Posts Tagged ‘Sarah Raven’

il coniglio, l’orto e le torte fatte in casa

venerdì, ottobre 30th, 2009

abby pumpkin patch

Questa foto viene dallo stupendo blog di Abby!

Oggi si parte da Londra: Fabio Barbieri riporta sul suo blog la scoperta di un nuovo museo delizioso, il Museum of Everything, dedicato alla “outsider art”, discendente dell’art brut. In realtà è una casa diventata studio di registrazione e poi museo, ma ci trovate ancora le torte fatte in casa. Per leggere integralmente il post di Fabio, andate sul suo post del 26 ottobre. Alaska l’ha chiamato in diretta per farsi raccontare meglio, e potete sentirlo nel podcast della puntata qui sotto.

Come potete sentire, un appassionato di art brut è Nick Cave. Vi ho raccontato qualche puntata fa quello che si trova sui blog a proposito del suo nuovo romanzo La morte di Bunny Munro, e oggi vi propongo un estratto dell’intervista che  gli ho fatto qualche giorno fa, in occasione del suo passaggio a Milano con un buffo e intenso reading-concerto al Teatro dal Verme. Anche l’intervista potete ritrovarla nel podcast qui sotto.

In tempo di vendemmia, raccolta delle castagne, delle olive e delle zucche, mentre noi topi di città ci muoviamo ignari di quel che si pianta e si semina, potrebbe piacervi il blog di Sarah Raven. Insegnante inglese appassionata di orticultura, Sarah cura una rubrica per il Telegraph e una trasmissione sulla BBC – la sua agenda sembra decisamente sincronizzata con quella delle stagioni e delle raccolte. Con la sua guida, forse, un davanzale decente di odori riusciremo a metterlo insieme.

Gli ultimi aggiornamenti del suo diario recitano: “settembre – è stato un mese molto pieno qui da noi a Perch Hill. In questo periodo dell’anno progettiamo le coltivazioni dell’inverno e della primavera. L’orto si riempie di insalate e lattughe da raccogliere durante i mesi più freddi. Non c’è ragione di smettere di mangiare l’insalata insieme a una buona ciotola di zuppa calda. Stiamo anche seminando gli ultimi annuali per i fiori perenni dell’anno prossimo, che quest’anno sono cresciuti prima e sono molto più resistenti se riescono ad attecchire prima di primavera, per questo voglio approfittare di questa finestra d’autunno. Sono anche molto contenta dei nostri bulbi e della zona dedicata agli odori che abbiamo annesso al giardino per i fiori da recidere.” Nel blog di Sarah Raven, potete viaggiare tra sedute di fotografia per ritrarre le piantine per le bustine di semi che vedete dal giardiniere, viaggi di studio in Olanda a caccia di dalie giganti, incontri con strani edifici e persone interessanti, e anche ricette legate alla vita dell’orto.

Buon fine settimana a tutti, Halloween compreso!

Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “The rider song” di Nick Cave & Warren Ellis

Ecco la puntata di oggi:

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She loves you

venerdì, ottobre 23rd, 2009

polar-bear1

Qualche puntata fa, parlando del blog del NoImpactMan, abbiamo raccontato che riceve commenti che vanno dall’ecologismo sfrenato al più assoluto scetticismo. Mi è rimasto impresso il commento di un uomo che diceva che tutta la questione della sofferenza degli orsi polari sarebbe, in sostanza, una grossa balla, inventata probabilmente per non farci pensare a cose più importanti. Oggi mi arriva da Esteri una notizia che una trasmissione che si chiama Alaska non può esimersi dal citare: Il dipartimento Pesca, parchi e fauna degli Affari Interni di Washington ha annunciato che intende riservare un’area di 520 mila chilometri dell’Alaska, una zona più vasta dell’Italia, all’habitat degli orsi polari. Per Tom Strickland degli Affari Interni, questa scelta intende anche marcare il riconoscimento che il cambiamento climatico sta effettivamente minacciando i ghiacci dell’Artico, e con essi anche gli orsi. Questa decisione sembra confermare quella tesi del New Yorker secondo cui il vero ruolo nel tempo dell’amministrazione Obama sarebbe quello del ripristino culturale. Mi sembra che segni in modo chiaro, se non altro, una “preferenza energetica”: non è che George W. Bush non fosse al corrente di come stavano le cose, ma per la sua amministrazione era più importante non contrastare la prospezione petrolifera in Alaska. Qualche zona di estrazione di gas e petrolio si trova ancora anche nell’area designata, quindi vedremo come se la caveranno gli orsi.

