murdoch comprò il wall Street Journal, uno dei pochi grandi giornali ad avere un accesso a pagamento, aveva detto che avrebbe presto rimosso il pedaggio per promuovere un maggior numero di lettori e un maggior numero di pagine viste per le pubblicità. Adesso, solo due anni dopo, si sta accorgendo che il Wall Street Journal aveva ragione, che alla fine dei conti, mantenendosi intatto, ha protetto la propria integrità come pubblicazione. E non è che Google sia sul mercato soltanto per il bene pubblico. Google fa i suoi bei soldi tenendo aperti i contenuti di tutti nelle sue pagine di ricerca, ma soprattutto i loro contenuti pubblicitari. Un mondo di contenuti open è un mondo aperto a Google.
Certo, è difficile battersi contro l’apertura dell’universo di Google senza risultare buii, musoni e conservatori come, diciamo, Rupert Murdoch. E io da giornalista professionista che comunque sostiene un internet che sia della gente, sono felice di competere con migliaia di blogger amatoriali che raccontano e commentano le stesse storie che racconto io. Ma il vantaggio di cui godono i giornalisti professionisti è solo quello: di essere professionisti, pagati per avere il tempo e le risorse di cui hanno bisogno per dedicarsi al loro compito. Se non riusciamo a fare di meglio, va bene, ma se continua così non riusciremo nemmeno a dimostrarlo. E’ ovvio che per ora i commenti di Murdoch sono solo una sparata per sondare il terreno. Ha iniziato un discorso che però pochi di noi sono in grado di supportare con un impero mediatico multimiliardario. Suggerendo l’idea di togliere la spina alle notizie universalmente accessibili, sta invitando altri editori a pensare di fare lo stesso, e io spero che lo facciano.
E voi, cosa ne pensate? Commentate qui sotto.
Vi ricordate quando abbiamo parlato della chiusura della grande rivista gastronomica Gourmet? Il nostro ascoltatore Sapo ha trovato una cosa molto interessante che vi consiglio di andare a vedere, un sito fatto interamente con le fotografie dei corridoi vuoti di Gourmet scattate da un redattore che ci lavorava, Kevin DeMaria, che aiutandosi con i secchi dell’immondizia per appoggiare la sua macchina fotografica per le lunghe esposizioni, ha ritratto gli scatoloni impilati, i disegni e le foto staccati dai pannelli, i neon spogli, gli scaffali vuoti, i resti del cibo mangiato ai tavoli delle riunioni e i redattori malinconici alle scrivanie che dovranno presto abbandonare. Gourmet sarà anche stata il simbolo di una certa editoria patinata, ma vedere i segni di un luogo di lavoro che muore fa sempre impressione.
Le musiche di oggi erano “Come home to me” di Steve Earle e “Timshel” di Mumford and sons
Ecco la puntata di oggi:
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