prima pagina
mercoledì, gennaio 26th, 2011(Obama e il giovane speechwriter Jon Favreau lavorano al discorso sullo Stato dell’Unione, 24 gennaio, foto di Pete Souza)
Oggi, nella giornata dei commenti al discorso sullo Stato dell’Unione che Barack Obama ha pronunciato stanotte, vi racconto quello che si trova in rete su due bei documentari americani. Uno è il ritratto/diario che la PBS ha dedicato al fotografo ufficiale della Casa Bianca Pete Souza – The President’s Photographer – 50 years in the Oval Office – e l’altro (via Nomfup) è Page One, il risultato di un anno di riprese nella redazione del New York Times che è appena stato presentato al Sundance Festival.
Per due anni ho seguito con grande curiosità il lavoro del fotografo Pete Souza, ex reporter del Chicago Tribune che dopo aver seguito Obama per tutta la campagna elettorale è stato chiamato a far parte della squadra presidenziale come fotografo ufficiale. Affiancato da un team di altri fotografi, Pete Souza pubblica sul sito della Casa Bianca una “foto del giorno” ogni giorno, e i suoi scatti si distinguono sempre per il tipo di luce e la capacità di catturare momenti minuscoli di grande pregnanza iconografica, che naturalmente contribuiscono alla narrazione del personaggio Obama. Essendo il suo compito quello di documentare ogni momento della presidenza per gli archivi storici, e facendo parte integrante della comunicazione di Obama verso l’esterno, Souza non è certo quello che si dice un fotografo indipendente. Ma non solo ho scoperto che in rete i blogger appassionati di fotografia lo seguono con grande interesse, ma che la PBS gli ha da poco dedicato un bel documentario, che nonostante sia commercializzato in dvd, finché è possibile potete vedere integralmente qui (dura poco meno di un’ora). Un milione di foto dopo l’inizio della sua avventura (nessuna della quali cancellabile dagli archivi) Souza racconta la sua giornata media secondo gli impegni del presidente, e i momenti più forti dei suoi reportage quando lo ha seguito fuori dalla Casa Bianca, ai comizi, all’arrivo delle bare dei soldati dall’Iraq, nelle visite ufficiali. Il punto di vista è molto peculiare, la camera a mano segue Souza nei corridoi e nei giardini della Casa Bianca, sotto i soffitti bassi, inseguito dal cane Bo, nell’incongrua domesticità del palazzo del potere più importante del mondo. Nel mondo di Souza, l’incontro di Obama con un altro capo di stato significa attendere ore sui divanetti del corridoio e lavorare di concerto con un altro fotografo ufficiale. La memoria digitale di una delle sue Canon può lasciarlo a piedi sul più bello. L’intero staff del presidente – Favreau, Axelrod, Rahm Emmanuel, lo prende in giro a bordo delle macchine blindate, ma tutto lo staff accorre una volta al mese nel corridoio dove vengono periodicamente esposte e alternate le sue fotografie più belle. Souza è sempre di corsa, con le sue macchine a tracolla, e deve arrangiarsi in ogni situazione che trova. Dalle foto ricordo di tutti quelli che stringono la mano al presidente fino ai momenti convulsi delle telefonate di Obama per vincere la battaglia legislativa sulla riforma sanitaria, le telecamere lo seguono dal suo ufficetto che una volta era la bottega del barbiere della Casa Bianca, fino a tutti gli angoli dell’Air Force One, e lo stesso Obama racconta il costante scrutinio della macchina fotografica e come Souza sia riuscito a rendersi quasi invisibile e il rapporto che hanno stabilito. The President’s Photographer ha come sottotitolo “50 years in the Oval Office” perché attraverso Souza vuole anche ricostruire l’esperienza dei fotografi ufficiali della Casa Bianca, alcuni dei quali ancora in vita, che qui raccontano le loro avventure e disavventure in alcuni momenti storici, e di sicuro rende noto un dietro le quinte difficilmente accessibile altrimenti.
*
Intanto Andrew Rossi porta al Sundance Festival il suo documentario sull’anno di riprese che ha fatto nella redazione del New York Times, che si intitola Page One. Nomfup ci mette a disposizione il minivideo di un’intervista col regista che potete vedere nel suo bel post qui, insieme alla locandina del film. Come racconta Rossi, è la documentazione del lavoro che si fa nella redazione di un grande giornale (in questo caso il più grande del mondo) in un anno critico per il destino della carta stampata e per la sopravvivenza stessa del Times che sta cercando di adattarsi a molti cambiamenti (per dirne una, in alcune immagini tratte dal film potete vedere da dentro l’inconfondibile griglia della facciata del “palazzo di carta” creato da Renzo Piano sull’Ottava Avenue fra la 40esima e la 41esima apposta per il New York Times, che poco dopo il giornale ha dovuto mettere in affitto per mancanza di fondi), ma è anche, per Rossi, una testimonianza di riflessione su come una buona informazione ci aiuti ad essere persone che compiono scelte politiche consapevoli. Qui invece un clip da un momento del documentario che racconta l’arrivo e il trattamento di una parte della montagna di dispacci Wikileaks in redazione.
♫ Le musiche di oggi erano “The Magic” di Joan as Policewoman e “New York is killing me” di Gil Scott-Heron
Ecco la puntata di oggi:
Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.
Per scaricarla sul tuo computer clicca qui