Su Wittgenstein, il noto blog di Luca Sofri, c’è una piccola storia da non perdere. Viene dal resoconto della prigionia di David Rhodes, giornalista del New York Times che è stato ostaggio dei Talebani in Afghanistan per sette mesi. Il frammento riportato da Wittgenstein riguarda l’esperienze di Rhodes con le canzoni, e io ve lo traduco:

“Cercavano dei sistemi per spezzare la monotonia. Dopo cena, in molte sere d’inverno, le mie guardie cantavano per ore canzoni Pashtun. La mia voce e la mia pronuncia Pashtun erano terribili, ma le nostre guardie mi incoraggiavano a cantare con loro. Le ballate variavano. Qualche sera mi sono trovato a cantare, riluttante, canzoni talebane che dichiaravano che ‘voi avete le bombe atomiche, ma noi abbiamo gli attentatori suicidi’.

In altre sere, incoraggiato dalle mie guardie, passavo alle canzoni americane. Con voce agghiacciante e stonata cantavo la versione di “New York New York” di Frank Sinatra e la descrivevo come la storia di un paesano che cerca di avere successo in città e di mantenere la famiglia. Ho cantato “Born to run” di Bruce Springsteen e l’ho descritta come un ritratto delle lotte dell’americano medio.

Mi rendevo reso conto che anche le mie guardie avevano bisogno di una pausa dalla nostra triste esistenza. Ma quando mi dicevano di cantare per i comandanti che passavano in visita, mi sentivo come una scimmia ammaestrata. Sapevo che volevano solo ridere di me.
Evitavo intenzionalmente le canzoni d’amore americane, cercando di sfatare la loro convinzione che tutti gli americani fossero edonisti. Nonostante i miei sforzi, le canzoni romantiche – in qualunque lingua – erano le preferite delle guardie. La canzone dei Beatles “She loves you”, che mi è venuta in mente subito dopo aver ricevuto la lettera di mia moglie dalla Croce Rossa, era la più popolare. Per ragioni che mi lasciavano perplesso, alle guardie piaceva cantarla con me. Cominciavo io dalla prima strofa. Le mie tre guardie talebane, insieme a Tahir e ad Asad, si univano a me nel ritornello. “She loves you yeah yeah yeah”, cantavamo, con i Kalashnikov posati sul pavimento tutt’intorno a noi”.

Infine, stanno fioccano sui blog italiani e internazionali i post di addio all’artista Nancy Spero, che è mancata la settimana scorsa. E’ una buona occasione per ricordarla o per cominciare a conoscere il suo lavoro. Susanna Legrenzi la ricorda su Big Ben e non può fare a meno di collegare il suo impegno femminista alla tetra situazione italiana di questo periodo. Su The F word (contemporary UK feminism) citano il ricordo di Adrian Searle del Guardian. La giovane studentessa d’arte Jen la ricorda su safercampus. Tyler Green contribuisce con un sacco di link interessanti alla conoscenza del suo lavoro. Qui trovate anche un piccolo video in cui Nancy ricorda la sua nascita come artista.

Le musiche di oggi erano “She loves you” dei Beatles e “Spoiled” di Conor Oberst

Ecco la puntata di oggi:

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